“Il sogno di Ryôsuke” Durian Sukegawa Einaudi Editore

 

“I giganteschi alberi si susseguivano gli uni agli altri.

A perdita d’occhio.

E ognuno, in perfetto silenzio, s’imponeva con una presenza impressionante…

Era una forma di vita che era sempre stata lì, con il vento e la pioggia, per migliaia di anni.

Forse era essa stessa il tempo infinito.”

La sensazione che si prova leggendo “Il sogno di Ryôsuke”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Laura Testaverde, è una dilatazione temporale.

Sbarcando sull’isola di Aburi, nell’arcipelago giapponese, niente sarà come prima.

Un luogo isolato, poco abitato, con ferree regole di sopravvivenza ha un fascino particolare.

I colori cangianti del mare, l’intricata foresta, le grotte, gli animali, la pesca: un’aura di magia e una costante attesa.

Qualcosa sta per svelarsi a dipanare il passato da furtive ombre.

Intuiamo fin da subito che il giovane Ryôsuke ha un preciso obiettivo.

Ha accettato l’incarico di costruire una vasca per la raccolta dell’acqua ma questo viaggio sarà uno scontro con i suoi fantasmi.

Era un bambino quando il padre ha scelto di interrompere il flusso della vita.

Tante le domande che lo hanno accompagnato insieme ad una attrazione verso il baratro.

È arrivato il tempo delle risposte che solo un abitante dell’isola potrà dargli.

La trama ha la consistenza plastica di una composizione a strati.

Nel ragazzo cogliamo il bisogno di difendersi da se stesso e dagli altri, una malinconia che è segno di ferite mai rimarginate.

Accanto a lui entrano in scena Takikawa e Kaoru.

Osservandoli ci accorgiamo quanto sia facile giudicare senza conoscere.

Nel corso della narrazione subiranno una metamorfosi ed impareranno a sognare.

Il romanzo sviluppa con intelligenza il tema del cambiamento mostrandone le tappe, mai facili, simili a montagne da scalare.

Sarà l’incontro con Hashi, un vecchio pescatore, a scatenare un’inversione di rotta.

Ma il percorso dei tre è lento, meditato, arricchito dal confronto.

Dovranno superare le resistenze dei locali, scontrarsi con un’esistenza che nell’essenzialità insegna a combattere.

Trasformazione i sogni in progetti, vederli naufragare e riprovare.

Arriva la resa dei conti, chi resta e chi torna nella terraferma.

Non importa quale sia il percorso, importante è uscire dal labirinto dell’inedia, dalla paura di non farcela.

Durian Sukegawa riesce a costruire un’atmosfera tesa, a scegliere luoghi misteriosi, a svelare credenze e rituali.

Il suo è viaggio metaforico e tante sono le simbologie, tra queste il legame tra uomo e animale.

Una coesione che commuove e invita a credere nella forza dell’amore.

Arriverà la rivelazione agognata ma forse non è più fondamentale.

Padre è colui che c’è anche nella memoria e con lui, angelo naufragato, si può provare a volare.

Cercare e mai fermarsi perché ci sarà sempre una terra che luccica e incanta, che diventa casa, che apre le braccia e conforta.

Un testo maestoso, ricco di sorprese.

Un canto dedicato a chi inciampa, cade e prova a rialzarsi.