“Il vecchio figlio” Luciano Allamprese Atlantide Editore

 

Tornare all’infanzia con un meccanismo a ritroso affilato.

Il linguaggio curato modula i ricordi, attinge alle parole utilizzate dal padre.

È subito chiaro che “Il vecchio figlio”, pubblicato da Atlantide Editore, sia una colta disamina delle evoluzioni fonetiche.

Una frase serve a delineare il carattere del personaggio, a tratteggiarne le caratteristiche.

Il verbo nel senso metafisico del termine è protagonista assoluto, capace di sostituirsi alle infrastrutture psicologiche.

Un romanzo genile che si legge come un viaggio nel tempo all’interno della famiglia.

Cambiano le espressioni linguistiche perché influenzate da fattori esterni, prima tra tutti la televisione, con i suoi vezzi modernisti.

A narrare è il figlio e nel corso della narrazione assisteremo ad evoluzioni e involuzioni, fratture e ricucite.

Colpisce la precisione del dettaglio che rende la scena descritta vivida e presente.

Un padre autoritario costruisce una serie di regole invalicabili, opprimenti, frutto di una cultura militare.

Tra i racconti fantasiosi della madre, le uscite domenicali schierati come soldatini, la severa educazione si sopravvive fino al momento in cui si taglia il cordone ombelicale.

Un taglio decisivo che sembra indolore e in questo scarto emozionale negato sta la suggestione del testo.

L’attenzione si sposta su un altro versante.

Il nostro protagonista si trova a vivere un amore complesso, una sorta di difficile esercizio di convivenza.

È interessante la figura femminile perché concentra nevrosi e ossessioni che mettono a dura prova la coppia.

Ed ecco che l’amore si spoglia di tutta la poesia, è manipolazione e sofferenza.

In un vortice di incertezze ci si chiede cosa è veramente l’amore.

Si può diventarne vittime?

E dietro questo bisogno di essere dominati cosa si nasconde?

Due eventi tragici spingono il nostro protagonista a tornare alla casa del padre.

Succede un colpo di scena che in un primo momento ci disorienta.

Poi comprendiamo che l’architettura della storia era fin dall’inizio concentrata sul finale.

Cosa vuole dimostrarci Luciano Allamprese?

Spesso ció da cui si fugge ritorna con insistenza.

È un bisogno, una perpetuazione di un se celato.

È l’appartenenza, ci piaccia o no.

Altre potrebbero essere le strategie utilizzate dall’autore.

Una cosa è certa: sa stimolare il senso critico verso noi stessi, manipola e dissacra il contesto familiare, utilizza la scrittura per arrivare ad uno studio antropologico avvincente.

Sappiate che una volta iniziate le prime pagine sarete avvinti, stregati dalla eleganza e dalla creatività di Luciano Allamprese.