“Figlio fortunato” Filippo Polenchi 66thA2ND

 

Anapola, città che annaspa tra le ombre che coprono il nulla.

Luogo dove si estinguono i sogni.

“Visi avvizziti di vecchi: cere pallide e trame di vene rubizze sulle corolle spumose di capelli bianchi o talvolta azzurrini.”

A questa immobilità rarefatta la famiglia Lavatori con la sua azienda agricola offre lavoro e speranza.

Livia Garelli, anziana vedova, padrona dei suoi giorni, Silvia, venuta da lontano, sposa di Ettore.

Un nucleo familiare fulminato da una tragedia: la morte del piccolo Elio.

“Il giorno del suo undicesimo compleanno fu investito e ucciso da un furgone frigorifero che percorreva la statale 68.”

L’erede, colui che dovrà sostituirsi al padre, diventa icona di un fallimento.

Presenza che in “Figlio fortunato”, pubblicato da 66thA2ND, è una meteora, stella nel firmamento degli assenti.

Un romanzo che celebra il vuoto e la perdita attraverso figure che sono attraversate dal senso del finito.

Giona è a pieno titolo protagonista anche se inconsapevole di questo ruolo ingombrante.

Era presente all’evento tragico, incaricato di filmare la festa.

Tornato a casa dopo il fallimento come regista a Roma, vive giorno dopo giorno la sua sconfitta.

La sua esistenza subisce la lentezza di un posto che non ha redenzione.

Insieme al padre gestisce un albergo che accoglie gente di passaggio, veloci interruzioni alla monotonia.

Donne e uomini che per una notte credono di uscire dal tugurio del loro presente.

Pomeriggi “mollemente appesi allo scandire delle ore”.

Amori occasionali che sfioriscono nel silenzio.

La notte tra “bagliori tenui di orchidee nella folle cecità.”

Il linguaggio di Filippo Polenchi, al suo esordio narrativo, è intriso di metafore che amplificano gli stati d’animo.

Tutto si cristallizza in una frase, nel verbo che rimbomba, nell’aggettivo che ferisce.

“L’impossibilità che qualcosa accada, travestita da sonnolento pomeriggio d’inverno, la possibilità di trovarsi faccia a faccia con le conseguenze di essere qui, al mondo: l’assenza di alternative, di distrazione e sedazioni anche temporanee.”

Il tempo non è più ciclico, è una lunga linea che non si interrompe.

E noi ci interroghiamo sulle scelte che non abbiamo fatto, sulle occasioni perdute.

Eccellente la scrittura e la padronanza di una sintassi curata, una storia esistensialista da non perdere.