Intervista di @CasaLettori a Viola Ardone autrice di “Oliva Denaro” Einaudi Stile Libero

Intervista di @CasaLettori a Viola Ardone autrice di “Oliva Denaro” Einaudi Stile Libero

 

Ci aveva già sorpreso ed emozionato con “Il treno dei bambini”, pubblicato da Einaudi Stile Libero. Con “Oliva Denaro” ci regala un’opera rivoluzionaria ed educativa.

Come è riuscita a ricostruire la Sicilia degli anni 60?

 

Ho cercato di ricostruire quel mondo attraverso tutti gli strumenti che avevo a disposizione: libri, film, giornali, documentari, racconti. Un po’ come un regista che deve ambientare il suo lavoro in un’epoca del passato e ha bisogno di ricostruire un set preciso per ogni scena. Volevo che l’ambientazione del romanzo fosse credibile, affidabile per il lettore.

 

Scegliendo come voce narrante la protagonista ha permesso di cogliere il percorso evolutivo di Oliva.

Sentiamo un afflato emotivo che ci lega fin da subito prima alla bambina e poi all’adolescente. La sua scrittura ci fa rivivere una metamorfosi. Quanto è importante far sentire il lettore coinvolto?

 

Non mi piace, da lettrice, affidarmi a una narrazione e scoprire a un certo punto che l’autore sta bluffando. Il lettore accetta di fare un viaggio, paga un biglietto per imbarcarsi verso un continente sconosciuto e va tutelato. Il punto di vista, i caratteri, le voci dei protagonisti non devono lasciare dubbi che si tratti di “realtà”, anche se realtà di carta. E per questo in qualche modo più vere di quelle in carne e ossa. Chi metterebbe mai in dubbio l’esistenza di Anna Karenina? Del giovane Holden?

 

Dell’isola siciliana narra la quotidianità senza lasciarsi tentare da luoghi comuni abusati. Perché da napoletana proprio la Sicilia?

 

La mia è una Sicilia dell’anima, una sineddoche del Sud, un angolo del Mediterraneo in cui la condizione femminile è stata in un certo periodo più difficile e dal quale, proprio per questo, sono nate tante spinte di cambiamento e di riscatto.

 

La società che tratteggia è a misura d’uomo. La donna è “una brocca: chi la rompe se la piglia”.

Un incipit che è asse portante della narrazione. Una provocazione a un femminile che continua ad essere sotto attacco?

 

Oggi nessuna mamma insegnerebbe questo a sua figlia. Eppure nel profondo, nelle abitudini, nei pregiudizi, la donna viene ancora oggi considerata qualcosa di fragile, che non deve esporsi troppo perché rischia di andare in frantumi e perdere il suo valore. Le donne sono forti e fragili, così come gli uomini sono forti e fragili. Ciascuno rischia di spezzarsi e ciascuno sa resistere agli urti, a suo modo.

 

Centrale la figura della madre, un personaggio che subisce un lento cambiamento. Quanto è stato complicato delinearne la caratterialità?

 

La madre è un personaggio a cui sono molto legata. Lei cerca di dare alle figlie il meglio di sé, della sua esperienza, dei suoi insegnamenti, e lo fa in perfetta buona fede, affinché le loro vite siano migliori della sua. E non si rende conto che in questo modo replica quegli stessi stereotipi in cui lei stessa è vissuta. Quando vede la figlia soffrire, però, il suo sguardo cambia, un cambiamento in apparenza minimo ma a suo modo rivoluzionario.

 

Il padre, uno sconfitto o un eroe d’altri tempi?

 

Un eroe “moderno”. Nel senso che è un personaggio pieno di dubbi, che si interroga continuamente e al contrario della madre non ha consigli, non ha regole da dare. E forse, anche se tutti lo ritengono uno sconfitto, è lui l’unico vincente.

 

Ha saputo trovare le parole per raccontare lo stupro. Si percepisce la partecipazione ad una violenza che diventa collettiva.

 

Oliva improvvisamente capisce che il suo corpo non le appartiene più. Anzi, che non le è mai appartenuto, perché era sorvegliato, controllato e giudicato dalla società in cui viveva.

Oliva può essere considerata icona simbolica di un cammino verso l’emancipazione?

 

Oliva è una che non vorrebbe lottare, che non vorrebbe essere il simbolo di nulla, che avrebbe voluto trascorrere i suoi giorni nella più grande tranquillità. Avrebbe voluto essere una come tante, invece si trova ad essere diversa, ed è questo che orienta i suoi passi e le sue scelte. Non agisce per ideologia, per convinzione, per principio. Lo fa perché a un certo punto sente di non poter fare altro. La sua ribellione è una forma di sopravvivenza.

 

Accanto alla trama ricca di eventi si legge una traiettoria sociologica che coinvolge tutto il Sud.

È l’innovazione nel romanzo che esce dai confini della struttura ed entra nelle dinamiche comportamentali?

Il suo è un approccio analitico?

 

No, a me interessava raccontare la mia storia, ma volevo che avesse le radici ben piantate nella realtà storica e i rami ben sollevati verso la creazione di fantasia. Ma queste poi sono le regole del romanzo storico, che funziona proprio così, da Manzoni in poi.

 

Non ha utilizzato il dialetto pur mentendo una visione oggettiva del contesto. Un nuovo approccio nella relazione tra linguaggio e territorio?

 

Ho creato per Oliva una lingua personale, che appartenesse solo a lei; volevo che riecheggiasse la cadenza del Sud ma che non cadesse nella macchietta o nello stereotipo.

E poi Oliva è una che vuole imparare a parlare bene, che cerca parole nuove nel vocabolario per esprimersi meglio e per pensare meglio.

La sua quindi è una lingua letteraria, non mimetica.

 

Il personaggio più complesso da delineare?

 

Quello del padre, sicuramente, volevo che si percepisse tutta la sua umanità, nonostante fosse un uomo così silenzioso.

 

Oggi nel nostro Sud il matrimonio resta una tappa fondamentale?

 

Per alcune sì e per altre no. Io non metto in discussione il matrimonio come istituzione, ma è importante che questo, così come la maternità, sia una scelta libera e non obbligata.

 

Ha lanciato un messaggio universale, un invito a scegliere anche quando la strada è accidentata.

Quanta attualità nel suo splendido romanzo?

 

Purtroppo tanta! Ancora oggi il corpo della donna è territorio di lotta e di violenza e il senso di possesso viene spacciato per amore. Mentre l’amore è una forma di libertà. Forse la più difficile.

Intervista a Maurizio Torchio autore di “L’invulnerabile altrove” Einaudi Editore

Intervista a Maurizio Torchio autore di “L’invulnerabile altrove” Einaudi Editore

 

In “L’invulnerabile altrove”, pubblicato da Einaudi Editore, si percepisce un cambiamento stilistico e musicale rispetto a “Cattivi”.
Quali gli input per arrivare a questo percorso introspettivo molto interessante?
Cattivi era ambientato in uno spazio molto piccolo e molto vuoto: una cella di isolamento.
Questo rendeva le parole importanti (anche quando non era affatto certo che qualcuno le avrebbe ascoltate, e tanto meno che avrebbe risposto).
L’invulnerabile altrove è ambientato in uno spazio ancora più piccolo e – in teoria – solitario: una testa. però non è un monologo: è un dialogo. sono due teste in contatto (e, attraverso le teste, due mondi che hanno bisogno di essere raccontati, due mondi invisibili l’uno per l’altro).
E’ il massimo dell’intimità compresso insieme al massimo dell’estraneità.
Credo le conseguenze stilistiche vengano da lì, da questa tensione.
Delle due figure femminili, solo una ha un nome proprio.
Dietro questa scelta letteraria riuscita ma temeraria cosa si cela?
Intanto un mio limite: faccio sempre fatica a dare dei nomi ai personaggi.
Comunque all’inizio un nome ce l’aveva anche la voce che è viva, e racconta.
Poi mi sono accorto che c’era molta più concretezza nel mondo dei morti. Capitavano più cose lì. Il mondo di ombre, la condanna a ripetere atti di cui si è dimenticato il senso, era più da questo lato. Così ne ho approfittato per togliere il nome alla voce narrante.
C’è un bilanciamento tra i  due personaggi o una domina sull’altra?
L’opacità del qui contro lo splendore dell’altrove rischia continuamente di mettere in secondo piano la voce narrante.
Io però ho fatto il possibile per evitarlo.
Dopotutto è con lei che possiamo identificarci.
Con i problemi e le paure e le speranze di chi non è ancora morto.
Quanto è presente il tema del doppio nel testo?
Non troppo. Che Anna sia il doppio immaginario e per certi aspetti complementare di chi narra è solo una delle letture possibili.
Serrati i dialoghi in un gioco mentale raffinato che riesce a sintetizzare il Pensiero.
Il bisogno di cercare strade alternative all’Omologazione?
Mettiamola così: la voce che narra si adatta molto rapidamente ad avere una seconda voce in testa perché, in partenza, non era molto soddisfatta della sua, quella che sentiamo tutti, quella che ascoltiamo da quando abbiamo ricordi.
La nostra vocetta interiore spesso è poco più di un rumore, di un antidoto al silenzio.
Ricorre spesso il verbo “guarire”, da cosa e da chi?
Guarire ha innanzitutto un significato sociale, significa: tornare alla normalità, non rischiare di venire espulsi. Questo nel libro vale per i vivi e, ancor più, per i morti.
Le due donne non sanno come sono entrate in contatto, sanno però che questo contatto deve finire, e in fretta.
La pazienza dei rispettivi mondi sta per finire.
Ma se la malattia (questa malattia del libro) è contatto, mescolanza non autorizzata, allora guarire comporta sì maggiore integrità, ma anche maggiore sterilità.
Il corpo è un ostacolo o una nuova opportunità per vivere il connubio tra ragione e istinto?
I morti fanno meraviglie col corpo.
Dedicano un’infinità di tempo a esercitarsi, migliorarsi, sintonizzarsi con gli altri.
Sono ballerini, ginnasti, acrobati, coro.
I vivi… fanno più fatica.
Che ruolo hanno i sogni? Delimitano gli spazi della creatività?
I sogni sono l’unico momento in cui le due donne non sentono i pensieri dell’altra.
Sono un momento di privacy.
E dopo un po’ cosa fanno?
Cominciano a raccontarseli.
Per Anna, in particolare, diventano un modo per raccontare il suo passato.
Un passato che ha molto dell’incubo e, come i sogni, è difficile da ricordare, e nel raccontarlo si distorce.
Quali metafore si nascondono nel Prima e nel Dopo?
Non lo so.
Però una delle cose che distinguono il Dopo dal Prima è che nel Dopo si crede fermamente nel progresso.
Si è certi – pur con ripiegamenti e periodi di stasi – di andare verso il meglio.
Quanto l’ha cambiata questa sfida letteraria?
Ho impiegato troppi anni a scriverlo. Non va bene. Umanamente, personalmente, spero che una fatica così non mi capiti mai più.
Programmi futuri?
Sto scrivendo (lento come sono, guai se non fosse così!)

Intervista a Stefania Nardini autrice di “La combattente” Edizioni e/o

 

È un piacere ospitare nel salotto virtuale di @CasaLettori la giornalista e scrittrice Stefania Nardini.

Mi piace immaginare che la nostra conversazione si svolga a Marsiglia, luogo di incontro e di condivisione, città molto presente nello splendido romanzo “La combattente”, pubblicato da Edizioni e/o.

Un libro che si ama fin dalle prime pagine non solo per la qualità della scrittura.

È un viaggio nel tempo, una storia d’amore, un atto di ribellione.

 

Come è nato “La combattente”?

Da un’esperienza personale. La perdita di mio marito dopo 30 anni di vita insieme, mesi trascorsi nella nostra casa in campagna a tentare di capire come fosse possibile una rinascita.

 

 

Il suo romanzo affronta con coraggio un periodo storico che volutamente è stato dimenticato.

Cosa ha significato ripercorrere gli anni di piombo?

Per me è stato “naturale”. Nell’aprire una lunga riflessione sulla mia vita e sulla mia storia non potevo evitare l’analisi di un’epoca che ha influito sulle scelte di una generazione come la mia.

Perché i ricordi della mia gioventù sono là.

I ricordi di una generazione sono là.

E non si può affrontare un tema personale privandolo di una contestualizzazione.

E per farlo è stato indispensabile lo strumento letterario che mi ha consentito di spaziare nella costruzione del racconto.

Un’operazione naturale e liberatoria.

Visto che di quegli “anni” non c’è una narrazione storica.

E l’etichetta del “piombo” , che innegabilmente c’è stato, è riduttiva, li liquida come zona del male, foraggiando il sentimento ormai fin troppo diffuso dell’anti politica, o della politica ridotta allo spettacolo che è sotto in nostri occhi.

 

 

Nella ricostruzione degli eventi emerge un raffinato lavoro di ricerca.

Quanto influisce nella sua scrittura l’approccio giornalistico?

Devo dire che se in altri miei lavori la ricerca storica ha costituito la base dei miei lavori, in questo caso la ricerca è stata prevalentemente nella mia memoria.

Nelle letture che mi hanno appassionato negli anni, in quel mio essere spesso fuori dal coro, nel non aver mai abbandonato la memoria della mia formazione.

Che è stata anche quella giornalistica, quando il giornalismo era il culto della verità.

Quando il giornalismo aveva una responsabilità civile.

 

 

Angelita può essere considerata icona di un presente che vuole sconfiggere l’oblio?

Angelita è il presente.

Un presente di cui nessuno parla, che per usare un termine alla moda viene considerato di nicchia, ma che nicchia non è.

Lo dimostra l’interesse per il romanzo non solo da parte del lettore mio coetaneo ma anche da parte di chi non ha ricevuto un’eredità storica.

Angelita è il presente di donne sole che scrivono sui social i loro pensieri, oltre i quali c’è molto di più di una frase ad effetto.

Perché il presente di Angelita è intriso di un passato che le offre gli strumenti per guardare al futuro. Perché è il passato che ci suggerisce “si può fare” “ce la possiamo fare” , è “accaduto che ce l’abbiamo fatta”.

Forse per questo gli anni 70 sono un tabù.

Sono anni scomodi nell’arena dei likes.

Sono anni in cui le persone non si arrendevano facilmente, al di là degli errori.

E Angelita si serve della sua storia per farcela.

 

 

Uno dei compiti della letteratura è far emergere la verità, anche quando è scomoda.

Quanto è doloroso scavare tra le macerie del passato?

Non so se è doloroso.

Potrebbe essere liberatorio.

E’ indispensabile sporcarsi le mani con le macerie per costruire il nuovo.

 

 

Il suo libro ha il pregio di essere giudice implacabile di una generazione.

Cosa è rimasto di quei sogni?

Più che giudice, un testimone.

Di quei sogni c’è molto.

Intanto molti di quei sogni sono realtà e questo non dovremmo dimenticarlo.

E dovremmo sentire il dovere di difendere le tante conquiste di civiltà prodotte da quella storia. Nonostante l’attentato continuo che punta a fare a pezzi quelli che ci sono stati riconosciuti come i pilastri di una società democratica.

Quei sogni, che erano grandi sogni,  hanno contaminato le coscienze sia pure nell’inconsapevolezza. Mentre è indispensabile ritrovare una nuova consapevolezza per rimpossessarci dell’idea di essere soggetti sociali, protagonisti di una politica che nessuno ci impedisce di rielaborare, di costruire. Siamo tutti liberi di farlo.

 

 

La figura di Fabrizio è metaforica rappresentazione di un dolore insopportabile.

Il suo approccio psicologico vuole mettere in luce le fragilità?

La fragilità è propria dell’essere umano.

E con le nostre fragilità ci troviamo a fare i conti.

E credo vadano accettate per quello che sono.

Fanno parte di noi e dobbiamo amarle nella loro autenticità.

Perché non riconoscerle?

In nome di cosa?

Di un cliché che deve far fede alla nostra esteriorità?

 

 

Quanto la sua Marsiglia è simile a quella di Izzo?

Marsiglia è Marsiglia.

Izzo è Marsiglia.

E chi si avvicina a Marsiglia non può farlo con superficialità.

E’ una città complessa, in continua evoluzione.

E la “mia” Marsiglia è quella che vivo, che amo e odio, e poi amo ancora.

E’ un sentimento che accomuna molti marsigliesi di adozione, come nel mio caso, e non.

Izzo l’ha resa reale nella sua emozionalità, come un sentimento.

Perché Marsiglia è un patto d’amore.

 

 

Il messaggio che ha voluto lanciare?

Rinascere è possibile.

Sempre.

Rimuovere è il primo passo per costruire un alibi.

 

 

Nella trama si percepisce un bisogno di rappresentare il tempo.

La sua vuole essere una lettura filosofica?

Più che filosofica di riflessione.

 

 

Programmi futuri?

Non ne ho idea.

Spero di continuare a scrivere.

Quando sentirò di avere qualcosa da dire.

 

 

 

 

 

Intervista a Giovanni Bitetto, autore di “Scavare” ItaloSvevo

@CasaLettori dialoga con Giovanni Bitetto autore di “Scavare” ItaloSvevo

Come nasce “Scavare”?

“Volevo raccontare l’ambivalenza di un’amicizia: da una parte la fratellanza che aiuta a superare i momenti difficili, dall’altra l’ambizione di dirsi migliore, più coerente, dell’altro. Scrivendo ho capito che potevo toccare altri temi: ragionare sul senso del dolore, su cosa significa produrre un pensiero – i due sono uno scrittore e un filosofo -, su quali parametri adotta la società per decretare il successo o il fallimento di qualcuno.”

 

Nella scelta del monologo c’è l’urgenza di rappresentare l’unione di pensiero e scrittura?

“Parlerei di dialogo in assenza. La voce narrante, quella dello scrittore, si rivolge al suo amico morto, ricordando la vita condotta insieme, e le divergenze che li hanno allontanati.

Allo stesso tempo cerca di prevedere le obiezioni, le reazioni che avrebbe avuto il compagno ormai defunto.”

 

La Bologna che descrive quanto è cambiata oggi?

“La Bologna odierna si è incrudelita, è un laboratorio a cielo aperto di politiche volte alla gentrificazione e all’esclusione sociale. Quella che racconto io è una Bologna che presenta tali dinamiche in potenza, prima che esplodano per mano di amministrazioni scellerate.

 

La perdita dell’amico nella rielaborazione della memoria è metafora di altre assenze?

“Ci sono molte assenze in questa storia: assenza della famiglia, di una corretta trasmissione di valori, assenza di un orizzonte simbolico in cui iscriversi, assenza di una strada per esorcizzare il dolore. La perdita di un amico, ma anche di un rivale, è la caduta del primo sassolino, in una frana che sta precipitando da sempre.

 

Il tempo storico nel quale ha ambientato il romanzo quanto ha influito sul presente?

“Ho preferito non chiarire il periodo storico in cui si svolge la storia per due motivi. Il primo è per evidenziare la confusione mentale del narratore, distrutto dal lutto ma anche influenzato dai propri dogmi. Il secondo per dare alla narrazione lo statuto di parabola, volevo che fosse una farsa recitata su un fondale scuro, e che risaltassero le ragioni e le discrasie di ogni personaggio.”

 

Tra i due personaggi chi domina durante la narrazione?

“Sicuramente lo scrittore, ovvero l’io narrante. Ogni azioni e impressione, anche il ritratto dell’amico defunto, è filtrata dal suo sguardo. Per questo l’intera narrazione è soggetta alle idiosincrasie di un narratore inaffidabile. Niente è sicuro nello spazio mentale di un megalomane.”

 

Si ha la sensazione che la scrittura sia un atto liberatorio.

“La scrittura è una catarsi necessaria ma non effettiva. Non penso che si possa trovare un punto fermo nella scrittura, ma solo continuare un discorso millenario, una ricerca che ci porterà più in là di un passo, e che non avrà mai fine.”

La sua parola è molto poetica, i riferimenti letterari?

“Tutto ciò che ho letto dall’alba dei tempi. Nella scrittura si riverbera sempre ogni autore su cui ci si è soffermati a ragionare, da quelli apprezzati a quelli denigrati. È chiaro che io ho le mie preferenze: scrivendo questo testo ho guardato alla letteratura austriaca e a quella nordamericana.”

 

“Annego in te o forse in un abisso più profondo”: un ultimo atto d’amore

“L’amore è un sentimento inflazionato, usurato dalla frequentazione superficiale di questa parola. Bisogna riabilitare l’odio. Non un odio cieco, ma direzionato verso ciò che non ci sta bene del mondo. Direi proprio un odio di classe. Ecco, sì, parafraserei dicendo che l’odio di classe è amore verso la giustizia, i più deboli. Quando scrivo sono animato dalla bile, e voglio che sia così anche in futuro. Voglio scrivere solo invettive, mi interessa ragionare di morale, e con moralismo.”

Intervista a Claudio Lagomarsini autore di “Ai sopravvissuti spareremo ancora: Fazi Editore.

@CasaLettori dialoga con ClaudioLagomarsini

 

Nel romanzo la rielaborazione del passato è una terapia al dolore?

“Penso di sì, ogni volta che rielaboriamo il passato ci sottoponiamo a lavoro. Non a caso, una parte importante delle terapie psicoanalitiche si fonda proprio su uno scavo nel passato. Nel romanzo, però, il fratello del narratore non sceglie di sottoporsi a questo percorso nella memoria, ma è costretto a farlo dalle circostanze della vita.”

Quali sono stati i riferimenti letterari  che l’hanno accompagnata nel viaggio della memoria?

“Un riferimento importante (tra gli altri) è stato un libro di Philip Roth che ho molto amato: Lamento di Portnoy. Anche là prende la parola un ragazzo, che è prima di tutto un figlio; e al centro di tutto si trova il groviglio inestricabile delle relazioni familiari. Sullo sfondo di quel libro sta la provincia americana: la sua è Newark, alle porte di New York, la mia è la provincia sul confine fra Toscana e Liguria.”

È riuscito a creare due registri narrativi. Quanto è stato complicato riprodurre la voce di un adolescente?

“Non così complicato, direi: intanto perché la mia adolescenza è lontana ma non è ancora confinata nel passato remoto. E poi perché Marcelloè un adolescente molto particolare, decisamente più maturo dei suoi coetanei: ci siamo incontrati a metà strada.”

Nella descrizione di un substrato antropologico preciso c’è la necessità di mostrare quel pezzo di umanità senza freni inibitori?

“È una necessità che ho avvertito, sì. Ad esempio, nelle primissime pagine si incontra una bestemmia che ci lascia interdetti, perché se ne trovano di rado in letteratura, e rarissimamente al cinema. Ma a tutti noi, specialmente in alcune regioni d’Italia, capita di avere a che fare con persone che bestemmiano. Non è una cosa elegante né bella, ma l’umanità è fatta così, e il romanzo parla proprio di esseri umani osservati “in purezza”.

L’assenza del padre è metafora di una più complessa mancanza di riferimenti affettivi?

“Gli uomini che circondano Marcello  sono troppo impegnati a fare i duri per poter amare ed essere riamati. Questo provoca in Marcello un senso di disorientamento.:

Si percepisce uno squilibrio tra figure femminili e maschili, quanto è obbligatorio ricorrere a questi modelli?

“Descrivendo un ambiente sociale molto specifico, dove uomo e donna hanno (o avevano) un ruolo preciso, era inevitabile rappresentare questa polarizzazione nei miei personaggi. Ma non è tutto così nero o bianco: per esempio, in Marcello c’è una forte componente “femminile”, e la nonna ha anche comportamenti “maschili.”

La riproduzione di pagine strappate e cancellate serve a costruire un climax che preparerà il lettore al finale?

“Per me le pagine strappate indicano un esercizio di autocontrollo da parte di Marcello. La sua censura ferocissima agisce su più livelli: ci sono le cose che non ci dice (ad esempio non parla volentieri dei propri sentimenti); ci sono le cose che dice e poi cancella; infine ci sono le pagine strappate, segno un pentimento più profondo. Come osserva il Salice, dobbiamo farci bastare le pagine sopravvissute. Agli spari evocati nel titolo del romanzo non sopravvivono solo le persone, ma anche le parole.”

La drammaticità degli eventi si evolve al rallentatore, quali connessioni tra cinema e letteratura?

“Nel romanzo c’è molto cinema, dai western adorati da Wayne ai vecchi film con James Dean. Da spettatore, confesso di non amare molto i film di azione, in cui deve per forza esserci una svolta a ogni scena. Preferisco le narrazioni che si prendono il loro tempo e costruiscono la propria potenza sull’accumulo progressivo di scene apparentemente ripetitive ma diverse: ho cercato di strutturare così anche il mio racconto. E alla fine l’accumulo non può che far scoppiare la diga…

 

Se dovesse riscrivere il testo cosa cambierebbe?

“Darei una risposta più sensata se potessi congelare la domanda e tornarci tra qualche anno, quando sarò maturato ulteriormente. Mi propongo di approfondire i personaggi femminili e mettermi meglio nei loro panni. È un aspetto su cui mi piacerebbe concentrarmi nei lavori che verranno.