“Fratelli” Ivan Bunin Adelphi Edizioni

 

 

 

 

La malinconia che caratterizzò l’esistenza di Ivan Bunin, Nobel per la Letteratura nel 1933, tinge di colori poetici i due racconti che Adelphi Editore ha raccolto in un volume prezioso, intitolato “Fratelli”.

Le due storie hanno in comune lo spaesamento di fronte all’ignoto che si manifesta come un sottofondo musicale.

Nella prima trama forte è lo sviluppo dei contrasti non solo cromatici.

L’ambientazione  molto scenica ricorda un paesaggio immaginato.

“Si aprono distese di sabbia setosa che si perdono in profondità, e brilla il caldo specchio d’oro dell’acqua, solcato dalle vele rozze di rudimentali piroghe.”

Colombo si mostra come una signora circondata dai ricchi colonizzatori inglesi tra luci abbaglianti che hanno spento la dimensione della spiritualità.

Sullo sfondo a dar voce agli indigeni un giovane che trascina il risciò, schiavo dei nuovi padroni dell’isola.

È come se il linguaggio sia sepolto lasciando il posto al sudore e all’umiliazione, mentre “la notte spegneva svelta i colori tenui, il rosa e il verde da fiaba di un crepuscolo effimero.”

Presagio di un finale che mostra il vero volto di una spietata indifferenza e solo nelle ultime pagine sale forte l’urlo di ribellione.

Parole che ancora oggi suonano attuali: “sotto di noi e intorno a noi abbiamo un abisso senza fondo.”

Abisso che torna in “Il figlio” con il travestimento di una latente insoddisfazione.

La signora Marot e un ruolo spento in una terra non sua, emblema di passività subita, intreccia i due canovacci con un sottile filo di promesse negate.

Può arrivare la luce ed è chimera con occhi di un desiderio represso.

Un affetto che non ha diritti, pazzia che si rapprende nello sfiorire di un fiore.

E un bacio è il lasciapassare per l’ultimo tragico sussurro che raccoglie nell’urna del sacrificio lo sgocciolio lento di un tempo che sfuma nei profumi di un nuovo mattino.

 

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