“Varietà della malinconia” Alain de Botton Guanda Editore

 

“Oltre a nutrire una spiccata predilezione per la felicità, la nostra cultura mostra anche – in molte occasioni – una decisa intolleranza nei confronti degli stati d’animo più cupi.

Al calare dell’umore ci raccomanda un cambio di argomento o un film elettrizzante, ci invita ad andare a sciare o ci propone un rimedio zuccherino o luccicante.”

Non è concessa la possibilità di cedere ad una visione più sincera della propria esistenza.

Ancora una volta domina l’apparire a scapito dell’essere.

Finalmente grazie ad Alain de Botton si fa chiarezza sui sentimenti poco graditi dalla contemporaneità.

“Varietà della malinconia”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Mariella Milan, è frutto della  collaborazione con la “School of Life, un collettivo di filosofi, scrittori, psicologici, che da anni studia il benessere dell’individuo.

Il testo è onesto e confortante, legge le motivazioni della malinconia e ne spiega i meccanismi.

Partendo da un approccio storico arriva ai giorni nostri con un linguaggio semplice, accessibile a tutti.

Utilizza facili esempi permettendo al lettore di identificarsi senza sensi di colpa nelle figure descritte.

È una vera e propria riabilitazione di coloro che “consapevoli dell’imperfezione di ogni cosa, del perenne scarto tra la realtà e l’ideale” hanno una forte sensibilità di fronte “a piccoli lampi di bellezza e di bontà.”

Due dipinti meravigliosi ci aiutano a sentire l’afflato maliconico.

Due Madonne col bambino, una realizzata da Giovanni Bellini, l’altra da Sandro Botticelli, ci aiuano a comprendere che la malinconia è una consapevolezza forte di ciò che ci aspetta.

I capitoli brevi trattano varie tematiche, dalla stilizzazione dell’infanzia, alla solitudine universale, alla misericordia e alla poesia.

Il viaggio o un panorama, il rifiuto del compromesso, “la forza di resistere alle illusioni e alle bugie e di affrontare fatti spiacevoli di ogni genere.”

Un libro utilissimo per conoscersi e accettarsi, per non farsi rinchiudere dentro schemi inflessibili che ci considerano malati.

Bellissimo e molto commovente.

“Mariana” André Aciman Guanda Editore

 

“Ancora ignoravo quale fosse l’origine del dolore.

Non sapevo cosa farci, non sapevo in che modo calmarlo o metterlo da parte, come quando qualcuno suona il campanello all’improvviso e infili i vestiti sotto un cuscino del divano in salotto.

Impossibile anche eliminarlo mediante una spiegazione razionale.

Il dolore era lì, intenso, grossolano e non negoziabile, al pari di un lottatore di sumo seduto su un bambino.

Odiavo me stessa, non solo perché sentivo di non essere abbastanza per te, ma anche perché non riuscivo a sbarazzarmi del peso della gelosia.”

“Mariana”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Valeria Bastia, è un lungo monologo viscerale e tragico.

Vi si annidano sentimenti contrastanti, spade che trafiggono la carne.

Quella carne che brama e desidera, che vuole essere usata per riconoscersi.

Quel cuore che ha perso il battito normale e disperatamente cerca le ragioni della sua sofferenza.

Una storia che finisce così come è cominciata, senza impegno, senza promesse.

È l’eros che esplode in una ricerca di libertà fittizia.

E quando il castello di carta cede, la personalità si sgretola e vaga sperduta nei luoghi del prima.

Si riesumano ricordi che hanno il sapore stantio dell’abbandono già annunciato.

Ci si sente colpevole di non aver saputo costruire stabilità.

André Aciman mette in scena lo spaccato esistenziale di molte donne che da vittime assumono il ruolo di inadatte, inadeguate, vinte.

Riesce a ricostruire l’urlo di disperazione che niente ha a che vedere con la fine di una relazione.

Mostra il condizionamento operato da una società che vuole amanti, mogli, madri.

Racconta la fragilità che potrebbe essere scambiata per ossessione.

È la perdita del sè ciò che devasta la protagonista.

“Non riesco a voltare pagina, pur sapendo che dovrei, e oltretutto vorrei.”

Quel “volere” impossibile da raggiungere perchè si sono costruiti dei confini invalicabili.

Come uscirne?

La scrittura diventa l’unica possibile difesa ma le parole sono lanugine che si disperde, lacrime mai versate, rabbia trattenuta.

Una lezione che nella postfazione riesce a rendere nitido il cammino intrapreso dallo scrittore.

“Alla fine ci resta solo quello, noi stessi, benché un po’ diversi rispetto a quelli che eravamo prima di credere di avere incontrato qualcuno che ci avrebbe liberati dalla nostra solitudine e portati a pensare di essere ben altro che un semplice ospite di passaggio al banchetto dell’amore.

 

 

 

“Bestiario” Pablo Neruda Guanda Editore

 

“In questo mondo che corre e tace

Voglio più comunicazione

Altri linguaggi, altri segni,

Voglio conoscere questo mondo.”

Parole che sentiamo nostre perché frantumano il silenzio raggelante di un tempo muto.

Dove non distinguiamo più la voce del singolo perché imprigionata dal confuso disordine di fonemi urlati.

“Bestiario”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Ilide Carmignani, è la nostra zattera.

Nella composizione del verso che sa creare ondulazioni linguistiche e stilistiche, nella ricchezza di un immaginario che sa improvvisare nuove sintonie, nell’equilibrismo sintattico è racchiusa la poetica del grande Pablo Neruda, che ancora una volta riesce a sorprenderci.

Un’elegia che sconfina nell’universo animale, un modulo narrativo dove non esistono barriere interpretative.

Una carrellata di esseri viventi descritti con l’ironia burlesca di chi conosce il paradosso.

Ed è proprio partendo dal paradosso che la scrittura riesce a proporci dimensioni alternative.

“Potessi parlare con gli uccelli,

con le ostriche e le lucertole,

con le volpi di Selva Oscura,

con gli esemplari pinguini,

se mi capissero le pecore,

i languidi cani lanosi,

i cavalli da carrozzella,

se discutessi con i gatti,

m’ascoltassero le galline.”

Molto metaforico il messaggio che traspare trasformando la poesia in una rilettura dell’umanità.

Troveremo prevaricatori, arroganti, prepotenti, mediocri e codardi.

Scopriremo la bellezza delle forme, la purezza di un canto, il dolore “nell’osteria glaciale della povertà.”

Incontreremo strade fangose, ogni passo sarà una sfida, ogni meta raggiunta un piccolo trionfo.

Sentiremo la pietà per la bestia imprigionata, proveremo “l’eccitante vuota solitudine in cui solo noi esistiamo.”

“L’acqua corre e canta.

Il cielo, sopra, è una corolla di calore.”

Vorremmo essere uccelli e provare l’ebbrezza del volo, assisteremo al mistero della nascita, migreremo in cerca di pace.

Forte è l’impronta politica nella denuncia dell’oppressione del popolo.

Frasi lapidarie, essenziali, pietre lanciate come missili a chi non vuole capire.

“L’uomo coi baffi

Con redingote o spada

Quello che uccise

In guerra

La paesana

Quello che con un solo

Obice sanguinario

Rase al suolo

Una scuola di ragazze

Quello che usurpò

Le terre

Degli indios.”

Le illustrazioni di Luis Scafati hanno colori che sfumano e si disperdono in forme allusive, diventano suggestione percettiva, amplificando la potenza di un testo educativo e provocatorio.

Angolo Poetico tratto da “Le stagioni” Hermann Hesse Guanda Editore

 

 

“E me, da tempo ormai dell’innocenza privo,

porta la rimembranza verso profondità

alle dorate ore mattutine della mia vita

e limpido mi vedo negli occhi dei fiori.

Volevo andare a distruggere quei fiori;

poi li ho lasciati stare e vecchio torno alla dimora.”

 

“Quieto, quieto, mio cuore!

Pur se nel sangue la passione

A ridestarsi accenna

E ti conduce verso gli antichi sentieri –

Non più alla giovinezza

Portano le tue vie.”

“I rondoni” Fernando Aramburu Guanda Editore

 

Parlare di “I rondoni”, pubblicato da Guanda Editore, non è impresa facile.

Significa cimentarsi con un affresco monumentale dove ogni frase, ogni parola, ogni verbo non sono scritti a caso.

Un libro che sa raccontare l’umanità con sguardo limpido, diretto.

Uomini e donne che affrontano le salite e le discese tra cedimenti e spinte in avanti.

Toni rappresenta tutti noi e di questo siamo grati all’autore.

La scelta di stabilire una data di morte può essere letta come una forte provocazione o come una sfida al destino.

Questo antieroe non ha timore nel mettere in discussione il rapporto con l’insegnamento, l’incapacità di proporre ai suoi allievi una prospettiva di futuro.

Si interroga sull’amore che ha dato e ricevuto e tanti sono i buchi neri che mostrano il fallimento affettivo.

Prima di compiere il gesto supremo bisogna scandagliare il passato, sminuzzare i giorni, i tormenti, gli incontri.

La demitizzazione del padre, la complicata interazione con la madre, la paternità ferita: pezzi di un puzzle che bisogna ricostruire.

Le pagine scorrono veloci grazie ad una scrittura immediata ed empatica.

Un film a tratti in bianco e nero con lampi di luce sempre presenti.

La Spagna è il colore di Madrid che sbiadisce nel ricordo di eventi dolorosi.

Non aspettatevi un romanzo triste, non mancano le trovate sardoniche e un’ironia sottile che da sempre costituisce la cifra identificativa dell’autore.

La caratterizzazione dei personaggi secondari è così netta da regalare anche le trasparenze interiori.

È come se ognuno avesse una tridimensionalità che difficilmente la letteratura sa restituire.

Cercare di cogliere le simbologie è un gioco intrigante ed il lettore potrà costruire un suo itinerario interpretativo.

Provare a confrontare questa opera magistrale con “Patria”, altro grandioso romanzo dello scrittore, è esercizio poco utile.

“I rondoni” nasce e viene metabolizzato dopo lunghi anni di silenzio e si colloca in un presente afflitto dalla pandemia.

C’è una meditazione molto profonda che si esprime attraverso ragionamenti rigorosi.

E il protagonista è voce che raccoglie altre voci, come un megafono che mette insieme categorie differenti in un quadro complessivo di movimento continuo.

Gli uccelli migratori citati nel titolo rappresentano un’ipotesi di mondo dove ognuno è libero di scegliere dove vivere.

Nel volo voglio immaginare  un inno di speranza.

 

“Il quaderno di Nerina” Jhumpa Lahiri Guanda Editore

 

Un quaderno fucsia trovato per caso e la voglia di ricomporre l’esistenza della proprietaria.

“Il quaderno di Nerina”, pubblicato da Guanda Editore, è lavoro di cesello dei versi e dei pensieri di una sconosciuta.

Ed è questa incognita a rendere ancora più prezioso il testo.

In compagnia di Jhumpa Lahiri ci avviciniamo cauti alle parole con un senso di rispetto come se profanassimo un tempio sacro.

Quel nome scritto a mano sulla copertina è il tocco personale di una donna dalle tre anime.

“Il rapporto col lessico è viscerale: avrà forse studiato più di una lingua straniera oltre all’italiano e all’inglese, nonchè, quasi certamente, filologia.”

Jhumpa Lahiri nel realizzare una splendida raccolta poetica ha il gusto estetico nella disposizione delle strofe.

Segue un percorso mentale provando ad identificarsi con la poetessa vissuta forse tra il Ventesimo e il Ventunesimo secolo.

L’attenzione alle “cose peregrine”, il desiderio di ricordare “le prime perdite”, le passeggiate lungo via Mazzini a Roma: una quotidianità che ha sempre qualcosa di straordinario.

“Tradisce oppure

Chiarisce le origini

Almeno l’infanzia

Il modo di far vedere

I numeri con le dita.”

Gesti innocenti liberano la memoria che è un filo teso, costante.

“Accezioni” è gioco linguistico, spazio sperimentale, “codice segreto”.

“La testa piena di parole

Proteste che non escono.”

Cambia lo stile, si accorciano le frasi, accelera il ritmo.

Ogni parola ha bisogno di essere riempita di senso, di essere collocata in un tempo impossibile da cancellare.

Definire il rimpianto, rovistare tra i fonemi, sognare osservando una “nuvola bianca vista di notte”: una serie di fili dorati scandiscono l’urgenza della scrittura.

In “Generazioni” torna il flusso di un privato fatto di incontri e piccoli aneddoti, voglia di perdere il controllo.

Un viaggio variegato che non conosce i limiti di stilemi scontati.

In controluce appare un’altro volto, un’altra voce.

Al lettore il piacere di ricoscerla.

“Storia di Milo il gatto che andò al Polo Sud” Costanza Rizzacasa D’Orsogna Guanda Editore

 

“Storia di Milo il gatto che andò al Polo Sud”, pubblicato da Guanda Editore, è una favola moderna che sa carezzare il lettore.

In un mondo che non riesce a cogliere la meraviglia nella semplicità la scrittrice e giornalista Costanza Rizzacasa D’Orsogna ci regala la purezza dei sentimenti.

Va alla radice della relazione tra essere umano e animale domestico, circoscrive quel cerchio perfetto che comprende affetto, condivisione, sintonia.

Inventa un linguaggio comune e nei dialoghi sciolti e divertenti crea una sorta di magia.

Rifacendosi alla tradizione affabulatoria orale costruisce un testo che oscilla tra la novella classica e il racconto contemporaneo.

Dando voce al suo amato gatto compie un grande miracolo: rende possibile un’interlocuzione che prescinde dalla Parola.

Esce dalla quotidianità della casa e si avventura insieme ai suoi personaggi nell’impervio territorio del presente.

“In un grande capannone fatiscente, un curioso gruppo di animali discuteva animatamente sul da farsi.

Non erano creature che si trovano spesso sul territorio italiano: erano animali esotici.

Ciascuno di loro, appartenente ad una specie protetta o a rischio di estinzione, era stato rapito dal Paese d’origine da contrabbandieri senza scrupoli e portato in Italia illegalmente.”

Un forte atto d’accusa che ha il sapore di un’attualità scomoda.

Ed ecco che la trama subisce una virata e si trasforma nel reportage di un viaggio e il nostro felino, per salvare uno dei poveri prigionieri,  affronterà “un volo speciale di quattordici ore da Roma a Buenos Aires.

E poi giù attraverso l’Argentina, la Patagonia, la Terra del Fuoco, e finalmente l’Antartide.”

Durante questa avventura molto speciale l’autrice lascia sul cammino tracce che vanno seguite.

Ognuna contiene una riflessione che permette di comprendere i gravi danni subiti dall’ambiente.

Un manifesto ambientalista, un inno alla libertà di essere diversi, un invito ad essere per l’altro sostegno utile.

Sarebbe bello poter cantare insieme “l’antica zarzuela peruviana. Una canzone di libertà che travalica le specie e le nazioni.”

 

“Essere un uomo” Nicole Krauss Guanda Editore

 

Per descrivere i racconti contenuti in “Essere un uomo”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Federica Oddera basta un aggettivo: perfetti.

La cura nella scelta dei fonemi trasforma ogni frase in armonia musicale.

Lo stile sciolto e diretto offre diverse prospettive di lettura.

Si ha la sensazione di osservarsi e di scoprire quei piccoli e grandi buchi interiori che ci erano sfuggiti.

La capacità di stupire creando trame differenti con un finale inaspettato mostrano quanto la letteratura possa svelarci.

I personaggi delineati in pochi tratti essenziali hanno una complessità interiore che emerge lentamente, senza forzature.

Nicole Krauss, nata e vissuta in America, non sottovaluta le sue origini ebraiche e nel descrivere rituali e credenze mantiene uno spirito critico molto interessante.

Da quel mondo trae il positivo pur non sottraendosi ad una sottile ironia e ad un distacco antropologico.

Se è vero che vengono attraversate tutte le fasi della vita un’attenzione particolare è riservata alla relazione tra vita e morte.

Non è casuale in questa visione che oscilla tra finito e infinito la presenza di immagini e figure che contengono qualcosa di misterioso e arcano.

Importanti sono le case e gli oggetti, testimoni silenziosi di un passato che non si può dimenticare.

Nella tristezza di un padre che si è occupato poco delle figlie, si cela una domanda che tormenta: la vita ci concede sempre di scegliere?

“È così che viviamo, scavalcando con disinvoltura certe situazioni finchè non ci pesano più e riusciamo a dimenticarle completamente.”

Questa affermazione che può essere una filosofia della resistenza percorre il testo e permette di vedere in controluce la forza che ognuno di noi possiede.

Non credo che l’autrice voglia mettere in contrapposizione il genere maschile e quello femminile.

Osserva le relazioni, mostra diversità e conflittualità ma lasciando sempre aperta la porta della comunicazione.

Ogni donna ha un suo percorso mai ostacolato da scelte altrui; si respira una libertà mentale e fisica, spesso sudata e faticosa da reggere.

Importante è non lasciarsi spezzare.

Una prova letteraria brillante che risponde agli interrogativi che ci aiutano ad essere veri.

 

 

“A cuore aperto” Elvira Lindo Guanda Editore

 

Cogliere negli occhi del padre il senso di sconfitta, sentirlo debole, accogliere il suo decadimento fisico è consapevolezza della evanescenza del tempo.

Si sente il bisogno di tornare indietro, raccogliere i ricordi, ritornare al bambino coraggioso, imparare a riconoscere le crepe di una personalità complessa.

“A cuore aperto”, pubblicato da Guanda Editore, è omaggio di figlia, ultimo dono, tentativo di capire.

È la Spagna in bianco e nero che si offre al lettore.

È passato e presente, lucida analisi e commovente evocazione.

Elvira Lindo sa orientare la narrazione in un continuo rimando ad immagini poetiche.

Il carattere ostile della nonna, la malinconia della madre, i turbamenti dell’adolescenza in una prosa limpida, non offuscata da interpretazioni psicologiche.

La famiglia è luogo di silenzio, le strade della città rappresentano la conquista della libertà.

Non ci sono strappi emotivi, ma una lunga, inesorabile ricostruzione di frammenti.

Queste piccole parti compongono un’unica struttura che ha il sapore della malinconia.

Sprazzi di luce si susseguono con l’obiettivo di ritrovare quel sè che è frutto di un prima.

Le radici sono innaffiate dall’acqua del perdono e le immagini vivide scaldano il cuore.

L’autrice chiede a sè stessa e a tutti noi chi siamo e da dove proveniamo.

Invita a trovare le ossessioni che ci hanno impedito di fare il salto decisivo, a rivedere il nostro rapporto con la figura paterna.

A commuoverci di fronte alla vecchiaia che non perdona, a stringere tra le braccia l’uomo che ci ha fatto entrare nel mondo.

A sussurrare parole mai detto per pudore o paura.

A correre verso il futuro nella certezza che ci sono affetti che non potranno sparire nella bruma della morte.

Un romanzo poetico, emozionante, liberatorio.

“Padre mio, padre

Vorrei accompagnarti

Ovunque tu stia andando.”

La scrittura è forse l’unica fune che ci permette di trattenere ancora la voce di chi non c’è più.

 

 

Angolo Poetico tratto da “Amor” Manuel Vilas Guanda Editore

 

 

 

 

“Tutta la notte a sognarti,

ho passato la notte intera a sognare di baciarti

nel cortile di una chiesa vicino al mare.

Quanto sono stato innamorato di te,

e non te l’ho mai detto.

Lo intuivi? Lo desideravi? Lo supplicavi?”

 

 

“Con il matrimonio, con la maternità, con la vedovanza, con le botte,

loro portano il peso di questo mondo,

di questo sabato sera in cui ridono un po’

davanti a un bicchiere di vino bianco e qualche oliva.

Portano il peso di mariti insopportabili,

di fidanzati intrattabili, di genitori in coma, di figli bocciati.”

 

 

“Ci sono sempre panorami sconosciuti sulla scogliera della vita.

Mi sta uccidendo vivere una sola vita.

La grande morte di vivere in una sola forma.”

 

 

“Che bello che esistano le stelle,

io le concepisco, io perdono la loro lontananza,

io le perdono,

io perdono il loro non comparire in questa mano,

in questa carne.”