“A cuore aperto” Elvira Lindo Guanda Editore

 

Cogliere negli occhi del padre il senso di sconfitta, sentirlo debole, accogliere il suo decadimento fisico è consapevolezza della evanescenza del tempo.

Si sente il bisogno di tornare indietro, raccogliere i ricordi, ritornare al bambino coraggioso, imparare a riconoscere le crepe di una personalità complessa.

“A cuore aperto”, pubblicato da Guanda Editore, è omaggio di figlia, ultimo dono, tentativo di capire.

È la Spagna in bianco e nero che si offre al lettore.

È passato e presente, lucida analisi e commovente evocazione.

Elvira Lindo sa orientare la narrazione in un continuo rimando ad immagini poetiche.

Il carattere ostile della nonna, la malinconia della madre, i turbamenti dell’adolescenza in una prosa limpida, non offuscata da interpretazioni psicologiche.

La famiglia è luogo di silenzio, le strade della città rappresentano la conquista della libertà.

Non ci sono strappi emotivi, ma una lunga, inesorabile ricostruzione di frammenti.

Queste piccole parti compongono un’unica struttura che ha il sapore della malinconia.

Sprazzi di luce si susseguono con l’obiettivo di ritrovare quel sè che è frutto di un prima.

Le radici sono innaffiate dall’acqua del perdono e le immagini vivide scaldano il cuore.

L’autrice chiede a sè stessa e a tutti noi chi siamo e da dove proveniamo.

Invita a trovare le ossessioni che ci hanno impedito di fare il salto decisivo, a rivedere il nostro rapporto con la figura paterna.

A commuoverci di fronte alla vecchiaia che non perdona, a stringere tra le braccia l’uomo che ci ha fatto entrare nel mondo.

A sussurrare parole mai detto per pudore o paura.

A correre verso il futuro nella certezza che ci sono affetti che non potranno sparire nella bruma della morte.

Un romanzo poetico, emozionante, liberatorio.

“Padre mio, padre

Vorrei accompagnarti

Ovunque tu stia andando.”

La scrittura è forse l’unica fune che ci permette di trattenere ancora la voce di chi non c’è più.

 

 

Angolo Poetico tratto da “Amor” Manuel Vilas Guanda Editore

 

 

 

 

“Tutta la notte a sognarti,

ho passato la notte intera a sognare di baciarti

nel cortile di una chiesa vicino al mare.

Quanto sono stato innamorato di te,

e non te l’ho mai detto.

Lo intuivi? Lo desideravi? Lo supplicavi?”

 

 

“Con il matrimonio, con la maternità, con la vedovanza, con le botte,

loro portano il peso di questo mondo,

di questo sabato sera in cui ridono un po’

davanti a un bicchiere di vino bianco e qualche oliva.

Portano il peso di mariti insopportabili,

di fidanzati intrattabili, di genitori in coma, di figli bocciati.”

 

 

“Ci sono sempre panorami sconosciuti sulla scogliera della vita.

Mi sta uccidendo vivere una sola vita.

La grande morte di vivere in una sola forma.”

 

 

“Che bello che esistano le stelle,

io le concepisco, io perdono la loro lontananza,

io le perdono,

io perdono il loro non comparire in questa mano,

in questa carne.”

Incipit tratto da “Voglio sappiate che ci siamo ancora” Esther Safran Foer Guanda Editore

 

 

 

 

 

“Sul mio certificato di nascita si legge che sono nata l’8 settembre 1946 a Ziegenhain, in Germania.

Il giorno è sbagliato, la città è sbagliata e la nazione pure.

Ci ho messo anni a capire come mai mio padre si era inventato quelle bugie. E come mai, ogni anno, il 17 marzo mia madre entrava in camera mia e mi dava un bacio sussurrandomi: «Buon compleanno».

Rimettere insieme i frammenti della mia storia famigliare è stata l’impresa di una vita. Sono figlia di sopravvissuti all’Olocausto e questo, per definizione, implica vicende tragiche e complicate.

La mia infanzia è stata piena di silenzi, punteggiati di tanto in tanto da rivelazioni sconvolgenti.

Ero consapevole di ignorare molte cose, oltre al segreto del mio compleanno inventato.

I miei genitori erano restii a parlare del passato e io avevo imparato ad aggirare gli argomenti delicati.

Poco dopo aver compiuto quarant’anni, mentre mi preparavo a tenere un discorso in una sinagoga della zona, ho deciso che sarebbe stata l’occasione giusta per colmare qualche lacuna nella nostra storia famigliare.

Mi sono seduta con mia madre nella cucina rosa della sua villetta anni Cinquanta, in una via di case tutte uguali abitate prevalentemente da famiglie di sopravvissuti all’Olocausto. Seduta, dunque, al suo tavolo di fòrmica finto marmo, vedevo i buoni sconto accuratamente ritagliati e impilati con ordine vicino al frigorifero, pronti per la spesa successiva.

Nell’armadietto sottostante c’erano farina e cereali, tutti acquistati sottocosto, in quantità sufficienti per affrontare una catastrofe in piena regola.

Ho cominciato con qualche domanda su mio padre e la sua esperienza in guerra.

Mio padre era stato un enigma, una figura evanescente su cui i nostri discorsi non si soffermavano mai, e nemmeno i miei pensieri più intimi.

Mia madre ha bevuto un sorso del caffè solubile che adorava e ha risposto senza troppi preamboli che mio padre aveva vissuto in un ghetto con sua moglie e sua figlia.

“L’ultima estate” André Aciman Guanda Editore

“E perchè si continuano a compiere le scelte sbagliate?

Perchè?

Perchè nessuno vuole accettare chi è veramente, ecco perchè.

Tutti reclamano per sè l’io che ritengono migliore, sperando di essere amati per ciò che non sono e non potranno mai essere.”

“L’ultima estate”, pubblicato da Guanda e tradotto da Valeria Bastia, è la rivelazione di una letteratura che può annullare le distanze tra vita e morte.

L’incontro con l’anziano Raúl per i giovani americani in vacanza è sperimentazione della suggestione.

Anche il lettore resta ammaliato dal personaggio che conosce i segreti di tutti, riesce a guarire con il tocco delle mani, entra nella psiche e ne coglie i segreti.

André Aciman ancora una volta lancia una sfida ed è impossibile resistere alla rete magnetica che sa creare.

Una scrittura semplice dove i dialoghi corrono veloci.

Il paesaggio magnifico della costiera amalfitana è lo sfondo ideale per una storia che porta lontano.

Si valicano le montagne dell’impossibile, si approda nei “Lugentes Campi”, si rilegge Shakespeare, si incontrano Fedra e Didone.

“Chiunque sia stato a ferirci, ci lascia un segno che ci accompagnerà per sempre.”

Bisogna tornare indietro, rileggere gli eventi e imparare a sanare le ferite.

La potenza del romanzo è quella che mi piace definire “la teoria dell’amore”.

Nella vita, che è “una sala d’attesa”, ognuno è composto da più personalità.

Come farle interagire?

È possibile conoscerle tutte?

“L’io vecchio, l’io nuovo, l’io ombra,

L’io che abbiamo sempre saputo di essere ma non siamo mai diventati,

L’io che abbiamo lasciato indietro e non abbiamo mai recuperato

L’io che sarebbe potuto essere ma che non è mai stato.”

L’autore entra in una dimensione difficile da definire.

Potrebbe essere lo spazio dell’inconscio o quello del desiderio.

Poco importa quando nella figura di Margot riviviamo i nostri déjà vu e con lei scendiamo nei sotterranei del mistero.

Una cosa è certa: vorremmo avere la fortuna di incontrare Raúl, per assaporare il frutto proibito della reincarnazione.

“Ognuno è condannato alla solitudine”

Questo libro ha il potere di farci sentire meno soli, di credere nell’eternità e di illuderci che i veri sentimenti non si spengono mai.

 

Angolo Poetico “Senza ritorno” Carmen Yáñez Guanda Editore

 

 

“Eravamo così felici

E non ci accorgevamo della dimensione della vita.

Dell’invisibile minaccia, dell’ombra lunga

Della paura,

Noi non sapevamo nulla, insolenti.”

 

 

 

“Mi commuovono

Le cose più vicine

Le ombre, le pieghe della terra

Da dove partì l’intimità

Del tutto.”

 

 

“La bambina che sono stata

Tiene in mano una bambola di porcellana rotta,

Le rompono l’infanzia.”

 

 

“Un ragazzo sulla soglia” Anne Tyler Guanda

“Viene da chiedersi cosa passi per la testa a uno come Micah Mortimer.

Vive solo, se ne sta per conto proprio, la sua routine è scolpita nells pietra.”

L’incipit di “Un ragazzo sulla soglia”, pubblicato da Guanda, rientra in un preciso canone narrativo.

Creare curiosità in poche righe, tratteggiare a matita una figura “normale”.

Una normalità senza sobbalzi, fatta di ripetizioni e di precise abitudini.

“Si sofferma mai a riflettere sulla sua vita?

Su quale sia il senso, o lo scopo?

Lo disturba pensare che probabilmente passerà i prossimi trenta o quarant’anni in questo modo?

Nessuno lo sa, e quasi certamente nessuno gliel’ha mai chiesto.”

Anne Tyler introduce un quesito che coinvolge direttamente il lettore, lo scuote e lo costringe ad entrare nella narrazione.

Nel protagonista rivede piccole manie, solitudini mai confessate e una distanza dai sentimenti.

Un voler restare a guardare la vita che scorre come un spettatore che non si aspetta niente da se stesso.

“Micah e Cass si frequentavano da circa tre anni, ed erano nella fase in cui le cose si erano più o meno assestate: erano stati raggiungi dei compromessi, le incompatibilità erano state accettate, le piccole stranezze venivano ignorate.

Si poteva dire che avevano elaborato un metodo.”

Ma un imprevisto si insinua nella scacchiera del perfezionismo.

L’ncontro con il giovane Brink, figlio di un amore giovanile scompaggina le carte.

L’autrice non cambia ritmo narrativo, mantiene una scrittura piana, senza evidenti sobbalzi.

Una tecnica che la contraddistingue e che fa intuire tra le righe stati d’animo e ripensamenti.

Un romanzo che ribalta le consuetudini della psicologia contemporanea, mostrando un percorso di consapevolezza lento, fluido e senza lacerazioni interiori.

Una interessante lezione che arriva come un sommesso suggerimento.

Non esistono vite perfette, relazioni immacolate, pensieri netti.

Si prova ad accettare l’infinita gamma di colori delle nostre emozioni e si va avanti, un passetto alla volta.

 

“Cose che si portano in viaggio” Aroa Moreno Durán Guanda Editore

 

In Spagna “Cose che si portano in viaggio” ha vinto il prestigioso “Premio Ojo Crítico 2017”.

Definito il miglior romanzo dell’anno, celebra l’esordio narrativo di Aroa Moreno Durán.

Pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Roberta Bovaria, il testo racconta la ferita di un’Europa divisa.

La Seconda Guerra Mondiale ha lasciato una scia di rovine e macerie

“Il palazzo fuori era grigio. Tutti gli edifici erano grigi allora, scrostati, scheletri con indosso un vestito sporco”

Pochi tratti e il gelo che entra nelle ossa insieme all’odore forte di minestre povere ed ecco Berlino dell’Est.

1958: la piccola Katia impara cosa significhi essere esuli.

Parola proibita che scava sul volto dei genitori, fuggiti dalla Spagna, le rughe del rimpianto.

“Non si parlava mai dell’infelicità o dell’angoscia di nessuno.

Non si parlava del partito e delle persone che sorvegliava, delle norme, della gente che spariva.:

“L’altro lato” è l’impossibile meta, il proibito che può trasformarsi in chimera.

Sarà questa la spinta irrazionale che porterà la nostra protagonista ad attraversare clandestinamente il confine abbandonando gli affetti più cari?

Chi è veramente Johannes? Nel suo volto di ragazzo le tracce di un’altra vita possibile. L’Ovest e la normalità di esistenze che vogliono dimenticare.

“La memoria è la facoltà che permette di conservare e ricordare quel che accade nel passato.

Codificare, archiviare e ritrovare.

Si muove a livello incosciente, come una marea, portando alla luce della notte il fondo sabbioso sott’acqua.”

Si può provare a fugare i ricordi ma arrivano imperiosi insieme a troppi interrogativi.

Sentirsi traditrice e tradita in una terra che non ha le dimensioni per contenere la devastazione interiore.

La scrittrice alza lentamente il tono della narrazione.

Una graduale consapevolezza mentre cade quel Muro, testimone di tanto dolore, macchiato dal sangue di coloro che hanno avuto l’ardire di provare ad attraversarlo.

Una storia che restituisce la verità ad un’Europa che continua a proporre confini.

Un omaggio a chi è stato costretto a lasciare la sua terra.

Un invito a leggere il presente senza dimenticare il passato.

 

“Un certo Paul Darrigrand” Philippe Besson Guanda Editore

 

 

Una foto trovata in una scatola di scarpe diventa la traccia per ripercorrere un anno travolgente scandito da un amore impossibile ma inesorabile. Tenero e tormentato, vissuto tra la menzogna e il tradimento, fugace ma assoluto.

Chi è “Un certo Paul Darrigrand” (Guanda)? Un uomo sposato con un corpo “splendido e vulnerabile” marcato da “un desiderio e un dolore simultanei”, incapace di accettare parte di sè.

Ma è comunque colui che domina la scena, sceglie orari, incontri, parole. Philippe Besson esplora l’incontro fatale, la rivelazione di qualcosa che va oltre il sesso.

La scrittura esce fluida, come una lunga confessione.

“Ero abituato al segreto, ho imparato a tacere”, e in questa affermazione si coglie il bisogno dello scrittore di raccontare senza veli l’omosessualità, mostrando la dignità di chi non sa condannare.

Un romanzo che parla di malattia e di resistenza, di passione e di amicizia.

Di luoghi che restano nella memoria come appuntamenti con il destino.

Nell’ultima frase la sintesi di un modo di concepire l’esistenza. “Potevo dire che avevo amato ed ero ancora vivo”

“Nel segno dell’anguilla” Patrik Svensson Guanda Editore

“Ci sono circostanze di fronte alle quali siamo costretti a scegliere che cosa credere.”

“Nel segno dell’anguilla”, pubblicato da Guanda, è la metafora dell’Origine.

L’inizio del ciclo vitale che ha affascinato nei secoli gli studiosi si articola in una serie di domande che non comprendono solo “il dove e il quando” ma anche il perchè.

Patrik Svensson sceglie un animale che sfugge ad ogni classificazione, subisce diverse metamorfosi e nel viaggiare ha un obiettivo.

È simbolo del soprannaturale o figura mitologica? Perchè sceglie di ritornare nel mar dei Sargassi, mare nel mare, luogo senza confini?

È un modo di sfuggire alle insidie del mondo e quanto la sua presenza nel testo è una ricerca di origini?

Il libro si evolve seguendo due percorsi che si intersecano in una scrittura che sa essere giornalistica, irreale e teneramente umana.

Gli studi di Aristotele, Freud, i riferimenti ai Vangeli confermano che la verità va approfondita, assaporata, confrontata.

Nella scrittura non ci sono vincoli fideistici, false credenze, ma una costante, vorace necessità di comprendere.

“Il riflesso della luce lunare, l’erba frusciante, le ombre degli alberi, lo scorrere monotono del torrente” e in questa atmosfera sacra si consuma la condivisione tra padre e figlio. Andare a pesca, trovare nello stare assieme la confidenza non di parole ma di sguardi. Essere come l’anguilla capaci di cambiare rotta, immergersi nella profondità dei sentimenti.

Un testo che offre una preziosa testimonianza sulla salvaguardia delle specie a rischio e forse anche l’uomo è viaggiatore senza meta, in un oceano di incertezze.

Agenda Letteraria 2 agosto 2020

 

 

“Si sofferma mai a riflettere sulla sua vita?

Su quale sia il senso, o lo scopo?

Lo disturba pensare che probabilmente passerà i prossimi trenta o quarant’anni in questo modo?

Nessuno lo sa, e quasi certamente nessuno gliel’ha mai chiesto.”

 

“Un ragazzo sulla soglia” Anne Tyler Guanda