Incipit tratto da “L’esile filo della memoria” Lidia Beccaria Rolfi Einaudi Editore

 

 

“Hanno chiamato fuori tutte le donne giovani: non c’è piú da farsi illusioni ormai, non si parte con la Croce rossa ma si tratta di un trasporto di lavoro.

Ilse mi protegge: riesco ad entrare in dormitorio e mi nascondo al terzo piano con Pina e Maria. Mariuccia e Adriana sono a lavorare in cucina; ma non c’è scampo, l’Aufseherin visita con la pistola e il cane tutto il blocco.

Ci rifugiamo sotto il letto, aspettando che Ilse venga a dirci qualcosa… bisogna scendere, perché il pericolo si fa grande e, cambiate in donne di pulizia, s’incominciano a fare i lavori del blocco.

Intanto Pina va in cucina e io, rimasta sola, vado a cercare i bidoni con Sonia che mi ha dichiarata di nazionalità austriaca.

Le ore passano lente, si vive in un’ansia spasmodica, con il terrore di partire da un momento all’altro.

Quando ritornano le lavoratrici dalla Siemens i nervi si distendono, c’è la speranza di dormire ancora una notte al blocco e intanto si cerca di mangiare qualcosa per calmarci e occuparci.

Tornano le compagne dalla cucina, i pacchi sono pronti, ci si sdraia sul letto già vestite e pronte ad ogni chiamata.

E l’ordine arriva verso le otto: bisogna uscire dal blocco ma non si parte ancora.”

Incipit tratto da “Il vizio assurdo” Davide Lajolo minimum fax

 

 

 

“L’immagine più caratteristica della sua infanzia me l’aveva confidata Pavese stesso, il giorno che eravamo andati insieme, durante le ferie d’agosto, a rivedere a Santo Stefano Belbo la cascina di San Sebastiano dov’era nato.

Mi aveva detto: «La gente qui mi ricorda come il bambino che stava spesso appollaiato sulla pianta del cortile a leggere un giornalino o un libro».

Ritrovammo la cascina qualche centinaio di metri prima del paese, prospiciente alla strada che da Canelli porta a Santo Stefano Belbo.

Era allora una grossa cascina con il fienile, la stalla e sull’altro fianco le stanze d’abitazione.

Ora è molto cambiata.

È rimasta la stanza col balcone dove egli è nato, ma il rustico è scomparso, perché i frati Giuseppini, che l’avevano acquistata, ne hanno fatto un collegio e là dove c’era l’orto hanno piantato alti pini scuri.

Adesso anche il collegio è scomparso, è tornata casa di contadini.

Solo la facciata principale è rimasta intatta, chiusa in mezzo alle tre colline di Moncucco, Crevalcuore e Bauda.”

Incipit di “Ripartire dal desiderio” Elisa Cuter minimumfax

 

 

Quando avevo circa sei anni i miei genitori vennero convocati a scuola.

Le maestre avevano notato che i miei disegni erano piuttosto strani: i soggetti femminili avevano il seno e indossavano tacchi alti.

Mi piaceva molto disegnare, mi ripetevano tutti quanto fossi portata – e probabilmente a piacermi era soprattutto quello: sentirmi lodare per il tratto sicuro.

Non ho mai davvero considerato il disegno un mezzo per esprimermi e non ho mai sperimentato più di tanto, né spaziato nei soggetti, e infatti credo che tanta sicurezza derivasse dalla pratica reiterata, dal fatto insomma che disegnavo sempre le stesse cose – le stesse cose che mi trovo a scarabocchiare tuttora quando sono al telefono o a una conferenza noiosa: donnine procaci.

Quelle che facevo all’inizio delle elementari erano buffe, delle pin-up deformi: teste enormi e corpi piccolissimi, fronti bombate, fiocchi sparsi sui capelli lunghi e voluminosi come quelli della Sirenetta Disney.

Quanto impatto quel film d’animazione uscito nel 1990 avesse avuto nella mia giovane esistenza è testimoniato anche dall’estate in cui volevo cambiare nome: mi scrivevo ogni giorno (ero al mare, puntualmente sbiadiva dopo il bagno) sul braccio ARIEL in caratteri cubitali e lo mostravo a mia madre ogniqualvolta si ostinasse a chiamarmi Elisa, e finché non si correggeva la ignoravo.

Quegli esilaranti piccoli cloni della Sirenetta che uscivano dalla mia penna, dicevo, avevano sempre una curva del seno che sporgeva addirittura più delle già prominenti fronti e, che stessero andando a un ballo o a fare una gita in montagna, erano invariabilmente in bilico su tacchi altissimi: il piede, piatto e orizzontale, era sospeso su una lineetta verticale che intersecava quella del suolo – tipica, quella sì, delle rappresentazioni infantili che non hanno ancora compreso la prospettiva.

Incipit tratto da “La vasca del Führer” Serena Dandini Einaudi Editore Stile Libero

 

 

 

“Le mattonelle del bagno sono lisce e ghiacciate. Tutto è pulito alla perfezione, come in una camera d’albergo pronta a ricevere l’ennesimo cliente.

Gli asciugamani rigorosamente bianchi, disposti secondo misura negli appositi sostegni, aspettano un nuovo ospite da accudire.

Sono gli stessi che hanno avvolto e protetto il corpo di quell’uomo mostruoso che Lee non riesce nemmeno a nominare.

Solo il monogramma «A. H.» sull’argenteria svela l’identità del proprietario.

Mentre si addentra in quegli interni anonimi, insignificanti, una domanda continua a risuonarle nella testa.

Piú che un interrogativo, un urlo soffocato: perché non c’è nessuna presenza del male che ha abitato quelle stanze?

Una sobria dignità borghese trasuda da ogni dettaglio. Com’è possibile che i mobili decorosi, le tende in damasco blu e i tavolini in legno scuro non raccontino nulla dell’essere diabolico che per tanto tempo ha vissuto indisturbato fra quelle mura?”

Incipit di “Il ghetto interiore” Santiago H. Amigorena Neri Pozza

 

 

 

“Il 13 settembre 1940, a Buenos Aires, il pomeriggio era piovoso e la guerra in Europa cosí lontana da far credere di trovarsi ancora in tempo di pace.

Avenida de Mayo, la grande arteria fiancheggiata da edifici liberty che va dal palazzo presidenziale a quello del Congresso, era quasi deserta; solo pochi uomini frettolosi che uscivano dai loro uffici in centro correvano sotto la pioggia riparandosi la testa con un giornale per prendere un autobus o un taxi e tornare a casa.

Tra quei passanti furtivi un uomo di trentotto anni, Vicente Rosenberg, protetto dal cappello, si dirigeva con passo tranquillo ma distratto verso l’ingresso del Tortoni, un caffè alla moda dove a quei tempi ci si poteva imbattere in Jorge Luis Borges e in celebrità del tango quanto in rifugiati europei come Ortega y Gasset, Roger Caillois o Arthur Rubinstein. Vicente era un giovane ebreo.

O un giovane polacco.

O un giovane argentino.

In realtà, quel 13 settembre 1940 Vicente Rosenberg non sapeva ancora di preciso chi fosse.”

Incipit “La città dei vivi” Nicola Lagioia Einaudi Editore

 

 

“Il 1°marzo del 2016, un martedí con poche nuvole, i cancelli del Colosseo si erano appena spalancati per consentire ai turisti di ammirare le rovine piú famose del mondo.

Migliaia di corpi camminavano verso le biglietterie.

Chi inciampava nei sassi.

Chi si alzava sulle punte per misurare la distanza dal Tempio di Venere.

La città, lí sopra, cucinava la rabbia nel proprio stesso traffico, negli autobus in avaria già alle nove del mattino.

Gli avambracci scandivano gli insulti dai finestrini aperti.

A bordo strada i vigili compilavano multe che nessuno avrebbe mai pagato. «Seee… vajelo a di’ ar sindaco!»

L’addetta alla biglietteria numero quattro scoppiò in una risata beffarda, provocando l’ilarità delle colleghe.

L’anziano turista olandese la guardò stupito al di là del vetro.

Nel pugno brandiva i due biglietti falsi che due falsi addetti al sito archeologico gli avevano venduto poco prima.

Questa, di andare a protestare dal sindaco, era tra le battute piú ripetute delle ultime settimane. Nata negli uffici comunali, si era diffusa tra i tassisti e gli albergatori e i netturbini e i venditori di grattachecche a cui pure, in mancanza di una piú chiara autorità, i turisti chiedevano aiuto tra gli infiniti disservizi cittadini.

L’olandese aggrottò le sopracciglia. Possibile che anche la vera autorità, quella in divisa ufficiale, lo stesse prendendo in giro?

Alle spalle la folla aumentava il suo brusio.”

Incipit tratto da “Tempi duri” Mario Vargas Llosa Einaudi Editore

 

 

 

“La madre di Miss Guatemala apparteneva a una famiglia di immigrati italiani chiamata Parravicini.

Nel giro di due generazioni il cognome si era accorciato e spagnolizzato.

Quando il giovane giurista, professore di Diritto e avvocato in attività Arturo Borrero Lamas chiese la mano della giovane Marta Parra, la società guatemalteca cominciò a vociferare perché , evidentemente, la figlia di bottegai, panettieri e pasticcieri di origine italiana non era all’altezza dell’attraente gentiluomo, bramato dalle ragazze da marito dell’alta società per l’antica stirpe, il prestigio professionale e la fortuna.

Alla fine i pettegolezzi cessarono e mezzo mondo assistette, alcuni come ospiti e altri come guardoni, al matrimonio celebrato nella cattedrale dall’arcivescovo della città. Presenziò all’evento il presidente eterno, il generale Jorge Ubico Castañeda, tenendo a braccetto la sua gentile consorte, in un’elegante uniforme disseminata di medaglie e, tra gli applausi della folla, entrambi si fecero ritrarre nell’atrio con gli sposi.

Il matrimonio non fu fortunato in quanto a discendenza.

Perché Martita Parra restava incinta tutti gli anni e, pur riguardandosi molto, partoriva maschietti rachitici che nascevano mezzo morti e morivano nel giro di pochi giorni o settimane, nonostante gli sforzi delle levatrici, dei ginecologi e persino di stregoni e streghe della città.

Dopo cinque anni di fallimenti ripetuti, venne al mondo Martita Borrero Parra, che fin dalla culla, per quanto era bella, sveglia e vivace, fu soprannominata Miss Guatemala.

A differenza dei suoi fratelli, lei sopravvisse.

E in che modo!”

Incipit “Storia di un figlio” Fabio Geda Enaiatollah Akbari Baldini + Castoldi

 

 

“La storia è questa, ma forse la conoscete già: mi chiamo Enaiatollah Akbari, anche se tutti mi chiamano Enaiat.

Sono nato in Afghanistan, nell’Hazarajat, una regione montuosa a ovest di Kabul, selvaggia di terra e rocce, tappezzata di pascoli e con il cielo più limpido che possiate immaginare. D’inverno la neve, di notte le stelle, ovunque – tante da ritrovartele persino nelle tasche. L’Hazarajat è la terra degli hazara, la mia etnia.

È grande come mezza Italia e ci abitano meno di dieci milioni di persone. Da Torino, dove abito adesso, quando mi capita di sollevare lo sguardo in direzione delle Alpi, soprattutto sul finire dell’inverno, quando l’ultima neve le copre fin dove partono i boschi bruciati dal freddo, allora, di tanto in tanto, sento emergere una specie di nostalgia che solletica la nuca e mi riporta al calore della brace nella casa di Nava, alle grida degli amici riuniti per strada a giocare a buzul-bazi, agli odori della cucina di mia madre e soprattutto alla sua voce, che dice: Enaiat, Enaiat jan, mi serve il tuo aiuto, c’è da prender l’acqua. Enaiat, dove accidenti sei finito?”

Incipit “Il cielo è dei violenti” Flannery O’Connor minimum fax

 

“Lo zio di Francis Marion Tarwater era morto da appena mezza giornata quando il ragazzo si ubriacò troppo per finire di scavargli la fossa, e così toccò a un negro di nome Buford Munson, che era venuto a farsi riempire una brocca, completare l’opera, trascinando il cadavere dal tavolo della colazione dov’era ancora seduto per dargli una degna e cristiana sepoltura, piantando le insegne del Salvatore in testa alla tomba e ricoprendola di una quantità di terra sufficiente a evitare che i cani lo disseppellissero.

Buford era arrivato pressappoco a mezzogiorno e quando se ne andò, al tramonto, il ragazzo, Tarwater, non era ancora tornato dalla distilleria.

Il vecchio era il prozio di Tarwater, o almeno così diceva, e, da quel che sapeva lui, avevano sempre vissuto insieme.

Lo zio gli aveva detto che aveva settant’anni all’epoca in cui lo aveva salvato e iniziato a educarlo; ne aveva ottantaquattro quando morì.

Secondo i suoi calcoli, quindi, Tarwater doveva avere quattordici anni. Lo zio gli aveva insegnato a far di conto, a leggere, a scrivere e poi la storia, a cominciare dalla cacciata di Adamo dal giardino dell’Eden, passando per i presidenti, compreso Herbert Hoover, e proseguendo con le sue congetture riguardo il Secondo Avvento e il Giorno del Giudizio. Oltre a dargli una buona istruzione, lo aveva salvato dall’unico altro parente, il nipote del vecchio Tarwater, un maestro di scuola che in quel periodo non aveva figli, e che voleva crescere il figlio della sorella morta secondo i suoi principi.”

Incipit “L’altra donna” Cristina Comencini Einaudi Editore

 

 

 

“La prima volta l’avevo notata, una bella donna triste che mi sembrava di avere già visto da qualche parte.

Io mi sentivo splendente: venticinque anni, una piccola casa, un gatto, il mio lavoro, ed ero anche innamorata di un uomo con trent’anni più di me.

Al liceo ho avuto un’esperienza con una donna, la sorella di un amico di mio fratello.

Ci siamo date un bacio in bagno, durante una gita, e poi abbracci ed eccitazione in un letto stretto.

È finita lì, mi attiravano gli uomini, nascondevano sempre qualcosa, un mistero di cui parlare con le amiche.”