Intervista a Francesca d’Aloja  autrice di “Corpi speciali” La Nave di Teseo

Intervista a Francesca d’Aloja  autrice di “Corpi speciali” La Nave di Teseo

 

 

Nel titolo “Corpi speciali” traccia un contatto tra narrazione e fisicità?

Il titolo, che fa sorgere immagini militaresche, deve invece essere interpretato “alla lettera”, vale a dire nel suo significato letterale: si parla di corpi, di persone in carne e ossa, non di personaggi (per quanto, la grandezza di taluni li apparenta ai protagonisti di grandi romanzi). Speciali certamente per me, ma anche per le vicende che li hanno visti vincitori o perdenti, per le opere che hanno prodotto, le avventure intraprese, l’esempio che, attraverso la loro vita, ci hanno consegnato. Per alcuni di loro, penso a Nadia Comaneci, a Jose Tomas, Vittorio Gassman,il corpo fisico è stato ed è il mezzo con il quale si sono espressi, l’essenza primaria della loro esistenza.

 

 

Quale è stato il criterio nella scelta dei personaggi?

Sentimentale prima di tutto. Sono persone che amo e che ho amato e poco importa se alcuni di loro li ho davvero conosciuti e altri no. Questo libro non è altro che una esplicita dichiarazione d’amore.

 

 

La figura che ha sentito più simile alla sua?

Una persona a cui tengo molto mi ha detto, dopo aver letto il libro: “Tu sei tutti loro, in ciascuno c’è una parte di te”. In effetti è così: in ognuno dei diciotto protagonisti del libro c’è qualcosa che mi riguarda, qualcosa che già possiedo o che desidererei possedere.

 

 

Theos Bernard è emblema di conoscenza?

Theos Bernard è assetato di conoscenza. È questo il motore che lo spinge a varcare confini proibiti e lontanissimi. Quando ho scoperto la sua esistenza (per puro caso, come è accaduto per altri… la casualità ha giocato un ruolo determinante per la nascita di questo libro) sono stata travolta dal suo spirito di avventura, dal suo coraggio e la sua incoscienza. Ho invidiato l’epoca in cui è vissuto, in cui il significato del termine “lontano” era completamente diverso rispetto ai giorni nostri. Oltrepassare i confini del mondo significava sconfinare davvero nell’altrove. Immaginiamo cosa poteva rappresentare il Tibet degli anni ‘30 per un occidentale cresciuto negli Stati Uniti. Ho cercato di capire, e di restituire, l’emozione che deve aver provato questo giovane, bellissimo uomo, la prima volta che ha varcato l’accesso a Lhasa, la città proibita, accolto come “uno di loro”, poiché considerato la reincarnazione di un Lama. Non era mai accaduto prima. È una storia emozionante, degna di un kolossal hollywoodiano…

 

 

Ci parli del rapporto che la legava a Vittorio Gassman

Vittorio Gassman è stato per me una sorta di padre putativo, l’ho investito io di questo ruolo, perché avendo perso mio padre alla stessa età in cui lui aveva perso il suo (14 anni) ho subito provato nei suoi confronti un affetto filiale. Lui capiva la mia mancanza, ne riconosceva il dolore. Era davvero una gioia passare del tempo insieme a lui, mi bastava ascoltarlo o semplicemente osservarlo. Era un uomo pieno di contraddizioni: intelligentissimo ma a volte naif, forte ma anche fragile, simpatico e antipatico. Pieno di sapere e di conoscenza: in un colpo solo avevo trovato una figura paterna e allo stesso tempo un maestro. Una bella fortuna.

 

 

La letteratura può creare legami più forti di quelli reali?

Io vivo con uno dei miei scrittori preferiti (Edoardo Albinati), direi quindi di aver risolto il dilemma! Battute a parte, penso che gli amori letterari non ti tradiscano, semmai accade il contrario, siamo noi a tradirli. Nel mio caso, come nella vita reale, coltivo amori longevi. Amo Albert Camus da quando ero ragazzina, lo stesso posso dire di Kafka (del quale ho un disegno tatuato sul braccio, tanto per chiarire il mio fanatismo). Poi ho avuto una folgorazione pochi anni fa leggendo (di nuovo, per caso) David Vogel, che ha rivoluzionato il mio modo di pensare la letteratura, di concepirla. È diventato, e credo lo sarà per sempre, un punto di riferimento. Quando scrivo penso a lui, cerco inutilmente di avvicinarmi all’impareggiabile perizia che dimostrava nella descrizione fisica dei suoi personaggi, così come della loro psicologia. Tuttora mi capita, leggendo e rileggendo le sue pagine, di commuovermi per la bellezza (la bellezza mi commuove, sempre). A lui ho dedicato un capitolo del mio libro che, senza modestia, considero il più riuscito. E a lui, misconosciuto gigante della letteratura, offro il mio modesto risarcimento. Ogni tanto mi arrivano dei messaggi di persone che dopo aver letto Corpi speciali si sono comprati i (pochi) libri di David Vogel. Ecco, fosse anche solo per questo, ha avuto senso scriverlo.

 

 

Ricordo e finzione, quale prevale?

Non vi è nulla di più ingannevole della memoria. Credo di essere stata onesta e in buona fede, ma se ciò non fosse vero, poco importa.

 

 

I luoghi e l’appartenenza, stiamo scivolando verso l’incapacità di saperne cogliere la storia?

I luoghi e l’appartenenza sono oggi concetti astratti. Possiamo dire banalmente che la globalizzazione ha uniformato i gusti, cancellando lo specifico, accorciando le distanze. Eppure credo, e voglio credere, che malgrado la superficialità di questi tempi, malgrado l’ignoranza, il solo calpestare le nostre strade, attraversare le piazze, entrare in una chiesa, ci costringa a ricordare chi siamo, o meglio, chi siamo stati.

 

 

È riuscita a rispondere alla domanda: “Cosa voglio fare veramente?”

No. Preferisco concentrarmi su cosa voglio essere.

 

 

Si può con la scrittura lenire il dolore delle assenze?

La scrittura ti rinchiude nella solitudine, ed è una condizione nella quale mi sento totalmente a mio agio. Credo infatti di aver cominciato a scrivere per trovare un alibi al mio desiderio di solitudine. Sono cresciuta con il dolore delle assenze, fa parte della mia vita, ma quel dolore è stato anche un serbatoio prezioso a cui attingere, senza il quale, forse, non avrei sentito la necessità di scrivere.

 

 

Progetti futuri?

Sto lavorando su un romanzo da qualche anno. Lo abbandono, lo riprendo. Non so cosa succederà. Ultimamente mi è tornata la voglia di girare dei documentari, e non è detto che non accada. Mi piace raccontare delle storie e ogni mezzo è lecito.

Intervista a Lorena Spampinato autrice di “Il silenzio dell’acciuga” Nutrimenti Editore

@CasaLettori dialoga con Lorena Spampinato, autrice di “Il silenzio dell’acciuga”, Nutrimenti

La famiglia in “Il silenzio dell’acciuga” ha diverse sfumature. Quale la più significativa rappresentazione?

“La famiglia nel romanzo è un perimetro, uno spazio che suggerisce un’appartenenza, la prima unità di misura – il primo strumento – per stabilire le distanze che ci separano dal resto. Quel perimetro è prima confine invalicabile, poi varco, possibilità.”

 

 

Diversità e similitudine, una correlazione con il presente?

“Il romanzo è ambientato nella Sicilia degli anni ’60. Da allora la superficie è mutata: le dinamiche familiari e relazionali sembrano essersi liberate dalle costrizioni di una volta, ci sentiamo furbi, moderni, emancipati. Il silenzio però resta, spesso a coprire retaggi che fanno fatica a lasciarci. E intanto il sessismo si fa sotterraneo, la sopraffazione velata, le pretese vengono normalizzate. E noi ci ritroviamo ad arredare questo mondo senza preoccuparci di cambiarlo. Compriamo tappeti colorati per non vedere la polvere.”

 

 

La madre è appena accennata, la necessità di definire un’assenza?

“La madre è il frutto di un immaginario, quello che Tresa si crea per buona parte della sua vita. Tresa non fa che interrogarsi sulla sua morte e sulla sua natura di donna, al punto da assegnare alla morte della madre un peso quasi politico, rivoluzionario.
La madre è morta quando Tresa era troppo piccola per ricordare: non c’è un lutto da digerire, solo il bisogno di una storia che dia senso all’assenza.”

 

 

“Un posto dove si poteva consumare la felicità”, la sua scrittura ha una cadenza molto poetica. Si possono conciliare narrativa e poesia?

“La forma romanzo non è un sistema chiuso, ha natura metamorfica: è duttile, inclusiva, onnivora. Io sono per la contaminazione, per l’ibrido.”

 

Nella vita di Tresa c’è una svolta significativa: un invito a cercare sempre la libertà interiore?

“Libertà” è una parola chiave nel romanzo. È apertura, rivoluzione, possibilità. L’unica via per scardinare ogni tabù e affrancarsi da un destino già scritto. Dopo un’infanzia di costrizioni Tresa imparerà a scegliere, a riappropriarsi di ciò che le è stato negato: il suo corpo, la sua voce.”

 

 

Dietro l’arroganza maschile quanta fragilità si nasconde?

“L’arroganza maschile è il frutto di una storia – una storia di attitudini cui aderire: virilità, violenza, misoginia, assenza di emotività – che per anni ha ingabbiato il maschile in uno stereotipo da cui è difficile tirarsi fuori. E come sempre accade, l’urgenza di soffocare ogni inclinazione naturale per aderire a tutti i costi a un ruolo che altri hanno stabilito per noi nasconde fragilità profondissime.”

 

 

Come definirebbe in 3 aggettivi Rosa?

“Vitale, scomoda, carnale.”

 

 

Il personaggio più difficile da delineare?

“Gero, il fratello gemello di Tresa. È il personaggio più ambivalente, più ambiguo. In lui coesistono istanze contrapposte: da un lato la meraviglia della scoperta, dall’altro il terrore del cambiamento.”

 

 

Quello che più le assomiglia?

“Tresa. Mi ricorda molto la bambina e la ragazzina che ero. Forse questo libro è il tentativo di parlare a lei, di dirle di non preoccuparsi, di non avere paura.”

 

 

È stata molto parca nell’uso del dialetto, come mai?

“Nel romanzo i dialoghi sono pochissimi. Volevo che il silenzio si prendesse tutto.”

 

 

La sua Sicilia è appena accennata, sono le figure del romanzo a definirla?

“La Sicilia è dentro Tresa. Tresa è l’isola a sud del sud, separata da tutto.”

 

 

La violenza e l’amore: il romanzo si muove su due traiettorie. Quanto è doloroso confrontarsi con le ferite dell’anima?

“L’idea che Tresa si fa dell’amore tiene insieme due opposti: da una parte l’emozione di una vita che si affaccia alle nuove scoperte, dall’altra il sentore dell’errore, dell’abbaglio. Il dolore viene da questo conflitto; così come il senso di colpa che allarga la sua ombra su tutto.”

 

 

“Il nero della pietra lavica, la cenere di terra scura”: un colore dominante che rappresenta stati d’animo?

“La cromia dei ricordi è simbolica. I primi anni di vita – quando Tresa e Gero vivono con il padre nella provincia catanese – sono cupi e grigi, quando invece ci si sposta nell’entroterra siciliano insieme a Rosa tutto si fa rosseggiante.”

 

È riuscita a far emergere la parte più nascosta di se stessa attraverso la narrazione?

“Dal silenzio qualcosa è venuto fuori.”

 

 

Progetti futuri?

“Per adesso porterò un po’ in giro Tresa, ne ha bisogno. Poi sono certa che sarà lei a portarmi da qualche parte.”

Intervista ad Emanuela Canepa autrice di “Insegnami la tempesta” Einaudi Stile Libero

@Casalettori dialoga con Emanuela Canepa autrice di “Insegnami la tempesta” Einaudi Stile Libero

 

In “Insegnami la tempesta” si percepisce “un magma interiore”. Una lettura psicologica dei personaggi?

“Forse, più dei personaggi, il mio desiderio di approfondimento era diretto a indagare un vincolo incandescente, quello della maternità. Perché è una dimensione su cui pesano molti tabù. Basterebbe pensare che quando ho cominciato a raccontare in giro di voler scrivere questa storia, c’è chi ha cercato di scoraggiarmi dicendo che, non essendo madre, non ero metalmente ed emotivamente attrezzata ad affrontare il tema. Una cosa che colpisce, soprattutto perché sono certa che su nessun altro tema, nemmeno quelli davvero distantissimi dalla mia esperienza personale, avrei subito lo stesso tipo di censura. Ma è un argomento inesauribile, e pieno di cose da dire. Come tutte le dimensioni molto trattate è anche appesantito da tanti clichè. E nel tentativo di scardinarli – non sta a me dire se ci sono riuscita – c’è ancora una spazio narrativo ampio e molto fertile, che è quello che ho cercato di esplorare.”

 

 

Quale è stata la figura più difficile da delineare?

“Senz’altro Irene, la monaca di clausura. Emma, la madre, non la vede da più da vent’anni, e Matilde, la figlia, è irresistibilmente calamitata verso di lei perché intuisce in questa donna uno scarto dalla norma che è lo stesso verso cui anche lei si sente attratta. Ma la la dimensione della fede per me è stata difficile da praticare narrativamente, e infatti in parte l’ho lasciata in ombra. La scelta di Irene – che di questi tempi costituisce davvero lo scandalo per eccellenza, la scelta incomprensibile – è una virata di assoluta libertà, ed questo è soprattutto l’aspetto che ho approfondito.”

 

 

Nella conflittualità madre figlia quanto pesa il non detto?

Non posso parlare in assoluto, non foss’altro perché ogni famiglia fa storia a sé, ma fra Emma e Matilde pesa senz’altro moltissimo. C’è in Emma l’obbligo morale a tacere tutto ciò che non sente conforme al suo ruolo di madre. Ma Matilde percepisce il peso di questo silenzio, e non fa nulla per ridimensionare la trincea che questo scava tra loro due.”

 

Che ruolo hanno le figure maschili?

“Se si eccettua il padre di Emma, ci sono solo due uomini importanti, che sono volutamente molto simili. Fausto, il padre adottivo di Matilde, ed Eugenio, il ragazzo di cui Matilde resta incinta. Sono entrambi uomini saldi ma dolci, presenti ma pronti a fare un passo indietro. E nel decidere se restare o allontanarsi, così come in molte altre dimensioni davvero importanti della loro vita, Emma e Matilde faranno scelte opposte.”

 

 

La verità ristabilisce l’ordine delle cose o sono necessari ulteriori passaggi?

“Non sono a mio agio con il costrutto della verità nelle relazioni. È un termine fulgido e rischioso, proprio perché ammantato di tutte le virtù e perciò più difficile mettere in discussione. Oltretutto, per definizione, è una parola molto sbilanciata verso una certa sfumatura astratta di oggettività. Ma nelle relazioni ci sono tante verità quante sono le persone in gioco, e allora l’unica speranza di coinciliazione, più che la verità, è semmai l’onestà emotiva, che non ha altra pretesa che dichiarare se stessa. Essere sempre onesti su quello che si prova, anche quando apparentemente questo mette in discussione il nostro ruolo. È un grande atto di coraggio, ma anche l’unico in grado di salvare le relazioni sul lungo periodo.”

 

 

Attraverso Matilde ha voluto raccontare il nostro tempo confuso?

“Devo essere onesta: no. Cerco di tenermi lontana dall’idea di lanciare un messaggio, specie se di portata universale. Non mi pare compito dello scrittore. Un giorno mi è venuta in mente questa famiglia, niente di più normale: madre, figlia, padre. Il mio unico obiettivo era di studiarne le reazioni di fronte a una provocazione importante, e raccontarne le vicende nel modo più trasparente possibile, dal centro esatto della storia, equidistante da tutti, e senza prendere le parti di nessuno.”

 

Caravaggio e la ricerca di spiritualità?

“Scegliere le tele di S.Luigi dei Francesi dedicate alla conversione e al martirio di S.Matteo è stato forse frutto più della volontà di rendere omaggio alla mia città, Roma, e al pittore che ne ha rappresentato meglio il cuore nero e senza pace. Che poi la sua pittura si presti straordinariamente bene a raccontare il lato tempestoso della fede, quello che rovescia e le certezze e annichilisce ogni punto di riferimento, è chiaro a chiunque lo conosca e lo ami. E certamente, in questo senso, era molto funzionale alla storia.”

Torna spesso la parola sacrificio, quale legame con la punizione del sé?

“Nella vita di Emma il legame è esplicito. Ogni patimento è il risultato del senso di inadeguatezza. Chi sbaglia, chi non è all’altezza, deve soffrire, e non per questo smetterà di pagare. Ci sono solo due brevi istanti nella vita di Emma in cui lei si illude di poter avere un’altra vita: l’incontro con Irene e la nascita di Matilde. Ma in entrambi i casi tutto le si rivolterà contro.”

 

La sua è una parola molto poetica, quanto tempo ha impiegato nell’elaborazione del testo?

“Moltissimo, è la cosa a cui tengo di più. Le riscritture sono sempre numerose, e non mi soddisfano mai. Che poi è anche la ragione per cui non mi rileggo. Provo un’invidia indicibile per gli scrittori che sono capaci di dire: ho scritto un bel romanzo. A me pare sempre tutto perfettibile, e soprattutto molto lontano dalla perfezione.”

 

In cosa si differenzia questa nuova prova narrativa da “L’animale femmina”?

“Come dicevo prima, non credo di tenere in grande considerazione l’aspetto riflessivo nel momento in cui comincio a scrivere. Quello arriva in un secondo momento. All’inizo si presenta l’urgenza di una storia, che è sgangherata, e non si tiene bene sulle gambe. Quindi c’è l’esigenza di darle struttura, solidità. Infine, quando lo scheletro è pronto, quella di scriverla nel modo migliore possibile. Ho fatto questo sia per il primo romanzo che per il secondo. In entrambi i casi la mia necessità è stata soprattutto essere fedele ai personaggi. Non mi sono mai preoccupata di riflettere sulle differenze tra un romanzo e l’altro. A cose fatta mi pare di poter dire che in questa storia ho cercato di gestire una coreografia di personaggi più ampia, mentre l’impianto di quello precedente era forse più classico e teatrale.”

 

 

La sua definizione di libertà travalica il reale. Una visione trascendentale?

“Trascendentale mi pare un aggettivo molto appropriato. È così. Nulla ha senso nella vita se non rimane acceso il nostro desiderio di muoverci tendendo liberamente al desiderio.”

 

 

Quanto l’hanno cambiata Emma, Irene, Matilde?

“Credo di aver scritto questa storia anche per chiudere i conti con la mia esperienza di maternità, che non c’è stata, e per mia scelta. Direi che mi hanno aiutato soprattutto in questo. Mi mancavano delle risposte, e se ora le ho trovate, è per merito loro.”

 

 

Programmi futuri?

“Sono cinque anni che scrivo ininterrottamente, tra il primo romanzo e il secondo non c’è stata soluzione di continuità. I miei programmi prevedono uno stacco totale. Ho bisogno di capire dove voglio andare, cosa voglio scrivere. E per far questo devo leggere, leggere moltissimo.”

Intervista a Lucia Calamaro autrice di “Nostalgia di Dio” Einaudi

@CasaLettori dialoga con Lucia Calamaro, autrice di “Nostalgia di Dio” Einaudi

 

Il dubbio pervade “Nostalgia di Dio”, un invito ad interrogarsi?

“Beh, ho sempre guardato con certa meraviglia, profondo sospetto e curiosità da zoologo gli individui abitati da certezze assolute.
Infondo non riesco a riconoscergli il carattere di umani.
Quelli che sanno tutto, che hanno capito tutto, che sono sempre sicuri, mi sembrano, di fatto, più vicini all’animale che all’umano. Bestie. Nobili bestie certo: lupi, leoni, altro…
Il fatto è che all’assenza di dubbio associo una qualità predatoria fondante, nonché un unico scopo esistenziale, per me noiosissimo e rozzo: dominare.
E non ho mai conosciuto una persona di vera fede, che non lottasse continuamente con le proprie esitazioni e titubanze.”

 

 

Cosa accomuna i suoi quattro personaggi?

“Una mezza idea di irrisolutezza, fuori luogo, tensione verso un sé diverso ma oramai quasi del tutto irraggiungibile. Ed è quel “ quasi” , che li salva, che li tiene in vita.”

 

 

Come nasce la splendida idea del “Dio bambino”?

“Eh, chi lo sa.
Ammetto che fa parte di quelle immagini interiori che emergono alla coscienza da sole, senza esser chiamate, senza che uno sapesse di saperle. Ma una volta emersa, mi è sembrata cosi chiara, cosi potente.
C’entrano sicuramente reminiscenze impasticciate di letture psicanalitiche, un crocicchio tra Freud e Winnicott e quel loro bambino onnipotente che ha quei suoi pochi anni e che poi, crescendo, muta in un umano qualsiasi, incerto e difettoso, e sempre poco all’ altezza dell’ esistenza.”

 

La visita delle sette chiese può essere letta come una metafora della ricerca interiore?

“L’idea di una cosmogonia insita nell’uomo, biecamente antropocentrica, che rifletta la struttura dell ‘universo, è una vecchia tentazione teorica, demodè, che mi sono permessa di assecondare.
Le chiese sono tappe, ma non si avanza, si gira intorno. Non c’è mai un traguardo, per questo prediligo la forma ellittica alla linea. La ricerca in effetti non ha inizio né fine, è, esiste. Somiglia al gironzolare quando non hai niente da fare. E forse non c’è ricerca, è solo che uno ogni tanto, camminando, trova.

 

A chi si è ispirata ideando la figura di Alfredo?

“A nessuno. Quindi a me. Quando non ho modelli, mi resto solo io.”

 

Descrive le relazioni affettive nella loro evoluzione. Quali le fragilità?

“Mi abita da sempre il sospetto che il bene voluto e ricevuto, non dovrebbe mai finire. Che una volta che fra le persone si è creato affetto, per quanto cambi forma, qualcosa di quel bene, dovrebbe persistere.
La fragilità degli affetti, che si spezzino, che scompaiano, mi risulta un errore di metodo. Certo, nella vita sono riuscita a ragionarmi, ma nei miei spettacoli mi piace metter su quest’ umanità eternamente affezionata , preda di un imprinting emotivo originario, un pò come le papere di Konrad Lorenz, ecco.”

 

Nella sperimentazione del sacro molto resta affidato al lettore.

“Non molto, tutto. Non credo si possa dire o mostrare. Il sacro, per me, appartiene a quelle zone dell ‘Ente tra l’invisibile e l ‘indicibile, e certo non ho la pretesa di smuoverlo da li.”

 

 

Le sue donne spezzano la visione di un femminile statico, quale la loro forza?

“Beh, pensano, studiano, vogliono, fanno. Un fatto che ancora oggi, incredibile, somiglia a una bella novità.”

 

 

Roma e il suo degrado, simbologia o realtà?

“Dispiacere. Roma è casa, ma è perennemente agli sgoccioli. Sembra sempre che non ce la farà più. Che non potrà continuare ad andare avanti cosi. Che stavolta proprio non si rialzerà. Ma questa è una visione poveramente umana, stringata e circoscritta. Una visione di gente che al massimo campa cent’ anni. E Roma, ovviamente, nel suo gestire millenni, è tra immutabile e impossibile.”

 

 

L’immagine dell’infanzia si coniuga con la meraviglia?

“Non c’è dubbio. Nessun altra età, nella suo grumo di potenzialità, riassume meglio il mistero. La partita si gioca nell’ infanzia, bella o brutta che sia. Tutto il resto oscilla tra il ricordo e la reinvenzione di quell’epoca mitologica da cui l adulto, povera cosa, proviene.”

 

 

Preghiera interiore e pensiero mentale, un viaggio verso infinito?

“Mi sono sempre di dispiaciuta di non aver studiato neurobiologia, di non essermi dedicata alle scienze cognitive o di non aver fatto l’ astronauta. Il mondo reale, la vita sulla terra, mi annoiano terribilmente : sembra tutto cosi piccolo. Lo spazio mentale invece, chi lo sa quanto misura? In effetti credo che uno degli infiniti possibili sia il dentro. Di solito ci passo parecchio tempo. Ultimamente un po’ meno, infatti annaspo: ma ci sto tornando.”

 

 

 

Nel libro la nostalgia è ricordo lontano?

“Non era esattamente questa l’intenzione ma poi chissà…
Per me è una misura specifica del dolore dell’ abbandono, ma non si sa di chi. Chi ci ha mollato qui? E l’effetto dell’ allontanamento da una fonte originaria di vita. Anche se casuale e arbitaria. E per me che sono una sentimentale, non c’è vita senza affetti.”

 

 

Assenza e distanza: due modi di rappresentare Dio?

“Più il dubbio, di cui parlavamo all’inizio, che Dio. Ma senza queste due difficili coordinate dell’asse cartesiano umano, assenza e distanza, non si sarebbe capacità simbolica…e tutto sarebbe solo quello che è. Personalmente non auguro a nessuno un mondo dove l orizzonte sia definito dal “ tutto qui”. L’altrove, ci salva.”

 

Il suo è un inno alla vita che resiste. È da questa resilienza che si forma l’Uomo?

“La vita nasce sempre in condizioni ostili, venire al mondo è un gran brutto momento . Per il neonato del fatto di cronaca che cito nello spettacolo lo è ancora di più. Mi piace ricordarlo. Nascere è faticosissimo. E se siamo capaci di nascere, anche nelle peggior condizioni, dovremmo essere pure capaci di vivere. Ma non sempre è cosi. Recuperare la spinta iniziale. Può servire.”

 

 

In un testo teatrale quando è importante la musicalità della parola?

“Per me tanto. Non uso musiche, la melodia è la parola, e i miei attori lo sanno. Ci tengo tantissimo a che, una volta raggiunto un accordo d’intenti tra loro e me, dicano i testi esattamente come li ho scritti, non tanto per “pruderie” d’autore, ma perché mi stonano.”

 

Progetti futuri di scrittura?

“Eh, sempre, viviamo condannati al progetto.
Attualmente due, e con sorpresa in entrambi riscopro una vena moralistica che mi piace, mi conforta, anzi: la rivendico, anche se mi hanno già accusata di latenza di eccessivo spirito conservatore. Non posso farci niente: sto cosi. L’amoralità del presente comincia a farmi impressione: rileggere Montaigne, Rousseau, Pascal, e non distrarsi, non demordere dall‘etica, è il mio obiettivo dei prossimi mesi.”

Intervista a Tommaso Melilli autore di “I conti con l’oste” Einaudi

 


@CasaLettori dialoga conTommaso Melilli autore di “I conti con l’oste” Einaudi

 

Cosa l’ha spinta a scrivere “I conti con l’oste”?

“Ero chef di un bistrot a Parigi da alcuni anni, stavo molto bene. Ma, sia nel tipo di cucina che nel modo di servire i piatti, mi sono reso conto che andavo alla ricerca di cose che venivano dal paese dove sono nato, che non conoscevo affatto salvo i ricordi di quando ero ragazzino. Immaginavo l’Italia dalla mia cucina di Parigi e non mi bastava più, mi ero stancato di immaginare: dovevo viverla.”

 

 

Che ruolo ha la memoria nella narrazione?

 

“La metà dei cibi che ci piacciono e che ci emozionano sono quelli che mangiavamo da bambini, o molto tempo fa. Quando si cucina per gli altri si deve sempre tenere conto di questa cosa, che la cucina è, in parte, una caccia alla memoria degli altri. E quando si raccontano le cose è uguale.”

 

Cosa ha significato tornare in Italia?

“Ho trovato un paese incattivito dalla solitudine, con tanti problemi che alcuni cercano di risolvere ogni giorno, e con troppi altri problemi che ci ossessionano e che in realtà non esistono. E non c’è niente di peggio dei problemi che non esistono: perché quando un problema esiste puoi provare a risolverlo, quando non esiste risolverlo è impossibile.”

 

La dimenticanza per chi parte è una protezione ?

“Ciascuno di noi dovrebbe poter vivere dove vuole senza dover giustificare le sue scelte. Abbiamo il diritto di dimenticare da dove veniamo, almeno fino al momento in cui le cose a cui non vogliamo pensare cominciano a corroderci da dentro.”

 

Perché la tradizione non esiste?

“Perché non la conosciamo. Non sappiamo cosa si faceva “una volta”, abbiamo solo delle idee minime. Quello che tutti chiamano “tradizione” è una storia che ci raccontiamo, una stampella alla quale ci fa comodo appoggiarci quando ci sembra di non reggerci in piedi.”

 

Il personaggio che l’ha incuriosita di più?

“Quello che ho conosciuto di meno, Pierre Jancou, che per me è il modello del nuovo oste.”

 

Qual è il talento di un cuoco?

“Saper ascoltare le persone che mangiano, anche quando non dicono niente.”

 

Quando la Cucina è Cultura?

“Quando ci convince ad assaggiare delle cose che diversamente non avremmo mangiato, che non avremmo riconosciuto come cibo. Quando fa scoprire il nuovo.”

 

Possiamo definire il suo libro una mappa sentimentale?

“Nel modo più assoluto. Non c’è alcun tipo di critica gastronomica, non mi interessa giudicare i miei colleghi, mi interessa dare loro voce.”

 

Tre aggettivi per definire “l’oste di frontiera”

“Affettuoso, libero e imprevedibile.”

 

Ha dimostrato che si può raccontare l’Italia in modo insolito ed originale, le sue impressioni sulla nostra penisola?

“Grazie! Intanto bisogna dire che non l’ho affatto girata tutta, l’Italia. Quello che più mi ha colpito e turbato è quanto le provincie e le campagne si stiano lasciando andare e si siano abbandonate. Ma in mezzo a tutto ciò ci sono tanti piccoli mondi da cui possono ripartire e ritrovare vita, e molti di questi sono legati all’agricoltura, al mangiare e al bere. Dobbiamo lavorare per moltiplicare questi piccoli mondi, per parlarne e farli diventare il sistema sanguigno delle nostre campagne. Non esiste un altro modo.”

 

Quanto è cambiato dopo la stesura del testo?

“Ho trovato una sinergia formidabile con tutti i dipartimenti della casa editrice con cui ho lavorato. Il libro non è molto diverso da come l’avevo inviato, ma tutto ciò che è cambiato è cambiato in meglio.”

 

Cosa è per lei la scrittura?

“E’ il miglior modo che conosco per capire le cose e – se le capisco – per offrirle agli altri.”

 

Continuerà il suo viaggio di ricerca e di scoperta?

“Prima di tutto ritornerò in giro per l’Italia per accompagnare il libro, e sono sicuro di scoprire tanto altro così. E’ un libro che parla di territori, se non andassi nei territori a portarcelo non avrebbe senso.”

 

Progetti futuri?

“Per il momento troppi e ancora troppo confusi! Si vedrà.”

Intervista alla blogger Sara Galletti Manfroni @Ladivoralibri

 

@Casalettori dialoga con la blogger Sara Galletti Manfroni, su twitter @Ladivoralibri

 

Come nasce la passione per la lettura?

“La passione per la lettura nasce per lo stesso motivo per cui nascono i grandi amori: il divieto di farlo. Ai miei genitori non piaceva che leggessi i best-seller che arrivavano a casa per corrispondenza, perché molti erano dell’orrore. Uno su tutti mi era proibito toccare, e fu proprio da quello che iniziai. Rintanata sotto il letto alto di mia madre, coperta dalla lunga trapunta, leggevo. Poco per volta allenavo la mia velocità di lettura per paura che i miei mi scoprissero prima che potessi arrivare alla fine della storia e perché volevo leggere più libri che potevo. Provavo delle sensazioni talmente esclusive, l’atto della lettura mi apparteneva come un segreto, che non misi mai più giù un libro.”

 

 

Leggere perché?

“Ci sono diversi motivi per cui si legge, per riconoscersi nelle parole di qualcun altro e abbattere la percezione di un’intima solitudine, per spostare i propri orizzonti abbracciando tempi e luoghi mai conosciuti, ma soprattutto per vivere delle storie. La possibilità che si ha leggendo è straordinaria, il tempo ha una valenza diversa quando viene messo nero su bianco e trasferito alla pagina, sfidiamo la mortalità. Scrivendo e, per motivi altrettanto necessari, leggendo la percezione è quella di lasciare una traccia significativa su questa terra. Penso a quell’ unicum che sono i frammenti di Saffo. Mentre li leggo la distanza, anche temporale, si azzera. Per questo motivo scrittura e lettura sono intimamente legate tra loro, perché senza l’una non esisterebbe l’altra.”

 

 

Con tre aggettivi come definirebbe il suo sito?

“Informale, preciso e appassionato.”

 

Come concilia la sua vita privata con la scrittura?

“Ci pensavo proprio l’altro giorno. La scrittura la vivo come pulsione. È una necessità, un bisogno che sento prepotentemente e in continuazione. Scrivo e leggo in qualsiasi momento io riesca a farlo. Per riuscirci, con due figlie piccole, mi capita di estraniarmi mentre giocano o di restare più del dovuto in macchina anziché salire subito in casa con la spesa oppure, quando il fisico ancora regge, scrivo mentre dormono e spesso mi detesto perché mi rendo conto di sottrarre quel tempo alla mia famiglia, ma è come se non potessi comandare l’istinto, diventa un automatismo, una specie di infermità mentale, una monopolizzazione che fa concorrenza al più fervido degli amanti.”

 

 

Nella scelta del libro da recensire quali le priorità?

“La priorità nel recensire un libro è la trasmissione della sua, mi si passi il termine inflazionato, bellezza. Quando finisco un libro ed è un buon libro o, meglio ancora, un ottimo libro, l’urgenza è quella di dirlo a tutti, a chi non l’ha letto e a chi l’ha già letto per avere un confronto. L’arte ha la capacità di stupire e di unire.”

 

 

A chi legge poco quale titolo consiglierebbe?

“Uno dei libri che mi porterei su quella famosa, e mai vista, isola deserta: I tre moschettieri di Dumas.”

 

 

Il classico nel quale si identifica?

“Madame Bovary. Flaubert era un genio.”

 

 

Leggendo le sue recensioni traspare una grande competenza linguistica, quanto è importante la parola oggi?

“La parola è importante perché sta alla base del pensiero umano. È uno strumento di cui l’uomo ha l’esclusiva, che lo definisce in quanto tale e che permette la circolazione delle idee. Penso che sia fondamentale anche se oggi si utilizzano molti altri codici di comunicazione, soprattutto visivi, lo vedo sulle mie figlie.”

 

 

Gli errori e i pregi dell’editoria italiana?

“Molti dicono, pubblicare meno, pubblicare meglio. Io trovo che in Italia ci siano molte realtà editoriali, anche piccole, che producono libri di qualità. Tutto sta nell’avventurarsi – accettando anche il rischio della sòla – in un regno che al giorno d’oggi offre molta più scelta rispetto a cinquant’anni fa. Nelle questioni di carattere economico non mi addentro, non ne ho le competenze. Certo che da lettrice appassionata quale sono mi piacerebbe potermi permettere molti più libri di quanti già non compri.”

 

 

Quanto sono importanti i blogger nella promozione di un testo?

“Dipende dal pubblico a cui si rivolgono. Penso che in molti, soprattutto giovanissimi, parlino un linguaggio, anche estetico – quelle tanto vituperate fotografie che accostano i libri al cibo, i libri ai fiori, i libri ai fiocchetti e ai pizzi, per intenderci – diverso da quello che spesso si propone con la critica letteraria da cui difficilmente vengono toccati. Credo che la competenza in materia sia fondamentale e che altrettanto lo sia la capacità di divulgazione. La trasmissione della cultura se elitaria serve a poco, perciò apprezzo anche quei blogger che vicino al libro ci piazzano lucine colorate e merletti. I contenuti però devono esserci. Altrimenti si parla del nulla.”

 

 

 

Se fosse ministro della Cultura quali le priorità?

“Ho una formazione classica ed una specializzazione in archeologia, perciò agevolerei la fruizione della cultura sotto ogni sua forma – l’insegnamento di qualità negli istituti scolastici sta alla base di questo concetto – e promuoverei la conservazione e la valorizzazione di tutto quello che ha interesse storico e artistico, permettendo ai tanti, ottimi professionisti che si sono formati nel settore dei beni culturali di mantenersi svolgendo una professione che venga loro riconosciuta come tale.”

 

 

Oltre a Twitter quali altri social frequenta?

“Utilizzo anche Facebook e Instagram, più in là non mi spingo, mi servirebbero giornate di 48 ore.”

 

 

Un sogno nel cassetto?

“Ne avevo due, il primo l’ho realizzato e ce l’ho accanto ogni giorno della mia vita, il secondo ha incontrato molte difficoltà a decollare nel panorama lavorativo attuale, ma mi ha portata ad essere quella che sono e ad incontrare la persona con cui ho realizzato il primo, tra i due decisamente il più grande.”

Intervista a Vittoria Baruffaldi autrice di “C’era una volta l’amore” Einaudi

@CasaLettori dialoga con Vittoria Baruffaldi autrice di “C’era una volta l’amore” Einaudi

 

Si può educare all’amore?

“Platone parlava di educazione all’eros: un viaggio graduale ed appagante che dalla bellezza fisica porta al bello in sé, e dunque al bene.
Noi avevamo l’inserto di Cioè e dei modelli molto tradizionali che ci educavano a tutto, fuorché all’amore. Così ci siamo improvvisate, e ora ci ritroviamo con il cuore nella rotula destra.”

 

 

Sono bellissime le “Puntualizzazioni amorose”, come nascono?

“Sono frammenti, alla Barthes, che mi piaceva tenere così, come fossero delle piccole illuminazioni dentro il caos dell’amore.”

 

 

Come raccontare il desiderio?

“Il desiderio è il motore dell’amore, perché è mancanza, canzoni in loop, Sturm und Drang, fogli inzuppati di lacrime, struggimento.”

 

Cosa ci insegna Eloisa?

“Eloisa vuole diventare la ragazza più colta della Francia, e invece si ritrova a essere la ragazza più innamorata della Francia, come qualunque sedicenne. Ma è amore vero il suo e, nonostante tutte le traversie, rimarrà fedele a quello che aveva provato. Ostinata, cocciuta, terrà aperta la ferita della sofferenza per ricordarsi chi è davvero lei.”

 

Si continua a credere nel principe azzurro?

“Credere nel principe azzurro – ovvero un concetto ideale – è una fregatura. Niente potrà bastare. L’amore, invece, è sentirsi se stessi all’interno di una relazione, se se stessi comprende alcune qualità e molti difetti, e le qualità sono spinte all’estremo e i difetti ben tollerati.”

 

Lou era una seduttrice, perché ha scelto di introdurla nella narrazione?

“Come non si può inserire la seduzione – gioco tra autentico e artificiale – all’interno del discorso amoroso? Lou voleva e non voleva, si concedeva e non si concedeva; solo di una cosa era certa: voler mantenere a tutti i costi la sua libertà, “osare tutto e non aver bisogno di niente”.

 

 

La vita amorosa di Simone de Beauvoir è pretesto per lanciare un messaggio?

“Simone è anticonformista, indipendente, finanche scandalosa, ma incline all’innamoramento. Stipula un patto con Sartre, fa promesse a Algren, definisce Lanzmann il suo “destino”. Sono cose che si fanno, e si dicono, quando si è innamorati, credendo di mettersi al riparo da istinti razionali e piccolo borghesi, quali la gelosia, il possesso, il controllo ossessivo dei like che lui fa alle altre.”

 

 

Come si può gestire l’assenza dell’amato?

“L’amato è sempre assente: è l’oggetto trascendente, impalpabile; un oggetto che sfugge sempre. Questa è la fatica amorosa, aver sempre più a che fare col vuoto che col pieno.”

 

 

Quanto si è divertita a scrivere “C’era una volta l’amore”?

“Molto. A forza di leggere biografie ed epistolari delle filosofe, sono diventate delle “amiche”, così contemporanee e così simili a noi. Si disperano, sono cocciute, amano profondamente. Divertenti, e consolatorie.”

 

 

Quanto si identifica nel suo personaggio?

“C’è solo una donna che vive il ciclo universale dell’amore: inizio, svolgimento, fine, e ancora inizio. Non c’è alcun pericolo: lei continuerà, e noi continueremo, a innamorarci ancora.”

 

 

Una definizione dell’innamoramento?

“Un meraviglioso stato di delirio. Accende le lucine quando sorride, propaga attorno onde elettromagnetiche, fa i fuochi d’artificio dentro la testa.”

 

 

Delle tre figure maschili presenti nel testo quale sceglie?

“Scelgo, con indulgenza, Abelardo: ambizioso, mitomane e piagnucolone. Non sa quali parole scegliere né quali argomenti addurre per placare la passione di Eloisa, ormai rinchiusa in convento. È “confuso”, è stato Dio a scegliere questo destino per loro, le dice, lui non ne può niente.”

 

È riuscita a conciliare l’attualità con la filosofia, quale cammino ha intrapreso?

“La storia che volevo raccontare – quella di una donna che ripercorre le tappe dell’amore, e prova a illuminarne il senso – ha trovato la sua chiave nella filosofia. La filosofia scandaglia il reale, senza ridurne la complessità.”

 

 

Cosa è per lei la parola scritta?

“La parola scritta comporta fatica. Ginzburg diceva: “Ho scoperto allora che ci si stanca quando si scrive una cosa sul serio. È un cattivo segno se non ci si stanca.”
Mi piace stancarmi, ripensare ossessivamente a una frase, farmi visitare da immagini, trascorrere ore sulla scelta di un vocabolo.”

 

 

Cosa manca oggi alle donne per percorrere il cammino della consapevolezza?

“Dovremmo fare a meno di fingere di stare bene quando stiamo malissimo. Perché lo dice la società: la donna deve essere forte, pancia in dentro e tette in fuori.
Questa dittatura della positività passa sopra persone e corna e sentimenti perché non ha tempo da perdere; deve vincere, andare avanti, essere disumana.”

 

Tre aggettivi per descrivere il suo libro

“Agro, dolce, sensuale.”

 

 

Progetti futuri?

“Continuare a faticare con le parole.”

Intervista a Tommaso Soldini, autore di “L’inguaribile” Marcos y Marcos

@CasaLettori dialoga con Tommaso Soldini, autore di “L’inguaribile” Marcos y Marcos

 

Come definirebbe con 3 aggettivi Michele?

“Michele è ingenuo, lucido, ossessivo.”

 

 

Siamo tutti inguaribili?

“Ognuno di noi è alla ricerca delle proprie passioni e della propria felicità; spinti da questi impulsi siamo più o meno capaci di combattere inguaribilmente. Ognuno lo fa a partire dalla propria storia e con i mezzi che ha.”

 

 

Giorgia e Gemma, due opposti?

“Non lo so, davvero. Penso che possano essere amate entrambe, che ci sia del bello in entrambe. Michele, però, non ha dubbi: Gemma lo muove, lo sorprende, lo turba, lo affascina.”

 

 

Cosa l’ha spinta ad introdurre nel romanzo la figura del “coniglio bianco”?

“Il “coniglio bianco” è una specie di Virgilio sfuggente, che porta Michele ad attraversare altre forme di realtà, ricompare anche nel film “Matrix”, tatuato sulla spalla di una ragazza che Neo, il protagonista, seguirà per incontrare Trinity e il suo destino di liberatore dell’umanità. Infine è anche il personaggio più libero del film “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, innamoratissimo di Jessica. Mi è sembrato doveroso che Miché avesse almeno una specie di guida da seguire, che nel romanzo si chiama Ratter e che, in modi non proprio ordinari e classici, lo aiuta a non perdere il contatto con sé stesso.”

 

 

“Ci siamo trasformati, seduti, sfilacciati” Non siamo più capaci di riconoscere il cambiamento dell’altro?

“Penso che i miei personaggi lottino con le proiezioni che tendono a formarsi dell’altro. Amarsi, forse, è riuscire ad andare oltre, è tenere vivo il ricordo del bello che ci è successo, ma anche capire che c’è molto altro bello che può venire, fuori dalla Petite Princesse, nella vita che si vive da coscienti. Gemma e Michele ci provano e, forse, ce la faranno.”

 

 

Quanto il mondo virtuale ha influenzato la sua scrittura?

“Sono uno che legge il giornale mentre fa colazione (quindi su schermo), paga le fatture da casa, risponde alle email, recupera film o trasmissioni televisive sul computer. Il mondo virtuale ha trasformato anche la mia vita, in modo profondo, persino troppo. Ho però scelto di non frequentare le reti sociali, non perché abbia un giudizio negativo ma perché, come forse direbbe DFW, rischiano di tenerti attaccato allo schermo fino a farti vivere una vita alternativa-alienante. Questo tema mi interroga, credo sia interessante e, tutto sommato, un modo concreto per rinnovare la domanda sulla relazione tra mondo onirico e realtà (Si pensi a “Doppio sogno” di Arthur Schnitzler)”

 

 

La trasgressione come necessità di riscoprirsi?

“C’è un filosofo inglese che dice che ogni società ha bisogno di trasgressione, anche solo per rinnovare la fiducia dei cittadini nelle leggi che hanno scelto. Come a dire che il senso delle cose, se non lo sentiamo più, rischia di sfuggirci, di diventare abitudine e di stemperarsi nello scontato. Trasgredire una regola può essere un buon modo per capire se quel valore ci abita ancora, non è però detto che sia il solo modo.”

 

 

Tornerà Miché?

“Lo sa che, proprio in questi giorni, per la prima volta, me lo sono chiesto anch’io? Lei che cosa ne pensa?”

Intervista a Lorenzo Marone, autore di Inventario di un cuore in allarme” Einaudi Stile Libero

@CasaLettori dialoga con Lorenzo Marone, autore di “Inventario di un cuore in allarme” Einaudi Stile Libero

“Inventario di un cuore in allarme”, un titolo che incuriosisce. Cosa l’ha ispirata?

“La voglia di parlare di paure, fragilità, imperfezione, il desiderio di condividere il mio sentire. Parlo di me, ma in verità amplio lo sguardo a quelli che sono temi molto importanti nella società di oggi. C’è bisogno di questo, di partire da sé per poi saper leggere meglio ciò che accade intorno.”

 

Il libro si differenzia dalle precedenti prove narrative, il bisogno di ascoltare quella parte di sé nascosta?

“Questo libro è una ricerca, la mia personale ricerca di un modo di stare al mondo, di sentirmi utile per me e per chi mi è intorno, una forma di accettazione di ciò che siamo, dei nostri limiti di esseri umani, in un tempo nel quale si tende alla perfezione, alla crescita personale esasperata, al successo, all’onniscienza.”

 

Quanto è difficile mostrare le proprie paure?

“Io non lo trovo particolarmente difficile, però mi rendo conto che per molti lo è, che molti faticano ad aprirsi, a restare in ascolto di sé, e questo è un bel problema.”

 

“Coltivate il dubbio”, il filo conduttore della narrazione?

“Sì, e la curiosità, abbiamo bisogno di nuove generazioni di curiosi, avidi di conoscenza, coraggiosi.”

 

Ordine e caos, quale prevale?

“È tutto caos, e prima lo si capisce, prima si campa meglio.”

 

Ha dato corpo e voce all’ipocondria, un atto liberatorio?

“Per certi versi sì, anche se mi sono esposto parecchio.”

 

È la felicità ad intimorire o l’idea della sua effimera presenza?

“La felicità fa paura, perciò non ci fermiamo mai ad ascoltarci, per non sentirla, diceva Bufalino.”

 

Cosa le è mancato nell’infanzia?

“Ho avuto molti vuoti da colmare.”

 

Che approccio psicologico seguire per rimarginare le ferite?

“Ho fatto tanta terapia, ma l’ipocondria è un qualcosa con la quale alla fine devi convivere, volente o nolente. Di certo so per esperienza personale che gli psicofarmaci servono a poco.”

 

Napoli è poco presente, si è trasformata in uno stato d’animo?

“Napoli mi ha insegnato l’ironia, siamo una terra che da sempre combatte l’ipocondria con la profonda leggerezza.”

 

Come è riuscito ad intrecciare letteratura e filosofia?

“Sono un uomo curioso.”

 

La natura immutabile e la spiritualità, quali relazioni?

“Credo, ma faccio molta fatica. Sono un uomo spirituale, e la natura in ogni sua forma mi lascia stupefatto.”

 

È molto coraggiosa la consapevolezza della propria imperfezione, come immagina la reazione dei lettori?

“Non so, alcuni ci si identificheranno, altri probabilmente lo prenderanno come lo sfogo di un pazzo; ma non si parla di me qui, si parla di morte per parlare di vita, di tempo, di caos, destino, scelte.”

 

Non manca un sarcasmo pungente nei confronti delle cure palliative.

“Il cervello è una sfoglia di cipolla, diceva mio nonno.”

 

“La vita, una solitaria oasi nel nulla”, la scrittura riesce a colmare i vuoti?

“In parte, a volte è un aiuto prezioso.”

 

Quanto è cambiato come uomo dopo la stesura del libro?

“Sono lo stesso di sempre.”

 

Un messaggio a chi la leggerà?

“Fate buon uso del tempo.”

 

Progetti futuri?

“Sto scrivendo il nuovo romanzo.”

Intervista al giornalista Francesco Musolino, autore di “L’attimo prima” Rizzoli

@CasaLettori dialoga con il giornalista Francesco Musolino, autore di “L’attimo prima” Rizzoli

 

“L’attimo prima” è un viaggio molto intimo, la scrittura ha una valenza catartica?

“Questa storia trae forza dalle mie emozioni, dal magma incandescente di sentimenti scaturito da una perdita. Ma non volevo fosse un libro ombelicale, un memoir personale, per questo motivo ho atteso e cercato la giusta distanza. Ho scelto di raccontare la storia di un ragazzo che mi somiglia ma con un’indole statica, lontana dal mio sentire. Scrivendo mi sono liberato e confrontato con ciò che tenevo a distanza di sicurezza. Sì, è stata un’esperienza catartica.”

 

Il tempo ha una sua linearità, la necessità di scandire prima e dopo?

“L’attimo prima è quel momento esatto in cui tutto è possibile, un futuro felice e ineluttabile. L’attimo prima deve essere inteso in senso totale: prima di dichiarare il proprio amore o magari, prima di cambiare lavoro o città. Progettiamo il nostro tempo per timore di perdere il controllo ma quando la vita scalpita e ci mette al tappeto, dobbiamo essere pronti a ricominciare, a rialzarci, scoprendoci più forti di prima.”

 

Il trauma della perdita viene vissuto come soggetto sacro. Perché?

“Ci spaventa l’idea di perdere il controllo. Siamo abituati a considerare la perdita come un insieme di “mai più” e finiamo per voltare le spalle al futuro, crogiolandoci nei ricordi. Collezioniamo momenti felici ma finiamo per farci del male. Per questo credo sia necessario provare, tentare di cambiare prospettiva rispetto al lutto. Teniamo con noi la gioia senza paura di dimenticare qualcosa, lasciando spazio all’avvenire.”

 

Sogni e demoni, quale prevale nella narrazione?

“L’uno e l’altro. Non c’è gioia senza dolore, non c’è giorno senza la notte. Questo è un racconto di luce ma ciò significa che Lorenzo si era perso e ha scelto di provare a ricucire i pezzi del proprio cuore.”

 

Quanto è pericoloso dimenticare?

“Ci sono momenti in cui, come accade in Funeral Blues di W. H.Auden, vorremmo poter fermare il tempo. Ma dimenticare è inevitabile. Le persone che abbiamo perso sono più vicine al nostro cuore solo perché le veneriamo come reliquie? Non credo.”

 

Ha curato molto l’identità dei personaggi, il bisogno di dar loro un’appartenenza non solo letteraria?

“Questo libro ha avuto un tempo di scrittura diviso in due fasi. La prima è stata emotiva, con la seconda ho scelto di dare importanza a tutti i personaggi, anche a quelli che sfilano via dalla pagina. Ci sono vite che ci corrono vicino ma noi scegliamo di dar loro attenzione. Lo sguardo, in narrativa, mi affascina e apre realtà che ignoriamo.”

 

La sua Sicilia è poetica, malinconica, rarefatta. Ha voluto restituirle quella magia troppo spesso negata?

“Detesto l’immagine statica della nostra isola come una cartolina piena di stereotipi. Una terra così grande, ricca e dolente – ahimè – masticata e mal digerita fra fiction e narrativa. La Sicilia merita di essere scoperta, amata e criticata. Volevo raccontare una versione selvaggia e quotidiana, persone che non parlano ossessivamente in dialetto e fanno lavori normali. Un posto bellissimo da cui è legittimo anche aver voglia di scappare via.”

 

Come vincere la paura di affrontare il dolore?

“Con il tempo. Con l’amore. Non ci sono lezioni e insegnamenti in questo libro, facciamo un viaggio insieme e proviamo a capire come metterci in salvo in caso d’incendio.

 

Quale la simbologia dell’Etna?”

“È la quintessenza della natura siciliana, madre e matrigna, violenta e bellissima, spigolosa e maestosa, femmina e vitale. Il simbolo di una terra che porti dentro il cuore ma che talvolta sembra fare di tutto per osteggiarci, per ricordarci che siamo un battito di ciglia. Per questo dobbiamo ricordarci che la felicità è fatta anche di piccole cose, di stupidaggini.”

 

Quanto ha influito nella scrittura la narrazione giornalistica?

“Sono piani vicini ma assai diversi. Per scrivere “L’attimo prima” è stato necessario cambiare passo, scegliere di scendere in profondità nei sentimenti. Scrivere questo libro è stato come prendere una lanterna e uscire nel buio della notte.”

 

Il suo protagonista è riuscito a separarsi dal passato?

“Separarsi dal passato sarebbe un errore. Lasciare la Sicilia non significa fare atto d’abiura. Voltare pagina è necessario ma le nostre radici – sentimentali e geografiche – formano il nostro animo, ci danno forza. Credo davvero, come scrisse Emily Dickinson, che “l’Assenza è presenza concentrata”. Le persone amate e perse ci mancheranno sempre. Ciò non significa che tornerà più il tempo del sorriso.”

 

“Esiste una grammatica dei sapori” che nel romanzo ha saputo regalare. Un omaggio alla sua terra?

“Un omaggio alla nostra cucina e non solo. Ci sono piatti che fanno famiglia, che raccontano i momenti felici passati a tavola, fra chiacchiere e risate. Penso alla pasta al forno della domenica, allo spezzatino di patate, agli involtini di pesce spada con i pomodorini. Non ci sono ricette dentro questo libro ma cristalli di memoria, di sapore e passione. Amo leggere di cucina, mi affascina il percorso con cui nascono i piatti di Massimo Bottura o Angela Frenda. Ci sono molti libri che parlano della perdita, io ho scelto di usare il cibo come metafora verso il cuore.”

 

Tornerà Lorenzo?

“Non adesso, forse un giorno, chissà. Sicuramente mi ha travolto l’emozione di scriverlo e poi confrontarmi con i lettori alle presentazioni che mi hanno raccontato il loro personale attimo prima.”

 

Un autore straniero che le ha fatto compagnia mentre elaborava il testo?

“C’è un libro importante che ho tenuto con me. “Il posto” di Annie Ernaux. Me l’ha consegnato un amico, Marco Missiroli. Dentro quel libro, in tutti i libri della Ernaux, c’è la capacità di strappare il sipario senza mai far mostra del proprio dolore con una prosa di rara potenza.”

 

Quanto è faticoso emergere vivendo al Sud?

“Moltissimo. Siamo distanti da tutto ma non può essere un alibi.
Il successo di @CasaLettori, se posso dirlo, dimostra che serve faticare il triplo per emergere da quaggiù. Ma ne vale la pena.”

 

Un sogno nel cassetto?

“Imparare a vivere il presente senza rinunciare a far progetti per il futuro.”