Incipit “Il cielo è dei violenti” Flannery O’Connor minimum fax

 

“Lo zio di Francis Marion Tarwater era morto da appena mezza giornata quando il ragazzo si ubriacò troppo per finire di scavargli la fossa, e così toccò a un negro di nome Buford Munson, che era venuto a farsi riempire una brocca, completare l’opera, trascinando il cadavere dal tavolo della colazione dov’era ancora seduto per dargli una degna e cristiana sepoltura, piantando le insegne del Salvatore in testa alla tomba e ricoprendola di una quantità di terra sufficiente a evitare che i cani lo disseppellissero.

Buford era arrivato pressappoco a mezzogiorno e quando se ne andò, al tramonto, il ragazzo, Tarwater, non era ancora tornato dalla distilleria.

Il vecchio era il prozio di Tarwater, o almeno così diceva, e, da quel che sapeva lui, avevano sempre vissuto insieme.

Lo zio gli aveva detto che aveva settant’anni all’epoca in cui lo aveva salvato e iniziato a educarlo; ne aveva ottantaquattro quando morì.

Secondo i suoi calcoli, quindi, Tarwater doveva avere quattordici anni. Lo zio gli aveva insegnato a far di conto, a leggere, a scrivere e poi la storia, a cominciare dalla cacciata di Adamo dal giardino dell’Eden, passando per i presidenti, compreso Herbert Hoover, e proseguendo con le sue congetture riguardo il Secondo Avvento e il Giorno del Giudizio. Oltre a dargli una buona istruzione, lo aveva salvato dall’unico altro parente, il nipote del vecchio Tarwater, un maestro di scuola che in quel periodo non aveva figli, e che voleva crescere il figlio della sorella morta secondo i suoi principi.”