Agenda Letteraria del 29 aprile 2020

 

 

“La pioggia scroscia su di lui e la bora si avventa con tutta la sua rabbia, ma l’ombrello di papà è forte e non si arrende al mostro inferocito che vorrebbe sopraffarlo e rivoltargli i visceri. E fischia. E guizza lungo il muro del deposito di legname.

Ma Branko lo tiene stretto con entrambe le mani. Lo tiene stretto così convulsamente perché appartiene a suo padre e la bora non deve portarselo via.

Allora la bora si fa ancora più testarda e libera tutte le scorte dai suoi otri per strapparglielo di mano. Sembra quasi che si stia arrabbiando così perché hanno speso in caramelle i venti centesimi che la mamma aveva dato loro per il tram.

E sibila, sibila. Ma lui non molla il manico, tanto che il pallone nero finisce per alzarsi da terra e Branko vi rimane appeso.

E la bora sibila ancora più forte intorno a lui che ora è in alto accanto al muro grigio, e il sibilo gli trapassa i timpani sicché alla fine ha paura, lascia andare il manico e ricade sul marciapiede…

 

“Il rogo nel porto”  Boris Pahor La Nave di Teseo

“Il rogo nel porto” Boris Pahor La Nave di Teseo

 

La Storia con la sua irruenza entra nelle vite dei piccoli Branko e Evka.

Hanno origini slovene e cercano di comprendere le persecuzioni subite dagli adulti.

Anni 20, Trieste con la bora che soffia impetuosa, nel silenzio delle strade subisce l’attacco “degli uomini neri”.

“Il rogo nel porto”, pubblicato da La Nave di Teseo nella Collana “Gli squali” ha il sapore di una favola per lo stile e per la caratterizzazione dei personaggi.

Buoni e cattivi in una parodia che rende il reale sfumato.

Una necessità narrativa, il bisogno di raccontare i fatti attraverso occhi innocenti.

“Sopra le case il cielo era rosso come se fosse intriso di sangue.

Nell’aria odore di fumo. Si era forse incendiato un vaporetto nel porto?

Avevano preso fuoco i capannoni?

Ardevano i vagoni con il legname?

Brucerà tutta Trieste?”

La luce scarlatta penetra e devasta “La Casa della Cultura” e qualcosa si frantuma.

Luogo di incontro e conoscenza che diventa cenere davanti allo sbigottimento e alla rabbia trattenuta.

Tutto si ferma e la scena riempie la narrazione, si fa voce del dolore degli oppressi di tutti i tempi.

Boris Pahor nel realismo del costrutto inserisce personaggi che hanno una valenza allegorica.

Mizzi capace di sfidare la tristezza inventando favole, la maestra Anica con la speranza di una nuova primavera, lo zio, uomo dai troppi enigmi.

Lo scrittore compie un piccolo miracolo e nel finale regala al testo la leggerezza di una speranza.