“Infanzia” Tove Ditlevsen Fazi Editore

 

“All’infanzia non si sfugge, resta attaccata addosso come un odore.

La si sente sugli altri bambini, e ognuna ha un valore tutto suo.

Nessuno sente il proprio, perciò a volte si ha paura che sia peggiore di quello degli altri.”

Dare un volto ed una presenza tangibile ad una fase complessa dell’esistenza significa voler esorcizzarne gli effetti devastanti.

Uscire dalle limitazioni del personale e volgere lo sguardo ad una problematica universale aiuta ad attraversare i traumi, a rafforzare le difese.

È questo il senso profondo di “Infanzia”, pubblicato da Fazi Editore e tradotto da Alessandro Storti.

Nel ritornare bambini ci si purifica dalle scorie che affollano il presente ma bisogna rivivere con spirito critico la relazione con se stessi e con gli altri.

Ricollocare in uno spazio ristretto le figure genitoriali, ricostruirne le gestualità, le parole, la collocazione all’interno della società.

Osservare le diversità che rendono la coppia instabile e volubile, avendo l’accortezza di rimanere in campo neutro.

Indossare la maschera della “stupidità” che è lasciapassare per diventare trasparente.

Farsi invisibile e impenetrabile mentre i divieti sono camicie di forza.

Provare a non giudicare entrando di soppiato nel passato dei genitori, rielaborare piccoli dettagli che non servono a giustificare.

Aiutano a non creare mostri, a non alterare l’obiettività della narrazione.

“Il tempo passava, e l’infanzia diventava piatta, sottile, cartacea.

Era stanca e logora, e nei momenti di scoramento non sembrava che sarebbe durata fino alla mia età adulta.”

Una frase che nell’incisività degli aggettivi scelti ha il coraggio di fermarsi sul bordo di un cambiamento che potrebbe non avvenire.

Crescere, come imparare a farlo?

Basta per proteggersi e per attraversare il fiume impetuoso dell’incertezza scrivere poesie, leggere romanzi per adulti, cercare amiche che hanno più esperienza?

Tanti i dilemmi e le domande che gli adulti ignorano e anche l’amore diventa pericolosa trappola che può privare della purezza.

Tove Ditlevsen, nata nel 1917, è stata affermata poetessa e la sua scrittura porta i segni di un poetare discreto, dove quello che conta è l’assonanza verbale, la maestria nella realizzazione di idealizzazioni stilistiche.

Il barlume della luna, il sogno che si espande e si trasforma in bizzarre forme, il paradosso di un timore che si fa incubo.

“Il mio rapporto con lei è stretto, doloroso, traballante, e se voglio un gesto d’affetto devo cercarlo io.

Qualunque cosa io faccia, la faccio per compiacere lei, per farla sorridere, per acquietare la sua rabbia.”

Si ha la sensazione che proprio alla madre sia dedicato il romanzo.

A lei e a tutte coloro che non hanno conosciuto la pace interiore.

Non ci resta che aspettare con ansia il secondo libro della Trilogia nella certezza che l’autrice riuscirà a parlarci con la sua voce limpida, il suo linguaggio lieve.