“Il problema dei tre corpi” Aniela Rodríguez GranVia Edizioni

 

La potenza espressiva della narrativa latino americana è arricchita da nuove visioni prospettiche.

“Il problema dei tre corpi”, pubblicato da GranVia Edizioni e tradotto da Annalisa Rubino, rielabora in chiave moderna le suggestioni oniriche della letteratura messicana.

Il sogno è uno spartiacque tra realtà e finzione, è premonizione, prova di una simbologia che si muove con armonia nell’universo impalpabile dell’attimo.

La dissociazione dal presente è costante dei nove racconti e l’originalità sta nel creare uno spazio di vuoto.

Ripartendo da quella sospensione ogni storia analizza emozioni e passioni.

Il mondo descritto da Aniela Rodríguez è l’instabile rappresentazione di una società ai margini.

Un popolo sempre ai limiti dell’illecito spinti da una ribellione atavica.

Nelle gestualità eccessive si percepisce il bisogno di uscire da una schiavitù mentale e da ossessioni provocate da una cultura che vuole vincenti.

Il quotidiano si incendia in azioni che hanno il sapore della vendetta e della rabbia.

Tra prostitute e donne stanche, sfinite da amori sbiaditi si celebra la morte della relazione sbilanciata, di un maschilismo stantio.

La malavita è occhio gigantesco che tutto controlla lasciando poco spazio al perdono.

Forma impeccabile e una varietà di sviluppi ideativi sono equilibrati da uno stile snello, incisivo.

Poche parole, qualche dettaglio riescono a circoscrivere un panorama dove vita e morte sono stretti da un abbraccio perverso.

Il pianto è preghiera rivolta a un Dio che ha tempi perfetti, la vendetta è ancestrale presenza, il ricordo consolatoria speranza.

“Aparecida” Marta Dillon GranVia Edizioni

 

“Poi, le ossa.

Scricchiolio di ossa, sacchetto di ossa, ossa scarnificate senza nulla da sostenere, né un dolore da ospitare.

Come se mi dovessero un abbraccio.

Come se fossero mie.

Le avevo cercate, le avevo aspettate.

Le volevo.”

L’avvocatessa e militante Marta Taboada viene arrestata il 28 ottobre 1976.

Per lunghi anni è una desaparecida, ombra da cancellare perché ricorda una pagina vergognosa della storia argentina.

La figlia, Marta Dillon, ha vissuto in bilico tra il desiderio di sapere e la paura di entrare nel vortice dell’assenza.

Quando vengono ritrovati i pochi resti quell’assenza diventa presenza.

Testimonianza di un amore rappreso nel silenzio.

“Aparecida”, pubblicato da Gran Via e tradotto da Camilla Cartarerulla, ha il timbro forte di chi sa distinguere tra pubblico e privato.

Due piani che non possono convergere se si vuole andare a fondo in un’analisi politica che non può assolvere i carnefici, i complici, gli omertosi.

La capacità di coniugare più stili narrativi permette di riconoscere il memoriale dalla ricerca psicoanalitica.

Chi è la madre? Quando sceglie la militanza rompe il patto di appartenenza ai figli?

Sono queste le domande che arrivano senza preavviso e non hanno bisogno di risposte.

Il romanzo è un manifesto rivoluzionario, inno all’autodeterminazione femminile.

La scrittrice non ha remore a raccontare la sua omosessualità e nel farlo ancora una volta sottolinea la relazione tra mente e corpo.

Le pagine scorrono velocemente e si vorrebbe fermare il tempo perché in ogni frase troviamo quella grinta, quel coraggio, quella passione che vogliono assopire.

Trionfo della vita sulla morte, approdo nei territori della realtà che può essere redenta.

Incontro con il passato, a mano tesa, a braccia spalancate.

Il testo sfugge ad ogni classificazione di genere, è un fiore che inonda di profumo, è una poesia che carezza, è un dolore che si condivide.

È un filo che non si interrompe: “mamma, nonna, bisnonna, sorella, amica, amante, compagna.”