“Il quaderno scomparso a Vinkovci” Dragan Velikić Keller Editore

 

Abbiamo apprezzato lo scrittore serbo Dragan Velikić in “Bonavia”, dove con una verve focosa è riuscito a mettere in scena la tragedia di una generazione.

La disintegrazione del Paese d’origine ha messo in luce le fragilità di esistenze che hanno perso ogni riferimento con le proprie radici.

Una storia di riscatto e di riconciliazione che ci ha commosso profondamente.

La nuova prova letteraria, “Il quaderno scomparso a Vinkovci”, pubblicato sempre da Keller Editore e tradotto da Estera Miočić, ha uno spiccato taglio psicologico.

Una storia intima, profonda dove la voce narrante è struttura portante di un testo introspettivo.

“Il giorno di giugno in cui morì mia madre mi trovavo in un appartamento su Boulevard Erzsébet, nel centro di Budapest.”

Una frase che si ripete quasi a voler fermare l’immagine, accettare quel trapasso, imparare ad elaborare il lutto.

La figura della madre domina e incombe come se evocarne il carattere, le piccole manie, le rabbie e i sorrisi preservasse dall’oblio.

Nel ricostruire i primi anni c’è un accento malinconico e certamente il bisogno di tracciare una linea che possa unire il prima e il dopo.

Gli eventi storici vengono filtrati da una lettura personale e in questa scelta si può percepire il senso profondo di una sconfitta che non è solo del singolo, ma coinvolge l’umanità intera.

“È in corso una nuova epoca..

Le edificazioni selvagge hanno cancellato le baie del sublime e del silenzio.

Ovunque ti giri, imprenditori edilizi con documenti falsi, impiegati bancari dai sorrisi posticci, un dettaglio di spie tra poliziotti e criminali.

Che ostentano sicurezza per la tremenda paura di essere smascherati.”

Parole dure, intransigenti che contrastano volutamente con tante pagine cariche di tenerezza.

È l’uomo al bivio in un’età in cui è necessario fare un bilancio, comprendere dove si dirige il passo e cosa ancora resta.

Un inno alla memoria, un invito a preservare gelosamente ogni attimo di quel film a volte sfocato che ci appartiene.

Un romanzo poetico e illuminante impregnato di simbologie.

Anche un quaderno smarrito, una foto color seppia, una voce lontana possono dare il senso della perdita.

Essere orfani della propria geografia porta a costruire attraverso la scrittura una mappa che attinge alla finzione ma non sempre è possibile.

Spesso, come in questo splendido libro, prevale la realtà in tutta la sua complessità.

Forse è vero:

“L’anima di una città la fanno le anime delle persone che la abitano.

E le persone, muovendosi, spostano anche le città.”