“Il moro della cima” Paolo Malaguti Einaudi Editore

 

“Libertà.

Ecco cos’era quella strana e imprevista sensazione che la montagna gli aveva donato.

Una libertà come mai ne aveva sperimentate.

Forse ogni tanto qualcosa del genere c’era pure stato, nella sua vita.

Quando aveva preso il treno per tornare a casa finito il soldato.

O, all’indietro, vaghi ricordi di giochi infantili, corse sui prati incendiati dal tramonto, infiniti pomeriggi nascosti nel fieno, senza il timore del tempo che passa.

Ma erano deboli accenni.”

Leggendo “Il moro della cima”, pubblicato da Einaudi Editore, la prima sensazione che attraversa corpo e mente è molto strana.

Ci si sente pervasi da una pace infinita, un senso di inspiegabile benessere.

È come se le parole colmassero un vuoto, una distanza.

Diventassero un ponte ideale tra noi e la Natura.

E i luoghi descritti, a noi ignoti, apparissero come in un sogno al quale si resta incatenati.

Sarà effetto di una scrittura che penetra con una dolcezza inusuale.

Più che una musica lontana è un’orchestra dove ogni fonema produce un suono e nell’insieme creano un rimbalzo di percezioni.

Sarà perché il Moro ci ricorda i nostri nonni ed attraversare la sua vita significa consacrare la memoria di coloro che abbiamo amato.

Lo vediamo bambino con il destino segnato, contadino come gli avi.

E la sua ribellione è una sfida e una promessa a se stesso.

La Grapa è il mistero e la grandezza che si protende verso il cielo.

È il prodigio del Creato, colore che si trasforma con le stagioni, incanto del tempo rallentato.

“Era più di una montagna, in effetti: era il mondo intero, boschi, pendii erbosi, creste affilate, strane formazioni rocciose, affioranti in più punti come carcasse di antichi animali fiabeschi.”

Prima malgaro, poi gestore di un rifugio alpino, pronto a improvvisare storie accompagnando i turisti a visitare la montagna.

È commovente la simbologia che vede la roccia come la donna amata e in questa rappresentazione poetica si ripercorre la letteratura.

Tra le righe si intravede la mitologia greca, l’afflato romantico, la metafora simbolista.

Accanto a questa incredibile rielaborazione narrativa emerge il tratto storico, delineato con precisione scientifica.

Un secolo scorre davanti ai nostri occhi ed ogni accadimento viene filtrato nella semplicità di un uomo abituato alla fatica.

I suoi pensieri nascono dall’osservazione dei fatti in una concatenazione di causa ed effetto.

Quando scoppia la guerra un turbine emotivo attraversa la comunità che resta fuori dalla logica perversa dei potenti.

L’attualità delle pagine lascia senza parole e invita a riflettere sulle conseguenze psicologiche e non solo materiali del conflitto.

Tutto cambia, viene devastato, offeso.

È il sacrilegio compiuto a scapito dell’umanità e del Creato.

È la frantumazione della bellezza, la rovina che si abbatte sulle cime.

È il frastuono che si oppene al silenzio spirituale.

Paolo Malaguti scrive un’opera compatta, magica, stilisticamente perfetta.

Il linguaggio modula con leggerezza il dialetto che diventa un controcanto armonioso.

Regala paesaggi che ricordano dipinti impressionisti, offre al suo protagonista l’ultimo riscatto.

E nel gesto che vuole essere vendicativo c’è la dignità di chi non accetta di subire la Storia.