Incipit tratto da “Quello che chiamiamo amore” Loreta Minutilli La Nave di Teseo

 

 

 

 

“All’inizio non sapevo ancora come chiamarlo.

Avevo dieci anni e volevo salvarla.

La vedevo poco, perché non frequentavamo la stessa scuola elementare: mia madre stava ben attenta a tenere me e mia sorella lontani da tutto ciò che avrebbe potuto definirci come membri del nostro quartiere.

Sempre, invece, sentivo la sua vocina stridula di bambina: faceva i capricci perché non voleva mangiare pasta e piselli, rifiutava di mettere a posto le Barbie dopo averci giocato, si chiedeva perché l’arcobaleno avesse proprio sette colori.

Io ascoltavo, perché il mio balcone era quasi di fronte al suo, solo un po’ più in basso. Distinguere la voce di Elisa non era facile, perché per prima arrivava quella di sua madre, un boato spaventoso con un messaggio ancora più inquietante.

La madre di Elisa si chiamava Lucia e ogni giorno affrontava il dramma di avere in casa i propri figli.

La presenza di Elisa e di suo fratello Gabriele la turbava, le impediva di organizzarsi come avrebbe voluto, era un problema che si riproponeva di continuo e restava senza soluzione. L’unico modo che Lucia aveva per affrontarlo era urlare.

Urlava quando bisticciavano, urlava quando facevano domande, urlava quando non si alzavano dal letto, urlava quando non si vestivano abbastanza in fretta, urlava, semplicemente, quando li vedeva di fronte a sé, due piccoli concentrati di vitalità che avevano bisogno delle sue attenzioni.

Mannaggia a voi e al giorno che siete nati.

Vi potessi uccidere lo farei subito.”

Incipit tratto da “Voglio sappiate che ci siamo ancora” Esther Safran Foer Guanda Editore

 

 

 

 

 

“Sul mio certificato di nascita si legge che sono nata l’8 settembre 1946 a Ziegenhain, in Germania.

Il giorno è sbagliato, la città è sbagliata e la nazione pure.

Ci ho messo anni a capire come mai mio padre si era inventato quelle bugie. E come mai, ogni anno, il 17 marzo mia madre entrava in camera mia e mi dava un bacio sussurrandomi: «Buon compleanno».

Rimettere insieme i frammenti della mia storia famigliare è stata l’impresa di una vita. Sono figlia di sopravvissuti all’Olocausto e questo, per definizione, implica vicende tragiche e complicate.

La mia infanzia è stata piena di silenzi, punteggiati di tanto in tanto da rivelazioni sconvolgenti.

Ero consapevole di ignorare molte cose, oltre al segreto del mio compleanno inventato.

I miei genitori erano restii a parlare del passato e io avevo imparato ad aggirare gli argomenti delicati.

Poco dopo aver compiuto quarant’anni, mentre mi preparavo a tenere un discorso in una sinagoga della zona, ho deciso che sarebbe stata l’occasione giusta per colmare qualche lacuna nella nostra storia famigliare.

Mi sono seduta con mia madre nella cucina rosa della sua villetta anni Cinquanta, in una via di case tutte uguali abitate prevalentemente da famiglie di sopravvissuti all’Olocausto. Seduta, dunque, al suo tavolo di fòrmica finto marmo, vedevo i buoni sconto accuratamente ritagliati e impilati con ordine vicino al frigorifero, pronti per la spesa successiva.

Nell’armadietto sottostante c’erano farina e cereali, tutti acquistati sottocosto, in quantità sufficienti per affrontare una catastrofe in piena regola.

Ho cominciato con qualche domanda su mio padre e la sua esperienza in guerra.

Mio padre era stato un enigma, una figura evanescente su cui i nostri discorsi non si soffermavano mai, e nemmeno i miei pensieri più intimi.

Mia madre ha bevuto un sorso del caffè solubile che adorava e ha risposto senza troppi preamboli che mio padre aveva vissuto in un ghetto con sua moglie e sua figlia.

Incipit tratto da “Un bacio prima di morire” Ira Levin SUR

 

 

 

“Andava tutto così bene, maledizione, i suoi piani procedevano a meraviglia, e ora proprio lei rischiava di mandarglieli a monte.

Un’ondata di odio gli eruppe dentro e lo travolse, fino a contrargli la mascella e pietrificargli il viso.

Ma tanto le luci erano spente.

E lei, lei continuava a singhiozzare piano nel buio, la guancia appoggiata sul suo petto nudo.

Al contatto con quelle lacrime e quel respiro ardenti gli venne voglia di spingerla via.

Riuscì infine a rilassare il viso.

La cinse con un braccio e le accarezzò la schiena.

Era calda, o meglio, era lui ad avere la mano fredda; si rese conto di avere tutto il corpo gelato, le ascelle grondanti e le gambe tremule come ogni volta che le cose prendevano una piega inaspettata e lo coglievano di sorpresa, impreparato ad affrontarle.

Rimase un attimo fermo ad aspettare che il tremore passasse. Con la mano libera le tirò la coperta sulle spalle.

«Piangere non serve a nulla», le disse dolcemente.

Lei, docile, cercò di smetterla, di soffocare il pianto.

Si sfregò gli occhi col bordo liso della coperta.

«È che… me lo tengo dentro da troppo tempo.

Lo so da giorni… settimane ormai.

Non volevo dirti niente prima di esserne sicura…»

La mano che le aveva posato sulla schiena adesso era più calda.

«Non potrebbe essersi sbagliato?», chiese con un filo di voce, nonostante fossero soli in casa.

«Impossibile».

«Di quanto sei?»

«Quasi due mesi».

Sollevò la guancia dal petto e lui si sentì i suoi occhi puntati addosso nell’oscurità.

«Che facciamo adesso?», gli domandò.

«Al medico non hai detto il tuo vero nome, voglio sperare».”

Incipit tratto da “Signora vita” Ahmet Altan Edizioni e/o

 

 

 

“Le vite delle persone cambiavano nel giro di una notte.

Era tutto così marcio che nessuno riusciva a tenersi aggrappato alle radici del passato. Tutti convivevano col rischio di venire abbattuti da un colpo e sparire come pupazzi nel tiro a bersaglio di un luna park.

Anche la mia vita era cambiata in una notte. I

n realtà a cambiare era stata l’esistenza di mio padre.

A seguito di eventi che non ero riuscito ad afferrare del tutto, una grande nazione aveva annunciato il blocco delle importazioni di pomodori e decine di migliaia di ettari coltivati si erano trasformati in discariche rosso scarlatto.

Mio padre, dissennato come a volte sa essere chi non ama il proprio lavoro, aveva investito tutti i suoi averi in una singola coltivazione; due o tre semplici parole l’avevano gettato sul lastrico.

Avevamo perso tutto.

Dopo una nottata d’angoscia mio padre aveva avuto un’emorragia cerebrale.

Eravamo decaduti con una violenza così inattesa che non avevamo trovato nemmeno il tempo per essere in lutto, ci sembrava di vivere un enorme capogiro, vedevamo ogni cosa ma non riuscivamo a renderci conto a fondo di nulla, compresa la morte di mio padre.

Una vita che avevamo creduto non sarebbe mai cambiata era finita in pezzi con facilità terrificante.”

Incipit tratto da “Il vino dei morti” Romain Gary Neri Pozza Editore

 

“Tulipe scavalcò il cancello del cimitero e ricadde pesantemente dal lato opposto.

Si alzò subito, borbottando, poi vacillò, finì contro una croce alla quale si aggrappò con tutte le forze per non cadere.

«Tu bari!» risuonò improvvisamente una voce rauca, vicino a lui.

Terrorizzato, Tulipe lasciò la presa e sobbalzò nelle tenebre.

«Tu bari!» ripeté la voce, con rabbia.

«Come, come sarebbe che baro?» piagnucolò Tulipe.

Vi fu un momento di silenzio.

Poi la voce riprese a parlare, distinta: «Ti dico che bari! Mi senti?»

«No, no e no! Io non baro!» urlò Tulipe.

Questa volta il silenzio fu più lungo.

«Cos’è stato?» chiese la prima voce, sospettosa. «Non hai sentito niente, Joe?» «Cosa vuoi che sia, Jim?» rispose un’altra voce, con indifferenza.

«Un […]1 o qualcosa del genere. In ogni caso, non ho sentito niente!»

Tulipe, inorridito, non osava più respirare né muoversi di un millimetro.

I capelli gli si erano rizzati in testa.

Le ginocchia gli tremavano.

Gli battevano i denti.

«Diobono!» riprese all’improvviso, vibrante di collera, la prima voce. «Joe! Ti dico che bari. È uno schifo!»

«Lo sai che mi disturba sentirti imprecare, Jim!» rispose la seconda voce, calma.

«Era già abbastanza schifoso quando eri vivo. Ma ora che sei morto, è davvero una vergogna!»

Incipit tratto da “Un requiem tedesco” Philip Kerr Fazi Editore

 

 

 

“Era una giornata fredda e bellissima, di quelle che puoi apprezzare meglio se hai un fuoco da attizzare e un cane da accarezzare. Io non avevo né l’uno né l’altro, e del resto allora di combustibile in giro non ce n’era e i cani non mi sono mai piaciuti granché.

Ma grazie alla coperta imbottita che mi ero avvolto attorno alle gambe ero al caldo, e mi stavo giusto congratulando con me stesso per il fatto di riuscire a lavorare da casa – il salotto fungeva anche da ufficio – quando bussarono a ciò che rimaneva della porta d’ingresso.

Imprecai e mi alzai dal divano.

«Ci vorrà solo un minuto», urlai attraverso la porta, «non se ne vada». Girai la chiave nella serratura, tirando la grossa maniglia di ottone.

«È meglio che spinga dalla sua parte», gridai ancora.

Avvertii uno scalpiccio sul pianerottolo e poi una pressione sull’altro lato della porta. Finalmente, con un cigolio, si aprì.

Era un uomo alto di circa sessant’anni.

Con i suoi zigomi pronunciati, il naso corto e sottile, i favoriti fuori moda e l’espressione corrucciata, mi fece venire in mente un vecchio babbuino incattivito.

«Credo di essermi stirato qualcosa…», borbottò, massaggiandosi una spalla.

«Mi dispiace», dissi, facendomi da parte per lasciarlo entrare.

«L’edificio è malridotto. La porta avrebbe bisogno di essere riassestata, ma ovviamente non si trovano gli attrezzi». Lo guidai in salotto.

«Ma nel complesso non va così male. Abbiamo vetri nuovi e sembra che il tetto resista alla pioggia. Si sieda».

Gli indicai l’unica poltrona e ripresi il mio posto sul divano.

L’uomo posò la borsa, si tolse la bombetta e si sedette sospirando esausto.

Incipit tratto da “Streghe fraterne” Antoine Volodine 66THAND2ND

 

 

“Mi chiamo Éliane Schubert.

Non conosco la mia data di nascita,

è una cosa che nessuno si è preoccupato di comunicarmi,

e dopo era troppo tardi per calcolare la mia età,

la questione mal posta, la risposta idiota,

il fatto di essere ancora in vita sufficiente, più di questo non chiedevamo,

e ciò che contava era aver resistito un certo numero di anni senza sprofondare nell’abominio o nella follia, o nelle due cose insieme.

Da piccola, dicevo a me stessa di avere dieci anni, me lo sono detta a lungo, e poi sono diventata una ragazza, lascio a voi il compito di immaginare una cifra congrua, tra i quindici e i vent’anni, cifra che in genere s’azzarda.

La storia è andata avanti così per un bel pezzo, poi gli uomini mi hanno dato trentacinque o trentotto anni.

Le donne non ipotizzavano nulla di preciso riguardo a me, dovevano trovarmi piuttosto vecchia, come loro.

Piuttosto vecchia e sciupata, ma abbastanza ben conservata se si pensa alle prove che impiegavamo l’intero nostro tempo a superare.

Alle date di nascita, agli anniversari di vita e di morte, non badavamo mai. Eravamo già contente così, di essere ancora vive.

Evitiamo considerazioni strappalacrime.

Faccia una sintesi, per cominciare. Qualche accenno alla sua infanzia.

Ho trascorso l’infanzia sulle strade, con una compagnia teatrale itinerante.

Incipit tratto da “L’esile filo della memoria” Lidia Beccaria Rolfi Einaudi Editore

 

 

“Hanno chiamato fuori tutte le donne giovani: non c’è piú da farsi illusioni ormai, non si parte con la Croce rossa ma si tratta di un trasporto di lavoro.

Ilse mi protegge: riesco ad entrare in dormitorio e mi nascondo al terzo piano con Pina e Maria. Mariuccia e Adriana sono a lavorare in cucina; ma non c’è scampo, l’Aufseherin visita con la pistola e il cane tutto il blocco.

Ci rifugiamo sotto il letto, aspettando che Ilse venga a dirci qualcosa… bisogna scendere, perché il pericolo si fa grande e, cambiate in donne di pulizia, s’incominciano a fare i lavori del blocco.

Intanto Pina va in cucina e io, rimasta sola, vado a cercare i bidoni con Sonia che mi ha dichiarata di nazionalità austriaca.

Le ore passano lente, si vive in un’ansia spasmodica, con il terrore di partire da un momento all’altro.

Quando ritornano le lavoratrici dalla Siemens i nervi si distendono, c’è la speranza di dormire ancora una notte al blocco e intanto si cerca di mangiare qualcosa per calmarci e occuparci.

Tornano le compagne dalla cucina, i pacchi sono pronti, ci si sdraia sul letto già vestite e pronte ad ogni chiamata.

E l’ordine arriva verso le otto: bisogna uscire dal blocco ma non si parte ancora.”

Incipit tratto da “Il vizio assurdo” Davide Lajolo minimum fax

 

 

 

“L’immagine più caratteristica della sua infanzia me l’aveva confidata Pavese stesso, il giorno che eravamo andati insieme, durante le ferie d’agosto, a rivedere a Santo Stefano Belbo la cascina di San Sebastiano dov’era nato.

Mi aveva detto: «La gente qui mi ricorda come il bambino che stava spesso appollaiato sulla pianta del cortile a leggere un giornalino o un libro».

Ritrovammo la cascina qualche centinaio di metri prima del paese, prospiciente alla strada che da Canelli porta a Santo Stefano Belbo.

Era allora una grossa cascina con il fienile, la stalla e sull’altro fianco le stanze d’abitazione.

Ora è molto cambiata.

È rimasta la stanza col balcone dove egli è nato, ma il rustico è scomparso, perché i frati Giuseppini, che l’avevano acquistata, ne hanno fatto un collegio e là dove c’era l’orto hanno piantato alti pini scuri.

Adesso anche il collegio è scomparso, è tornata casa di contadini.

Solo la facciata principale è rimasta intatta, chiusa in mezzo alle tre colline di Moncucco, Crevalcuore e Bauda.”

Incipit di “Ripartire dal desiderio” Elisa Cuter minimumfax

 

 

Quando avevo circa sei anni i miei genitori vennero convocati a scuola.

Le maestre avevano notato che i miei disegni erano piuttosto strani: i soggetti femminili avevano il seno e indossavano tacchi alti.

Mi piaceva molto disegnare, mi ripetevano tutti quanto fossi portata – e probabilmente a piacermi era soprattutto quello: sentirmi lodare per il tratto sicuro.

Non ho mai davvero considerato il disegno un mezzo per esprimermi e non ho mai sperimentato più di tanto, né spaziato nei soggetti, e infatti credo che tanta sicurezza derivasse dalla pratica reiterata, dal fatto insomma che disegnavo sempre le stesse cose – le stesse cose che mi trovo a scarabocchiare tuttora quando sono al telefono o a una conferenza noiosa: donnine procaci.

Quelle che facevo all’inizio delle elementari erano buffe, delle pin-up deformi: teste enormi e corpi piccolissimi, fronti bombate, fiocchi sparsi sui capelli lunghi e voluminosi come quelli della Sirenetta Disney.

Quanto impatto quel film d’animazione uscito nel 1990 avesse avuto nella mia giovane esistenza è testimoniato anche dall’estate in cui volevo cambiare nome: mi scrivevo ogni giorno (ero al mare, puntualmente sbiadiva dopo il bagno) sul braccio ARIEL in caratteri cubitali e lo mostravo a mia madre ogniqualvolta si ostinasse a chiamarmi Elisa, e finché non si correggeva la ignoravo.

Quegli esilaranti piccoli cloni della Sirenetta che uscivano dalla mia penna, dicevo, avevano sempre una curva del seno che sporgeva addirittura più delle già prominenti fronti e, che stessero andando a un ballo o a fare una gita in montagna, erano invariabilmente in bilico su tacchi altissimi: il piede, piatto e orizzontale, era sospeso su una lineetta verticale che intersecava quella del suolo – tipica, quella sì, delle rappresentazioni infantili che non hanno ancora compreso la prospettiva.