“Racconti romani” Jhumpa Lahiri Guanda Editore

 

 

“Le sarebbe piaciuto essere quel rametto in fiore che oscillava in santa pace, libero, vivace, cullato e sostenuto dall’aria e nient’altro.”

La poetica del desiderio che si scontra con la dura realtà.

L’impossibilità di sentirsi protagonisti in un luogo chiuso, labirintico, ostile.

La necessità di provare a dimenticare le radici e cercare di adattarsi.

Trovare uno spazio nel quale respirare, sognare, immaginare.

“Racconti romani”, pubblicato da Guanda Editore, oscilla come una canna al vento e ne sentiamo il brusio, assaporiamo il brivido dell’aria che si insinua nella pelle, il calore di una giornata di sole, il ticchettio di passi sull’asfalto.

Storie che nella semplicità della trama sanno condividere l’impercettibile attimo dello struggimento.

Uno struggimento che è canto antico di tutti coloro che dovunque saranno stranieri.

Perché diversi, esclusi, vittime di una società che non riesce a cogliere la preziosa riserva di esperienze dell’altro.

Uomini, donne, ragazzi si muovono spaesati mentre la Natura splende di luce propria.

Ogni racconto è una piccola perla, una finestra socchiusa, una tenda svolazzante, un paesaggio inconsueto.

È la registrazione di stati d’animo, minuscole schegge cariche di malinconia.

Roma assiste distratta allo spettacolo di una multietnia che non ha voce.

Che resiste o fugge, si rannicchia e aspetta.

Osserva il convulso affollamento delle strade sentendo forte la non appartenenza.

La vedova, l’espratriata, la madre: cosa le accomuna?

Il disagio per uno sfregio sul muro, per una lattina abbandonata, la paura di essere aggredite, insultate, cancellate.

Jhumpa Lahiri riesce a penetrare negli angoli bui delle nostre città, mettere a nudo la violenza immotivata, la rabbia e il rancore di chi, pur essendo cittadino, annulla la propria identità e veste i panni del nemico.

Una prosa dal costrutto perfetto, dove il dettaglio diventa essenziale, il verbo scandisce il pensiero, la sofferenza si palesa e poi fluisce nel lago gelato dell’indifferenza.

Una scalinata e una ipotetica libertà di essere integrati, di partecipare alla socialità: ragazzi che sentono il peso di una famiglia che ha origini, tradizioni, abitudini altre.

È come se l’autrice volesse scomporre la sconfitta dei padri, quasi idealizzarla per permettere ai figli di fare il salto di qualità.

“Pesano certe storie, certe cose vissute o osservate o sbagliate o esplorate con scrupolo.

Trasmettono un’energia che supera quella della vita quotidiana usa e getta.

I ricordi profondi sono come le radici infinite riflesse sul ruscello, un simulacro senza fine.

Eppure, ogni racconto, come ogni vita, dura sempre fino ad un certo punto.”

Credo invece che l’autrice abbia restituito dignità e memoria non solo a Roma ma a tutti coloro che credono in un riscatto culturale e sociale.

 

 

“Oceano nero” Adonis Guanda Editore

 

“Per me L’occidente, una volta, in alcuni suoi aspetti fondamentali, era come uno specchio: lo guardavo per vederlo, vedere la società araba e vedere me stesso.

Quello specchio non rivelava soltanto i difetti, ma anche i pregi.”

Si apre con queste parole la raccolta di saggi, “Oceano nero”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Fawzi Al Delmi.

Una riflessione che potremmo capovolgere se avessimo voglia di conoscere l’Oriente senza pregiudizi.

L’analisi è molto sottile e decisamente tagliente.

Perché non essere considerati “capitale umano”, capace di pensare, creare, partecipare al progresso?

Le colpe sono suddivise tra la nostra società accentratrice e il timore degli arabi di perdere le proprie radici.

“La violenza, per qualsiasi motivo l’uomo la eserciti, lo fa uscire dalla cerchia umana.

Ogni violenza è selvaggia.

La guerra, per qualunque motivo la si combatta, è barbarie, in quanto violenza cieca e collettiva.

Non c’è scopo che possa giustificare la barbarie.”

Frasi essenziali che vanno alla sostanza del concetto, senza cercare scappatoie semantiche.

Di questo abbiamo bisogno in questo tempo imperfetto.

E Adonis si rivolge ad ognuno di noi, con la speranza di trasmetterci i suoi valori.

“Abbiamo bisogno di una nuova rinascita per l’Europa e per l’uomo nel mondo intero: una rinascita che ricostruisca nuove basi per un mondo umano, aperto, creativo, di amore e di dignità.”

Pesante la condanna all’Iraq che ha negato lo sviluppo del pensiero e della pratica politica.

Tragica la suddivisione del pianeta Terra in noi e loro e una domanda che arriva come un vento gelido.

“Che cosa vuole l’Europa da questo altro che chiama Islam?

Che cosa si aspetta da lui?

Che cosa le interessa di lui oltre al petrolio e ai mercati?

Quali sono i valori culturali che le interessano in questo mondo, e quali vorrebbe portare all’Islam?”

Credo che questo libro sia necessario perché espone problematiche che abbiamo volutamente sottovalutato.

Ci tocca confrontarci con la Storia senza menzogne e mezze verità.

Altro tema che deve coinvolgerci è il ruolo dell’eredità culturale, il rapporto con la spiritualità, le responsabilità geopolitiche, la mancanza di individualità.

Potremo aspirare insieme al raggiungimento di valori universali irrinunciabili?

Tante le soluzioni in una opera che non fa sconti a nessuno.

 

“This Blue” Maureen N. McLane Guanda Editore

 

“Dimmi cosa fare della mia vita”

Una ricerca che è sperimentazione di una parola libera, mai genuflessa alle necessità della rima.

Il fonema intercetta il viaggio dell’anima verso luoghi inesplorati, dove sono bandite le certezze.

“This Blue”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Massimo Bacigalupo, è arricchito dal testo originale a fronte.

Scelta che nella raccolta poetica è fondamentale per restituire il suono nella sua purezza originaria.

Siamo attratti dal ritmo che si estende e si sviluppa in più direzioni.

Immagini che fanno immaginare l’inesistenza o forse una visione sublimata.

“I grattacieli

Sono stelle. Rocce.

Erano da urlo,

le stagioni. Strano davvero,

Quel paradiso, quell’inferno.”

Rigorosa la punteggiatura nelle frasi brevi, immediate.

“Oh questa tua fantasia

Di onnipotenza.

Vedi ogni cosa

Come cosa tua.”

Una costante è questa inappartenenza che non è passiva.

È semmai la necessità di riordinare il mondo attraverso una bilancia che pareggia le disparità.

Osserva la disgregazione del pianeta e cerca soluzioni.

Non è più tempo di “sante martirizzate” e anche Ulisse dovrà cercare un’altra isola.

Domina il bisogno di cambiamento che deve partire dal profondo.

È l’Io che viene messo in discussione perché inattuale, statico, poco credibile.

C’è il rischio di cadere, di schiantarsi tra i rovi di un presente che cela il dolore altrui.

“Ma il mare il mare

Chiama chiunque

Ha orecchie per chi lascia e ha lasciato.”

Torneremo per strade mai percorse, osserveremo il cielo che da millenni racconta la sua storia e finalmente usciremo dal labirinto nel quale ci siamo rinchiusi.

Aspetteremo “di sentire il ritorno del suono” che proviene dal bosco e canteremo insieme alle stelle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“I vestiti degli altri” Calla Henkel Guanda Editore

 

 

“Aveva ricevuto quattordici coltellate mentre tornava a casa dal Fish, un locale in stile marinaro nella zona sud di Sebastian che vendeva due birre al prezzo di una.”

Un omicidio irrisolto è un nodo da sciogliere e se il percorso investigativo non porta a nulla si crea un vuoto che diventa sempre più evidente e ingestibile.

Per Zoe, Ivy continua a vivere nella fantasia, è presenza che invade ogni cellula.

È stata più di un’amica del cuore, ha rappresentato la mitizzazione del legame.

È stata sublimata nell’emulazione.

“I vestiti degli altri”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Stefania De Franco, ha le sembianze di un noir psicologico.

Nel ritmo, nella costruzione di un crescendo misterioso, nei luoghi che sembrano fossilizzazioni di realtà cangianti c’è una traccia simbolica legata alla morte.

Ma il vero sviluppo ideativo va cercato nell’universo giovanile, nel loro modo disorientato di muoversi, nei fermenti artistici e musicali.

Due le città di riferimento: New York e Berlino.

Metropoli dove affogano i desideri e le aspettative, dove gli adulti possono costruire trappole mortali.

Ad accompagnare la protagonista in un viaggio teso verso l’ignoto è Beatrice, giovane creativa, pronta a confrontarsi con le zone buie che incontrerà nel cammino.

Tra le due si crea uno strano rapporto dove è difficile comprendere i limiti del privato.

Ancora una volta la relazione sfugge alla razionalità e circoscrive i  circuiti complessi della mente.

La trama è molto articolata e coinvolge figure ambigue e manipolatrici.

Sempre presente la doppiezza degli interscambi tra esseri umani.

Una madre e una figlia, una coppia legata da condizionamenti ossessivi, artisti confusi, terapeute insistenti: lo scenario si arricchisce di maschere di una società che ha bisogno di conferme negli altri.

È questo il senso della scrittura di Calla Henkel?

Penso sia una delle tante possibili interpretazioni di un romanzo complesso, teso, carico di trabocchetti letterari.

Negli scarti temporali, in un prima che viene decifrato lentamente, nella necessità di trovare vittime e carnefici, nell’intricato gioco delle parti, nel corpo che rifiuta il negativo, nel tentativo di annullarsi e di ricomporsi, nei mille volti della follia si svela una traccia perfetta per imparare a capire chi sono i nostri giovani.

Ci si chiede quanto siano impreparati ad affrontare la giungla, quali paure fanno parte del loro quotidiano.

Altra domanda sorge spontanea.

Scrivere può liberare dai propri demoni?

A voi il piacere di trovare la risposta, è ben celata nel testo ma basta osservare e ascoltare con attenzione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Crepuscolo e altre storie” James Salter Guanda Editore

 

“Vide il mondo come se fosse la prima volta, marciapiedi e architettura, i nomi famosi da mille anni.

Gli sembrava che la vita decantasse, che lasciasse depositare i sedimenti.”

È questa la sensazione che si prova leggendo “Crepuscolo e altre storie”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Katia Bagnoli.

È il senso di indefinito, i contorni sfumati, l’aura di mistero, lo scarto tra ciò che è e ciò che si deve immaginare a rendere preziosi gli undici racconti.

È come se la realtà venisse trasfigurata e trasformata mentre la luce crepuscolare avvolge tutto.

Non solo quella paesaggistica, è uno stato perenne di sovraeccitazione dei sensi, uno squilibrio tra i fatti e i pensieri dei personaggi.

Il lettore è continuamente sollecitato e mentre sta seguendo una coppia in una giornata qualunque c’è un fermo immagine.

Un povero uccellino senza vita e la quotidianità scompare, restano le lacrime e la solitudine.

Una condizione esistenziale che si ripete nella giovane attrice, nella donna che guarda a ritroso nel tempo, nei giovani avvocati, nella governante.

Tutti cercano qualcosa e nel tentativo di trovarla perdono se stessi, si disorientano, camminano come ciechi tra oggetti sparsi come fossero segnali lanciati da un altrove.

Splendidi gli incipit che contengono l’attesa, una pausa prima di entrare nella dinamica narrativa e l’attenzione ai volti, ai corpi.

In questa accurata descrizione si rende vero ciò che non è, si materializza l’essenza della personalità.

Si può vagare inseguendo una voce, cercare di aggrapparsi ai ricordi, sfuggire alle brutture sorridendo a un bambino, lottare contro il tempo.

“Per un momento vide dentro di sè profondità sconosciute, sforgorava di immagini.”

Sono questi abissi che ci regala James Salter grazie ad una scrittura acrobatica, carica di tracce e di simbolismi.

Nella conflittualità con il proprio doppio emerge la sconfitta dell’essere umano.

La fragilità, la creatività negata, le insoddisfazioni familiari.

Come ci si salva?

Accettando e vivendo a piente quel “momento unico, che non si ripete più.

Un Maestro nell’arte dialettica, nella strutturazione della minuscola e irripetibile storia, nella parola che sa costruire castelli immaginari.

Difficile abbondonare il libro dopo averlo letto.

Entra nel sangue e fa sentire diversi.

Si sono affinate le percezioni e anche di questo gli siamo grati.

 

“La casa sulla collina” Gary Shteyngard Guanda Editore

 

“La casa sulla collina”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Katia Bagnoli, riesce a mettere in crisi.

Trecentonovantacique pagine volano veloci grazie ad una struttura narrativa impeccabile, costruita come un lego, mattoncino dopo mattoncino.

Viene fuori una rappresentazione nella quale specchiarsi.

Tante saranno le sorprese quando ci accorgeremo di essere protagonisti ignari di questa scenografia contemporanea.

Ambientato in tempo di pandemia il romanzo riesce a far rivivere le paure, le incertezze, i dubbi e il crescente stato di impotenza.

Come è capitato anche a noi ognuno reagirà a modo suo, mostrando quei lati oscuri della personalità.

Sasha e Masha ospitano nella loro residenza un gruppo di amici.

È come se volessero proteggersi e proteggere dal virus mantenendo quella socialità negata dalle restrizioni.

Il luogo diventa metafora del bisogno di certezze insito nella natura umana ma c’è molto altro.

I due coniugi sono immigrati ebrei sovietici e quello che potrebbe sembrare un dettaglio colora e tratteggia la condizione di esule.

Altra simbologia che estrapolata dal contesto storico diventa condizione esistenziale di tutti noi di fronte ad un nemico sconosciuto.

Tutti i personaggi sono attori principali e all’interno del testo si muovono in piena autonomia e non è casuale la presenza dell’Attore, a voler sottolineare che la vita in fondo non è altro che un’irriverente spettacolo teatrale.

Dallo scrittore mancato, alla “provocatrice”, alla ragazzina adottata, all’erede di una ricca famiglia coreana: lo spaccato di una società in cerca di sé stessa.

Gary Shteyngard sa manipolare il testo, creare tensione, alternare fantasia a quotidianità.

È ironico e pungente, saggio e provocatore, libertino e moralista.

Anche lui fa parte del gioco delle parti e pur essendo dietro le quinte è molto presente.

Può l’amicizia franare in condizioni di forzata convivenza?

Riusciranno i segreti a rimanere custoditi per sempre nell’antro dell’oblio?

E l’amore sa sopravvivere?

Questi solo alcuni degli infiniti spunti di riflessione.

 

“Il castello di Barbablù” Javier Cercas Guanda Editore

 

“I romanzi non servono a nulla, tranne che a salvare vite”

Una frase che leggendo “Indipendenza” ci ha permesso di conoscere lo spessore culturale di Javier Cercas.

Nei suoi libri non esiste la casualità, ogni riflessione nasce dalla conoscenza dell’animo umano.

Credo che con i suoi personaggi voglia sfidarci a cercare la parte nascosta, quella che ci fa più paura.

Avevamo conosciuto Melchor Marín in “Terra alta” e in Indipendenza”

La nuova prova letteraria, “Il castello di Barbablù”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Bruno Arpaia, ha parecchi elementi innovativi.

Il poliziotto si trova a combattere con i suoi demoni e la scomparsa della figlia Cosette lo costringe a fare i conti con il passato.

Ha voluto nascondere alla sua ragazza i dettagli della morte della madre in parte per proteggerla dalla verità troppo dolorosa.

Certamente altri sentimenti lo hanno spinto ad una scelta tanto complessa.

Ora bisogna interrogarsi e comprendere.

Forte è il sentimento paterno e si scava in profondità all’interno di una relazione conflittuale e “tragica.”

Teatro delle ricerche è Maiorca e ancora una volta lo scrittore sa cogliere non solo la bellezza del paesaggio ma anche la chiusura mentale di una comunità.

Se la struttura narrativa è quella di un poliziesco certamente c’è tanto altro.

C’è un uomo che nella solitudine e con pochi amici dovrà entrare nelle logiche corrotte del potere, misurarsi con il peccato celato con astuzia, ritrovare il coraggio di indagare.

Un genitore che vuole guardare in faccia il nemico, denunciare lo stupro, mettersi dalla parte delle vittime.

“Questa trilogia nasce dalla voglia di reinventarsi, di dire cose nuove, di trovare in me stesso uno scrittore nuovo.

La mia ambizione è quella di trovare tutte le persone che ci sono dentro di me e tutti gli scrittori.

L’identità è una finzione.”

Perfettamente riuscita la ricerca, complimenti all’autore che continua a sorprenderci.

 

 

 

“Idillio sulla High Line” André Aciman Guanda Editore

 

 

Chaterine, una strizzacervelli.

Paul, avvocato in pensione.

Un incontro casuale in tribunale.

Entrambi potrebbero essere scelti come giurati popolari.

Nasce così una strana attrazione fatta di piccoli momenti, di aneddoti delle loro esistenze.

Una spontaneità che li rende trasparenti mentre i giorni passano e sempre più forte è il bisogno di confidarsi, di cercare nell’altro quel qualcosa che manca.

“Non sono infelice”, esclamano all’unisono e in questa frase semplice, lapidaria è racchiuso il senso di

“Idillio sulla High Line”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Valeria Bastia.

Con i reciproci marito e moglie vivono una dimensione di normalità, quella normalità che da tempo non arrricchisce più lo spirito.

Tutto è programmato, schematizzato, privo di brio.

Quel brio che riescono a comunicarsi con uno sguardo, una battuta scherzosa.

Tornano ad essere giovani, vitali ma soprattutto hanno il coraggio di interrogarsi.

Cosa hanno sacrificato sull’altare del matrimonio, quali rinunce, quali compromessi?

“Forse non vuoi correre il rischio di sbagliare.

Succede nella maggior parte delle coppie.”

Analisi spietata tipica di André Aciman.

Una psicologia non da manuale, frutto di un paziente studio dell’umanità.

I suoi personaggi sono così riusciti perché escono dall’ombra e si mostrano nell’interezza.

Andiamo ai dettagli scenografici.

Perché viene scelto come luogo proprio un tribunale?

Le ipotesi sono diverse ma la più probabile non è tanto il legame con la verità quanto lo spazio del giudizio.

Ed è proprio sulla capacità di giudicarsi che si colloca la narrazione.

Altro elemento interessante è il bar dove i due passano il poco tempo a disposizione e dove troveranno un nuovo comune afflato affettivo.

Spesso non ci accorgiamo quanto ciò che ci circonda potrebbe dare una svolta al destino?

È questo il messaggio?

Ne propongo un altro.

“La maggior parte delle persone … vuole un nuovo io che lo segua come un’ombra anche se non saprebbe riconoscerlo neppure se gli suonasse il campanello o gli mollasse un pugno sul naso.

Quello che vogliamo davvero è prendere in prestito tante cose dalla vita che sappiamo che ci spetta e poi morire prima di doverle restituire.

Morire pieni di debiti.”

Forte è la pressione di un dubbio che attraversa tutto il romanzo.

Vogliamo davvero conoscere noi stessi o preferiamo crogiolarci nella menzogna?

È molto bella l’immagine di questo uomo e questa donna, che non sono legati da vincoli affettivi, finalmente pari.

Si trovano sullo stesso asse, guardano insieme il passato e…

Una scrittura pura e infrangibile dove il desiderio è un raggio che non si spegnerà.

Da leggere assolutamente.

 

“Varietà della malinconia” Alain de Botton Guanda Editore

 

“Oltre a nutrire una spiccata predilezione per la felicità, la nostra cultura mostra anche – in molte occasioni – una decisa intolleranza nei confronti degli stati d’animo più cupi.

Al calare dell’umore ci raccomanda un cambio di argomento o un film elettrizzante, ci invita ad andare a sciare o ci propone un rimedio zuccherino o luccicante.”

Non è concessa la possibilità di cedere ad una visione più sincera della propria esistenza.

Ancora una volta domina l’apparire a scapito dell’essere.

Finalmente grazie ad Alain de Botton si fa chiarezza sui sentimenti poco graditi dalla contemporaneità.

“Varietà della malinconia”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Mariella Milan, è frutto della  collaborazione con la “School of Life, un collettivo di filosofi, scrittori, psicologici, che da anni studia il benessere dell’individuo.

Il testo è onesto e confortante, legge le motivazioni della malinconia e ne spiega i meccanismi.

Partendo da un approccio storico arriva ai giorni nostri con un linguaggio semplice, accessibile a tutti.

Utilizza facili esempi permettendo al lettore di identificarsi senza sensi di colpa nelle figure descritte.

È una vera e propria riabilitazione di coloro che “consapevoli dell’imperfezione di ogni cosa, del perenne scarto tra la realtà e l’ideale” hanno una forte sensibilità di fronte “a piccoli lampi di bellezza e di bontà.”

Due dipinti meravigliosi ci aiutano a sentire l’afflato maliconico.

Due Madonne col bambino, una realizzata da Giovanni Bellini, l’altra da Sandro Botticelli, ci aiuano a comprendere che la malinconia è una consapevolezza forte di ciò che ci aspetta.

I capitoli brevi trattano varie tematiche, dalla stilizzazione dell’infanzia, alla solitudine universale, alla misericordia e alla poesia.

Il viaggio o un panorama, il rifiuto del compromesso, “la forza di resistere alle illusioni e alle bugie e di affrontare fatti spiacevoli di ogni genere.”

Un libro utilissimo per conoscersi e accettarsi, per non farsi rinchiudere dentro schemi inflessibili che ci considerano malati.

Bellissimo e molto commovente.

“Mariana” André Aciman Guanda Editore

 

“Ancora ignoravo quale fosse l’origine del dolore.

Non sapevo cosa farci, non sapevo in che modo calmarlo o metterlo da parte, come quando qualcuno suona il campanello all’improvviso e infili i vestiti sotto un cuscino del divano in salotto.

Impossibile anche eliminarlo mediante una spiegazione razionale.

Il dolore era lì, intenso, grossolano e non negoziabile, al pari di un lottatore di sumo seduto su un bambino.

Odiavo me stessa, non solo perché sentivo di non essere abbastanza per te, ma anche perché non riuscivo a sbarazzarmi del peso della gelosia.”

“Mariana”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Valeria Bastia, è un lungo monologo viscerale e tragico.

Vi si annidano sentimenti contrastanti, spade che trafiggono la carne.

Quella carne che brama e desidera, che vuole essere usata per riconoscersi.

Quel cuore che ha perso il battito normale e disperatamente cerca le ragioni della sua sofferenza.

Una storia che finisce così come è cominciata, senza impegno, senza promesse.

È l’eros che esplode in una ricerca di libertà fittizia.

E quando il castello di carta cede, la personalità si sgretola e vaga sperduta nei luoghi del prima.

Si riesumano ricordi che hanno il sapore stantio dell’abbandono già annunciato.

Ci si sente colpevole di non aver saputo costruire stabilità.

André Aciman mette in scena lo spaccato esistenziale di molte donne che da vittime assumono il ruolo di inadatte, inadeguate, vinte.

Riesce a ricostruire l’urlo di disperazione che niente ha a che vedere con la fine di una relazione.

Mostra il condizionamento operato da una società che vuole amanti, mogli, madri.

Racconta la fragilità che potrebbe essere scambiata per ossessione.

È la perdita del sè ciò che devasta la protagonista.

“Non riesco a voltare pagina, pur sapendo che dovrei, e oltretutto vorrei.”

Quel “volere” impossibile da raggiungere perchè si sono costruiti dei confini invalicabili.

Come uscirne?

La scrittura diventa l’unica possibile difesa ma le parole sono lanugine che si disperde, lacrime mai versate, rabbia trattenuta.

Una lezione che nella postfazione riesce a rendere nitido il cammino intrapreso dallo scrittore.

“Alla fine ci resta solo quello, noi stessi, benché un po’ diversi rispetto a quelli che eravamo prima di credere di avere incontrato qualcuno che ci avrebbe liberati dalla nostra solitudine e portati a pensare di essere ben altro che un semplice ospite di passaggio al banchetto dell’amore.