Intervista alla blogger Sara Galletti Manfroni @Ladivoralibri

 

@Casalettori dialoga con la blogger Sara Galletti Manfroni, su twitter @Ladivoralibri

 

Come nasce la passione per la lettura?

“La passione per la lettura nasce per lo stesso motivo per cui nascono i grandi amori: il divieto di farlo. Ai miei genitori non piaceva che leggessi i best-seller che arrivavano a casa per corrispondenza, perché molti erano dell’orrore. Uno su tutti mi era proibito toccare, e fu proprio da quello che iniziai. Rintanata sotto il letto alto di mia madre, coperta dalla lunga trapunta, leggevo. Poco per volta allenavo la mia velocità di lettura per paura che i miei mi scoprissero prima che potessi arrivare alla fine della storia e perché volevo leggere più libri che potevo. Provavo delle sensazioni talmente esclusive, l’atto della lettura mi apparteneva come un segreto, che non misi mai più giù un libro.”

 

 

Leggere perché?

“Ci sono diversi motivi per cui si legge, per riconoscersi nelle parole di qualcun altro e abbattere la percezione di un’intima solitudine, per spostare i propri orizzonti abbracciando tempi e luoghi mai conosciuti, ma soprattutto per vivere delle storie. La possibilità che si ha leggendo è straordinaria, il tempo ha una valenza diversa quando viene messo nero su bianco e trasferito alla pagina, sfidiamo la mortalità. Scrivendo e, per motivi altrettanto necessari, leggendo la percezione è quella di lasciare una traccia significativa su questa terra. Penso a quell’ unicum che sono i frammenti di Saffo. Mentre li leggo la distanza, anche temporale, si azzera. Per questo motivo scrittura e lettura sono intimamente legate tra loro, perché senza l’una non esisterebbe l’altra.”

 

 

Con tre aggettivi come definirebbe il suo sito?

“Informale, preciso e appassionato.”

 

Come concilia la sua vita privata con la scrittura?

“Ci pensavo proprio l’altro giorno. La scrittura la vivo come pulsione. È una necessità, un bisogno che sento prepotentemente e in continuazione. Scrivo e leggo in qualsiasi momento io riesca a farlo. Per riuscirci, con due figlie piccole, mi capita di estraniarmi mentre giocano o di restare più del dovuto in macchina anziché salire subito in casa con la spesa oppure, quando il fisico ancora regge, scrivo mentre dormono e spesso mi detesto perché mi rendo conto di sottrarre quel tempo alla mia famiglia, ma è come se non potessi comandare l’istinto, diventa un automatismo, una specie di infermità mentale, una monopolizzazione che fa concorrenza al più fervido degli amanti.”

 

 

Nella scelta del libro da recensire quali le priorità?

“La priorità nel recensire un libro è la trasmissione della sua, mi si passi il termine inflazionato, bellezza. Quando finisco un libro ed è un buon libro o, meglio ancora, un ottimo libro, l’urgenza è quella di dirlo a tutti, a chi non l’ha letto e a chi l’ha già letto per avere un confronto. L’arte ha la capacità di stupire e di unire.”

 

 

A chi legge poco quale titolo consiglierebbe?

“Uno dei libri che mi porterei su quella famosa, e mai vista, isola deserta: I tre moschettieri di Dumas.”

 

 

Il classico nel quale si identifica?

“Madame Bovary. Flaubert era un genio.”

 

 

Leggendo le sue recensioni traspare una grande competenza linguistica, quanto è importante la parola oggi?

“La parola è importante perché sta alla base del pensiero umano. È uno strumento di cui l’uomo ha l’esclusiva, che lo definisce in quanto tale e che permette la circolazione delle idee. Penso che sia fondamentale anche se oggi si utilizzano molti altri codici di comunicazione, soprattutto visivi, lo vedo sulle mie figlie.”

 

 

Gli errori e i pregi dell’editoria italiana?

“Molti dicono, pubblicare meno, pubblicare meglio. Io trovo che in Italia ci siano molte realtà editoriali, anche piccole, che producono libri di qualità. Tutto sta nell’avventurarsi – accettando anche il rischio della sòla – in un regno che al giorno d’oggi offre molta più scelta rispetto a cinquant’anni fa. Nelle questioni di carattere economico non mi addentro, non ne ho le competenze. Certo che da lettrice appassionata quale sono mi piacerebbe potermi permettere molti più libri di quanti già non compri.”

 

 

Quanto sono importanti i blogger nella promozione di un testo?

“Dipende dal pubblico a cui si rivolgono. Penso che in molti, soprattutto giovanissimi, parlino un linguaggio, anche estetico – quelle tanto vituperate fotografie che accostano i libri al cibo, i libri ai fiori, i libri ai fiocchetti e ai pizzi, per intenderci – diverso da quello che spesso si propone con la critica letteraria da cui difficilmente vengono toccati. Credo che la competenza in materia sia fondamentale e che altrettanto lo sia la capacità di divulgazione. La trasmissione della cultura se elitaria serve a poco, perciò apprezzo anche quei blogger che vicino al libro ci piazzano lucine colorate e merletti. I contenuti però devono esserci. Altrimenti si parla del nulla.”

 

 

 

Se fosse ministro della Cultura quali le priorità?

“Ho una formazione classica ed una specializzazione in archeologia, perciò agevolerei la fruizione della cultura sotto ogni sua forma – l’insegnamento di qualità negli istituti scolastici sta alla base di questo concetto – e promuoverei la conservazione e la valorizzazione di tutto quello che ha interesse storico e artistico, permettendo ai tanti, ottimi professionisti che si sono formati nel settore dei beni culturali di mantenersi svolgendo una professione che venga loro riconosciuta come tale.”

 

 

Oltre a Twitter quali altri social frequenta?

“Utilizzo anche Facebook e Instagram, più in là non mi spingo, mi servirebbero giornate di 48 ore.”

 

 

Un sogno nel cassetto?

“Ne avevo due, il primo l’ho realizzato e ce l’ho accanto ogni giorno della mia vita, il secondo ha incontrato molte difficoltà a decollare nel panorama lavorativo attuale, ma mi ha portata ad essere quella che sono e ad incontrare la persona con cui ho realizzato il primo, tra i due decisamente il più grande.”

Intervista a Vittoria Baruffaldi autrice di “C’era una volta l’amore” Einaudi

@CasaLettori dialoga con Vittoria Baruffaldi autrice di “C’era una volta l’amore” Einaudi

 

Si può educare all’amore?

“Platone parlava di educazione all’eros: un viaggio graduale ed appagante che dalla bellezza fisica porta al bello in sé, e dunque al bene.
Noi avevamo l’inserto di Cioè e dei modelli molto tradizionali che ci educavano a tutto, fuorché all’amore. Così ci siamo improvvisate, e ora ci ritroviamo con il cuore nella rotula destra.”

 

 

Sono bellissime le “Puntualizzazioni amorose”, come nascono?

“Sono frammenti, alla Barthes, che mi piaceva tenere così, come fossero delle piccole illuminazioni dentro il caos dell’amore.”

 

 

Come raccontare il desiderio?

“Il desiderio è il motore dell’amore, perché è mancanza, canzoni in loop, Sturm und Drang, fogli inzuppati di lacrime, struggimento.”

 

Cosa ci insegna Eloisa?

“Eloisa vuole diventare la ragazza più colta della Francia, e invece si ritrova a essere la ragazza più innamorata della Francia, come qualunque sedicenne. Ma è amore vero il suo e, nonostante tutte le traversie, rimarrà fedele a quello che aveva provato. Ostinata, cocciuta, terrà aperta la ferita della sofferenza per ricordarsi chi è davvero lei.”

 

Si continua a credere nel principe azzurro?

“Credere nel principe azzurro – ovvero un concetto ideale – è una fregatura. Niente potrà bastare. L’amore, invece, è sentirsi se stessi all’interno di una relazione, se se stessi comprende alcune qualità e molti difetti, e le qualità sono spinte all’estremo e i difetti ben tollerati.”

 

Lou era una seduttrice, perché ha scelto di introdurla nella narrazione?

“Come non si può inserire la seduzione – gioco tra autentico e artificiale – all’interno del discorso amoroso? Lou voleva e non voleva, si concedeva e non si concedeva; solo di una cosa era certa: voler mantenere a tutti i costi la sua libertà, “osare tutto e non aver bisogno di niente”.

 

 

La vita amorosa di Simone de Beauvoir è pretesto per lanciare un messaggio?

“Simone è anticonformista, indipendente, finanche scandalosa, ma incline all’innamoramento. Stipula un patto con Sartre, fa promesse a Algren, definisce Lanzmann il suo “destino”. Sono cose che si fanno, e si dicono, quando si è innamorati, credendo di mettersi al riparo da istinti razionali e piccolo borghesi, quali la gelosia, il possesso, il controllo ossessivo dei like che lui fa alle altre.”

 

 

Come si può gestire l’assenza dell’amato?

“L’amato è sempre assente: è l’oggetto trascendente, impalpabile; un oggetto che sfugge sempre. Questa è la fatica amorosa, aver sempre più a che fare col vuoto che col pieno.”

 

 

Quanto si è divertita a scrivere “C’era una volta l’amore”?

“Molto. A forza di leggere biografie ed epistolari delle filosofe, sono diventate delle “amiche”, così contemporanee e così simili a noi. Si disperano, sono cocciute, amano profondamente. Divertenti, e consolatorie.”

 

 

Quanto si identifica nel suo personaggio?

“C’è solo una donna che vive il ciclo universale dell’amore: inizio, svolgimento, fine, e ancora inizio. Non c’è alcun pericolo: lei continuerà, e noi continueremo, a innamorarci ancora.”

 

 

Una definizione dell’innamoramento?

“Un meraviglioso stato di delirio. Accende le lucine quando sorride, propaga attorno onde elettromagnetiche, fa i fuochi d’artificio dentro la testa.”

 

 

Delle tre figure maschili presenti nel testo quale sceglie?

“Scelgo, con indulgenza, Abelardo: ambizioso, mitomane e piagnucolone. Non sa quali parole scegliere né quali argomenti addurre per placare la passione di Eloisa, ormai rinchiusa in convento. È “confuso”, è stato Dio a scegliere questo destino per loro, le dice, lui non ne può niente.”

 

È riuscita a conciliare l’attualità con la filosofia, quale cammino ha intrapreso?

“La storia che volevo raccontare – quella di una donna che ripercorre le tappe dell’amore, e prova a illuminarne il senso – ha trovato la sua chiave nella filosofia. La filosofia scandaglia il reale, senza ridurne la complessità.”

 

 

Cosa è per lei la parola scritta?

“La parola scritta comporta fatica. Ginzburg diceva: “Ho scoperto allora che ci si stanca quando si scrive una cosa sul serio. È un cattivo segno se non ci si stanca.”
Mi piace stancarmi, ripensare ossessivamente a una frase, farmi visitare da immagini, trascorrere ore sulla scelta di un vocabolo.”

 

 

Cosa manca oggi alle donne per percorrere il cammino della consapevolezza?

“Dovremmo fare a meno di fingere di stare bene quando stiamo malissimo. Perché lo dice la società: la donna deve essere forte, pancia in dentro e tette in fuori.
Questa dittatura della positività passa sopra persone e corna e sentimenti perché non ha tempo da perdere; deve vincere, andare avanti, essere disumana.”

 

Tre aggettivi per descrivere il suo libro

“Agro, dolce, sensuale.”

 

 

Progetti futuri?

“Continuare a faticare con le parole.”

Intervista a Tommaso Soldini, autore di “L’inguaribile” Marcos y Marcos

@CasaLettori dialoga con Tommaso Soldini, autore di “L’inguaribile” Marcos y Marcos

 

Come definirebbe con 3 aggettivi Michele?

“Michele è ingenuo, lucido, ossessivo.”

 

 

Siamo tutti inguaribili?

“Ognuno di noi è alla ricerca delle proprie passioni e della propria felicità; spinti da questi impulsi siamo più o meno capaci di combattere inguaribilmente. Ognuno lo fa a partire dalla propria storia e con i mezzi che ha.”

 

 

Giorgia e Gemma, due opposti?

“Non lo so, davvero. Penso che possano essere amate entrambe, che ci sia del bello in entrambe. Michele, però, non ha dubbi: Gemma lo muove, lo sorprende, lo turba, lo affascina.”

 

 

Cosa l’ha spinta ad introdurre nel romanzo la figura del “coniglio bianco”?

“Il “coniglio bianco” è una specie di Virgilio sfuggente, che porta Michele ad attraversare altre forme di realtà, ricompare anche nel film “Matrix”, tatuato sulla spalla di una ragazza che Neo, il protagonista, seguirà per incontrare Trinity e il suo destino di liberatore dell’umanità. Infine è anche il personaggio più libero del film “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, innamoratissimo di Jessica. Mi è sembrato doveroso che Miché avesse almeno una specie di guida da seguire, che nel romanzo si chiama Ratter e che, in modi non proprio ordinari e classici, lo aiuta a non perdere il contatto con sé stesso.”

 

 

“Ci siamo trasformati, seduti, sfilacciati” Non siamo più capaci di riconoscere il cambiamento dell’altro?

“Penso che i miei personaggi lottino con le proiezioni che tendono a formarsi dell’altro. Amarsi, forse, è riuscire ad andare oltre, è tenere vivo il ricordo del bello che ci è successo, ma anche capire che c’è molto altro bello che può venire, fuori dalla Petite Princesse, nella vita che si vive da coscienti. Gemma e Michele ci provano e, forse, ce la faranno.”

 

 

Quanto il mondo virtuale ha influenzato la sua scrittura?

“Sono uno che legge il giornale mentre fa colazione (quindi su schermo), paga le fatture da casa, risponde alle email, recupera film o trasmissioni televisive sul computer. Il mondo virtuale ha trasformato anche la mia vita, in modo profondo, persino troppo. Ho però scelto di non frequentare le reti sociali, non perché abbia un giudizio negativo ma perché, come forse direbbe DFW, rischiano di tenerti attaccato allo schermo fino a farti vivere una vita alternativa-alienante. Questo tema mi interroga, credo sia interessante e, tutto sommato, un modo concreto per rinnovare la domanda sulla relazione tra mondo onirico e realtà (Si pensi a “Doppio sogno” di Arthur Schnitzler)”

 

 

La trasgressione come necessità di riscoprirsi?

“C’è un filosofo inglese che dice che ogni società ha bisogno di trasgressione, anche solo per rinnovare la fiducia dei cittadini nelle leggi che hanno scelto. Come a dire che il senso delle cose, se non lo sentiamo più, rischia di sfuggirci, di diventare abitudine e di stemperarsi nello scontato. Trasgredire una regola può essere un buon modo per capire se quel valore ci abita ancora, non è però detto che sia il solo modo.”

 

 

Tornerà Miché?

“Lo sa che, proprio in questi giorni, per la prima volta, me lo sono chiesto anch’io? Lei che cosa ne pensa?”

Intervista a Lorenzo Marone, autore di Inventario di un cuore in allarme” Einaudi Stile Libero

@CasaLettori dialoga con Lorenzo Marone, autore di “Inventario di un cuore in allarme” Einaudi Stile Libero

“Inventario di un cuore in allarme”, un titolo che incuriosisce. Cosa l’ha ispirata?

“La voglia di parlare di paure, fragilità, imperfezione, il desiderio di condividere il mio sentire. Parlo di me, ma in verità amplio lo sguardo a quelli che sono temi molto importanti nella società di oggi. C’è bisogno di questo, di partire da sé per poi saper leggere meglio ciò che accade intorno.”

 

Il libro si differenzia dalle precedenti prove narrative, il bisogno di ascoltare quella parte di sé nascosta?

“Questo libro è una ricerca, la mia personale ricerca di un modo di stare al mondo, di sentirmi utile per me e per chi mi è intorno, una forma di accettazione di ciò che siamo, dei nostri limiti di esseri umani, in un tempo nel quale si tende alla perfezione, alla crescita personale esasperata, al successo, all’onniscienza.”

 

Quanto è difficile mostrare le proprie paure?

“Io non lo trovo particolarmente difficile, però mi rendo conto che per molti lo è, che molti faticano ad aprirsi, a restare in ascolto di sé, e questo è un bel problema.”

 

“Coltivate il dubbio”, il filo conduttore della narrazione?

“Sì, e la curiosità, abbiamo bisogno di nuove generazioni di curiosi, avidi di conoscenza, coraggiosi.”

 

Ordine e caos, quale prevale?

“È tutto caos, e prima lo si capisce, prima si campa meglio.”

 

Ha dato corpo e voce all’ipocondria, un atto liberatorio?

“Per certi versi sì, anche se mi sono esposto parecchio.”

 

È la felicità ad intimorire o l’idea della sua effimera presenza?

“La felicità fa paura, perciò non ci fermiamo mai ad ascoltarci, per non sentirla, diceva Bufalino.”

 

Cosa le è mancato nell’infanzia?

“Ho avuto molti vuoti da colmare.”

 

Che approccio psicologico seguire per rimarginare le ferite?

“Ho fatto tanta terapia, ma l’ipocondria è un qualcosa con la quale alla fine devi convivere, volente o nolente. Di certo so per esperienza personale che gli psicofarmaci servono a poco.”

 

Napoli è poco presente, si è trasformata in uno stato d’animo?

“Napoli mi ha insegnato l’ironia, siamo una terra che da sempre combatte l’ipocondria con la profonda leggerezza.”

 

Come è riuscito ad intrecciare letteratura e filosofia?

“Sono un uomo curioso.”

 

La natura immutabile e la spiritualità, quali relazioni?

“Credo, ma faccio molta fatica. Sono un uomo spirituale, e la natura in ogni sua forma mi lascia stupefatto.”

 

È molto coraggiosa la consapevolezza della propria imperfezione, come immagina la reazione dei lettori?

“Non so, alcuni ci si identificheranno, altri probabilmente lo prenderanno come lo sfogo di un pazzo; ma non si parla di me qui, si parla di morte per parlare di vita, di tempo, di caos, destino, scelte.”

 

Non manca un sarcasmo pungente nei confronti delle cure palliative.

“Il cervello è una sfoglia di cipolla, diceva mio nonno.”

 

“La vita, una solitaria oasi nel nulla”, la scrittura riesce a colmare i vuoti?

“In parte, a volte è un aiuto prezioso.”

 

Quanto è cambiato come uomo dopo la stesura del libro?

“Sono lo stesso di sempre.”

 

Un messaggio a chi la leggerà?

“Fate buon uso del tempo.”

 

Progetti futuri?

“Sto scrivendo il nuovo romanzo.”

Intervista al giornalista Francesco Musolino, autore di “L’attimo prima” Rizzoli

@CasaLettori dialoga con il giornalista Francesco Musolino, autore di “L’attimo prima” Rizzoli

 

“L’attimo prima” è un viaggio molto intimo, la scrittura ha una valenza catartica?

“Questa storia trae forza dalle mie emozioni, dal magma incandescente di sentimenti scaturito da una perdita. Ma non volevo fosse un libro ombelicale, un memoir personale, per questo motivo ho atteso e cercato la giusta distanza. Ho scelto di raccontare la storia di un ragazzo che mi somiglia ma con un’indole statica, lontana dal mio sentire. Scrivendo mi sono liberato e confrontato con ciò che tenevo a distanza di sicurezza. Sì, è stata un’esperienza catartica.”

 

Il tempo ha una sua linearità, la necessità di scandire prima e dopo?

“L’attimo prima è quel momento esatto in cui tutto è possibile, un futuro felice e ineluttabile. L’attimo prima deve essere inteso in senso totale: prima di dichiarare il proprio amore o magari, prima di cambiare lavoro o città. Progettiamo il nostro tempo per timore di perdere il controllo ma quando la vita scalpita e ci mette al tappeto, dobbiamo essere pronti a ricominciare, a rialzarci, scoprendoci più forti di prima.”

 

Il trauma della perdita viene vissuto come soggetto sacro. Perché?

“Ci spaventa l’idea di perdere il controllo. Siamo abituati a considerare la perdita come un insieme di “mai più” e finiamo per voltare le spalle al futuro, crogiolandoci nei ricordi. Collezioniamo momenti felici ma finiamo per farci del male. Per questo credo sia necessario provare, tentare di cambiare prospettiva rispetto al lutto. Teniamo con noi la gioia senza paura di dimenticare qualcosa, lasciando spazio all’avvenire.”

 

Sogni e demoni, quale prevale nella narrazione?

“L’uno e l’altro. Non c’è gioia senza dolore, non c’è giorno senza la notte. Questo è un racconto di luce ma ciò significa che Lorenzo si era perso e ha scelto di provare a ricucire i pezzi del proprio cuore.”

 

Quanto è pericoloso dimenticare?

“Ci sono momenti in cui, come accade in Funeral Blues di W. H.Auden, vorremmo poter fermare il tempo. Ma dimenticare è inevitabile. Le persone che abbiamo perso sono più vicine al nostro cuore solo perché le veneriamo come reliquie? Non credo.”

 

Ha curato molto l’identità dei personaggi, il bisogno di dar loro un’appartenenza non solo letteraria?

“Questo libro ha avuto un tempo di scrittura diviso in due fasi. La prima è stata emotiva, con la seconda ho scelto di dare importanza a tutti i personaggi, anche a quelli che sfilano via dalla pagina. Ci sono vite che ci corrono vicino ma noi scegliamo di dar loro attenzione. Lo sguardo, in narrativa, mi affascina e apre realtà che ignoriamo.”

 

La sua Sicilia è poetica, malinconica, rarefatta. Ha voluto restituirle quella magia troppo spesso negata?

“Detesto l’immagine statica della nostra isola come una cartolina piena di stereotipi. Una terra così grande, ricca e dolente – ahimè – masticata e mal digerita fra fiction e narrativa. La Sicilia merita di essere scoperta, amata e criticata. Volevo raccontare una versione selvaggia e quotidiana, persone che non parlano ossessivamente in dialetto e fanno lavori normali. Un posto bellissimo da cui è legittimo anche aver voglia di scappare via.”

 

Come vincere la paura di affrontare il dolore?

“Con il tempo. Con l’amore. Non ci sono lezioni e insegnamenti in questo libro, facciamo un viaggio insieme e proviamo a capire come metterci in salvo in caso d’incendio.

 

Quale la simbologia dell’Etna?”

“È la quintessenza della natura siciliana, madre e matrigna, violenta e bellissima, spigolosa e maestosa, femmina e vitale. Il simbolo di una terra che porti dentro il cuore ma che talvolta sembra fare di tutto per osteggiarci, per ricordarci che siamo un battito di ciglia. Per questo dobbiamo ricordarci che la felicità è fatta anche di piccole cose, di stupidaggini.”

 

Quanto ha influito nella scrittura la narrazione giornalistica?

“Sono piani vicini ma assai diversi. Per scrivere “L’attimo prima” è stato necessario cambiare passo, scegliere di scendere in profondità nei sentimenti. Scrivere questo libro è stato come prendere una lanterna e uscire nel buio della notte.”

 

Il suo protagonista è riuscito a separarsi dal passato?

“Separarsi dal passato sarebbe un errore. Lasciare la Sicilia non significa fare atto d’abiura. Voltare pagina è necessario ma le nostre radici – sentimentali e geografiche – formano il nostro animo, ci danno forza. Credo davvero, come scrisse Emily Dickinson, che “l’Assenza è presenza concentrata”. Le persone amate e perse ci mancheranno sempre. Ciò non significa che tornerà più il tempo del sorriso.”

 

“Esiste una grammatica dei sapori” che nel romanzo ha saputo regalare. Un omaggio alla sua terra?

“Un omaggio alla nostra cucina e non solo. Ci sono piatti che fanno famiglia, che raccontano i momenti felici passati a tavola, fra chiacchiere e risate. Penso alla pasta al forno della domenica, allo spezzatino di patate, agli involtini di pesce spada con i pomodorini. Non ci sono ricette dentro questo libro ma cristalli di memoria, di sapore e passione. Amo leggere di cucina, mi affascina il percorso con cui nascono i piatti di Massimo Bottura o Angela Frenda. Ci sono molti libri che parlano della perdita, io ho scelto di usare il cibo come metafora verso il cuore.”

 

Tornerà Lorenzo?

“Non adesso, forse un giorno, chissà. Sicuramente mi ha travolto l’emozione di scriverlo e poi confrontarmi con i lettori alle presentazioni che mi hanno raccontato il loro personale attimo prima.”

 

Un autore straniero che le ha fatto compagnia mentre elaborava il testo?

“C’è un libro importante che ho tenuto con me. “Il posto” di Annie Ernaux. Me l’ha consegnato un amico, Marco Missiroli. Dentro quel libro, in tutti i libri della Ernaux, c’è la capacità di strappare il sipario senza mai far mostra del proprio dolore con una prosa di rara potenza.”

 

Quanto è faticoso emergere vivendo al Sud?

“Moltissimo. Siamo distanti da tutto ma non può essere un alibi.
Il successo di @CasaLettori, se posso dirlo, dimostra che serve faticare il triplo per emergere da quaggiù. Ma ne vale la pena.”

 

Un sogno nel cassetto?

“Imparare a vivere il presente senza rinunciare a far progetti per il futuro.”

Intervista alla dottoressa Annalina Grasso, fondatrice e direttrice di ‘900 Letterario

@CasaLettori dialoga con Annalina Grasso, fondatrice e direttrice di ‘900 Letterario

 

Come e quando nasce ‘900 Letterario?

“‘900letterario nasce nel 2014 su mia iniziativa e con il sostegno di amici e colleghi universitari di Napoli. L’idea iniziale era quella di trattare solo i più grandi romanzi del ‘900 e gli autori più importanti, poi abbiamo allargato gli orizzonti. Abbiamo scelto di partire dalla letteratura del ‘900 perché con la morte del romanzo naturalista ottocentesco e l’avvento di quello espressionista unito all’irruzione della psicoanalisi (sia quella freudiana che quella analitica di Jung, più aperta ai significati del mito), i personaggi dei romanzi sfuggono al loro autore, e rappresentano l’uomo contemporaneo in crisi, anticipano l’uomo di oggi e la sua identità smarrita.”

 

Quanto sono importanti i social per la promozione di un sito culturale?

“Moltissimo. Si sa, gli internauti amano l’immediatezza, un’immagine che catturi la loro attenzione, frasi brevi ed incisive. Trovo sia anche divertente divulgare cultura tramite i social utilizzando immagine accompagnate da didascalie efficaci che catturino l’attenzione di chi naviga.”

 

Che significa oggi parlare di Cultura?

“Molti fanno abuso di questo termine e si sentono detentori esclusivi con sprezzo verso chi non ha titoli da esibire; ma cultura non significa possedere una laurea, un master o un dottorato di ricerca, soprattutto considerando la situazione delle scuole e delle università italiane; non è un insieme di nozioni da sciorinare per fare bella figura. La cultura implica l’idea di una formazione del soggetto che deve costruire la propria individualità educandosi ed elevandosi rispetto alla materialità sensibile in cui èbuttato al mondo. La cultura rappresenta la libertà, ciò che ci permette di formarci, di conoscerci, di diventare quello che siamo, non tanto a trovare un posto di lavoro, e non solo a fare carriera. Il momento storico che stiamo vivendo purtroppo, in quanto post-metafisico, è caratterizzato dall’intento di produrre la de-culturazione.”

 

Nel vostro progetto emerge la qualità della scrittura. Il bisogno di ritrovare il senso e la bellezza della parola?

“Cerchiamo di usare un linguaggio specifico ma che possa arrivare a tutti, incuriosendo il lettore, e conferendo ai nostri contributi un tocco di poesia. Pensiamo che anche una recensione possa trasmettere un’emozione e invogliare ancor di più a leggere.”

 

Tra le vostre rubriche “Opere del 900”, quali sono i criteri di scelta?

“Scegliamo in primis i romanzi e le raccolte poetiche più importanti e più belle del Novecento, ma diamo anche spazio ai cosiddetti autori minori che in realtà non lo sono per niente, anzi andrebbero riscoperti, rimesse in circolazione le loro opere con edizioni accurate. Faccio un esempio su tutti: Giuseppe Berto, autore di quel geniale romanzo intitolato Il male oscuro, privo di punteggiatura, una vera e propria inquietante discesa dentro gli abissi della mente umana, mostrandoci come la mente razionale cerca rifugio nelle dottrine spesso stucchevoli della psicologia moderna. Infatti in quest’opera non vi è guarigione alcuna, ma solo presa di coscienza di determinate problematiche e della multidimensionalità dell’essere umano.””

 

Qualche esempio di “Autori di successo”?

“Sono tutti quegli autori le cui opere vengono classificate come best seller, il che non vuol dire necessariamente opere di qualità, capolavori. Tentiamo di capire il perché di tanto successo, ragionando sul piano sociologico e filosofico unito all’aspetto del marketing. Senza dubbio Cinquanta sfumature di grigio è un best seller ma un romanzo scadente, stesso discorso vale per Il codice Da Vinci mentre Il giovane Holden di Salinger e Il signore degli anelli di Tolkien sono romanzi di ottima fattura, per non parlare di Don Chisciotte che è un capolavoro.”

 

I siti letterari che influenza hanno nelle vendite dei libri?

“Poca, ci si affida a strategie di marketing, al nome dell’autore, alla sua fama, alla sua casa editrice, al suo agente letterario, a uffici stampa a pagamento…Ma non ritengo costituisca un male questa scarsa influenza dei siti sulle vendite dei libri, perché ci sono una marea di siti pseudoletterari che trattano solo quei libri che vanno per la maggiore, scrivono recensioni sempre celebrative, o comunque superficiali, scolastiche, prodotte da chi sembra aver letto solo l’incipt e la fine di un romanzo.”

 

In un tempo in cui c’è poco spazio per gli esordienti quanto è necessario parlare di “autori emergenti”?

“Ci sono autori sconosciuti che hanno una loro cifra letteraria, insomma sanno scrivere, pongono l’accento su tematiche importanti in mondo originale, senza retorica e senza assecondare per forza lo spirito dei tempi che stiamo vivendo. Spesso si tratta di self-publishing o di scritti pubblicati da piccole case editrici indipendenti. Puntiamo sulla qualità.”

 

Nella scelta degli eventi culturali da proporre quali le priorità?

“Eventi che ricordano grandi scrittori del passato, presentazioni di libri, festival, fiere, convegni sugli autori di successo o esordienti di talento, prestando maggiore attenzione al territorio campano e laziale.”

 

Con i lettori siete riusciti a creare un ponte interattivo, quale le strategie utilizzate?

“I social network, facebook, twitter, linkedin, instagram, strategie SEO, la condivisione sui vari gruppi relativi alla cultura e newsletters. Trovo sia un ottimo modo per divulgare cultura e promuovere autori interessanti sul web.”

 

Il luogo è molto presente nelle vostre pagine, il viaggio come ricerca di identità?

“Siamo partiti dal romanzo combinatorio di Calvino, Le città invisibili, per raccontare città del mondo, in chiave letteraria dove scoprire parte di se, o dove ritrovarsi, rinnovarsi, affrontando il caos della realtà e cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo alla caoticità, non è caos, farlo durare, dandogli spazio.”

 

Progetti futuri?

“Alzare l’asticella qualitativa dei contributi, realizzare anche un canale yuotube per interviste, webinar e reportages.”

 

Intervista a Massimo Carlotto, autore di “La signora del martedì” Edizioni e/o

@CasaLettori dialoga con Massimo Carlotto, autore di “La signora del martedì” pubblicato da edizioni e/o

 

Quale è stata l’ispirazione che l’ha portata a scrivere “La signora del martedì”?

“In realtà questo romanzo è frutto di un lungo periodo di riflessioni, volevo scrivere di tanti temi diversi, stratificarli in una storia che mi permettesse di evadere felicemente dai canoni del genere, ma l’ispirazione è arrivata casualmente mentre ero in fila a un ufficio postale dove ho incontrato uno dei personaggi: Il signor Alfredo. Indossava abiti maschili ma ricordavo di averla vista vestita da donna…”

 

Rispetto ai precedenti libri si percepisce un cambiamento radicale, il bisogno di scuotere la struttura del poliziesco?

“Il poliziesco e il noir hanno sempre raccontato la società, usando il crimine come lente di ingrandimento per osservare la realtà. L’Italia che abbiamo raccontato finora è cambiata e dobbiamo stare al passo, esplorando nuovi territori narrativi e sperimentando necessari meticciati con altre forme del romanzo. Un momento esaltante dal punto di vista creativo.”

 

Che ruolo ha la casualità nella traccia narrativa?

“Fondamentale. Il caso (e le sue ambiguità) modificano la realtà dei protagonisti nello stesso modo in cui interviene nelle vite di tutti noi. All’improvviso e senza annunciarsi. Per troppo tempo il genere ha imposto una rimozione del caso in nome di un’architettura della trama solida e priva di equivoci, ma il caso è una variabile fin troppo evidente. Forse continuiamo a non rassegnarci alla sua esistenza.”

 

La scelta di tre figure marginali: quanto è difficile oggi proporre una realtà non edulcorata?

“Credo che sia compito della letteratura frugare la società alla ricerca di tutti quei personaggi che possano rappresentare ciò che non conosciamo o non vogliamo vedere, ascoltare. Si tratta di introdurre nel romanzo quella complessità che sfugge sempre di più alla banalizzazione dei contenuti, che assedia la possibilità di costruire uno sguardo critico sull’esistente. I tre protagonisti della vicenda sono marginali ma i loro corpi sono stati “usati” socialmente. Io racconto il loro “dopo”.

 

Si ha la sensazione che i personaggi, pur muovendosi in contesti ostili, mantengano una forte dignità. Una lettura che sovverte una visione del mondo in bianco e nero?

“Sovvertire l’immaginario sconfitto che ci domina proponendone un altro dove la dignità sia l’elemento fondante delle esistenze delle persone. Sappiamo tutti quanto sia difficile vivere in questa società, quanto sia individualmente faticoso. Basta poco per finire fuori campo, perdersi ai margini. Riproporre riscatto e dignità mi sembrava la strada giusta da percorrere insieme ai miei protagonisti.”

 

Quanto c’è dell’uomo Carlotto nel testo?

“Il vissuto emerge sempre nella scrittura. A un certo punto del romanzo la “signora” lo spiega al suo gigolò…”

 

I protagonisti si svelano lentamente, un invito a non fermarsi alle apparenze?

“E a scoprire la complessità che si cela nelle loro esistenze. Tre personaggi “bollati” da evidenze legate alla professione, al genere e al passato. Le apparenze ingannano: sono la grande trappola in cui rischiamo continuamente di cadere e che ci rende deboli, incapaci di capire.”

 

Il declino fisico come consapevolezza di una nuova fase dell’esistenza?

“Viviamo in una società ossessionata dal corpo, in cui ogni singolo aspetto della “cura” è diventato business. Campiamo sempre più a lungo, grazie anche ai progressi della medicina ma arriviamo alla vecchiaia davvero consapevoli o abbiamo usato il nostro corpo al di là delle reali possibilità? Magari per riuscire a essere competitivo nel lavoro? Alcune delle domande a cui i miei personaggi tentano di dare una risposta.”

 

“La signora del martedì” avrà un seguito?

“Me lo chiedono in tanti. Al momento non ci ho ancora pensato.”

 

Se dovesse usare tre aggettivi per definire la sua prova narrativa, quali userebbe?

“Intensa, ironica e perché no? Nuova. Abbiamo sempre bisogno di novità. Oggi più che mai.”

Intervista ad Eleonora Sottili autrice di “Senti che vento” Einaudi

@CasaLettori dialoga con Eleonora Sottili, autrice di “Senti che vento”Einaudi

 

Quanto il racconto del fiume straripato è metafora?

“In realtà questo romanzo prende spunto da un’alluvione che ha davvero interessato Bocca di Magra. Nel 2011 crollò il ponte della Colombiera e esondò il fiume. Nei giorni successivi si trovavano lungo gli argini i mobili, le poltrone e subito accanto le barche.
Quando scrivo non penso mai al senso metaforico delle immagini, ma so che gli oggetti, i paesaggi possiedono una loro forza e questa forza moltiplica il loro significato. Così poiché l’acqua è elemento del femminile, legato alla nascita e alla vita, nel fiume che oltrepassa gli argini si può vedere anche la femminilità che prorompe e si impone nella vita di Agata, vincendo tutte le sue resistenze.”

 

Due poli: la violenza della burrasca e il rallentamento del tempo. Come nasce questa ambivalenza?

“La burrasca, come ogni manifestazione estrema della natura, ci restituisce a una dimensione più primitiva. Le città, le nostre case, i mille oggetti di cui ci circondiamo, improvvisamente cambiano aspetto, non servono più, si rompono, affondano, e allora è come se noi dovessimo tornare a contatto con quella che è la nostra identità più profonda e perciò anche con un tempo più naturale. Così accade alle tre protagoniste di Senti che vento, alle quali il fiume concede una bolla, una lentezza di ore e giorni in cui scoprirsi reciprocamente, forse per la prima volta.”

 

Colpisce la scelta delle protagoniste di restare. Quale il simbolismo?

“Le donne di Senti che vento si rifiutano di lasciare la loro casa. Dicono di no e sono molti i personaggi in letteratura che dicono di no, lo dice Bartleby, lo scrivano di Melville; lo dice il Cosimo di Calvino che non scende dall’albero, lo dice anche il protagonista del romanzo Caos Calmo di Veronesi, che decide di non uscire dall’auto e restare di fronte alla scuola di sua figlia. È il momento in cui capisci di non poter andare semplicemente avanti come sempre, in cui decidi di fermarti. Accade anche nella vita qualche volta, dici no e cambi direzione. Qui le donne restano nella casa, si fermano e alla fine ognuna a proprio modo cambia direzione.”

 

Tre generazioni di donne, da quale si sente più rappresentata?

“Come spesso mi accade quando scrivo, ogni personaggio di questa storia rappresenta un pezzo di me, così mi ritrovo nella resistenza della nonna, nell’inquietudine della madre, e di sicuro nella paura di Agata e nella sua immaginazione. Mi piace pensare che in ognuno di noi ci siano diverse versioni possibili, e in Senti che vento ogni donna, coi suoi tratti, rappresenta una versione possibile del femminile, che in realtà di declinazioni ne ha moltissime.”

 

Gli oggetti aprono scenari, il bisogno di certezze?

“Ho sempre abitato in case piene di oggetti che arrivavano da posti o da tempi lontani. Mio nonno e mio zio navigavano, i miei genitori amavano gironzolare per mercati dell’antiquariato e io stessa oggi adoro andare al Baloon e curiosare tra vecchie lettere e fotografie. Penso che ogni oggetto contenga delle storie, e soprattutto le faccia accadere. Gli oggetti nei film di Hitchcock, nel bellissimo libro di Pamuk Il Museo dell’innocenza, le spade, le chiavi e gli anelli nelle favole. Forse gli oggetti più che con le certezze, per me hanno a che fare con le magie che innescano.”

 

L’amore è forza che non si contiene, un po’ come il fiume. Una similitudine antropologica?

“L’amor che move il sole e l’altre stelle, scrive Dante. Ecco, io sottoscrivo. Per me l’amore è la forza che muove tutto, nel bene e nel male. Forse insieme alla paura è il primo sentimento che sperimentiamo nella vita e forse per lo stesso motivo paura e amore sono talvolta tanto legati. Non si può controllare, gli inglesi dicono cadere in amore. È vero, in un certo senso, l’amore capita come un incidente, un imprevisto. Non è casuale perciò che quando Agata si innamora la sua storia esca dagli argini, esattamente come accade al fiume.”

 

Esiste un confine tra ciò che unisce e ciò che divide le sue donne?

“In realtà ciò che unisce e divide le tre protagoniste della storia è la medesima cosa, la loro femminilità. Agata cerca di non assomigliare alla madre e alla nonna perché intuisce un attrito nella loro vita, una difficoltà che è profondamente legata alla loro natura di donne. Il modo in cui la madre e la nonna si vestono, si truccano anche nella tempesta, rappresenta la profonda accettazione del loro femminile. Agata sta ancora combattendo col proprio sesso, con la responsabilità che il diventare una donna comporta.
E una volta che l’acqua invade tutto e le tiene in ostaggio nella casa, Agata, sua madre e la nonna si incontrano, forse davvero per la prima volta, proprio nelle possibilità infinite della loro femminilità.”

 

Il libro è un viaggio verso la verità, quanto costa raggiungerla?

“Ogni viaggio è una trasformazione, e questo impone delle perdite, ma porta anche molte cose nuove e diverse. E credo che il viaggio non finisca mai, perciò è nella sua natura non permettere neppure bilanci definitivi.”

 

Come nasce “la ragazza di ferro e ruggine”?

“Adoro i capelli rossi. Vengo da una famiglia di donne coi capelli rossi, anche se io purtroppo non li ho ereditati, ho solo dei riflessi a cui tengo moltissimo. E il rosso è il colore della ruggine, quando il ferro che è elemento duro entra in contatto con l’acqua. La ragazza di ferro e ruggine ha in sé la forza del ferro e quella dell’acqua.”

 

La Storia entra nel romanzo come rappresentazione liberatoria.

“La libertà che volevo raccontare attraverso la figura di Fulvia è prima di tutto libertà di pensare, di decidere, di essere. E la Resistenza durante la guerra ha restituito agli italiani la libertà. Troppo spesso in questo periodo dimentichiamo cosa significa non essere liberi, il tempo dei nostri nonni sembra purtroppo un tempo lontanissimo e stiamo rischiando di affidarci a una politica della paura e della chiusura.”

 

In un tempo in cui si tende a praticare l’oblio quanto è importante la memoria?

“La memoria è identità, se rinunciamo a ricordare la nostra storia, rinunciamo a sapere chi siamo e cosa vogliamo e questo è estremamente pericoloso.”

 

In 3 aggettivi come definirebbe Agata?

“Sognatrice, paurosa, innamorata. Innamorata in senso generale, della vita.”

 

La sua scrittura è curatissima, un ricamo perfetto. Che ruolo ha oggi la parola scritta?

“Oggi si scrive molto. Nella quotidianità scriviamo messaggi, scriviamo post, scriviamo email. Ed è più che mai importante farlo con cura. Con questo intendo che quando si parla male, quando si scrive male, alla fine si pensa male. Purtroppo nel nostro paese e in certa politica si è affermato negli ultimi anni un linguaggio violento e scorretto. Nel mio piccolo cerco anche quando insegno di trasmettere invece l’importanza di ogni parola. Scegliere le parole significa scegliere i pensieri e di conseguenza la realtà che vogliamo creare e vivere.”

 

Dice nella postfazione: “Questo romanzo, ho pensato alla fine, è un po’ come una casa. Perché?

“Perché scriverlo è stato davvero come costruire una casa. Ci sono volute tutte le persone che ho ringraziato e senza le quali Senti che vento non ci sarebbe stato, come una casa dipende dall’architetto, dai muratori, dagli elettricisti, dagli idraulici. È un progetto che si realizza solo se tutti lavorano insieme, e alla fine in un romanzo ci si abita per un po’ come si abita in una casa.”

I suoi riferimenti letterari nell’elaborazione del testo?

“Di sicuro Perec, che io amo moltissimo e che in La vita istruzioni per l’uso ha raccontato tanti appartamenti, tanti oggetti e intrecciato mille racconti. Modiano, che amo per la capacità di costruire storie di segreti, ma anche la Woolf di Gita al faro, Stevenson con L’isola del tesoro, Montale e Sereni, Pamuk come ho già detto, e Sandra Petrignani e la Duras. Insomma sono davvero moltissimi gli scrittori che dovrei ringraziare.”

 

Tornerà Agata o ci sono già altri progetti?

“Adesso mi trovo in quel periodo che c’è sempre prima dell’inizio di una storia in cui raccolgo immagini, suggestioni, comincio a fissarmi con qualche idea finché poi nasce una storia. Mi piace perché è divertente andare a caccia di spunti, dettagli e non sapere ancora come si incastreranno tra loro. Vedremo. Di sicuro Agata si trasformerà ancora.

Intervista a Fabiano Massimi autore di “L’angelo di Monaco” Longanesi Editore

@CasaLettori dialoga con Fabiano Massimi, autore di “L’angelo di Monaco” Longanesi Editore

 

Quanto tempo ha impiegato nell’elaborazione di “L’angelo di Monaco”?

“Ho scoperto la storia di Geli Raubal il 18 luglio 2018, leggendo Monaco di Robert Harris, e ho messo l’ultima parola al manoscritto il 18 gennaio 2019, esattamente sei mesi dopo. Un tempo breve per un libro così lungo, lo so, ma la storia mi aveva rapito. Per molto tempo non ho pensato ad altro.”

 

Come mai ha scelto il poliziesco per raccontare un periodo storico complesso?

“Il giallo, in tutte le sue sfumature, è da sempre il mio genere preferito, perché consente profondità e leggerezza insieme, sa ispirare ma anche intrattenere, e arriva a tutti, come la musica pop. Quando mi sono imbattuto nella vicenda di Geli, un mistero che già ai tempi diede luogo a una vera indagine, mi è sembrato naturale raccontarla in forma poliziesca, a maggior ragione perché immersa in un periodo storico di grandi misteri e rivolgimenti. La morte della Repubblica di Weimar, dalle cui ceneri doveva nascere il Terzo Reich, fu un delitto orchestrato a sangue freddo.”

 

La sua scrittura è molto poetica, quando è importante recuperare la musicalità della parola?

“L’italiano, dicono all’estero, è una lingua «cantata»: ad ascoltarla senza conoscerla lascia comunque un senso di grande bellezza. (Il che è poi ciò che Eliot diceva della grande poesia: che dovrebbe arrivare attraverso il suono anche quando non se ne coglie il significato.) Scrivendo in italiano sarebbe un peccato rinunciare a quella musicalità solo perché si racconta una storia all’interno di un genere, solo perché ci si dedica a letteratura «di sostanza». In passato è stato fatto: per essere più cinematografica, la narrativa gialla impoveriva il lessico e asciugava le frasi, con risultati a volte dozzinali (mica tutti sono Simenon). Oggi sappiamo che un bel racconto è solo impreziosito da un bel suono, e che le parole non sono tutte uguali, non si racconta solo denotando, ma anche connotando. Parte del merito – perché è un merito – va senz’altro al successo degli audiolibri, che spingono gli autori a rileggersi ad alta voce già mentre scrivono.”

 

Cosa ha significato ridare dignità a Geli Raubal?

“Restituirle voce è stato il mio primo sprone, il motivo per cui ho iniziato a scrivere l’Angelo, e il motore che mi ha portato a conclusione nonostante le difficoltà. Ma anche a libro pubblicato rimane per me il cuore del romanzo, il motivo per cui valeva la pena aggiungerlo alle migliaia e migliaia di ottimi gialli già pubblicati (un mio assillo ricorrente). Qualcuno ha detto che grazie alla sua struttura sarebbe stato in piedi anche da solo, che avrebbe preso e trascinato comunque i suoi lettori, ma io non ne sono così sicuro: a parte la forza della storia che racconta, credo che l’urgenza con cui L’angelo di Monaco è stato scritto sia rimasta impigliata tra le righe e venga avvertita anche da chi apre il libro sapendo poco e niente dell’argomento. Quella di Geli è una storia necessaria, che andava raccontata per rendere giustizia a una vittima dimenticata.”

 

Il romanzo è un invito a non lasciarsi disorientare dalla menzogna. Quanto costa oggi come ieri scegliere la verità ?

“Bella domanda. La verità è sempre la scelta più facile in teoria e la più difficile nella realtà. Tutti sappiamo qual è la verità, in ogni ambito delle nostre vite, pubbliche o private, ce l’abbiamo costantemente davanti agli occhi. Se decidiamo di non vederla, se fingiamo di non conoscerla, è perché comporta scandali, fastidi, pericoli. Ci vuole un eroe per dire la verità. E anche per questo il giallo, il thriller, la spy-story ci attraggono tanto: hic sunt heroes.”

 

Lo scrittore deve rimanere fuori dalla storia e lasciare libertà ai personaggi?

“Al contrario, lo scrittore deve rimanere sempre dentro la storia ma prestando ascolto ai personaggi. Che questi siano liberi di fare ciò che vogliono è un mito. Magari si muovessero da soli, parlassero di testa loro, risolvessero situazioni! La dura realtà è che è tutto in capo all’autore, nessuno ti regala niente (specie se è un nessuno immaginario). C’è però il caso, più frequente di quanto si creda, in cui l’autore crea senza rendersi ben conto di cosa sta creando. Un personaggio, in altre parole, è schiavo delle sue premesse, ma se il suo creatore non sta attento a quelle premesse può accadere che metta in campo un personaggio «preterintenzionale», in grado di sorprenderlo: giunto a un certo punto della storia, di fronte a un’azione premeditata magari dall’inizio, ecco che si rifiuta di obbedire. In che modo? Semplicemente suonando falso, risultando inverosimile. Se un autore ascolta con attenzione i personaggi che ha creato, gli capiterà di non potergli far fare ciò che voleva fargli fare, pena il tradimento della fiducia del lettore. Ma con questo non si può davvero dire che i personaggi facciano ciò che vogliono: al massimo l’autore dovrà tornare da capo e crearli diversi. Non ci sono alibi: chi scrive il libro ha pieni poteri, per usare una formula di moda, ma anche piene responsabilità.”

 

Ha descritto in maniera impeccabile una figura scomoda, quale prospettiva dialettica ha seguito?

“Grazie per l’«impeccabile», che fornisce già una risposta alla domanda: per mettere in scena un Hitler credibile è bastato raccontare le sue pecche. Le quali, parlando di un personaggio che già da tempo non è più una persona (e forse non lo era neanche in vita), sono il contrario di ciò che comunemente chiamiamo «pecca»: non qualcosa che toglie a un buon carattere, ma qualcosa che aggiunge a un carattere pessimo. Hitler, per tutti, è sinonimo di Male assoluto. Un cattivo di proporzioni titaniche. Un essere demoniaco. Che possa essere stato umano in qualche aspetto della sua vita suona sempre scandaloso. Di solito si dice: gli piacevano gli animali. Era gentile con i bambini. Nel privato sapeva ridere e scherzare. Tutte cose che in una persona normale diamo per scontate, ma che nell’uomo più malvagio di tutti i tempi suonano stridenti. Eppure è proprio questa la realtà: Hitler era una persona normale, con aspetti di umanità. Io credo che per Geli provasse affetto sincero, e che la sua morte lo portò davvero a un passo dal baratro. E non fa più paura così? Non è più spaventoso pensare che una persona normale, un uomo di carne e ossa come noi, abbia compiuto e autorizzato azioni tanto mostruose? È il «principio Dorian Gray»: ci aspettiamo che le brutture dell’anima si mostrino anche in superficie, ma non è così. Non è mai così. Il prossimo Hitler potrebbe essere il nostro vicino di casa, quell’ometto gentile e sorridente che adora i gattini e cura la madre anziana. Non un mostro, ma peggio: un uomo comune che compie azioni mostruose.”

 

Chi sono i burattini del presente?

“Ah, tutti noi siamo burattini. E il bello è che lo sappiamo, ma non vogliamo saperlo. Il bello è che lo siamo anche senza fili, anche senza indicazioni. Anche senza burattinai. Facciamo cose senza un vero motivo, cose sbagliate e a volte immorali, pensando di essere liberi di scegliere. Ma non lo siamo. Come diceva Carmelo Bene, crediamo di agire, ma siamo agiti. Per questo ciò che è successo può succedere ancora: perché mentre viviamo nel nostro confuso presente, persi in un labirinto di questioni private che ci distraggono e allontanano da quelle generali, qualcuno può arrivare e spingerci in una direzione che noi neanche immaginiamo. E quando ce ne accorgeremo sarà troppo tardi.”

Con tre aggettivi come definirebbe il commissario Siegfried Sauer?

“Travagliato. Ostinato. Giusto.”

Il libro si presta benissimo ad un adattamento cinematografico. A chi affiderebbe la regia?

“A chi mi proponesse il progetto più serio! E con «serio» intendo: rispettoso dei temi, dei toni, della centralità di Geli e delle traiettorie dei singoli personaggi, che non sono negoziabili pena la perdita di senso del romanzo. Volendo far nomi, un po’ sognando e un po’ sperando, i primi che mi vengono in mente sono i maestri hollywoodiani: Steven Spielberg, Ridley Scott, Tom Tykwer (che in effetti sta girando una serie ambientata durante Weimar, Babylon Berlin, e avrebbe già scenografie e costumi). Ma dopo aver visto quel capolavoro che è Jojo Rabbit sono tentato di aggiungere alla lista anche Taika Waititi. Chissà cosa ne tirerebbe fuori!”

 

Come è riuscito a ricostruire i luoghi?

“Sopralluoghi e documentazione. Ho visitato tutte le città della vicenda, ho percorso le vie e i parchi, mi sono infilato in palazzi, chiese e cimiteri, ho mangiato e bevuto nelle birrerie e nei mercati, sempre cercando di capire come erano cambiati nei novant’anni che ci separano dal 1931. Per fortuna esistono archivi e fotografie d’epoca, ma anche saggi e romanzi affidabili. Il luogo del delitto, per esempio, oggi è inaccessibile: per impedire pellegrinaggi e sfruttamenti da parte di sciacalli o neonazisti, la Baviera ha trasformato la palazzina in cui visse Hitler in un commissariato di polizia. Oltre all’androne non si va, lo so perché ci ho provato. Ma Robert Harris, essendo Robert Harris, per il suo Monaco ha ottenuto un permesso speciale dal Ministro di Giustizia ed è entrato nella stanza in cui Geli ha perso la vita. La sua descrizione, unita ad alcune mappe, alle mie fotografie degli esterni e a deduzioni legate ai racconti di altri testimoni, ha fornito il materiale per la descrizione che trovate nell’Angelo.”

“Ora nulla è più semplice. Nulla è più innocuo e innocente.”, la frantumazione della coerenza, la perdita di innocenza di un popolo?

“È Sauer a dire questa frase (anzi, a pensarla), e Sauer nel 1931 ha più di quarant’anni, ha vissuto la Grande guerra, è rimasto senza nulla dopo l’armistizio, si è trovato in mezzo allla guerriglia quotidiana tra rossi e neri, ha vissuto l’iperinflazione e il crollo di Wall Street… Per un uomo nato nella Germania di fine Ottocento, al tempo la nazione più prospera e avanzata d’Europa, imbevuta delle certezze storiche hegeliane, si trattò di un risveglio durissimo. Si credevano predestinati a sorti magnifiche e progressive, si ritrovarono spiantati e isolati, i paria del mondo, con la fame nello stomaco e il sangue per le strade. Dice bene: innocenza, coerenza. Due tra le parole chiave con cui il Nazismo portò a sé masse di derelitti, perché i tedeschi non meritavano la sconfitta del ’19, e Hitler sapeva come rimettere tutto a posto.”

 

Noi lettori ci aspettiamo da lei una nuova storia, progetti futuri?

“L’angelo di Monaco è nato al servizio della storia di Geli, che si esaurisce con l’epilogo. Verso la fine della lavorazione, però, ho scoperto un ultimo atto che conclude davvero il caso Raubal, un episodio reale accaduto altrove diversi anni dopo. Credo perciò che ci saranno seguiti – per arrivare a quell’atto conclusivo mi occorrono altre tappe – e questo non può che rincuorarmi: anche se mi sono affezionato a loro, in assenza di un motivo forte non avrei portato avanti i personaggi del romanzo, per non sminuire il ruolo di Geli. Ma quel motivo forte c’è, per cui i personaggi sopravvissuti alla fine dell’Angelo ritorneranno. Prima, però, devo finire di scrivere una storia simile a quella di Geli cui sto lavorando da qualche tempo. Un’altra vicenda ingiustamente dimenticata.”