Intervista a Giovanni Bitetto, autore di “Scavare” ItaloSvevo

@CasaLettori dialoga con Giovanni Bitetto autore di “Scavare” ItaloSvevo

Come nasce “Scavare”?

“Volevo raccontare l’ambivalenza di un’amicizia: da una parte la fratellanza che aiuta a superare i momenti difficili, dall’altra l’ambizione di dirsi migliore, più coerente, dell’altro. Scrivendo ho capito che potevo toccare altri temi: ragionare sul senso del dolore, su cosa significa produrre un pensiero – i due sono uno scrittore e un filosofo -, su quali parametri adotta la società per decretare il successo o il fallimento di qualcuno.”

 

Nella scelta del monologo c’è l’urgenza di rappresentare l’unione di pensiero e scrittura?

“Parlerei di dialogo in assenza. La voce narrante, quella dello scrittore, si rivolge al suo amico morto, ricordando la vita condotta insieme, e le divergenze che li hanno allontanati.

Allo stesso tempo cerca di prevedere le obiezioni, le reazioni che avrebbe avuto il compagno ormai defunto.”

 

La Bologna che descrive quanto è cambiata oggi?

“La Bologna odierna si è incrudelita, è un laboratorio a cielo aperto di politiche volte alla gentrificazione e all’esclusione sociale. Quella che racconto io è una Bologna che presenta tali dinamiche in potenza, prima che esplodano per mano di amministrazioni scellerate.

 

La perdita dell’amico nella rielaborazione della memoria è metafora di altre assenze?

“Ci sono molte assenze in questa storia: assenza della famiglia, di una corretta trasmissione di valori, assenza di un orizzonte simbolico in cui iscriversi, assenza di una strada per esorcizzare il dolore. La perdita di un amico, ma anche di un rivale, è la caduta del primo sassolino, in una frana che sta precipitando da sempre.

 

Il tempo storico nel quale ha ambientato il romanzo quanto ha influito sul presente?

“Ho preferito non chiarire il periodo storico in cui si svolge la storia per due motivi. Il primo è per evidenziare la confusione mentale del narratore, distrutto dal lutto ma anche influenzato dai propri dogmi. Il secondo per dare alla narrazione lo statuto di parabola, volevo che fosse una farsa recitata su un fondale scuro, e che risaltassero le ragioni e le discrasie di ogni personaggio.”

 

Tra i due personaggi chi domina durante la narrazione?

“Sicuramente lo scrittore, ovvero l’io narrante. Ogni azioni e impressione, anche il ritratto dell’amico defunto, è filtrata dal suo sguardo. Per questo l’intera narrazione è soggetta alle idiosincrasie di un narratore inaffidabile. Niente è sicuro nello spazio mentale di un megalomane.”

 

Si ha la sensazione che la scrittura sia un atto liberatorio.

“La scrittura è una catarsi necessaria ma non effettiva. Non penso che si possa trovare un punto fermo nella scrittura, ma solo continuare un discorso millenario, una ricerca che ci porterà più in là di un passo, e che non avrà mai fine.”

La sua parola è molto poetica, i riferimenti letterari?

“Tutto ciò che ho letto dall’alba dei tempi. Nella scrittura si riverbera sempre ogni autore su cui ci si è soffermati a ragionare, da quelli apprezzati a quelli denigrati. È chiaro che io ho le mie preferenze: scrivendo questo testo ho guardato alla letteratura austriaca e a quella nordamericana.”

 

“Annego in te o forse in un abisso più profondo”: un ultimo atto d’amore

“L’amore è un sentimento inflazionato, usurato dalla frequentazione superficiale di questa parola. Bisogna riabilitare l’odio. Non un odio cieco, ma direzionato verso ciò che non ci sta bene del mondo. Direi proprio un odio di classe. Ecco, sì, parafraserei dicendo che l’odio di classe è amore verso la giustizia, i più deboli. Quando scrivo sono animato dalla bile, e voglio che sia così anche in futuro. Voglio scrivere solo invettive, mi interessa ragionare di morale, e con moralismo.”

Intervista a Claudio Lagomarsini autore di “Ai sopravvissuti spareremo ancora: Fazi Editore.

@CasaLettori dialoga con ClaudioLagomarsini

 

Nel romanzo la rielaborazione del passato è una terapia al dolore?

“Penso di sì, ogni volta che rielaboriamo il passato ci sottoponiamo a lavoro. Non a caso, una parte importante delle terapie psicoanalitiche si fonda proprio su uno scavo nel passato. Nel romanzo, però, il fratello del narratore non sceglie di sottoporsi a questo percorso nella memoria, ma è costretto a farlo dalle circostanze della vita.”

Quali sono stati i riferimenti letterari  che l’hanno accompagnata nel viaggio della memoria?

“Un riferimento importante (tra gli altri) è stato un libro di Philip Roth che ho molto amato: Lamento di Portnoy. Anche là prende la parola un ragazzo, che è prima di tutto un figlio; e al centro di tutto si trova il groviglio inestricabile delle relazioni familiari. Sullo sfondo di quel libro sta la provincia americana: la sua è Newark, alle porte di New York, la mia è la provincia sul confine fra Toscana e Liguria.”

È riuscito a creare due registri narrativi. Quanto è stato complicato riprodurre la voce di un adolescente?

“Non così complicato, direi: intanto perché la mia adolescenza è lontana ma non è ancora confinata nel passato remoto. E poi perché Marcelloè un adolescente molto particolare, decisamente più maturo dei suoi coetanei: ci siamo incontrati a metà strada.”

Nella descrizione di un substrato antropologico preciso c’è la necessità di mostrare quel pezzo di umanità senza freni inibitori?

“È una necessità che ho avvertito, sì. Ad esempio, nelle primissime pagine si incontra una bestemmia che ci lascia interdetti, perché se ne trovano di rado in letteratura, e rarissimamente al cinema. Ma a tutti noi, specialmente in alcune regioni d’Italia, capita di avere a che fare con persone che bestemmiano. Non è una cosa elegante né bella, ma l’umanità è fatta così, e il romanzo parla proprio di esseri umani osservati “in purezza”.

L’assenza del padre è metafora di una più complessa mancanza di riferimenti affettivi?

“Gli uomini che circondano Marcello  sono troppo impegnati a fare i duri per poter amare ed essere riamati. Questo provoca in Marcello un senso di disorientamento.:

Si percepisce uno squilibrio tra figure femminili e maschili, quanto è obbligatorio ricorrere a questi modelli?

“Descrivendo un ambiente sociale molto specifico, dove uomo e donna hanno (o avevano) un ruolo preciso, era inevitabile rappresentare questa polarizzazione nei miei personaggi. Ma non è tutto così nero o bianco: per esempio, in Marcello c’è una forte componente “femminile”, e la nonna ha anche comportamenti “maschili.”

La riproduzione di pagine strappate e cancellate serve a costruire un climax che preparerà il lettore al finale?

“Per me le pagine strappate indicano un esercizio di autocontrollo da parte di Marcello. La sua censura ferocissima agisce su più livelli: ci sono le cose che non ci dice (ad esempio non parla volentieri dei propri sentimenti); ci sono le cose che dice e poi cancella; infine ci sono le pagine strappate, segno un pentimento più profondo. Come osserva il Salice, dobbiamo farci bastare le pagine sopravvissute. Agli spari evocati nel titolo del romanzo non sopravvivono solo le persone, ma anche le parole.”

La drammaticità degli eventi si evolve al rallentatore, quali connessioni tra cinema e letteratura?

“Nel romanzo c’è molto cinema, dai western adorati da Wayne ai vecchi film con James Dean. Da spettatore, confesso di non amare molto i film di azione, in cui deve per forza esserci una svolta a ogni scena. Preferisco le narrazioni che si prendono il loro tempo e costruiscono la propria potenza sull’accumulo progressivo di scene apparentemente ripetitive ma diverse: ho cercato di strutturare così anche il mio racconto. E alla fine l’accumulo non può che far scoppiare la diga…

 

Se dovesse riscrivere il testo cosa cambierebbe?

“Darei una risposta più sensata se potessi congelare la domanda e tornarci tra qualche anno, quando sarò maturato ulteriormente. Mi propongo di approfondire i personaggi femminili e mettermi meglio nei loro panni. È un aspetto su cui mi piacerebbe concentrarmi nei lavori che verranno.