“L’abisso di Edipo” Giulio Guidorizzi il Mulino

“Edipo è un uomo che tra rabbie e angosce ha però il coraggio di svelare il suo segreto fino in fondo.

Così cade dentro il suo personale abisso; non ha la scaltrezza di Ulisse, non sa (o non vuole) evitare la sua Cariddi né uccidere il suo Ciclope”.

“L’abisso di Edipo”, pubblicato da il Mulino, intrattiene il lettore invitandolo a porsi domande esistenziali necessarie.

Partendo dalle vicende dell’eroe mostra quanto sia fragile ogni certezza quando “le cose prendono il loro corso, come non si può arrestare la corrente di un fiume che precipita in una cascata.”

Sofocle racconta l’indicibile, affronta la dicotomia tra destino e libertà.

Individua la doppia identità dell’essere umano: “il principe e il trovatello, il re e il capro espiatorio, il prescelto e il reietto, il solutore di enigmi e colui che non seppe capire chi era.”

Giulio Guidorizzi nel mito trova tracce “della materia fiammeggiante dell’anima, un magma di passioni, impulsi e istinti inesorabili.”

Mette in luce un cammino che nell’interpretazione del testo riesce ad analizzare odio, rabbia, furore.

Cerca di comprendere le ragioni del “raptus di disperazione”.

“La colpa è un problema di un individuo, la contaminazione di tutti.”

Da soggettiva la storia diventa collettiva ed è forse questo il segno dell’espiazione.

La rilettura della figura di Giocasta è commovente, insolita.

“Colei che cerca di sopire e nascondere, di rassicurare, una donna pronta a subire tutto per conservare la pace.”

L’autore sa scegliere i brani che meglio di qualunque commento tracciano il sentire dei personaggi.

Gli spendidi dipinti e il testo della tragedia concludono un’avventura che lascia disorientati.

È la vertigine della Verità che destruttura il senso di impotenza.

È la luce della Rivelazione che rischiara la notte.

È la rapsodia di voci antiche che ancora hanno tanto da insegnare.

 

“Il coraggio delle donne” Dacia Maraini Chiara Valentini il Mulino

“Il coraggio delle donne”, pubblicato da il Mulino, permette di riflettere sul ruolo della figura femminile attraverso un viaggio nel tempo.

Dalle battaglie per i diritti civili, alla formazione di gruppi femministi al nostro presente.

Il dialogo tra Dacia Maraini e Chiara Valentini ha il pregio di mettere a confronto idee e percorsi differenti.

Il ricordo degli anni 70 è uno degli spartiacque e finalmente identifica un approccio collettivo e una visione politica.

Non concordo con la visione della Maraini quando afferma che “il femminismo viaggiava parallelo rispetto ai nuovi movimenti marxisti che chiedevano un rinnovamento totale della società italiana.”

Le donne hanno dovuto affermarsi e lottare anche in ambienti culturalmente e politicamente “rivoluzionari”.

Spero che in tanti avranno l’opportunità di leggere il saggio perché quella fase storica merita approfondimento.

Le conquiste femminili sono state lente, sofferte e non sempre accompagnate dallo sguardo benevolo di compagni e mariti.

Ancora oggi c’è una disparità incolmabile in famiglia, al lavoro, in società.

Le due autrici non si fermano ai dati statistici ma cercano di comprendere il perverso meccanismo che non prevede l’affermazione di una identità di genere.

È vero che “quella delle donne è stata l’unica rivoluzione non fallita del XX secolo”, come ha affermato lo storico Eric Hodsbawm?

“Ora siamo in un momento molto grave, con questo virus sbucato dal nulla con timidezza e quasi dal nulla, tanto da non essere preso troppo sul serio, è che poi, piano piano, si è insinuato nella vita di tutti noi, al punto che è diventato difficile parlare d’altro.”

Ed è proprio in questa fase che sono aumentate le violenze domestiche e purtroppo anche i femminicidi.

Ritornare a parlare di diritti negati ha un valore doppio in questo periodo buio.

Uscire dalle stratificazioni mediatiche, affermare le proprie specificità, rintracciare nella rilettura dei classici quella visione maschilista che continua a generare vittime e padroni.

La seconda parte del saggio è dedicata alle donne coraggiose.

Ipazia, Olympe de Gouges, “ghigliottinata il 3 novembre 1793, nel pieno del Terrore, per aver pubblicato la sua famosa Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, Vibia, vissuta tra il II e il III secolo d. Cr. che ha il coraggio di proclamare la propria fede.

Alcune delle icone poco conosciute sono esempi per le nuove generazioni.

Leggere le loro storie significa imparare a riprendere un cammino che forse avevamo interrotto.

 

 

“Cattiva memoria” Marcello Flores il Mulino

“La presenza della memoria ha progressivamente preso il posto della storia come punto di riferimento immediato per il passato, soprattutto quello relativo al XX secolo.”

Quante e quali banalizzazioni, semplificazioni, manipolazioni e falsificazioni si sono costruite?

Si può creare una coscienza critica che orienti soprattutto le giovani generazioni?

“Cattiva memoria”, pubblicato da il Mulino, è una guida che affronta tematiche sociologiche e filosofiche.

Con la fine delle ideologie sono fiorite le memorie collettive insieme al “dovere di ricordare.”

Non c’è il rischio che ogni comunità sviluppi una identità del passato esclusiva, senza connessioni con il resto del mondo?

Il ruolo dello storico è quello di  “comprendere e non giudicare” senza lasciarsi attrarre da legittimazioni politiche o ideologiche.

“Anche la morale dovrebbe essere esclusa da ogni ricostruzione storica.”

Marcello Flores analizza la coscienza della Shoah, la rimozione e la demonizzazione del comunismo, il rapporto del fascismo con il passato e con il presente.

Mostra quanto sia pericoloso il negazionismo, ricorda eventi, mette in connessione teoria e prassi.

Molto interessante il capitolo dedicato alla nostra Italia dove tante memorie non sono solo “contrapposte ma anche confuse, incoerenti, imprecise e ambigue.”

Una scrittura diretta che pone interrogativi invitando ad essere liberi nelle ricerca delle fonti, nello studio degli eventi, nella valutazione di cause ed effetti.

 

 

“Saggezza” Eugenio Borgna il Mulino

“Le parole sono creature vive.

Ci sono parole che resistono al passare del tempo, si rinnovano senza fine, non stancando mai, e ci sono parole dimenticate, ignorate, anche se portatrici di significato.”

Eugenio Borgna, nella Collana “ParoleControtempo”, pubblicata da “il Mulino”, riflette sul significato della “Saggezza”.

Un fonema obsoleto, antiquato, privo di valore?

Come mai si è svuotato di contenuti acquistando l’odore della senescenza?

Che senso ha affidarsi “alla guida sterile e astratta della ragione, che guarda solo alla valutazione razionale delle cose?”

Da Montaigne a Sant’Agostino a Novalis il viaggio filosofico e letterario che l’autore ci propone è molto vasto.

Vengono sottoposte ad impietosa analisi la valutazione dello “specchio semantico”, le connessioni strette con la consapevolezza  del sè.

Bisogna partire dalla conoscenza dei propri limiti, delle passioni, degli anfratti più nascosti.

Un percorso doloroso, non privo di ostacoli, ma necessario per relazionare con l’altro creando ponti e non confini.

“Non sempre siamo consapevoli delle risonanze che le parole hanno sulla nostra vita, sulle nostre emozioni, sui nostri pensieri”

Salvare e salvarsi grazie a parole scelte con cura, capaci di medicare gli animi feriti e di infrangere le barriere della solitudine.

“Siamo chiamati a rispondere a un sorriso, a un’attesa e a uno sguardo.”

Il testo invita all’ascolto, al raccoglimento nel silenzio, alla moderazione delle emozioni.

Lo scrittore ci conduce con lentezza e con grazia in uno spazio di ricerca abitato da “Noi”.

Sceglie brani, poesie, riflessioni trasformando il libro in una raffinata antologia.

Concede al tempo uno sviluppo non solo cronologico, confronta passato e presente, parla di etica e di morale, di immaginazione e di esperienza.

Non resta che mettersi in cammino e provare ad essere saggi, ma la strada da percorrere sarà aspra. Ci aspetta una bella sfida.

“Il sentimento della lingua” Luca Serianni Giuseppe Antonelli Il Mulino Edizioni

La conversazione tra Luca Serianni, professore emerito di “Storia della Lingua Italiana” alla Sapienza di Roma e Giuseppe Antonelli, professore ordinario di “Storia della Lingua Italiana all’università di Pisa, dovrebbe essere letta nelle scuole superiori.

“Il sentimento della lingua”, pubblicato da il Mulino, è un saggio articolato sotto forma di intervista.

Si percepisce subito tra i due interlocutori la passione e l’entusiasmo non solo per l’insegnamento ma anche per l’approfondimento, la continua ricerca, la trasmissione del sapere.

“La lingua che usiamo dice molto di noi e del modo in cui stiamo al mondo. È un luogo di formazione individuale e collettiva.”

Alla “sfera intellettuale e collettiva” si aggiunge la dimensione civile, il nostro modo di esprimerci, l’interazione con gli altri.

L’importanza del greco e del latino, l’evoluzione di una parola nel tempo, la conoscenza della grammatica non solo sterili pragmatismi.

Ogni argomento è sviluppato partendo dall’esperienza personale ed ecco che il testo diventa metalinguaggio, iniziazione ad un’avventura percorribile da tutti.

Tanti gli esempi che illustrano un modo nuovo di vivere la didattica, tenendo sempre conto dell’ascoltatore.

Importante è ” non forzare le linee di ricerca” degli studenti, valorizzarne le qualità, spingerli a valicare anche le sconfitte.

“La lingua è una struttura più profonda, più intima.”

Nell’evoluzione del linguaggio bisogna saper cogliere nuove sfide, diverse sfumature.

Un invito a “diffondere la padronanza della lingua e della sua storia”, a “rafforzare il senso di appartenenza ad una comunità”.