“Il mantello” Marcela Serrano Feltrinelli Editore

 

“Il martedì se n’era andata.

Di colpo. Finito tutto.

Una razzia senza sconti.

Sono disperata perché non so qual è stato il suo ultimo pensiero. Non la possiamo più svegliare ormai.”

Margarita e un legame profondo, sorella e amica, compagna di giochi e aventure.

Vestale immolata sull’altare di un male impietoso.

“Il mantello”, pubblicato da Feltrinelli Editore, non è solo elaborazione del lutto.

È ricordo e rimpianto, ferita che non può sanare se non ci si interroga sul senso della morte.

Capitoli brevi, righe vergate come un diario sentimentale, parole che accendono nel lettore la fiamma spenta di un oblio affettivo.

“Il lutto è un processo psicologico che va assolutamente preso in considerazione.

Nessuno che ci si trovi dentro deve sottovalutarlo.”

Vuoto di colore, ricerca di radici, immagini spezzate.

Si compone un romanzo che nell’armonia delle parole modella e circoscrive il destino di tutti noi.

“I sofferenti non sono altro che questo, gli afflitti.

Rammendati.”

Frammenti di emozioni che vanno ricomposti dando spazio ad una interpretazione oggettiva.

Ed ecco che la letteratura si fa voce potente, balsamo che negli scritti di scrittori e poeti conduce verso un territorio comune.

Vincere l’autocompatimento, comprendere che “l’assenza è interminabile.”

Marcela Serrano scrive un poema che abbraccia la storia del suo popolo.

Racconta l’affronto dell’esilio, la perdita del luogo fisico e mentale.

“L’esilio è tentare il disamore.”

Staccarsi, non cedere alla tentazione di abbarbicarsi ad una visione falsata degli eventi, vivere la dittatura come un’atroce ingiustizia.

Ricorda i tanti desaparecidos e nel farlo restituisce dignità non solo agli scomparsi ma anche ad una terra che ha subito la più grande violenza.

“Ogni madre, ogni sposa, ogni figlia e ogni sorella: una Antigone.

Migliaia di Antigoni hanno marciato lungo le strade del nostro paese invano.”

La perfezione stilistica del testo, l’incedere verso una appropriazione della sofferenza, il bisogno di condividere una esperienza forte sono perle rare.

La realtà si palesa e costringe l’immagine dentro il recinto della finzione.

È la sconfitta del pudore, la resa ad inutili silenzi.

È la vita che deve vincere la sua battaglia, deve tornare lentamente a fiorire.

Tessere un mantello che resista al gelo della dipartita, continuare a scrivere perchè i segni sulla carta sono redenzione e speranza.

Speranza che non  spenga l’amore, che non  addormenti la memoria.

 

 

Incipit “Il mantello” Marcela Serrano Feltrinelli Editore

 

 

 

“Uscendo dal cimitero, mi ero ripromessa di chiudere ogni valvola del corpo che, se lasciata aperta, mi avrebbe impedito di camminare con le mie gambe, anche quella a metà strada lungo la spina dorsale, la sede dell’anima, come diceva Virginia Woolf.

Una bomba atomica sganciata sulla nostra testa.

Parlo di noi, parlo delle sue sorelle. Siamo sempre state cinque. Irreversibilmente spezzata la nostra ferrea identità unitaria.

Provai a immaginare un drappello di donne fantasma che vagano per i campi abbandonati, senza nome e senza meta. Con le valvole aperte.

Impossibile. Come a dire quattro zombie o, al contrario, quattro prefiche urlanti, di quelle che si ingaggiano per far vedere che c’è qualcuno che piange il morto, in certe culture.

No, né zombie, né prefica urlante.

Bloccare il meccanismo esterno che scatena il dolore, qualunque esso sia. Magari anche le lacrime (serbarle per l’alba, l’alba è gentile).

Dicono che solo gli aristocratici sappiano comportarsi con discrezione in certi momenti, ma a me dell’aristocrazia non me ne frega niente.

Però odio le sceneggiate. La sofferenza è indiscreta. In pubblico, indecorosa.”