“La città più cupa del mondo” Fëdor M. Dostoevskij Mattioli 1885

 

“Mi piace vagare per le strade, osservare gli altri passanti, del tutto sconosciuti, studiare i loro volti e indovinare chi sono, come vivono, cosa fanno e a cosa sono interessati, nello specifico, in quel momento.”

“La città più cupa del mondo”, pubblicato da Mattioli 1885, è un accurato e spassionato studio antropologico e sociale.

Siamo a San Pietroburgo in compagnia di un cicerone molto speciale.

A farci da guida per strade polverose Fëdor M. Dostoevskij che con una verve originale e dissacratoria ci mostra le mille sfaccettature della città.

“Piccoli quadretti”,  brevi capitoli capaci di incuriosirci.

La mancanza di stile dei nuovi palazzi, influenzati da una commistione architettonica, il calore soffocante, l’assenza di spazi di socialità rappresentano un modo di essere.

“In questi edifici, come in un libro, si possono individuare influssi e tendenze, giunti in modo ordinato o incontrollato dall’Europa, e che hanno a poco a poco sopraffatto e sottomesso.”

Critica feroce che ribalta il nostro modo di leggere le relazioni tra Oriente e Occidente.

La difficoltà di comunicare, quel riserbo che maschera poca fiducia nel prossimo, la forte discrepanza tra poveri e ricchi, l’arroganza di falsi intellettuali: si sorride per il tono caustico e al contempo canzonatorio.

“Avere una vita sociale richiede maestria, bisogna tenere conto di così tanti fattori favorevoli – in breve, è meglio non uscire.”

Il ritmo stringato si accompagna a divertenti aneddoti narrati come deliziosi acquerelli.

Si percepisce una sottile malinconia che nasce dalla delusione.

La frenesia ha preso il posto della riflessione, la menzogna é ostentata, la mediocrità distrugge la voglia di immaginare.

Un testo prezioso in questo momento storico, utile per leggere il presente attraverso il passato.

La prefazione di Paolo Nori è viaggio nel viaggio e ricorda che “Dostoevskij è uno dei più straordinari talenti comici della sua generazione.”

Bella rivelazione, non vi pare?

L’autore ci ricorda che ” vivere una vita non è attraversare un campo.”