“I sogni si spiegano da soli” Ursula K. Le Guin SUR

 

“Le Guin è una pensatrice orgogliosamente caotica, per cui qualsiasi purista accademico potrebbe dare in escandescenze.

Tradurre il suo pensiero spesso ti mette di fronte a una sfida: trovare un modo per restituire il caos, sebbene a volte si sia tentati di semplificarlo, di correggerlo o di dargli un ordine.”

Nella splendida prefazione a “I sogni si spiegano da soli”, pubblicato da SUR, Veronica Raimo, che ha curato la scelta dei saggi, rende giustizia non solo alla scrittrice di successo.

Ursula K. Le Guin è stata una stella nel panorama culturale internazionale e i suoi libri di fantascienza ci hanno permesso di conoscere e visitare il mondo altro.

La sua non è stata una letteratura di serie B proprio perché ha scardinato un modello di genere partendo dalla creazione.

Creare ha significato immaginare, inventare, lasciarsi guidare dall’istinto.

Vivere i luoghi e i personaggi anche se inesistenti.

Dai suoi scritti emerge un ritratto chiaro, limpido, onesto.

Non ha timore di mostrare i suoi punti deboli, i passi falsi, le inconcruenze.

Sempre a testa alta con la determinazione di chi sa mettersi in discussione.

“La nostra sventura è l’alienazione, la separazione dello yang dallo yin.

Invece delle ricerca di equilibrio e integrazione, lottiamo per il dominio.

Rafforziamo le divisioni e neghiamo l’interdipendenza.”

Questo concetto rivoluzionario viene ripreso più volte ed è fondamentale per comprendere la filosofia della scrittrice.

Ci invita a superare un dualismo distruttivo che porta la società alla divisione e quindi all’annullamento.

Interessante è la relazione tra chi legge e chi scrive, si instaura un rapporto di fiducia e ogni parola diventa la nostra.

È il mistero che conoscono bene i lettori di ogni età.

Rapiti dalla scrittura solo in un secondo momento possiamo apprezzare la metafora.

“La verità è una questione dell’immaginazione.”

Una frase che può lasciarci perplessi ma a pensarci bene noi interpretiamo la realtà, la manipoliamo e la conosciamo attraverso un processo di liberazione da schemi e preconcetti.

Perdersi per ritrovarsi, coniugare vecchio e nuovo, accettare le fasi dell’esistenza, compresa la vecchiaia, imparare a “danzare sull’orlo del mondo”, percorrere strade traverse.

“Forse abbiamo avuto fin troppe parole del potere e discorsi sulla vita come battaglia.

Forse quello che ci manca sono le parole della debolezza.”

Scritto nel 1983 è di un’attualità impressionante.

Ammettere non sono la debolezza ma anche il fallimento, trovare il linguaggio delle emozioni e sentirsi “native”.

Non prigioniere “di un sistema sociale psicopatico”, ma trovare il proprio spazio di autonomia.

E soprattutto parlare la lingua Madre, la lingua delle donne.

“Possiamo parlare insieme nella lingua madre, possiamo parlare insieme nella lingua padre, e possiamo cercare insieme di ascoltare e parlare la lingua che forse è il modo più sincero che abbiamo di stare al mondo.”

Un libro indispensabile per scegliere di essere libere.