“Un ragazzo sulla soglia” Anne Tyler Guanda

“Viene da chiedersi cosa passi per la testa a uno come Micah Mortimer.

Vive solo, se ne sta per conto proprio, la sua routine è scolpita nells pietra.”

L’incipit di “Un ragazzo sulla soglia”, pubblicato da Guanda, rientra in un preciso canone narrativo.

Creare curiosità in poche righe, tratteggiare a matita una figura “normale”.

Una normalità senza sobbalzi, fatta di ripetizioni e di precise abitudini.

“Si sofferma mai a riflettere sulla sua vita?

Su quale sia il senso, o lo scopo?

Lo disturba pensare che probabilmente passerà i prossimi trenta o quarant’anni in questo modo?

Nessuno lo sa, e quasi certamente nessuno gliel’ha mai chiesto.”

Anne Tyler introduce un quesito che coinvolge direttamente il lettore, lo scuote e lo costringe ad entrare nella narrazione.

Nel protagonista rivede piccole manie, solitudini mai confessate e una distanza dai sentimenti.

Un voler restare a guardare la vita che scorre come un spettatore che non si aspetta niente da se stesso.

“Micah e Cass si frequentavano da circa tre anni, ed erano nella fase in cui le cose si erano più o meno assestate: erano stati raggiungi dei compromessi, le incompatibilità erano state accettate, le piccole stranezze venivano ignorate.

Si poteva dire che avevano elaborato un metodo.”

Ma un imprevisto si insinua nella scacchiera del perfezionismo.

L’ncontro con il giovane Brink, figlio di un amore giovanile scompaggina le carte.

L’autrice non cambia ritmo narrativo, mantiene una scrittura piana, senza evidenti sobbalzi.

Una tecnica che la contraddistingue e che fa intuire tra le righe stati d’animo e ripensamenti.

Un romanzo che ribalta le consuetudini della psicologia contemporanea, mostrando un percorso di consapevolezza lento, fluido e senza lacerazioni interiori.

Una interessante lezione che arriva come un sommesso suggerimento.

Non esistono vite perfette, relazioni immacolate, pensieri netti.

Si prova ad accettare l’infinita gamma di colori delle nostre emozioni e si va avanti, un passetto alla volta.

 

“Cose che si portano in viaggio” Aroa Moreno Durán Guanda Editore

 

In Spagna “Cose che si portano in viaggio” ha vinto il prestigioso “Premio Ojo Crítico 2017”.

Definito il miglior romanzo dell’anno, celebra l’esordio narrativo di Aroa Moreno Durán.

Pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Roberta Bovaria, il testo racconta la ferita di un’Europa divisa.

La Seconda Guerra Mondiale ha lasciato una scia di rovine e macerie

“Il palazzo fuori era grigio. Tutti gli edifici erano grigi allora, scrostati, scheletri con indosso un vestito sporco”

Pochi tratti e il gelo che entra nelle ossa insieme all’odore forte di minestre povere ed ecco Berlino dell’Est.

1958: la piccola Katia impara cosa significhi essere esuli.

Parola proibita che scava sul volto dei genitori, fuggiti dalla Spagna, le rughe del rimpianto.

“Non si parlava mai dell’infelicità o dell’angoscia di nessuno.

Non si parlava del partito e delle persone che sorvegliava, delle norme, della gente che spariva.:

“L’altro lato” è l’impossibile meta, il proibito che può trasformarsi in chimera.

Sarà questa la spinta irrazionale che porterà la nostra protagonista ad attraversare clandestinamente il confine abbandonando gli affetti più cari?

Chi è veramente Johannes? Nel suo volto di ragazzo le tracce di un’altra vita possibile. L’Ovest e la normalità di esistenze che vogliono dimenticare.

“La memoria è la facoltà che permette di conservare e ricordare quel che accade nel passato.

Codificare, archiviare e ritrovare.

Si muove a livello incosciente, come una marea, portando alla luce della notte il fondo sabbioso sott’acqua.”

Si può provare a fugare i ricordi ma arrivano imperiosi insieme a troppi interrogativi.

Sentirsi traditrice e tradita in una terra che non ha le dimensioni per contenere la devastazione interiore.

La scrittrice alza lentamente il tono della narrazione.

Una graduale consapevolezza mentre cade quel Muro, testimone di tanto dolore, macchiato dal sangue di coloro che hanno avuto l’ardire di provare ad attraversarlo.

Una storia che restituisce la verità ad un’Europa che continua a proporre confini.

Un omaggio a chi è stato costretto a lasciare la sua terra.

Un invito a leggere il presente senza dimenticare il passato.

 

“Un certo Paul Darrigrand” Philippe Besson Guanda Editore

 

 

Una foto trovata in una scatola di scarpe diventa la traccia per ripercorrere un anno travolgente scandito da un amore impossibile ma inesorabile. Tenero e tormentato, vissuto tra la menzogna e il tradimento, fugace ma assoluto.

Chi è “Un certo Paul Darrigrand” (Guanda)? Un uomo sposato con un corpo “splendido e vulnerabile” marcato da “un desiderio e un dolore simultanei”, incapace di accettare parte di sè.

Ma è comunque colui che domina la scena, sceglie orari, incontri, parole. Philippe Besson esplora l’incontro fatale, la rivelazione di qualcosa che va oltre il sesso.

La scrittura esce fluida, come una lunga confessione.

“Ero abituato al segreto, ho imparato a tacere”, e in questa affermazione si coglie il bisogno dello scrittore di raccontare senza veli l’omosessualità, mostrando la dignità di chi non sa condannare.

Un romanzo che parla di malattia e di resistenza, di passione e di amicizia.

Di luoghi che restano nella memoria come appuntamenti con il destino.

Nell’ultima frase la sintesi di un modo di concepire l’esistenza. “Potevo dire che avevo amato ed ero ancora vivo”

“Nel segno dell’anguilla” Patrik Svensson Guanda Editore

“Ci sono circostanze di fronte alle quali siamo costretti a scegliere che cosa credere.”

“Nel segno dell’anguilla”, pubblicato da Guanda, è la metafora dell’Origine.

L’inizio del ciclo vitale che ha affascinato nei secoli gli studiosi si articola in una serie di domande che non comprendono solo “il dove e il quando” ma anche il perchè.

Patrik Svensson sceglie un animale che sfugge ad ogni classificazione, subisce diverse metamorfosi e nel viaggiare ha un obiettivo.

È simbolo del soprannaturale o figura mitologica? Perchè sceglie di ritornare nel mar dei Sargassi, mare nel mare, luogo senza confini?

È un modo di sfuggire alle insidie del mondo e quanto la sua presenza nel testo è una ricerca di origini?

Il libro si evolve seguendo due percorsi che si intersecano in una scrittura che sa essere giornalistica, irreale e teneramente umana.

Gli studi di Aristotele, Freud, i riferimenti ai Vangeli confermano che la verità va approfondita, assaporata, confrontata.

Nella scrittura non ci sono vincoli fideistici, false credenze, ma una costante, vorace necessità di comprendere.

“Il riflesso della luce lunare, l’erba frusciante, le ombre degli alberi, lo scorrere monotono del torrente” e in questa atmosfera sacra si consuma la condivisione tra padre e figlio. Andare a pesca, trovare nello stare assieme la confidenza non di parole ma di sguardi. Essere come l’anguilla capaci di cambiare rotta, immergersi nella profondità dei sentimenti.

Un testo che offre una preziosa testimonianza sulla salvaguardia delle specie a rischio e forse anche l’uomo è viaggiatore senza meta, in un oceano di incertezze.

Agenda Letteraria 2 agosto 2020

 

 

“Si sofferma mai a riflettere sulla sua vita?

Su quale sia il senso, o lo scopo?

Lo disturba pensare che probabilmente passerà i prossimi trenta o quarant’anni in questo modo?

Nessuno lo sa, e quasi certamente nessuno gliel’ha mai chiesto.”

 

“Un ragazzo sulla soglia” Anne Tyler Guanda

“Ti starò sempre accanto” Miguel Rojo Guanda Editore

Ci sono scelte che ci fanno imboccare strade di non ritorno.

Si entra in una dimensione di profondo cambiamento dove non c’è più spazio per i dubbi.

Si attraversa la trincea del risentimento e della rabbia, si percorrono corridoi bui come automi.

È quello che succede al protagonista di “Ti starò sempre accanto”, pubblicato da Guanda.

Un padre, tradito e rifiutato dalla moglie, terrorizzato all’idea di perdere il legame con il suo bambino, decide di rapirlo.

La fuga dura cinque giorni ma l’orologio ha fermato le lancette diluendo il tempo in uno spazio infinito.

Dalla Spagna alla Francia in moto tra avventure che hanno il sapore della sconfitta.

Paesaggi abbandonati, alberghi disastrati ed una perenne pioggia, segno di una premonizione.

Miguel Rojo racconta la paternità con lo strazio di una inadeguatezza emotiva in un crescendo empatico con il personaggio.

Un uomo che non sa dimenticare l’affronto di un amore sfiorito, devastato da troppi demoni che si esprimono come incubi notturni, visioni oniriche ingigantite da sinistre apparizioni.

Bella la figura del ragazzino, consapevole di trovarsi in bilico all’interno di un conflitto affettivo che non gli appartiene.

Nel momento in cui “i sogni hanno oltrepassato il bordo del bicchiere e si sono sparsi sul pavimento sporco” tutto acquista il colore della tragedia e del dolore.

Il libro mette in luce le ombre delle separazioni, la solitudine che diventa dominante, l’incapacità di spezzare il silenzio e “la somma di errori senza apparente importanza che si vanno accumulando sul tetto di una relazione finchè fanno crollare l’intera casa.”

Agenda Letteraria del 24 febbraio 2020

“Stringo le tue mani, il mio cuore s’immerge nella profondità dei tuoi occhi, cercando te, che sempre mi sfuggi nel silenzio e nelle parole.

So pure che devo già essere appagato dal mio cuore, effimero e incostante.”

 

Rabindranath Tagore “Dono damore” Guanda Editore

“Non superare le dosi consigliate” Costanza Rizzacasa D’Orsogna Guanda Editore

“Mi chiamo Matilde, ho quarantaquattro anni e peso 130 chili”

Una frase che si ripete come un mantra, scandendo il ritmo articolato di una scrittura coraggiosa.

“Non superare le dosi consigliate”, pubblicato da “Guanda Editore”, è testimonianza che si diluisce nel tempo.

Voce che spezza il silenzio, liberando un fiume di parole.

Ed ognuna ricostruisce un percorso, rivendica un dolore, scompone un’esistenza.

“Se l’anoressia suscita compassione, tenerezza, senso di protezione, persino l’invidia, quando si parla di binge, quando si spiega cos’è il binge, perché tanti ancora non lo conoscono, le reazioni sono solo di disgusto.”

“L’ironia tagliente della madre”, frustante reazione al bisogno di essere viva.

Il perfezionismo del padre, “la sua violenza distruttiva”.

Una famiglia disfunzionale come tante che Costanza Rizzacasa D’Orsogna anima di luci e ombre.

Nel suo narrare non ci sono vuoti, dimenticanze, frasi spezzate.

C’è la scrittura compatta che dal giornalismo eredita la capacità di sintesi.

Ci sono i libri che segnano un percorso, gli amori che possono ferire, lo studio come riscatto.

La paura di mostrarsi e il desiderio di trovare l’identità negata da una società costruita su misura per i magri.

L’autrice rivoluziona l’idea di femminile. Mostra le crepe, le violenze, le dissonanze.

Concede al lettore una lettura psicologica dell’essere marginale.

Raggiunge apici poetici nel mescolare ricordi, insegna ad urlare quando la rabbia diventa una gabbia insopportabile, a entrare in contatto con le proprie emozioni.

Parla di relazioni familiari evidenziando le debolezze di ognuno.

Torna all’infanzia e all’innocenza perduta.

Pagine laceranti perché autentiche lasciano intravedere una sottile ironia.

“L’odio può dare dipendenza, e finisce per divorare te”.

Un romanzo da rileggere con parsimonia assaporando la cura del fonema, la raffinatezza del linguaggio.

Da regalare a chi rischia di perdersi e a chi non ha il coraggio di mettersi in discussione.

Agenda Letteraria 2 febbraio 2020

 

“Sono stata una bambina grassa, un’adolescente grassa, sono una donna grassa. Ho mangiato per noia, per ansia, per dolore.

Perché cos’è la fame se non un’emozione?

Soprattutto, ho mangiato per sfida.”

 

“Non so per quanti anni abbiamo resistito con la piccola tv in bianco e nero in cucina, con la manopola e le immagini sgranate, mentre tutti l’avevano già a colori e grande, alcuni col telecomando.”

 

“Non superare le dosi consigliate” Costanza Rizzacasa D’Orsogna Guanda Editore