“I rondoni” Fernando Aramburu Guanda Editore

 

Parlare di “I rondoni”, pubblicato da Guanda Editore, non è impresa facile.

Significa cimentarsi con un affresco monumentale dove ogni frase, ogni parola, ogni verbo non sono scritti a caso.

Un libro che sa raccontare l’umanità con sguardo limpido, diretto.

Uomini e donne che affrontano le salite e le discese tra cedimenti e spinte in avanti.

Toni rappresenta tutti noi e di questo siamo grati all’autore.

La scelta di stabilire una data di morte può essere letta come una forte provocazione o come una sfida al destino.

Questo antieroe non ha timore nel mettere in discussione il rapporto con l’insegnamento, l’incapacità di proporre ai suoi allievi una prospettiva di futuro.

Si interroga sull’amore che ha dato e ricevuto e tanti sono i buchi neri che mostrano il fallimento affettivo.

Prima di compiere il gesto supremo bisogna scandagliare il passato, sminuzzare i giorni, i tormenti, gli incontri.

La demitizzazione del padre, la complicata interazione con la madre, la paternità ferita: pezzi di un puzzle che bisogna ricostruire.

Le pagine scorrono veloci grazie ad una scrittura immediata ed empatica.

Un film a tratti in bianco e nero con lampi di luce sempre presenti.

La Spagna è il colore di Madrid che sbiadisce nel ricordo di eventi dolorosi.

Non aspettatevi un romanzo triste, non mancano le trovate sardoniche e un’ironia sottile che da sempre costituisce la cifra identificativa dell’autore.

La caratterizzazione dei personaggi secondari è così netta da regalare anche le trasparenze interiori.

È come se ognuno avesse una tridimensionalità che difficilmente la letteratura sa restituire.

Cercare di cogliere le simbologie è un gioco intrigante ed il lettore potrà costruire un suo itinerario interpretativo.

Provare a confrontare questa opera magistrale con “Patria”, altro grandioso romanzo dello scrittore, è esercizio poco utile.

“I rondoni” nasce e viene metabolizzato dopo lunghi anni di silenzio e si colloca in un presente afflitto dalla pandemia.

C’è una meditazione molto profonda che si esprime attraverso ragionamenti rigorosi.

E il protagonista è voce che raccoglie altre voci, come un megafono che mette insieme categorie differenti in un quadro complessivo di movimento continuo.

Gli uccelli migratori citati nel titolo rappresentano un’ipotesi di mondo dove ognuno è libero di scegliere dove vivere.

Nel volo voglio immaginare  un inno di speranza.

 

“Il quaderno di Nerina” Jhumpa Lahiri Guanda Editore

 

Un quaderno fucsia trovato per caso e la voglia di ricomporre l’esistenza della proprietaria.

“Il quaderno di Nerina”, pubblicato da Guanda Editore, è lavoro di cesello dei versi e dei pensieri di una sconosciuta.

Ed è questa incognita a rendere ancora più prezioso il testo.

In compagnia di Jhumpa Lahiri ci avviciniamo cauti alle parole con un senso di rispetto come se profanassimo un tempio sacro.

Quel nome scritto a mano sulla copertina è il tocco personale di una donna dalle tre anime.

“Il rapporto col lessico è viscerale: avrà forse studiato più di una lingua straniera oltre all’italiano e all’inglese, nonchè, quasi certamente, filologia.”

Jhumpa Lahiri nel realizzare una splendida raccolta poetica ha il gusto estetico nella disposizione delle strofe.

Segue un percorso mentale provando ad identificarsi con la poetessa vissuta forse tra il Ventesimo e il Ventunesimo secolo.

L’attenzione alle “cose peregrine”, il desiderio di ricordare “le prime perdite”, le passeggiate lungo via Mazzini a Roma: una quotidianità che ha sempre qualcosa di straordinario.

“Tradisce oppure

Chiarisce le origini

Almeno l’infanzia

Il modo di far vedere

I numeri con le dita.”

Gesti innocenti liberano la memoria che è un filo teso, costante.

“Accezioni” è gioco linguistico, spazio sperimentale, “codice segreto”.

“La testa piena di parole

Proteste che non escono.”

Cambia lo stile, si accorciano le frasi, accelera il ritmo.

Ogni parola ha bisogno di essere riempita di senso, di essere collocata in un tempo impossibile da cancellare.

Definire il rimpianto, rovistare tra i fonemi, sognare osservando una “nuvola bianca vista di notte”: una serie di fili dorati scandiscono l’urgenza della scrittura.

In “Generazioni” torna il flusso di un privato fatto di incontri e piccoli aneddoti, voglia di perdere il controllo.

Un viaggio variegato che non conosce i limiti di stilemi scontati.

In controluce appare un’altro volto, un’altra voce.

Al lettore il piacere di ricoscerla.

“Storia di Milo il gatto che andò al Polo Sud” Costanza Rizzacasa D’Orsogna Guanda Editore

 

“Storia di Milo il gatto che andò al Polo Sud”, pubblicato da Guanda Editore, è una favola moderna che sa carezzare il lettore.

In un mondo che non riesce a cogliere la meraviglia nella semplicità la scrittrice e giornalista Costanza Rizzacasa D’Orsogna ci regala la purezza dei sentimenti.

Va alla radice della relazione tra essere umano e animale domestico, circoscrive quel cerchio perfetto che comprende affetto, condivisione, sintonia.

Inventa un linguaggio comune e nei dialoghi sciolti e divertenti crea una sorta di magia.

Rifacendosi alla tradizione affabulatoria orale costruisce un testo che oscilla tra la novella classica e il racconto contemporaneo.

Dando voce al suo amato gatto compie un grande miracolo: rende possibile un’interlocuzione che prescinde dalla Parola.

Esce dalla quotidianità della casa e si avventura insieme ai suoi personaggi nell’impervio territorio del presente.

“In un grande capannone fatiscente, un curioso gruppo di animali discuteva animatamente sul da farsi.

Non erano creature che si trovano spesso sul territorio italiano: erano animali esotici.

Ciascuno di loro, appartenente ad una specie protetta o a rischio di estinzione, era stato rapito dal Paese d’origine da contrabbandieri senza scrupoli e portato in Italia illegalmente.”

Un forte atto d’accusa che ha il sapore di un’attualità scomoda.

Ed ecco che la trama subisce una virata e si trasforma nel reportage di un viaggio e il nostro felino, per salvare uno dei poveri prigionieri,  affronterà “un volo speciale di quattordici ore da Roma a Buenos Aires.

E poi giù attraverso l’Argentina, la Patagonia, la Terra del Fuoco, e finalmente l’Antartide.”

Durante questa avventura molto speciale l’autrice lascia sul cammino tracce che vanno seguite.

Ognuna contiene una riflessione che permette di comprendere i gravi danni subiti dall’ambiente.

Un manifesto ambientalista, un inno alla libertà di essere diversi, un invito ad essere per l’altro sostegno utile.

Sarebbe bello poter cantare insieme “l’antica zarzuela peruviana. Una canzone di libertà che travalica le specie e le nazioni.”

 

“Essere un uomo” Nicole Krauss Guanda Editore

 

Per descrivere i racconti contenuti in “Essere un uomo”, pubblicato da Guanda Editore e tradotto da Federica Oddera basta un aggettivo: perfetti.

La cura nella scelta dei fonemi trasforma ogni frase in armonia musicale.

Lo stile sciolto e diretto offre diverse prospettive di lettura.

Si ha la sensazione di osservarsi e di scoprire quei piccoli e grandi buchi interiori che ci erano sfuggiti.

La capacità di stupire creando trame differenti con un finale inaspettato mostrano quanto la letteratura possa svelarci.

I personaggi delineati in pochi tratti essenziali hanno una complessità interiore che emerge lentamente, senza forzature.

Nicole Krauss, nata e vissuta in America, non sottovaluta le sue origini ebraiche e nel descrivere rituali e credenze mantiene uno spirito critico molto interessante.

Da quel mondo trae il positivo pur non sottraendosi ad una sottile ironia e ad un distacco antropologico.

Se è vero che vengono attraversate tutte le fasi della vita un’attenzione particolare è riservata alla relazione tra vita e morte.

Non è casuale in questa visione che oscilla tra finito e infinito la presenza di immagini e figure che contengono qualcosa di misterioso e arcano.

Importanti sono le case e gli oggetti, testimoni silenziosi di un passato che non si può dimenticare.

Nella tristezza di un padre che si è occupato poco delle figlie, si cela una domanda che tormenta: la vita ci concede sempre di scegliere?

“È così che viviamo, scavalcando con disinvoltura certe situazioni finchè non ci pesano più e riusciamo a dimenticarle completamente.”

Questa affermazione che può essere una filosofia della resistenza percorre il testo e permette di vedere in controluce la forza che ognuno di noi possiede.

Non credo che l’autrice voglia mettere in contrapposizione il genere maschile e quello femminile.

Osserva le relazioni, mostra diversità e conflittualità ma lasciando sempre aperta la porta della comunicazione.

Ogni donna ha un suo percorso mai ostacolato da scelte altrui; si respira una libertà mentale e fisica, spesso sudata e faticosa da reggere.

Importante è non lasciarsi spezzare.

Una prova letteraria brillante che risponde agli interrogativi che ci aiutano ad essere veri.

 

 

“A cuore aperto” Elvira Lindo Guanda Editore

 

Cogliere negli occhi del padre il senso di sconfitta, sentirlo debole, accogliere il suo decadimento fisico è consapevolezza della evanescenza del tempo.

Si sente il bisogno di tornare indietro, raccogliere i ricordi, ritornare al bambino coraggioso, imparare a riconoscere le crepe di una personalità complessa.

“A cuore aperto”, pubblicato da Guanda Editore, è omaggio di figlia, ultimo dono, tentativo di capire.

È la Spagna in bianco e nero che si offre al lettore.

È passato e presente, lucida analisi e commovente evocazione.

Elvira Lindo sa orientare la narrazione in un continuo rimando ad immagini poetiche.

Il carattere ostile della nonna, la malinconia della madre, i turbamenti dell’adolescenza in una prosa limpida, non offuscata da interpretazioni psicologiche.

La famiglia è luogo di silenzio, le strade della città rappresentano la conquista della libertà.

Non ci sono strappi emotivi, ma una lunga, inesorabile ricostruzione di frammenti.

Queste piccole parti compongono un’unica struttura che ha il sapore della malinconia.

Sprazzi di luce si susseguono con l’obiettivo di ritrovare quel sè che è frutto di un prima.

Le radici sono innaffiate dall’acqua del perdono e le immagini vivide scaldano il cuore.

L’autrice chiede a sè stessa e a tutti noi chi siamo e da dove proveniamo.

Invita a trovare le ossessioni che ci hanno impedito di fare il salto decisivo, a rivedere il nostro rapporto con la figura paterna.

A commuoverci di fronte alla vecchiaia che non perdona, a stringere tra le braccia l’uomo che ci ha fatto entrare nel mondo.

A sussurrare parole mai detto per pudore o paura.

A correre verso il futuro nella certezza che ci sono affetti che non potranno sparire nella bruma della morte.

Un romanzo poetico, emozionante, liberatorio.

“Padre mio, padre

Vorrei accompagnarti

Ovunque tu stia andando.”

La scrittura è forse l’unica fune che ci permette di trattenere ancora la voce di chi non c’è più.

 

 

Angolo Poetico tratto da “Amor” Manuel Vilas Guanda Editore

 

 

 

 

“Tutta la notte a sognarti,

ho passato la notte intera a sognare di baciarti

nel cortile di una chiesa vicino al mare.

Quanto sono stato innamorato di te,

e non te l’ho mai detto.

Lo intuivi? Lo desideravi? Lo supplicavi?”

 

 

“Con il matrimonio, con la maternità, con la vedovanza, con le botte,

loro portano il peso di questo mondo,

di questo sabato sera in cui ridono un po’

davanti a un bicchiere di vino bianco e qualche oliva.

Portano il peso di mariti insopportabili,

di fidanzati intrattabili, di genitori in coma, di figli bocciati.”

 

 

“Ci sono sempre panorami sconosciuti sulla scogliera della vita.

Mi sta uccidendo vivere una sola vita.

La grande morte di vivere in una sola forma.”

 

 

“Che bello che esistano le stelle,

io le concepisco, io perdono la loro lontananza,

io le perdono,

io perdono il loro non comparire in questa mano,

in questa carne.”

Incipit tratto da “Voglio sappiate che ci siamo ancora” Esther Safran Foer Guanda Editore

 

 

 

 

 

“Sul mio certificato di nascita si legge che sono nata l’8 settembre 1946 a Ziegenhain, in Germania.

Il giorno è sbagliato, la città è sbagliata e la nazione pure.

Ci ho messo anni a capire come mai mio padre si era inventato quelle bugie. E come mai, ogni anno, il 17 marzo mia madre entrava in camera mia e mi dava un bacio sussurrandomi: «Buon compleanno».

Rimettere insieme i frammenti della mia storia famigliare è stata l’impresa di una vita. Sono figlia di sopravvissuti all’Olocausto e questo, per definizione, implica vicende tragiche e complicate.

La mia infanzia è stata piena di silenzi, punteggiati di tanto in tanto da rivelazioni sconvolgenti.

Ero consapevole di ignorare molte cose, oltre al segreto del mio compleanno inventato.

I miei genitori erano restii a parlare del passato e io avevo imparato ad aggirare gli argomenti delicati.

Poco dopo aver compiuto quarant’anni, mentre mi preparavo a tenere un discorso in una sinagoga della zona, ho deciso che sarebbe stata l’occasione giusta per colmare qualche lacuna nella nostra storia famigliare.

Mi sono seduta con mia madre nella cucina rosa della sua villetta anni Cinquanta, in una via di case tutte uguali abitate prevalentemente da famiglie di sopravvissuti all’Olocausto. Seduta, dunque, al suo tavolo di fòrmica finto marmo, vedevo i buoni sconto accuratamente ritagliati e impilati con ordine vicino al frigorifero, pronti per la spesa successiva.

Nell’armadietto sottostante c’erano farina e cereali, tutti acquistati sottocosto, in quantità sufficienti per affrontare una catastrofe in piena regola.

Ho cominciato con qualche domanda su mio padre e la sua esperienza in guerra.

Mio padre era stato un enigma, una figura evanescente su cui i nostri discorsi non si soffermavano mai, e nemmeno i miei pensieri più intimi.

Mia madre ha bevuto un sorso del caffè solubile che adorava e ha risposto senza troppi preamboli che mio padre aveva vissuto in un ghetto con sua moglie e sua figlia.

“L’ultima estate” André Aciman Guanda Editore

“E perchè si continuano a compiere le scelte sbagliate?

Perchè?

Perchè nessuno vuole accettare chi è veramente, ecco perchè.

Tutti reclamano per sè l’io che ritengono migliore, sperando di essere amati per ciò che non sono e non potranno mai essere.”

“L’ultima estate”, pubblicato da Guanda e tradotto da Valeria Bastia, è la rivelazione di una letteratura che può annullare le distanze tra vita e morte.

L’incontro con l’anziano Raúl per i giovani americani in vacanza è sperimentazione della suggestione.

Anche il lettore resta ammaliato dal personaggio che conosce i segreti di tutti, riesce a guarire con il tocco delle mani, entra nella psiche e ne coglie i segreti.

André Aciman ancora una volta lancia una sfida ed è impossibile resistere alla rete magnetica che sa creare.

Una scrittura semplice dove i dialoghi corrono veloci.

Il paesaggio magnifico della costiera amalfitana è lo sfondo ideale per una storia che porta lontano.

Si valicano le montagne dell’impossibile, si approda nei “Lugentes Campi”, si rilegge Shakespeare, si incontrano Fedra e Didone.

“Chiunque sia stato a ferirci, ci lascia un segno che ci accompagnerà per sempre.”

Bisogna tornare indietro, rileggere gli eventi e imparare a sanare le ferite.

La potenza del romanzo è quella che mi piace definire “la teoria dell’amore”.

Nella vita, che è “una sala d’attesa”, ognuno è composto da più personalità.

Come farle interagire?

È possibile conoscerle tutte?

“L’io vecchio, l’io nuovo, l’io ombra,

L’io che abbiamo sempre saputo di essere ma non siamo mai diventati,

L’io che abbiamo lasciato indietro e non abbiamo mai recuperato

L’io che sarebbe potuto essere ma che non è mai stato.”

L’autore entra in una dimensione difficile da definire.

Potrebbe essere lo spazio dell’inconscio o quello del desiderio.

Poco importa quando nella figura di Margot riviviamo i nostri déjà vu e con lei scendiamo nei sotterranei del mistero.

Una cosa è certa: vorremmo avere la fortuna di incontrare Raúl, per assaporare il frutto proibito della reincarnazione.

“Ognuno è condannato alla solitudine”

Questo libro ha il potere di farci sentire meno soli, di credere nell’eternità e di illuderci che i veri sentimenti non si spengono mai.

 

Angolo Poetico “Senza ritorno” Carmen Yáñez Guanda Editore

 

 

“Eravamo così felici

E non ci accorgevamo della dimensione della vita.

Dell’invisibile minaccia, dell’ombra lunga

Della paura,

Noi non sapevamo nulla, insolenti.”

 

 

 

“Mi commuovono

Le cose più vicine

Le ombre, le pieghe della terra

Da dove partì l’intimità

Del tutto.”

 

 

“La bambina che sono stata

Tiene in mano una bambola di porcellana rotta,

Le rompono l’infanzia.”

 

 

“Un ragazzo sulla soglia” Anne Tyler Guanda

“Viene da chiedersi cosa passi per la testa a uno come Micah Mortimer.

Vive solo, se ne sta per conto proprio, la sua routine è scolpita nells pietra.”

L’incipit di “Un ragazzo sulla soglia”, pubblicato da Guanda, rientra in un preciso canone narrativo.

Creare curiosità in poche righe, tratteggiare a matita una figura “normale”.

Una normalità senza sobbalzi, fatta di ripetizioni e di precise abitudini.

“Si sofferma mai a riflettere sulla sua vita?

Su quale sia il senso, o lo scopo?

Lo disturba pensare che probabilmente passerà i prossimi trenta o quarant’anni in questo modo?

Nessuno lo sa, e quasi certamente nessuno gliel’ha mai chiesto.”

Anne Tyler introduce un quesito che coinvolge direttamente il lettore, lo scuote e lo costringe ad entrare nella narrazione.

Nel protagonista rivede piccole manie, solitudini mai confessate e una distanza dai sentimenti.

Un voler restare a guardare la vita che scorre come un spettatore che non si aspetta niente da se stesso.

“Micah e Cass si frequentavano da circa tre anni, ed erano nella fase in cui le cose si erano più o meno assestate: erano stati raggiungi dei compromessi, le incompatibilità erano state accettate, le piccole stranezze venivano ignorate.

Si poteva dire che avevano elaborato un metodo.”

Ma un imprevisto si insinua nella scacchiera del perfezionismo.

L’ncontro con il giovane Brink, figlio di un amore giovanile scompaggina le carte.

L’autrice non cambia ritmo narrativo, mantiene una scrittura piana, senza evidenti sobbalzi.

Una tecnica che la contraddistingue e che fa intuire tra le righe stati d’animo e ripensamenti.

Un romanzo che ribalta le consuetudini della psicologia contemporanea, mostrando un percorso di consapevolezza lento, fluido e senza lacerazioni interiori.

Una interessante lezione che arriva come un sommesso suggerimento.

Non esistono vite perfette, relazioni immacolate, pensieri netti.

Si prova ad accettare l’infinita gamma di colori delle nostre emozioni e si va avanti, un passetto alla volta.