“Quel luogo a me proibito” Elisa Ruotolo Feltrinelli Editore

 

“Un giorno mi sono ritrovata a incolonnare le cifre del mio vivere mentre gli altri tiravano la linea del bilancio.”

Le parole sono come torrenti impazziti, acque che cercano il mare, venti che spazzano via la quiete.

“Quel luogo a me proibito”, pubblicato da Feltrinelli, è ardore che si è nascosto negli anfratti della vergogna.

Suono scostante e disarmonico di una famiglia incapace di cedere al sentimento.

Paura di sporgersi e scoprire il Male.

Isolamento automposto come condanna da espiare.

Infanzia, spiaggia desolata.

Adolescenza soffocata con gestualità che negano la femminilità.

Corpo che rifiuta il desiderio in una lotta costante con la razionalità.

L’incontro con Andrea sembra salvezza, ma è solo tentativo estremo di capire un universo diverso, fatto di risate e brutalità.

Dove non esiste il tempo con le sue scadenze.

Dove l’attimo è esperienza.

Elisa Ruotolo ci affida un’esistenza invitandoci ad ascoltarne lo straziante monologo.

Ci chiede silenzio perché la sua scrittura sa colmare le distanze tra noi e la sua protagonista.

“Le femmine invece dovevano restare immobili, implumi, a credere di aver setacciato tra molte possibilità la vita ottenuta.”

La madre e la nonna sono poli opposti che non aiutano a trovare un proprio modello.

Ed è questa mancanza, questo orlo sfilacciato di “un presente inaridito” che vengono rappresentati senza pause, senza esitazioni.

Anima e corpo, due teche custodite come fossero tesori mentre i giorni imbiancano i capelli.

Resta il ricordo “di un oriente di troppa luce” e la voglia di allontanare l’innocenza.

Perfetto nell’accostamento di prosa e poesia, generoso nel regalare spiragli di una sofferenza che viene da lontano.

Forse è tempo di scrollarci di dosso il peso di ancestrali timori e sorridere al giorno con le sue incognite.

 

“Chiaroscuro” Raven Leilani Feltrinelli Editore

Un uomo incontrato su Internet: due solitudini si incrociano, improvvisano una sincerità che suona subito artefatta.

Edith, ventitreenne afroamerica, “prova a riempire spazi vuoti”.

La madre tossicodipendente, il padre “burbero ex militare di Marina” devastato da una guerra che lo ha usato, una stanza che puzza di muffa e povertà.

“Il mio stipendio è molto basso.

Ho difficoltà a fare amicizia, e gli uomini, appena mi sentono parlare, perdono interesse nei miei confronti.”

“Chiaroscuro”, pubblicato da Feltrinelli Editore e tradotto da Stella Sacchini e Ilaria Piperno, offre un quadro di ciò che rimane del mito americano.

Terra dove il razzismo continua ad essere forza che esclude e minaccia.

Dove le classi sociali sono impenetrabili, circondate da fortezze di pregiudizi.

La narrazione è lucida, provocatoria.

Le convenzioni borghesi si sgretolano e restano le macerie di matrimoni disfunzionali.

La famiglia è un teatrino dove si recita senza conoscere il copione.

Raven Leilani compone un romanzo che ha come punto di forza l’autenticità.

La realtà non viene edulcorata, i sentimenti appaiono come macchie con forme indistinguibili, il sesso una tragica deriva.

I corpi non sanno più esprimersi, restano imprigionati nel labirinto dove troppe parole affollano l’emozione.

La figura dell’amante sembra una caricatura, incapace di scegliere, protetto dell’ambiguità.

La moglie ha la freddezza di chi non ha niente da perdere e vuole capire.

La figlia adottiva si muove nelle sabbie mobili dell’incertezza affettiva con l’ingenuità dei suoi tredici anni.

La trama è lineare con qualche svolazzo immaginifico.

Si ride e ci si emoziona seguendo la giovane protagonista.

È una eroina perché sa interrogarsi e non dimentica mai lo spazio che le è concesso.

“Io stessa sono entrambe le cose, iper-visibile e invisibile: nera e sola.”

Reagisce con la magia dei colori e delle tele e in questa arte esprime rabbia e dissenso.

Un testo che indaga su una generazione alla quale abbiamo rubato i sogni.

Per fortuna esiste un piano B che nel finale mostra che “ci si apre sempre una strada per documentare come riusciamo a sopravvivere.”

 

“Happydemia” Giacomo Papi Feltrinelli Editore

 

“I baci furono vietati all’inizio della seconda epidemia, insieme alle carezze, alle strette di mano e alle dita nel naso.

Michele e il nonno Attilio, come altri milioni di italiani, lo vennero a sapere all’ora di cena guardando il Tg.

Sullo schermo uno speaker con il farfallino annunciò il nuovo lockdown con un sorriso pacioso: “È atteso a giorni il decreto congiunto della Previdenza del Consiglio e dei ministri degli Affari Miei e della Salute (e dei Saluti a Distanza) che conterrà le ultime disposizioni in materia di profilassi e contagio.

Oltre all’ormai tradizionale quarantena, che riguarderà comunque soltanto le aree più colpite, è fortemente sconsigliato ogni contatto fisico che non sia tra congiunti o tra disgiunti, ma non tra congiunti e disgiunti aggiunti”.

 

Un incipit folgorante che in poche battute riesce a restituire la percezione di un tempo che ci ha trovato impreparati.

“Happydemia”, pubblicato da Feltrinelli Editore, è la modulazione della nostra inquietudine che viene riscritta usando un’ironia sottile.

Specchio di una società che vacilla incapace di trovare soluzioni mostra il vero volto di una politica che ha perso il senso del reale.

La creatività di Giacomo Papi esplode in una commedia di burattinai e burattini.

I personaggi sono maschere che improvvisano muovendosi senza una direzione.

Il romanzo ha il coraggio di scovare il non senso di scelte a volte contraddittorie.

Non è solo un manifesto dell’inadeguatezza della classe politica, è la vertigine di una realtà che ci ha travolti.

Impossibile sintetizzare la trama perché articolata e ricca di metafore.

Il lettore viene coinvolto e costretto a farsi delle domande.

Il testo è originale non solo nei costrutti fantasiosi.

Ha il pregio di cogliere le disuguaglianze sociali, di accendere i riflettori sugli ultimi.

“L’umanità si è divisa in tre classi sociali: i pensanti che potevano lavorare da casa; i fabbricatori, i curatori e i consegnatori che dovevano usare il corpo; e gli inutili, che non lavoravano affatto e non avevano nome, ma erano suddivisi tra chi non aveva una casa e chi di case ne possedeva almeno due.”

Trovare il colpevole, l’untore, il nemico.

Scatenare la rabbia e l’aggressività o provare a stordire e intorpidire la ragione.

Un affresco contemporaneo che attraverso la satira pungente racconta la Verità.

Commuove ricordando che “la pelle era diventata il confine, la barriera di filo spinato che teneva gli altri lontani.

Regala una speranza di redenzione e la certezza che nessuno  potrà spegnere l’amore.

“Il libraio di Venezia” Giovanni Montanaro Feltrinelli Editore

 

“La libreria di San Giacomo è di due sole stanze, ma ci si può perdere come nel labirinto di Minosse. Sopra robusti scaffali di legno scuro, milioni di parole si rincorrono tra le pareti come pesci nell’oceano”

 

Venezia bellissima e struggente.

L’odore intenso e pungente del mare, la profondità del cielo sconfinato.

“La Basilica, ancorata come una nave che nessun mare può affondare.

Il campanile, il Palazzo Ducale, le Procuratie, l’oro che nel buio si deve immaginare.

Venezia è sempre lei.

Venezia è meravigliosa.”

Pennellate di luce rendono “Il libraio di Venezia”, pubblicato da Feltrinelli, una storia carica di magia.

Si percepisce il respiro di ogni calle, il rintocco del Campanile, la violenza del vento.

La tragedia dell’acqua alta che invade la città diventa esperienza collettiva.

Metafora del Male che vuole occultare lo splendore.

Violenta forza della Natura come presagio che bisogna interpretare.

Vittorio è un personaggio semplice, non è un eroe.

Cura come figlia la sua libreria, coccola le pagine che gli hanno regalato emozioni.

Ama leggere incipit, si entusiasma quando arrivano gli scatoloni con le novità editoriali.

“L’acqua va dappertutto, rapidissima, va sotto il primo scaffale, prende la carta, la succhia, l’acqua sale, va sotto il secondo scaffale.”

È l’Apocalisse e i libri galleggiano come tristi anime disperse.

Giovanni Montanaro racconta la marea che cresce con un approccio scenico.

Intride le parole di una poesia antica, quella di un popolo che non si arrende.

Mostra cosa significa essere comunità.

Offre una visione catartica del tempo che viviamo.

In una fase critica per l’editoria si leva un canto di speranza.

Mentre la vita riprende con lentezza si crea una rete di solidarietà.

Il sapere non può morire, sopravvive e regala doni insperati.

Sullo sfondo un amore che nasce mentre Achab riprende il suo cammino.

Il libro nasce insieme ai librai veneziani ed è “Il simbolo delle tante emergenze di questo Paese, delle tante impreviste tragedie che continuano a colpirlo ma che, alla fine, non riescono mai ad averla vinta.”

 

 

 

 

“Donne dell’anima mia” Isabel Allende Feltrinelli Editore

“Ogni anno vissuto e ogni nuova ruga raccontano la mia storia.”

Isabel Allende in “Donne dell’anima mia”, pubblicato da Feltrinelli, regala un diario intimo, appassionato.

Sfilano immagini, ricordi, riflessioni con un flusso narrativo libero.

“La rabbia che covavo dentro di me sin dall’infanzia con il tempo non aveva fatto che crescere.”

La fuga del padre, le chiacchierate con nonno Agustín, i matrimoni e le ribellioni, i viaggi e le amicizie, le letture e gli innamoramenti vagano nelle pagine con stile arioso.

Una escursione nell’anima dell’autrice, l’occasione di conoscere un’epoca.

“Il linguaggio è molto importante perché determina il nostro modo di pensare.

Le parole sono potenti.”

Tornano in mente i tanti romanzi di una scrittrice che non ci ha mai tradito mantenendo un equilibrio tra mistero e realtà, offrendo come dono la meraviglia nei confronti dell’esistenza.

La nuova prova letteraria è  voce di donna che si è ribellata a “un presente mediocre”, si è battuta per difendere i diritti calpestati, non ha accettato il ruolo femminile assegnato dalla famiglia, dalla società, dalla cultura e dalla religione.

Con coraggio affronta il tema del femminismo e ne sviluppa l’evoluzione.

Non ha resistenze a esprimere la passione e il desiderio, a parlare di morte e di vecchiaia.

“Ho vissuto in un mare in tempesta, con onde che mi portavano sulla cresta e poi mi facevano precipitare nel vuoto.

Queste ondate sono state così forti in passato, che nei periodi in cui tutto andava bene, invece di rilassarmi e godermi la pace del momento, mi preparavo alla successiva violenta caduta, che credevo inevitabile.”

Commuove ricordando la madre e la figlia Paula, spiriti che continuano a farle compagnia.

Il testo è anche denuncia delle violenze subite nella civilissima America e nei villaggi sperduti nel mondo.

Dalla Bolivia alla Repubblica Democratica del Congo, alla Nigeria, al nord della Norvegia: luoghi dove le cifre di stupri e violenze sono insopportabili.

“Non si può far finta di niente di fronte a problemi che paiono insuperabili, bisogna agire.”

Ed è questa la lezione che ci viene offerta ed è un passaggio di testimone, l’invito a credere “in una società equilibrata, sostenibile, basata sul rispetto tra di noi e nei confronti delle altre specie e della natura.”

 

 

 

 

 

“Il mantello” Marcela Serrano Feltrinelli Editore

 

“Il martedì se n’era andata.

Di colpo. Finito tutto.

Una razzia senza sconti.

Sono disperata perché non so qual è stato il suo ultimo pensiero. Non la possiamo più svegliare ormai.”

Margarita e un legame profondo, sorella e amica, compagna di giochi e aventure.

Vestale immolata sull’altare di un male impietoso.

“Il mantello”, pubblicato da Feltrinelli Editore, non è solo elaborazione del lutto.

È ricordo e rimpianto, ferita che non può sanare se non ci si interroga sul senso della morte.

Capitoli brevi, righe vergate come un diario sentimentale, parole che accendono nel lettore la fiamma spenta di un oblio affettivo.

“Il lutto è un processo psicologico che va assolutamente preso in considerazione.

Nessuno che ci si trovi dentro deve sottovalutarlo.”

Vuoto di colore, ricerca di radici, immagini spezzate.

Si compone un romanzo che nell’armonia delle parole modella e circoscrive il destino di tutti noi.

“I sofferenti non sono altro che questo, gli afflitti.

Rammendati.”

Frammenti di emozioni che vanno ricomposti dando spazio ad una interpretazione oggettiva.

Ed ecco che la letteratura si fa voce potente, balsamo che negli scritti di scrittori e poeti conduce verso un territorio comune.

Vincere l’autocompatimento, comprendere che “l’assenza è interminabile.”

Marcela Serrano scrive un poema che abbraccia la storia del suo popolo.

Racconta l’affronto dell’esilio, la perdita del luogo fisico e mentale.

“L’esilio è tentare il disamore.”

Staccarsi, non cedere alla tentazione di abbarbicarsi ad una visione falsata degli eventi, vivere la dittatura come un’atroce ingiustizia.

Ricorda i tanti desaparecidos e nel farlo restituisce dignità non solo agli scomparsi ma anche ad una terra che ha subito la più grande violenza.

“Ogni madre, ogni sposa, ogni figlia e ogni sorella: una Antigone.

Migliaia di Antigoni hanno marciato lungo le strade del nostro paese invano.”

La perfezione stilistica del testo, l’incedere verso una appropriazione della sofferenza, il bisogno di condividere una esperienza forte sono perle rare.

La realtà si palesa e costringe l’immagine dentro il recinto della finzione.

È la sconfitta del pudore, la resa ad inutili silenzi.

È la vita che deve vincere la sua battaglia, deve tornare lentamente a fiorire.

Tessere un mantello che resista al gelo della dipartita, continuare a scrivere perchè i segni sulla carta sono redenzione e speranza.

Speranza che non  spenga l’amore, che non  addormenti la memoria.

 

 

Incipit “Il mantello” Marcela Serrano Feltrinelli Editore

 

 

 

“Uscendo dal cimitero, mi ero ripromessa di chiudere ogni valvola del corpo che, se lasciata aperta, mi avrebbe impedito di camminare con le mie gambe, anche quella a metà strada lungo la spina dorsale, la sede dell’anima, come diceva Virginia Woolf.

Una bomba atomica sganciata sulla nostra testa.

Parlo di noi, parlo delle sue sorelle. Siamo sempre state cinque. Irreversibilmente spezzata la nostra ferrea identità unitaria.

Provai a immaginare un drappello di donne fantasma che vagano per i campi abbandonati, senza nome e senza meta. Con le valvole aperte.

Impossibile. Come a dire quattro zombie o, al contrario, quattro prefiche urlanti, di quelle che si ingaggiano per far vedere che c’è qualcuno che piange il morto, in certe culture.

No, né zombie, né prefica urlante.

Bloccare il meccanismo esterno che scatena il dolore, qualunque esso sia. Magari anche le lacrime (serbarle per l’alba, l’alba è gentile).

Dicono che solo gli aristocratici sappiano comportarsi con discrezione in certi momenti, ma a me dell’aristocrazia non me ne frega niente.

Però odio le sceneggiate. La sofferenza è indiscreta. In pubblico, indecorosa.”

Agenda Letteraria “Della gentilezza e del coraggio” Gianrico Carofiglio Feltrinelli Editore

 

 

“La stragrande maggioranza delle persone non è capace di ascoltare.

Per essere più precisi: non è capace di ascoltare perché non ne ha il coraggio.

Ascoltare davvero è pericoloso: richiede di uscire dalla trappola dell’ego, che ci suggerisce di procedere in base a schemi prefabbricati piuttosto che ascoltare e comportarci in relazione a quello che abbiamo davvero ascoltato e capito.

“La morte in mano” Ottessa Moshfegh Feltrinelli Editore

 

“Si chiamava Magda. Nessuno saprà mai chi è stato. Non l’ho uccisa io. Qui giace il suo cadavere.

Ma non c’era nessun cadavere. Nessuna macchia di sangue. Nessuna ciocca di capelli impigliata tra i ruvidi rami caduti a terra, nessuna sciarpa rossa umida di rugiada mattutina a drappeggiare i cespugli. C’era solo quel messaggio a terra, che frusciava ai miei piedi smosso dal lieve vento di maggio.”

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