“Il tempo delle tartarughe” Francesca Scotti Hacca Edizioni

 

 

Figure stilizzate, immagini che sfocano verso l’indistinto.

Trame che si concentrano nella eleganza del linguaggio e prospettano un mondo evanescente.

Tempo rallentato come il respiro contratto, in attesa di una rivelazione.

Atmosfere che si specchiano nella solitudine della notte o nel baluginio del giorno.

La sospensione è segno distintivo di “Il tempo delle tartarughe”, pubblicato da Hacca Edizioni.

Racconti che nello sfiorare i personaggi fanno immaginare lo sdoppiamento del vissuto.

Da un lato il presente dall’altro la memoria.

Il volto di un’amica forse solo immaginato e la scomposizione di eventi lontani e mai dimenticati.

Un treno che si ferma nel luogo dell’inciampo, dove la terra si fa conca e accoglie la bambina bullizzata.

Amanti che non hanno più parole da consegnare all’Amore e accettano silenziosi un finale già scontato.

Un guscio di conchiglia, un paesaggio marino, una tartaruga ferita, una festa di compleanno senza luci e colori, lo schianto di una macchina, l’insonnia di una donna.

Fulminea rappresentazione del non detto, della solitaria e rassegnata campana senza rintocchi.

L’infanzia che rotola veloce e lascia rimpianti sulla riva.

Italia e Giappone e le parole si uniscono creando una intimità che nasce dalla doppia appartenenza.

Lacrime si rapprendono sulla terra e il dolore svanisce.

Complimenti a Francesca Scotti, è riuscita a farci vivere l’illusione.

Non sempre ciò che non vediamo è scomparso, forse ha solo cambiato forma.

Basta imparare a guardare fino in fondo dove il sogno diventa realtà.

“Nome non ha” Loredana Lipperini Elisa Seitzinger Hacca Edizioni

 

“Le storie mettono radici invisibili e profonde, e i nostri pensieri, e dunque le nostre azioni, muteranno dopo averle incontrate.

Lo sapremo solo nei sogni, dove si mostrano le fessure e i cunicoli che accolgono la parte più importante delle nostre vite.”

È quello che succede leggendo “Nome non ha”, pubblicato da Hacca Edizioni.

Si ha la certezza che ogni parola, ogni frase, ogni simbologia resterà nella nostra anima, tornerà nei giorni incerti, scaverà pensieri che portano lontano.

Accogliamo la narrazione come una vibrazione di un tempo perduto dove il mistero può essere svelato.

Terra promessa dove la sorgente del sapere sgorga copiosa, il mito si traveste da realtà e danza sinuoso sconfiggendo la nostra muraglia di certezze.

Incontreremo le Sibille, impareremo a conoscerle e ad amarle.

Ci sveleranno chi siamo e ci insegneranno l’arte della profezia.

Finalmente vedremo ciò che non è chiaro, sfideremo chi vuol farci credere che la conoscenza può essere pericolosa.

Ci sentiremo liberi di ascoltare voci antiche che non hanno mai smesso di tramandare la gioia del fonema che diventa letteratura.

Saremo attratti dalla poetica che Loredana Lipperini riesce a comporre coniugando esperienza e racconto.

Insieme percorreremo luoghi che il terremoto ha ferito, entreremo nelle chiese con una rinnovata voglia di spiritualità.

“Questo noi no è quello che ci inchioda e per questo ci scambiamo idee per afferrare il mondo per i capelli e strategie per spazzare via quelli che non capiscono quanto possa essere orribile la pressione che ci portiamo addosso, tutte quelle aspettative dei genitori e degli adulti, e nostre, e la difficoltà di realizzarle.”

La scrittrice evoca il ricordo di un viaggio insieme a due amiche e il casuale incontro con Viola, artista  fantasiosa, donna dalle mille risorse, capace di tessere leggende e di mappare grotte e paesi e monti.

Generazioni differenti in una notte che ha il sapore di una strana alchimia.

Tutto è filtrato dal “canto degli uccelli che pian piano va smorzandosi e una certa luce in lontananza che potrebbe essere azzurra.”

È vero, “le parole fanno e disfano il mondo” quando sono così intense, carezzevoli, perfette.

Il miracolo si è compiuto, ci sentiamo trasportati in quell’Altrove dove tutto è possibile e mentre ci perdiamo tra le immagini realizzate dall’illustratrice Elisa Seitzinger comprendiamo che abbiamo superato quel tragico limite che ci vuole razionali e rigidi.

Grazie per i colori, le emozioni, le luci, la poesia e l’illusione che possiamo scavalcare i confini della nostra materialità.

Siamo corpo e anima e ameremo, soffriremo, spereremo e torneremo nei territori che la scrittrice ci ha donato.

 

“Atti di un mancato addio” Giorgio Ghiotti Hacca

 

“Viaggiavamo di continuo, in preda a un senso criminale e divino della vita.

Affamati e innocenti come lupi bianchi.

Ognuno scappava da qualcosa, verso qualcosa.

Ci erano ignoti la partenza e l’arrivo.”

La giovinezza come un sussurro che arriva da lontano restituendo percezioni e ricordi.

Volti e voci nell’esercizio complicato della consapevolezza sono ricuciti insieme con la grazia di una prosa dai toni melodici.

“Atti mancati di un addio”, pubblicato da Hacca, è testimonianza di un cambiamento, specchio di un’anima pura, sinfonia di fonemi che danzano insieme.

Narra le amicizie e quel cercarsi come bambini che non vogliono sprecare tempo.

“Avevamo nel cuore la stessa malinconia, lo stesso identico stupore.

Quante domande ci abitavano allora, quante poche risposte.”

Trasforma l’attrazione in sintonia mentale, evoca l’infanzia con una nostalgia struggente.

Fa intravedere un barlume tra le brume di una perdita.

Fa dei luoghi riti di passaggio, copre le città di un alone di mistero.

Bologna, “città fraterna”, Roma, divisa tra “confini ed annessioni”, si materializzano ed hanno la consistenza di chimere.

Giorgio Ghiotti tesse con fili magici una trama intrisa di simbologie.

Lascia al lettore il compito di scegliere un suo personale itinerario narrativo.

È la scomparsa di Giulio la causa scatenante di una ricerca dell’indefinito.

Inghiottito dal nulla, come una meteora.

È stato amico e complice di un’intesa che non si serve di parole.

Di lui restano tracce indelebili che riempiono le notti insonni.

Tanti i rimpianti per il non detto, per i gesti trattenuti.

“Il ricordo è un fatto privato, mentre la memoria è collettiva:

È il ricordo che diventa narrazione.”

Una frase che verbalizza una filosofia esistenziale ed invita a chiedere perdono per

“Certe lacrime cacciate via di fretta.

I viaggi in solitaria con una canzone che salva.

Per i versi tornati alla mente che ci danno parole e saggezza.

Per il silenzio nostro e tutti gli atti mancati quand’era il tempo.”

Dedicato a chi non ha più trovato la strada e a chi ha il coraggio di attendere.

“Calcoli e fandonie” Leonardo Sinisgalli Hacca Edizioni

“Si può percorrere intera la strada della ragione.

È una strada lunghissima che si perde nei secoli.

La pista anche se sconvolta non si cancella.”

“Calcoli e fandonie”, scritto negli anni sessanta e ripubblicato da Hacca Edizioni, è intransigente, amara lettura delle dicotomie tra la società utopica e quella reale.

Tragica constatazione della perdita di anima e valori, della creatività soffocata da regole.

“Sai di essere indescrivibile,

Sai di essere una traccia labile,

Un bene indisponibile.

Sai di essere una nube.”

La poesia risuona nel silenzio che vorrebbe uccidere il pensiero.

È l’irregolarità che irrompe a deformare la geometria statica delle città.

“L’uomo ha poco di sacro: sacra è la coscienza della nostra indegnità.”

Liberarsi del Narciso che si specchia e cercare il proprio volto nei ripostigli dell’inutilità.

La scrittura di Leonardo Sinisgalli si misura con le forme ed i volumi.

Si espande e si contrae, si spezza in frasi brevi che nella minuzie del vissuto ricompone una verità universale.

Si sfrangia in lunghe digressioni, insegue un ragionamento, lo filtra e lo purifica dalle scorie di una cultura mnemonica.

I ritagli di ricordi fermano immagini che nessuno vuol vedere, sono solo stracci da abbandonare mentre la scienza non accetta il Nonsenso.

“Corre il tempo dietro quelli che che sfuggono come la polvere dietro il vento.”

I rimandi letterari, scientifici, artistici sono bozze da leggere con attenzione, curiose invasioni di una Cultura complessiva e non frammentaria.

Un invito a ragionare solo “di quello che esiste”, un viaggio amaro, doloroso.

Tra “porte, chiavi, cunicoli nascosti” bisogna trovare “le linee di intersezione di due o tre universi.”

“Il canto delle balene” Ferdinando Camon Hacca

 

“Senza segreti non si può vivere: ogni uomo ha il suo.”

“Il canto delle balene”, pubblicato da Hacca, è una divertente commedia sulle ipocrisie di una società che ha perso di vista il rapporto tra amore e tempo.

Una feroce ricostruzione del rapporto di coppia, delle fratture tra vero e falso mentre si dilatano le distanze affettive.

A narrare è “il marito”, spaesato nello scoprire che la sua donna è cambiata.

“Figlia era e figlia rimaneva.”

Impossibile accettare questa inversione di ruoli e leggendo ci si chiede cosa ci si aspetta dalla propria compagna.

Una donna che non sa essere moglie e nella figura dell’analista cerca conferme alle sue delusioni.

Il terapeuta dovrebbe essere trasfert di unione ma bisogna accettare di condividere un’intimità che è l’unico appiglio al proprio esistere.

Aprirsi significa denudarsi, mostrare debolezze e follie.

È possibile perdere il perverso piacere della propria ombra?

Quell’ombra che nella sessualità si svela?

La narrazione procede con scatti improvvisi accompagnato da un linguaggio allusivo.

Ferdinando Camon costruisce in ogni capitolo piccole scene che mostrano le crepe di un dialogo tra sordi.

L’incomunicabilità cerca mediazioni e crea maggiori distanze e fratture.

Bisogna capire come si è arrivati al matrimonio, quanto si è scelto e quanto si è subito.

Quali sogni si sono cancellati e se è possibile tornare indietro.

Chi è l’altra donna?

Marina, figura mitizzata ed oggi solo comparsa di un passato che lascia  macchie sbiadite di colore.

L’autore, Premio Strega nel 1978, Premio Campiello alla carriera nel 2016, è un affabulatore affascinante.

Grazie a lui incontreremo il venditore di parole, il cercatore di Dio che ha perduto se stesso, l’ateo credente e tutti provano a viaggiare verso mari lontani.

Da leggere come una favola liberatoria.

Canto creativo per non farsi distruggere dal rimpianto, la certezza che esiste sempre un’opportunità da cogliere.

Non è mai troppo tardi.

 

“Gli effetti invisibili del nuoto” Alessandro Capponi Hacca

 

Acqua come elemento salvifico e protettivo.

Corpo che nel nuoto ritrova la sua identità.

Fragilità che si ricompongono.

Silenziose esistenze che spezzando i nodi del passato urlano i loro bisogni.

Incontri all’apparenza insignificanti stabiliscono sintonie.

Segreti rivelati e troppo preziosi da donare a chi non merita.

La raccolta di racconti intitolata “Gli effetti invisibili del nuoto”, pubblicata da Hacca, regala l’insoluto, quello spazio nel quale galleggiamo senza riuscire a tornare a galla.

Con una scrittura che sa entrare nella dimensione profonda dei personaggi si percepisce il bisogno di trovare una cifra letteraria alternativa, unica, soave.

Il libro è animateo da figure che ci rappresentano.

Sono quell’Io che abbiamo seppellito, sono il dissenso all’ovvietà, la rabbia per ciò che abbiamo perso.

E nelle metamorfosi che il contatto con l’acqua scatena c’è finalmente la libertà di scelta, la consapevolezza che è necessaria una svolta.

“Come aveva fatto a resisistere per così tanto tempo, come?”

È in questa domanda esistenziale la nascita di una ribellione.

Alessandro Capponi sa dosare immaginazione e realtà, le incastra e le rende indissolubili.

Crea un’aspettativa e nell’attesa di quell’ignoto che ci aspetta ci sentiamo pervasi da una carica nuova.

Siamo vivi, rinnovati, pronti ad giocare ruoli che ci eravamo preclusi.

Perfetta la rappresentazione metaforica del vissuto che acquista lineamenti e comportamenti mitologici.

Non è casuale la scelta delle creature animali che animano la narrazione.

Siamo aironi, pesci, tartarughe, gamberi.

Siamo bambini che si travestono e nel travestimento sappiamo di essere unici, vitali, creativi.

L’autore lancia una sfida, ci offre la possibilità di nuotare nelle acque limpide di una meravigliosa, magica armonia.

 

“Brown sugar” Antonio Veneziani Hacca Editore

 

“Rara, emaciata sera d’esilio, questa, che addensa sull’occhio le ferite della giovinezza”.

Nei versi che scorrono lasciando gocce di dolore, tra ferite e rimpianti, si scompongono immagini di ùna dipendenza che attrae ed impaurisce.

“Brown sugar” (Hacca) è la ripetizione di un flash, illusoria chimera di eternità.

“È un lessico di mani vogliose”, anima che brucia “in istanti incandescenti”.

Il linguaggio duro, incisivo circoscrive una confessione, forse la ricerca di assoluzione.

Il rosso domina come un invito a non cedere alla tentazione di arrendersi.

Antonio Veneziani trasforma l’amore in una esplorazione di abissi, una scrittura sul corpo, una passione che può lacerare.

Racconta la clandestinità di passioni proibite, cammina sul crinale di un precipizio dove “la speranza è un meccano inceppato”.

La città nella sua notte di peccato nasconde volti e voci.

Resta la poesia a urlare che “il mondo è un’enorme bugia.”