“Il castello di ghiaccio” Tarjei Vesaas Iperborea

 

Siss, undici anni, sta per attraversare l’inatteso.

I suoi passi nel bosco risuonano sul ghiaccio, il silenzio è rotto da un fragore improvviso.

“Come un prolungato frantumarsi, sempre più lontano e lontano, man mano che si affievoliva.”

La frantumazione di qualcosa di solido, resistente è il primo segnale lanciato da Tarjei Vesaas.

Per entrare nel mondo labirintico di “Il castello di ghiaccio”, pubblicato da Iperborea e tradotto da Irene Peroni, bisogna cogliere anche il più piccolo dettaglio.

Le parole sono importanti perchè fanno intravedere segreti ma appena ci si avvicina alla verità una coltre scura avvolge tutto.

Pur avendo molte affinità con il romanzo gotico, il testo è molto simile ad una favola narrata nelle notti di gelo.

I paesaggi norvegesi sono come chimeriche apparizioni, luci e ombre in un universo tutto da decifrare.

Quando la nostra protagonista raggiunge la meta è forte la tensione.

Sa che l’incontro con la compagna di scuola Unn sarà esperienza di scoperta.

Quella ragazzina così isolata da tutto è enigmatica e certamente ha un passato pieno di crepe.

In quelle poche ore si crea uno squilibrio tra colei che non sa e colei che ha qualcosa da rivelare.

Uno specchio riflette i due volti di bambine e in quel momento improvvisamente l’infanzia scompare.

Anticipazione di ciò che accadrà sconvolgendo l’esistenza del paese.

Unn scompare e vane sono le ricerche.

Il lettore sa e non può far altro che attendere ed ecco ritorna prepotente questa immobilità statica.

Ci si perde mentre la tensione emotiva crea un vuoto insopportabile.

Maestoso si profila il castello di ghiaccio, un gioco burlesco, un percorso ad ostacoli.

È la sfida a non temere più nulla, ad appartenere al Creato.

Stanze e giochi di luce, incantamenti e perdizione.

Questa struttura così carica di simbologie si contrappone alla realtà.

Due piani narrativi che si sfiorano senza unirsi.

La notte e il giorno, i mesi e la neve: è come se ci fosse una lunga pausa mentre la perdita scava solchi di dolore.

Si può tornare alla normalità quando si è toccato l’abisso insondabile dell’ignoto?

Lo scrittore riesce a mantenere un’equidistanza dagli eventi narrati, non accelera il ritmo perché sa che ci ha conquistati.

Vorremmo farci trasportare dalla corrente delle sue metafore, farci coccolare da pagine di una bellezza sublime, fermarci in riva al lago e gridare forte le nostre promesse.

Un testo con forti riferimenti ambientalisti e nel finale quei blocchi di ghiaccio che si disperdono ci ricordano che la Natura è presente.

Va amata e rispettata.

Rimane solo l’illusione di aver conosciuto quel limite che non sempre è decifrabile.

Leggetelo, è meraviglioso!!!