“Il corpo in cui sono nata” Guadalupe Nettel La Nuova Frontiera

 

“Il corpo in cui sono nata”, pubblicato da La Nuova Frontiera e tradotto da Federica Niola, ha una sua identità ben definita e si differenzia dalla produzione letteraria di Guadalupe Nettel.

Nelle precedenti opere le suggestioni visionarie, la sperimentazione fantasiosa si riallacciano alla tradizione culturale latinoamericana.

In questo romanzo pur essendoci scorci di un immaginario fertile c’è una nuova vena creativa.

Può essere definito un viaggio di formazione perché racconta la crescita di una ragazzina a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta.

Ad una più accurata lettura ci si accorge che pur essendo l’Io dominante, lo sguardo dell’autrice è decisamente sociologico e politico.

Scritto come un monologo indirizzato ad una ipotetica psicoanalista si interroga sui cambiamenti della società.

Nel descrivere la famiglia permissiva viene rappresentato un modello zoppicante dove le figure genitoriali sono travolte da onde opposte.

Da un lato rompono gli schemi di una educazione millenaria dall’altro non sanno trovare un posto nel mondo.

Credono che la sincerità sia il lasciapassare della conoscenza ma non offrono le basi fondamentali per comprendere.

Scelgono scuole alternative senza accorgersi del distacco tra insegnamento e realtà.

Vogliono la perfezione e non accettano il difetto, vissuto come errore di fabbrica.

Provano ad essere coppia aperta e naufragano nell’oceano del disamore.

Quando la famiglia si disgregherà la protagonista e il fratello verranno affidati ad una nonna bigotta e conservatrice.

La narrazione è ricca di dettagli che aiutano il lettore ad orientarsi.

Case, oggetti, ricordi formano nitide fotografie, alcune in bianco e nero, altre dai colori accesi.

La menomazione della giovane, una macchia sulla cornea dell’occhio destro, è la diversità, quella diversità che può isolare o inventare un nuovo modo di guardare le cose.

È simbolicamente appartenenza ad un genere altro ed in questa rappresentazione sta la forza del testo.

Non c’è pietismo ma consapevolezza, sofferenza che diventa riscatto, anormalità che offre opportunità.

“I comportamenti acquisiti durante l’infanzia ci accompagnano per sempre, e anche se a forza di volontà li teniamo a bada, acquattati in un luogo tenebroso della memoria, quando meno ce lo aspettiamo ci saltano in faccia come gatti inferociti.”

L’esperienza in carcere del padre, i tentativi di adattamento in Francia, le amicizie e soprattutto i libri costituiscono una mappa che circoscrive la personalità.

La scelta di scrivere, il bisogno di trovare un ordine e un ritmo sono segni che il tempo va avanti e non concede alla memoria di prendere il posto del presente.

Cambiamo, è vero, ci modelliamo come creta e non c’è spazio per i rimpianti.

Da leggere per imparare ad accettarsi.

Incipit “La figlia unica” Guadalupe Nettel La Nuova Frontiera

 

“Per tutto il tempo in cui Alina è rimasta all’ospedale, io non sono stata in grado di riprendere il filo della mia tesi.

Leggere poesia era l’unica cosa che riusciva, se non a distrarmi, almeno a placare l’inquietudine che ho provato per tutta la settimana.

Ricordo che andavo avanti e indietro per l’appartamento, poi uscivo e andavo avanti e indietro intorno all’isolato.

Di loro avevo poche notizie. A volte un messaggio che spiegava sommariamente ciò che stava accadendo.

Aurelio mi aveva detto che la bambina sarebbe vissuta.

La cosa avrebbe dovuto rallegrarmi o intristirmi? Qual era, esattamente, lo stato di quella creatura? E Alina, sempre così laconica, così parca quando si trattava di esprimere i suoi sentimenti, stava davvero bene come mi assicurava?

Mi hanno consigliato di non andare all’ospedale perché passavano la maggior parte del tempo nella nursery e lì erano proibite le visite, eccetto ai genitori.

Venerdì sera Alina mi ha scritto: “Siamo a casa. Inés è con noi.”

“La figlia unica” Guadalupe Nettel La Nuova Frontiera

 

 

“Quando si è giovani è facile avere ideali e vivere in accordo con essi.

La parte complicata è mantenere la coerenza nel tempo, nonostante le sfide che la vita ci impone.”

Tre donne, rappresentazioni di esistenze  che finalmente rallentano e provano a comprendere.

Alina con la sua Inés e il terrore di non reggere la disabilità.

Doris stremata dal piccolo Nicolás che ricalca le gestualità violente del padre.

Laura, voce narrante di “La figlia unica”, pubblicato da La Nuova Frontiera, che nella scelta di non procreare mostra lucidità e coraggio.

Guadalupe Nettel travolge con una trama tagliente, dolorosa, limpida.

Rilegge la maternità da più angolazioni, mostra le conflittualità e i timori.

Racconta il legame ancestrale liberandolo dai sentimentalismi.

Mostra fragilità, cedimenti, dubbi.

“La vita quotidiana è disseminata di casi e di accidenti che non nota quasi nessuno.”

L’autrice mostra l’animo dei suoi personaggi, fa emergere la rabbia, il senso di inadeguatezza.

Illumina “l’amore abissale, aggrappato ad una speranza fragile come un filo d’erba”.

Commuove quando racconta la solidarietà tra donne, il bisogno di aggrapparsi l’una all’altra.

Un romanzo sulla resistenza e il coraggio, sui piccoli passi per uscire dalla prigione della mente.

Un inno alla relazione che si costruisce insieme dividendo sulle spalle pesi e responsabilità.

“La vita di ogni essere è effimera come una bolla d’acqua”.

Nella vita che ci è concessa accettiamo la sfida e l’incertezza, proviamo ad essere madri non solo biologiche.

Stringiamo mani, coltiviamo i sentimenti, sorridiamo e corriamo, certi che ogni esperienza ci aiuta a capire chi siamo.