“Génie la matta” Inès Cagnati Adelphi Editore

 

“Spesso piangeva, la sera, davanti al fuoco.

I suoi occhi avevano assunto il colore delle lacrime.

Diceva: 《Non ho avuto niente, io》.

Io dicevo:

《Hai me》.

Ma lei continuava a piangere.

Allora credevo che non mi volesse.

Volevo amarla ogni minuto della mia vita perchè mi volesse.”

I ricordi di una bambina tormentata dalla paura di non essere amata.

Figlia non voluta, macchia nella castità della famiglia, frutto del peccato che non può cancellarsi.

“”Génie la matta”, pubblicato da Adelphi Editore e tradotto da Ena Marchi, porta le tracce di un dolore infinito che chiude in un cerchio due figure femminili.

La prima è ombra dell’altra, ramo di un albero secco, mansueta icona di una storia più grande di lei.

Costretta a portare come segno distintivo l’onta e la rassegnazione di colei che l’ha partorita.

L’altra introversa, piagata, incapace di gesti e di parole.

Sullo sfondo il paese e la distanza siderale dal morbo della colpa.

Il freddo delle notti, il lavoro sfibbrante in campagna, l’odore aspro di un corpo stanco.

“Mi ricordo degli odori, del sole sui muri, di lei nelle cucine buie, dei girasoli che giravano nei campi.”

E quelle parole che arrivavano come macigni.

“Non starmi tra i piedi.”

Non c’è rancore o rabbia, solo una sottile pietas per colei che, prima della disgrazia, rideva e cantava.

I sentimenti sono rarefatti, prigionieri e solo il ricordo colma le lacune.

Pochi abbracci stentati e il profumo delle marmellate, il cielo di cartapesta e il sonno condiviso.

Entra nella narrazione inatteso un personaggio che allude alla speranza.

Si sposta il tempo al presente e Pierre, incontrato in una stazione abbandonata, sembra una visione.

Promette il viaggio in isole di luce, inventa storie e fa intravedere un futuro.

In un’altalena che va veloce si torna al passato, alla casa, alla nonna nemica, alla gente che sa solo offendere.

Inés Cagnati è vissuta isolandosi dai circuiti letterari, ha scritto racconti con quel realismo che ricorda i classici.

In questa opera la poesia esplode mostrando che il tormento si cheta grazie alla musicalità del fonema.

“Sei la mia dolce terra in riva all’oceano errante.”

E l’acqua ci avvolge mentre la trama si infittisce e si svelano segreti.

Il dramma si stempera mentre “un’umile margherita mezzo sfiorita” prova a lasciare una piccola ma intensa scia.

Seguiamola e cerchiamo leggendo tra le righe ciò che resta delle ceneri di esistenze difficili.