“La primavera torna sempre” Lorenzo Marone Feltrinelli Editore

 

“Il dolore ci fa fare cose che credevamo di non saper fare.”

Lorenzo Marone  racconta la nostra nuova quotidianità.

La pandemia impedisce ogni gestualità affettiva ma leggendo “La primavera torna sempre”, pubblicato da Feltrinelli Editore, ci sentiamo uniti da un destino comune.

Nella figura di Luce troviamo riflessi i nostri occhi gonfi di paura.

La sua umanità, il bisogno di rendersi utile mettono di buon umore, ci affidano la speranza che questa tragica prova riuscirà a far prevalere “la gentilezza”.

Pochi personaggi riescono a rappresentare con poche battute la necessità ad adattarsi, trovando equilibri forse precari ma indispensabili per sconfiggere l’nquietudine.

Accontentarsi di una videochiamata, di una chiacchierata dal balcone per riempire il tempo che si è fatto montagna insormontabile.

Imparare ad aspettare: una frase che arriva imprevista, ci fa sobbalzare.

Noi, abituati a modulare anche il pensiero al ritmo frenetico di un orologio, dovremmo fermarci?

L’autore indica la via scegliendo le parole, regalando esempi di resilienza.

Napoli deserta sembra una cattedrale che di notte accoglie il sussurro di una preghiera collettiva.

Un racconto breve che ci permette di riflettere sulle priorità e sul senso di comunità.

Mentre una rondine solitaria “scompare puntando il mare”, a noi lettori si imprime nella mente un forte senso di appartenenza.

Poter ricambiare l’affetto dello scrittore con una donazione al Cotugno di Napoli chiude il cerchio magico della parola che esce dagli scaffali e aiuta ad affrontare il dolore.

 

 

 

 

@MonicaBissoBlu recensisce “L’amante giapponese” Isabel Allende Feltrinelli

 

@MonicaBissoBlu recensisce “L’amante giapponese” Isabel Allende Feltrinelli

“L’amante Giapponese” di Isabel Allende è un racconto impossibile da non amare, tenere nel cuore. Trasmette l’ importanza dei sentimenti anche di quelli amorosi, nella vita di ciascuno di noi.

Quando si ama davvero si resiste a tutto.

L’ amore raccontato dalla bravissima scrittrice Cilena, ha resistito all’ irrompere della seconda guerra mondiale, ai campi di prigionia Giapponese.

I veri sentimenti, la bellezza dell’ amore sono e saranno sempre più forti di tutto, anche delle intemperie della vita.

“L’ingrata” Dina Nayeri Feltrinelli Editore

 

“La storia di ognuno inizia con una storia, la prima goccia di un fiume che scorre impetuoso.

Potete considerare queste vite un diversivo, una forma di educazione oppure una minaccia alla vostra stessa esistenza. Dipende da voi come ascoltare queste voci. Usate tutto il vostro sapere per smascherare ogni passo che vi suoni falso.

Siate il torvo funzionario dell’ufficio richiedenti asilo. O, se preferite, leggete queste storie come una scatola di lettere provenienti da un luogo di morte, messaggi da un’altra epoca che abbiamo riportato alla luce convinti del loro valore.

Perché i morti non vogliono niente da noi.”

“L’ingrata” è una testimonianza che tutti dovrebbero leggere per comprendere cosa significhi essere costretti ad abbandonare il paese d’origine, perdere identità e diritti e diventare invisibili.

Dina Nayeri racconta l’infanzia in Iran, il bigottismo delle scuole musulmane, il senso di smarrimento nel non poter scegliere un credo religioso.

Il velo che copre non solo la pelle ma anche sogni e ambizioni.

L’ oppressione fisica e mentale, i numerosi arresti della madre, convertita al cristianesimo, l’infanzia negata da una guerra insensata.

“La fuga è pura adrenalina.

Un tuffo nel vuoto, il falò in cui gettare la tua vita passata, l’uccisione del tuo vecchio io”.

La scrittrice non si limita a rivedere la sua storia, unisce insieme le voci di altri esuli, provando a farli uscire dall’anonimato.

“Cos’è cambiato in questi trent’anni?

È in corso un ripensamento globale.”

Urge capire le radici dell’odio, la paura verso coloro che arrivano da paesi stranieri.

“L’America non è più l’America e l’Europa sta facendo la stessa fine: queste nazioni, un tempo cristiane, hanno rinunciato a ogni senso del dovere in favore dell’egoismo e dell’istinto tribale.”

Ma la domanda che coinvolge tutti noi è di una lucidità sconvolgente.

Quando e come si può essere accettati, quali passaggi per sentirsi ovunque a casa?

“Dopo decenni dedicati a trasformarmi sono ancora una profuga?”

Carità e accoglienza, attesa e impazienza, uomini e donne che tornano ad essere umani.

Un testo intenso che forse ci impedirà di pronunciare parole come “invasione, inondazione, sciame.”

Se riusciremo ad ascoltare con cuore libero l’autrice subiremo una trasformazione che ci renderà migliori.

“Mia figlia è il mio rimpatrio. Lei è il sapore di casa. Posso crescere con lei, portarla con me dovunque vado. Probabilmente lei sarà libera di tornare nel suo luogo di nascita per tutta la vita, anche se ciò non significa che non sarà mai una straniera, qui o altrove.

Il suo futuro è un luogo straniero, come tutti i futuri. Ma ogni profugo si mette in cammino al buio, non sa quale strada imboccherà – anche Elena percorrerà la propria strada.

Ci allontaniamo dai luoghi sicuri della nostra infanzia. Non si torna indietro. Come le storie, i villaggi e le città crescono, si spopolano, si mescolano gli uni con le altre.

Tutti noi siamo migranti dal passato e la patria vive nella nostra memoria, dove la custodiamo gelosamente, fingendo che sia sempre la stessa.”

 

 

Agenda Letteraria 15 marzo 2020

 

“Tranne che alla mamma, e anche a lei solo per arrivi e partenze, non dava mai un bacio sulla guancia a nessuno, neppure a suo figlio.

Non usava. Il bambino pensò che voleva far credere di avere vinto, ma secondo lui aveva perso.

Peccato che non venisse anche la mamma, che restasse lì.

Forse però era meglio. Senza la mamma, la nonna forse era più contenta. Non per la mamma, ma perché poteva tenersi Ninni tutto per sé.

Lui e la nonna da soli, a Querciano, nella casa grande, d’inverno, con la neve e con il fuoco.”

 

Gian Arturo Ferrari “Ragazzo italiano” Feltrinelli Editore

Recensione di Lisa Molaro (@LisaMolaro1) Mantieni il bacio. Lezioni brevi sull’amore” di Massimo Recalcati, Feltrinelli Editore.

Recensione di Lisa Molaro (LisaMolaro1) “Mantieni il bacio. Lezioni brevi sull’amore” di Massimo Recalcati, Feltrinelli Editore.

Come l’Autore specifica nell’introduzione del libro, “Mantieni il bacio” nasce come una sorta di “copione” del ciclo di trasmissioni televisive -sette- andato in onda su Rai 3 con il titolo di Lessico amoroso (gennaio-marzo 2019); monologhi di cui non mi son persa una puntata poiché avevo messo la registrazione in “collega serie”.
Psicoanalista lacaniano, saggista e accademico, Massimo Recalcati rendeva il silenzio che circondava le sue parole assoluto.

Io ero rapita dalla sua ritmica espositiva, dal suo tono di voce pacato e sicuro, dalla sua sensibilità che trapelava dalla sua gestualità e dalle sue parole quanto dalle sue pause. Sì perché non c’erano silenzi calati senza motivo d’essere. Parole, immagini e citazioni che si amalgamavano dentro un cerchio armonico di cultura e beltà.
Avendo già letto – e adorato – “A libro aperto. Una vita è i suoi libri” ed essendo catturata dalla saggistica come i riflessi di miele che restano appiccicati all’alveare, capite bene che questo suo “copione” non me lo potevo perdere!
Peccato si sia trattato di una lettura troppo breve, in questo libro di pagine ne avrei lette ancora e ancora e ancora… anzi, certi temi li avrei proprio voluti sviscerare ancor di più!
Ma andiamo per ordine.
Una copertina meravigliosa – un fotogramma da Spellbound, di Alfred Hitchcock – mi ha fatto calare sin da subito dentro un contesto che profuma di buono, di eleganza di tempi andati (spero non del tutto), di corteggiamento, di schiene diritte e mani protese.
Com’è nato il titolo?
L’autore ci spiega che tutto è iniziato con la complicità della lezione di Pilates unita alla sua attività onirica, al suo inconscio:
“Il titolo di questo libro nasce da un mio breve sogno. Il giorno precedente Arianna, la mia insegnante di pilates che da tempo mi aiuta a tenere in sesto la mia povera schiena logorata da trent’anni di pratica della psicoanalisi, mi aveva sottoposto a un esercizio particolare: sdraiato a pancia in su, tenendo le ginocchia unite, dovevo ruotare alternativamente una delle gambe. Arianna mi invitava in questa postura scomoda e innaturale a “mantenere il bacio” tra le ginocchia che la rotazione della gamba tendeva invece a disfare. “Massimo,” mi diceva seriamente, “mantieni il bacio.” (…)”
Mantieni il bacio… che bel titolo!
“Mentre mantengo il bacio, tocco la tua lingua, la tua voce, la tua parola, il tuo nome. Mentre mantengo il bacio, trasformo il tuo corpo in una nuova lingua e in un nuovo alfabeto. Sento tutta la storia del tuo corpo depositata sul mistero unico della tua lingua. Sento tutta la vita che ho vissuto passare in questa nuova lingua che siamo diventati ora.Mantengo allora il bacio; lo trattengo nella memoria e nel tempo. La tua lingua di rosa o di caramella, di pioggia o di neve, di mare o di vento. (…)”
Per me, questo, è lirismo puro!
Ed è con questo senso di beatitudine nel cuore che ho divorato i sette capitoli del libro, capitoli in cui Massimo Recalcati narra – perché questo fa: narra, romanza, rende vivi – di Promessa, di Desiderio, di Figli, di tradimento e perdono, di violenza, di separazioni e, infine, di amore che dura.
Ovviamente la sua prospettiva è psicoanalitica e Lacan è spesso citato ma i riferimenti e le citazioni attinte dai saggi di letteratura -ma non solo- sono molteplici: s’incappa in Barthes – ma non potrebbe essere altrimenti, anzi, questo mi pare quasi doveroso!–quanto in Neruda, in Benigni, in Sartre, in Omero, in Roth, in Schopenhauer,Salter, in Gualtieri,in Lévinas e potrei proseguire ancora per una riga di certo!
D’altra parte cosa c’è di più narrato, ammirato, studiato dell’amore? Non l’odio, ché di lui ne è parte!
Come ho scritto prima, questo libro richiama alla mente il meraviglioso saggio di Barthes (che ora sto rileggendo) perché, come in quel caso, inanella tra di loro le figure composte dalle emozioni di cui questo “Sentimento” si pregna. Perché tali siamo: figure, rappresentazioni, capsule di gelosia, di ardore, di stereotipi che si credono originali… ma che di originale hanno solo la propria tela e le scelte dei colori con cui riempiranno una cornice scolpita all’inizio della Storia, quella con la S maiuscola.

E questo è bello, affascinante, carico di vita che ci si porta appresso dai tempi dei tempi. E leggerne non può che avvincermi permettendomi di continuare sempre a pormi domande senza volerne mai conoscere tutte le risposte… ché quello è impossibile, perché, come diceva qualcuno più importante di me: “So di non sapere” e voglio continuare a non sapere per sempre!
E quindi anche da queste pagine mi sono uscite riflessioni e immagini sull’amor ardente, su fiamme che rendono cenere, su lingue di fuoco che salgono al cielo in un turbinio di scintille impazzite e su braci che, invece, invece si mantengono in vita perché alimentate dal giusto alito e dal giusto bouquet di ramoscelli. Questo non significa, però, che l’amor che dura è l’amore parco, tirchio di attenzioni… tutt’altro!
L’amore non è un letto che può essere disfatto o abbandonato, spostato o cambiato. Ulisse ricava il suo letto da un albero, lo rende talamo. Sceglie un olivo, che è un albero dalla crescita lenta e longevo, un albero che conosce il mistero della durata. Il suo letto è un’immagine della forza solida del suo amore, della sua fedeltà alla promessa. Per questo può rinunciare all’immortalità offertagli dalla dea Calipso per ritornare a casa, per ritrovare la propria donna. È la follia dell’amore quando c’è: il letto degli amanti dovrebbe avere sempre la forma dell’albero.
“Per sempre” è l’espressione che abita ogni discorso d’amore degno di questo nome. “Per sempre” è il tentativo che ogni amore compie per significare la propria pura e stupida casualità in una manifestazione dell’eterno.
Mi è piaciuto molto il capitolo sulla genitorialità. Non sono madre – se non d’idee e parole -e guardandomi attorno capisco l’importanza di dover evidenziare il fatto che il figlio debba essere figlio non del seme o dell’utero, ma del desiderio di chi lo ha messo al mondo. Figlio del desiderio… che bella espressione! Una frase che sembra scontata -tanto assodata dovrebbe essere – eppure così delle volte non è.
Massimo Recalcati espone azioni e reazioni in spot amalgamati tra loro con fluidità e compartecipazione.
Temi importanti, temi di un’attualità che è tale da tempo andato e sarà tale nel futuro.
Parole come chiavi in elenco…
Sacrifici d’amore, amputazioni di parte di sé, cuori offerti, sofferti, accarezzati, sbeffeggiati. Cuori piangenti, economia del risarcimento del rimborso, donazioni a mani piene e occhi chiusi.
Istinto, parte selvaggia, fuoco, follia, passione, matrice erotica, segreto, teorie freudiane, riproduzione della specie, eccedenza lussuriosa, corpi che diventano libri.
Perdono, rielaborazione, imperfezione, consapevolezza, impossibilità decisionale, ferite che diventano poesie.
Libertà, possesso, Achille e la tartaruga, “essere in fuga”, Proust.
Separtizione, separazione, lacerazione, lutto, squarcio, buco nero, voragine, odio, attaccamento.
Amor che dura, amor che ama, amor che respira “lontananza”, amor che dà ciò che non ha.
Termino scrivendo che questa raccolta di brevi lezioni sull’amore non ha mai il tono della saccenza, della pomposità, del tedio. Com’è tipico dell’autore, invece, pare sempre di essergli innanzi, seduti insieme durante un convivio, una comunione di idee e riflessioni.
Certi pezzi – molti a onor del vero – sono di una dolcezza poetica infinita, dolcezza che però non rende mai banale ciò di cui tratta. Un libro godibilissimo!

Recensione di Marina Rodriguez (@Maryhours) “Cara Napoli Lorenzo Marone Feltrinellie

Recensione di Marina Rodriguez
Twitter: @Maryhours

 

“Napoli è la città meno equilibrata del mondo”, scrive Lorenzo Marone nel romanzo “Cara Napoli” dedicato alla sua città natale.

Il libro è un reportage destinato a coloro che Napoli la vivono ogni giorno,ma anche una valida guida per quelli che vorrebbero uscire dagli stereotipi e conoscerla nel profondo.

Il testo è una celebrazione di una città ricca di storia, ma senza tralasciare di descrivere una realtà politicamente difficile da gestire.

L’idea del libro nasce dalla rubrica “Granelli” dell’autore su “La Repubblica di Napoli”, e coinvolge i mille pensieri che sono scaturiti dall’amore assoluto nei confronti di una città che vive cambiamenti ogni giorno pur rimanendo fedele a sé stessa.

Un’ avventura che si legge in poche ore e in quel lasso di tempo pervade un senso di nostalgia di ciò che poteva essere ma anche un briciolo di speranza per il futuro.

Agenda Letteraria del 22 febbraio 2020

 

“In un campo profughi le storie sono tutto.

E tutti ne hanno una, essendo scampati dalle grinfie di un incubo.

Tutti oziano, non potendo lavorare o andarsene, facendo ora i conti con un nuovo posto al mondo.

Tutti sono stranieri, bisognosi di essere inseriti.”

 

Dina Nayeri “L’ingrata” Feltrinelli Editore

“Giulio fa cose” Paola Deffendi Claudio Regeni Feltrinelli Editore

È difficile tradurre in parole le emozioni che travolgono leggendo “Giulio fa cose”, pubblicato da “Feltrinelli Editore”.

Si apre una voragine e nel buio di una tragedia che ci appartiene sgomenti cerchiamo di capire.

Scritto da Paola Deffendi e Claudio Regeni, genitori del giovane Giulio “sequestrato e poi torturato e ucciso al Cairo mentre svolgeva un dottorato di ricerca per l’università di Cambridge”, il libro è un atto d’amore.

La testimonianza forte di due genitori che non si sono arresi.

Noi siamo forti perchè sappiamo di aver subito un’ingiustizia.”

“Chiuderci in noi stessi, abbandonarsi al dolore significherebbe tradire i nostri valori, la nostra identita individuale e di famiglia.”

Un messaggio di coerenza attraverso una scrittura immediata, sincera, limpida.

Quella di chi ha educato i figli al rispetto delle regole, a cercare sempre il bene, a spendersi per la società.

“Tante volte ci siamo sentiti, soprattutto nelle riunioni politico – istituzionali, considerati i “genitori della vittima” e non cittadini “completi”.

E questa è stata un’etichetta che non ci è mai piaciuta, che non ci appartiene.”

Chi era Giulio? Studioso, desideroso di confrontarsi con gli altri, amante della conoscenza.

Lo vediamo durante il percorso scolastico e universitario e il viaggio in Egitto è l’ennesima conferma di una mente che attraverso la ricerca vuole costruire solide basi per un futuro che resterà solo un sogno.

Trasformarlo in un martire significherebbe oltraggiare la sua memoria, dimenticare le sue qualità, il sorriso, le speranze.

Quel volto sfigurato dove si è concentrato “tutto il male del mondo” è un marchio vergognoso e incancellabile nella Storia Italiana.

Troppi i silenzi, i depistaggi, le complicità per coprire un omicidio che ci coinvolge tutti.

È una ferita aperta, uno sfregio ai valori democratici.

“La ricerca della verità per Giulio diventi un impegno per la tutela dei diritti umani come segno esemplare della serietà della serietà e della intransigenza del nostro Paese e della solidità dei suoi valori democratici.”

Un libro che insegna la dimensione etica dell’essere famiglia e comunità, l’amicizia come condivisione.

Da leggere nelle case, nelle scuole, nelle piazze per svegliare le coscienze, per unirsi al popolo giallo, quel popolo che continuerà a lottare per conoscere le ragioni di una fine così tragica.

“La legge del sognatore” Daniel Pennac Feltrinelli

“Sappiamo davvero quando comincia un sogno?”

Riusciamo a ritrovarlo nascosto come perla preziosa in un angolo della psiche?

Può raccontarci qualcosa trasformandosi in costrutto narrativo?

“Per quanto ricco di immaginazione, uno scrittore non inventa granché.

La maggior parte delle mie trovate sono ricordi che si trasformano in storie”.

Daniel Pennac in “La legge del sognatore”, pubblicato il 16 gennaio 2020 da “Feltrinelli” svela la sua arte di affabulatore.

Lo fa intessendo realtà e sogno con un virtuosismo dialettico che attrae il lettore.

Ricostruisce scenari con tanto talento, trasformando il vissuto onirico in visione che forse sfugge ad ogni logica ma fa intravedere luoghi e colori e sfumature di ipotetici universi.

La sensazione diventa racconto e si intreccia ad altre invisibile maglie creando infinite suggestioni.

Ci si trova immersi in cascate di luce, capaci di “percepire il peso del cielo”, liberi come angeli, vivificati dall’inesauribile “energia dell’infanzia”.

Nel romanzo ogni tappa della vita ha un suo spazio, l’urgenza di fermare l’immagine prima che sbiadisca e in questa ricerca affannosa si sente una malinconia vitale, quella che permette l’ incontro e la comunione con chi non c’è più.

La tribù familiare, la casa della scrittura, l’esperienza scolastica sono corollari di una voce che per anni ci ha tenuto compagnia.

Finalmente eccolo, il nostro amato Pennac.

Ma le sorprese non sono finite, si intravedono già nelle prime pagine.

È una gioia scoprire che il testo è un omaggio al Maestro Fellini.

“Non ho mai incontrato Federico Fellini, il mio regista preferito.

Ho visto tutti i suoi film, certo, un’infinità di volte, ma incontrato mai.”

 

Il legame profondo con il regista nasce da lontano, è una vicinanza subliminare, un incontro mentale.

È la testimonianza dell’amore per un intellettuale che sopravviverà grazie alle sue opere, è la libertà di ideare grazie a un parallelismo tra veglia e sonno.

È l’inconscia necessità di abbracciare la creatività, di trasmetterla attraverso le parole invitando a sperimentare il salto nel mare spumeggiante delle nostre chimere.

“Il fiume della vita” Eugenio Borgna Feltrinelli Editore

 “Conoscersi, saper sfuggire al fascino stregato del presente, alla distrazione e alla noncuranza dell’oggi, alla banale quotidianità della vita, e recuperare il passato, che i ricordi fanno rivivere, dando un senso al trascorrere febbrile e fatale degli anni.”

“Il fiume della vita”, pubblicato da “Feltrinelli Editore” è un compagno di viaggio, un ancoraggio certo, la parola che manca in una società troppo assente e veloce.

La memoria di un’esistenza che ha trasformato la patologia mentale in occasione di confronto e riflessione.

Gli anni giovanili di Eugenio Borgna legati ai venti di guerra, il coraggio del padre, la determinazione della madre sono esempi che rappresentano il meglio del nostro passato.

Le scelte professionali sempre guidate dal desiderio di comprendere i moti nascosti dell’animo umano, le esperienze nel manicomio di Novara dove ogni paziente è persona che soffre.

“Non la percezione della follia come esperienza radicalmente estranea alla condizione umana, ma come esperienza che fa parte della vita, della nostra vita, della vita di ciascuno di noi.”

Una visione aperta, svincolata da pregiudizi e raccontata con tanta umanità.

I volti, le voci di chi sente il disagio di vivere non sono più lontane sembanze di quell’invalicabile sentiero che abbiamo immaginato.

L’autore con una scrittura essenziale, mai cattedratica, ci permette di riflettere su sentimenti che spesso consideriamo pericolosi.

“La malinconia come ombra, che ci accompagna, nella quale si riflettono le profondità nascoste e le contraddizioni dell’esistenza, ma anche la sua bellezza e la sua grazia.”

Ci si accorge che non esistono sofferenze inutili, proprio perché contengono la parte più intima delle nostre interiorità.

Sono specchi del passato e del presente ed è necessario avere il coraggio di verificare e conoscere le immagini che riflettono.

“Le parole hanno una ovvia estrema importanza in psichiatra, basta dirne una sbagliata, o inadeguata, o infelice, e tutto è perduto.”

Un’analisi che si adatta a tutti coloro che hanno relazioni sociali e la potenza del testo sta proprio nella capacità di regalare perle di saggezza da rielaborare e rendere personali.

La relazione tra percorso introspettivo e letteratura è meraviglioso, tanti gli autori citati, innumerevoli rimandi culturali.

Un saggio, un diario, un vademecum per non perdersi negli abissi della disperazione.

Da leggere per “avere il coraggio di rendere manifeste le nostre paure”, per imparare a fare “scelte responsabili”.