“Gita al fiume” Olivia Laing ilSaggiatore

“L’Ouse mi attirava come una calamita attira il metallo, ci tornavo nelle sere d’estate e nelle corte giornate invernali per rifare, come l’avvicendarsi delle stagioni, alcune passeggiate e nuotate, finchè non diventò un vero e proprio rituale.”

“Gita al fiume”, pubblicato da ilSaggiatore e tradotto da Francesca Mastruzzo e Giulia Poerio, è immersione nelle acque profonde del Sè.

Purificazione da ogni scoria, ritorno alle origini.

Nuova nascita dopo aver toccato il fondo limaccioso dei propri pensieri.

“Nella primavera del 2009 mi trovai in una di quelle piccole crisi che periodicamente affliggono la nostra vita, quando le impalcature che ci sostengono sembrano destinate a crollare.”

Olivia Laing invece di soccombere alla perdita del lavoro e del fidanzato, sceglie di trovare un itinerario che la aiuti a ricomporre i pezzi.

Il suo è un diario emozionante, una voce che dalla Natura attinge forza.

Sembra in alcuni passaggi che l’acqua diventi compagna e amante.

“Volevo in qualche modo insinuarmi sotto la superficie dell’universo quotidiano, come quando chi dorme si scrolla di dosso l’aria di tutti i giorni e sale sulla cresta dei sogni.”

Chi conosce le opere della scrittrice sa che l’impianto narrativo segue più direttrici.

La trama si compone di affluenti che insieme gonfiano il mare della creatività.

Si percepisce la magia dei fiumi, l’arcano mistero del loro espandersi in luoghi solitari, la capacità di regalare pace a “coloro che hanno perso fiducia nella loro meta.”

Non è casuale che il Nilo, il Tigri, l’Eufrate siano stati culle di fiorenti civiltà.

“I fiumi hanno plasmato il mondo in cui viviamo, portano con sé, come diceva Joseph Conrad, “sogni di uomini, semi di confederazioni, germi di imperi.”

L’autrice sa costruire un percorso letterario raffinatissimo dove la citazione diventa una tappa di riflessione.

“Quella primavera leggevo ossessivamente Virginia Woolf perché condivideva il mio interesse per l’acqua e le sue metafore.”

Ci si immerge nella scrittura di Virginia, si resta rapiti dalle pagine che Olivia Laing trascrive.

È una conoscenza che travalica il tempo e lo spazio.

È la simbiosi con la parola che si incide nel cuore.

È letteratura che mostra il dolore.

È ferita comune, è corsa “sotto la superficie del mondo.”

“Non possiamo afferrare il passato; è impossibile tornare indietro nel tempo, per riprenderci ciò che abbiamo perduto o trascurato con leggerezza, dunque perchè queste imboscate improvvise, questi guizzi di memoria?”

Un libro che cede al lettore la capacità di entrare nel mondo culturale e di viverne gli echi.

Un viaggio per comprendere “che vuol dire un”Itaca.”

“Ferdydurke” Witold Gombrowicz ilSaggiatore

 

“Era il panico della non esistenza, lo sgomento del non essere, l’angoscia della non vita, il dubbio della non esistenza, il grido biologico di tutte le mie cellule nei confronti del disfacimento interiore, della dispersione, della dissoluzione.

Era timore dell’indecente piccineria e meschinità, ansia della deconcentrazione, panico del frazionamento, paura della violenza che mi portavo dentro e di quella che mi minacciava dall’esterno…

E soprattutto c’era qualcosa che mi accompagnava continuamente non allontanandosi mai neanche di un passo, qualcosa che avrei potuto chiamare la consapevolezza inframolecolare di uno scherno interiore, di un intimo dileggio fra le capricciose parti del mio corpo e le corrispondenti parti della mia anima.”

“Ferdydurke”, pubblicato da ilSaggiatore, è conflitto tra percezione e realtà costruito con folgoranti visioni.

È la paura del passaggio tra un prima e un dopo.

Il timore della dissoluzione dell’innocenza.

L’ansia di “dipendere in tutto e per tutto dal proprio riflesso nell’anima altrui.”

La ricerca della libertà dello spirito che non vuole essere etichettato.

Costruito come un labirinto immaginifico il romanzo presenta infiniti antri illuminati dalle fioche luci di una dimensione surreale.

Giuso è voce narrante e guida in un viaggio dove si perde il senso dello spazio e del tempo.

In questo sovvertimento descritto con costrutti raffinatissimi sta la potenza di un testo che scombina gli equilibri.

Si percepisce una crepa che si spalanca fino a diventare voragine.

“Sfiorare quel mondo superiore e adulto e non poterlo raggiungere, rimanere a un passo dalla distinzione, dall’eleganza, dalla comprensione, dalla serietà, dal reciproco riconoscimento fra gli adulti, dalla gerarchia, dai valori, e vagheggiare quelle prelibatezze solo attraverso la vetrina, non avere diritto alle cose che contano, essere un accessorio!”

Per salvarsi bisogna ideare un percorso alternativo, muoversi all’interno delle allucinazioni, imparare a non subirle ma accettarle come parti del sè.

I personaggi che animano i capitoli sono certamente figure allegoriche di una rappresentazione mentale.

Compongono una mappa ideale dove si fronteggiano gli opposti in una guerra giocata con le sole armi del linguaggio.

Lo scrittore polacco Witol Gombrowicz è maestro nel manipolare la parola, che non è più suono.

“La parola può esprimere qualcosa di più di una parte della realtà?

Il resto è silenzio.

Insomma, siamo noi che creiamo la forma o è lei a crearci?

Ci sembra di essere noi a costruirla, ma è un’illusione, perchè siamo costruiti nella stessa misura in cui costruiamo.”

L’uomo può essere soggetto e oggetto in un’alternanza che ricompone l’unità tra spirito e corpo.

Corpo che nel testo cambia, si traveste, assume colori, sbiadisce, si sdoppia cercando tratti distintivi.

Si può uscire dall’anonimato o ogni tentativo è una contraffazione?

Mi piace immaginare che ognuno trovi la chiave dell’interpretazione del testo.

Seguendo uno o più percorsi ci si trova smarriti ma certamente liberi dalle forme che ingabbiano i nostri desideri più intimi.

Un’anticipazione della filosofia esistenzialista come suggerisce Francesco Cataluccio nella splendida postfazione, ma anche la sarcastica demolizione di una visione concettuale dell’individuo.