“Giochi proibiti” Francois Boyer Adelphi Editore

 

“Saint – Faix sorgeva a cinque lunghi chilometri dalla strada maestra, e la Storia, sotto forma di bambini che cantavano e di genitori che schiaffeggiavano prima di sentirsi morire per averlo fatto, la Storia non aveva deviato dalla strada maestra continuando la sua processione rettilinea.

Saint – Faix non aveva saputo nulla, visto nulla.”

Solo un ronzio e dei colpi lontani, rumore di fondo che non significa nulla.

La vita scorre come un fiume costretto negli argini di un quotidiano stentato.

Tra i campi che schiavizzano e uccidono ogni emozione, nelle case dove è il padre a dominare come un padrone.

Tra le bestie che nei recinti forse sognano prati senza confini.

Poche case e nessun colore, pietre che rotolano dai crinali assolati.

Mentre il “lupo” insegue i fuggiaschi e gli aerei spargono morte in questo piccolo borgo niente è mutato.

Quando la piccola Paulette cerca riparo dal frastuono della guerra non comprende che il suo mondo di orrori non si è infiltrato tra la gente del luogo.

Cerca, mansueta, di decriptare un universo che non le appartiene.

Ha perso la madre, ha visto morire il padre e i suoi occhi asciutti sembrano in cerca di qualcosa che sfugge.

Nella famiglia Dollè non c’è spazio per le affettività.

È come se un filtro oscuri i sentimenti mentre ogni giorno è uguale ad un altro.

Solo Michel può penetrare nel cuore della sopravvissuta.

La loro è amicizia di disperati, abbandonati, reduci.

Devono inventare un linguaggio che sia diverso da quello degli adulti, mimando nel gioco il bisogno d’amore.

“Giochi proibiti”, pubblicato nel 1947, racconta l’invasione nazista partendo dalla voce di due innocenti.

Un testo teso, innovativo per quei tempi e leggerlo oggi, grazie ad Adelphi Editore, significa sentire tutta la brezza rivoluzionaria che il costrutto contiene.

Tradotto da Maurizio Ferrara fa respirare un nuovo modo di vivere la guerra, che resta sullo sfondo con il suo occhio implacabile e gelido.

Osservando la comunità ci si accorge cosa significhi perdere l’anima.

Il gelo che non si scioglie nemmeno di fronte alla perdita di un figlio è segno che si creata una profonda frattura tra la coscienza e la bestialità.

Solo i due bambini riescono a trasformare le lacrime in una stella che brilla.

Sanno provare pietà e nei gesti finali recitano le uniche scarne parole di un vocabolario che hanno dovuto inventare.

Francois Boyer ci consegna un’opera struggente e bellissima.

Insegna che per imparare a crescere bisogna riavvicinarsi alla terra, alla luce, alla natura.

Portare croci sull’argine della nostra mediocrità e piantarle come fossero fiori per non dimenticare chi non c’è più.

E piangere e ridere e correre provando a cercare la strada maestra, inseguendo la vita.