“Campo di pietra” Tove Jansson Iperborea

 

“Ogni tanto penso che non ci sia niente di più pericoloso delle parole che ci spargiamo intorno.

Le azioni sono in un certo senso più pure, provocano un cambiamento,  nel bene e nel male, qualcosa di concreto di cui si è responsabili e che si può giudicare.”

La filosofia del linguaggio che può diventare arma affilata, ferire, uccidere e poi fuggire lontano.

La vulnerabilità del logos che non lascia traccia e si disperde nel caos di suoni senza senso.

La mancanza di attenzione per il parlato sempre più volgare, impoverito, incapace di regalare emozioni.

“Campo di pietra”, pubblicato da Iperborea e tradotto da Carmen Giorgetti Cima, ci riporta alla purezza del fonema, alla bellezza della forma e del contenuto.

Ad accompagnarci in questo viaggio che a tratti diventa provocatorio è un giornalista in pensione.

Jonas si è allontanato dalla famiglia, oppresso da rituali che non sente suoi.

Il pranzo la domenica, i centrini e i pizzi, le soffocanti e ingombranti chiacchiere per riempire il silenzio rappresentano un sistema stantio, poco incline alla vera comunicazione.

Ad ossessionarlo l’incarico di scrivere la biografia di un personaggio che detesta perché attraverso l’eloquio ha costruito un impero economico.

Sollecitato dalle figlie decide di passare un periodo in una delle isole Åland.

Assistiamo ad una lenta metamorfosi dell’uomo spigoloso e solitario.

È una brezza leggera che attraversa la mente, purifica i pensieri, ristabilisce un equilibrio tra azione e riflessione.

“Non si può far sparire quello che è corrotto, ogni fallimento è indistruttibile.”

Tove Jansson rappresenta colui che ad ogni costo vuole conoscere e capire.

Essere incorruttibile, scevro da passioni, integerrimo protettore del linguaggio.

Perché è quello che ci definisce umani, ci innalza e ci esalta.

C’è una traccia autobiografica nella scelta del mestiere del protagonista.

È l’ansia della perfezione, della modulazione narrativa secondo precisi canoni estetici.

Contemporaneamente si sente il bisogno di “semplificare”, rendere palese ciò che è oscuro.

“Dovrei parlare .. per tutti coloro che non osano o non possono, dovrei essere la voce che grida nel deserto, forse è questo il mio compito.

Non so.”

Una domanda che ci incita ad una risposta e ci pone in una posizione difensiva.

Quella assunta da tutti coloro che hanno circondato Jonas.

Ed ecco che la trama si ribalta e nell’osservare con più attenzione gli altri personaggi ci si accorge che sono state ombre pronte a celarsi per non invadere un territorio sconosciuto.

Un romanzo bellissimo sull’incomunicabilità, sul destino della scrittura, sui nebulosi e falsi costrutti letterari.

Nella postfazione Anna – Lena Laurén sottolinea quanto la narrativa sia “una forma d’arte spietata e senza compromessi.”

Tove Jansson in tutte le sue opere non ha mai ceduto a comodi accomodamenti, ha accettato la sfida ed è risultato vincente.

Gli siamo grati perché ancora una volta ci ricorda il valore della scrittura.

 

 

 

 

 

“Noi siamo luce” Gerda Blees Iperborea

 

“Noi siamo luce

Noi siamo amore

Noi siamo suoni ovunque

Noi siamo cellule piene di vita

Noi siamo niente

Noi siamo già tutto”

Una frase criptica che ci accompagna nella lettura di “Noi siamo luce”, pubblicato da Iperborea e tradotto da Claudia Di Palermo.

La rielaborazione di un fatto di cronaca diventa indagine sulle derive del nostro tempo.

Si può vivere di sola luce distaccandosi dalla materialità?

Ci prova Melodie trascinando nel suo folle progetto i fratelli Elizabeth, Muriël e Petrus.

La scelta di eliminare il cibo nasce dal bisogno di una purificazione interiore, la necessità di abbandonarsi all’Amore e al Suono.

Come conseguenza di questo schema esistenziale rigidissimo muore la sorella maggiore e finalmente il caso di questa strana famiglia attira l’attenzione degli inquirenti.

Il romanzo, vincitore del Premio dell’Unione Europea per la letteratura 2021, é una bomba.

Geniale nella struttura narrativa é costruito come un puzzle.

Ogni capitolo è animato da voci differenti che provano ad interpretare l’accaduto.

La cosa stupefacente é che a prendere la parola non sono solo i vicini, il padre, l’avvocato difensore.

Come per incanto la casa, il violoncello, una farfalla, il pane quotidiano diventano protagonisti.

Pagine di una purezza estrema dove ciò che conta é la poetica e l’armonia della scrittura.

Tanti i moduli stilistici utilizzati e questa creatività mai forzata porta ad un percorso di sminuzzamento della storia che si libera dall’obbligo di puntare i riflettori solamente sui quattro attori principali.

Obiettivo dell’olandese Gerda Blees é indagare con lucidità su ciò che succede nelle menti e quali sono le cause.

Si scoprono lentamente gli antefatti, le ferite, i condizionamenti, le piccole e grandi violenze subite.

Ci si accorge che motore di questo percorso estremo è la profonda solitudine, il muro di incomprensione e il bisogno di esistere.

Esserci in sintonia con la musica, annullando ogni interferenza negativa.

Non mangiare significa non annullarsi ma rinascere.

Una storia importante da leggere per imparare ad aprire spiragli per far entrare il mondo anche quando é ostile.

Senza affrettare giudizi, ascoltare, stringere una mano, carezzare un volto.

 

“La nave faro” Mathijs Deen Iperborea

 

“Una nave era fatta per salpare, per navigare e, dopo un lungo viaggio, entrare in un porto carico di promesse.

Un uomo di mare girava il mondo, sostenevano, conosceva tutti i porti, sapeva come andavano le cose oltreoceano e per questo ne taceva.

E aveva una mente aperta.

Ma questo non valeva per una nave faro.”

Bloccati in mezzo al mare, in attesa della fine del turno, in balia dei capricci del vento.

La metafora della condizione umana, prigioniera di se stessa e dei propri fantasmi.

“La nave faro”, pubblicato da Iperborea e tradotto da Elisabetta Svaluto Moreolo, narra l’esperienza dei marinai che si devono confrontare quotidianamente con l’immobilità.

Le giornate scorrono lentamente tra un turno e l’altro.

A spezzare questa apparente normalità l’arrivo di un capretto, destinato ad essere sacrificato come stufato.

Sarà l’animale a far ruotare la narrazione e a mostrare le crepe mentali dei personaggi.

La trama fin dalle prime pagine lascia in sospeso alcuni nodi cruciali che verranno svelati in un finale fulminante.

Ci si chiede quali siano i protagonisti ma bisogna avere pazienza.

Determinante è la figura del cuoco, enigmatico, poco avvezzo alle confidenze.

È lui ad anticipare il tema dominante.

Sappiamo che tiene a freno i ricordi, solo una foto di bambino insieme al padre e alla madre è tassello di un privato doloroso.

La rimozione diventa una difesa ma colpito dalla malaria non può più tenere a freno l’oppressione.

Riemergono frammenti che evocano paure e un infinito vuoto.

Altro personaggio significativo è il marinaio Gerrit Snoek.

“Era un trentenne alto e abbronzato che attraversava la vita a capo un pò chino, come sotto uno stipite troppo basso.

Dove si poteva, camminava mantenendo il contatto con il parapetto con la punta delle dita e lasciava vagare lo sguardo sul mare.”

Si aggrappa alla scrittura, fugaci e poetiche descrizioni dei colori che colorano le sue giornate.

Ancora un’altra simbologia attraversa il testo: è la nebbia che avvolge tutto, confonde i contorni e scatena la follia.

Mathijs Deen ha una prosa visiva, sincronica, musicale.

Riesce a creare una struttura visionaria giocando sul paesaggio, sui suoni, sui cambiamenti climatici.

Trasforma le forze della Natura in materia viva.

Mostra il conflitto dell’essere umano, il suo bisogno di dimenticare.

Intesse un romanzo mozzafiato permettendo al lettore di percepire le ansie, le paure, i vacillamenti di una comunità privata della libertà.

Sceglie con cura le simbologie proponendo una favola surreale e bellissima.

Demitizza i demoni che ci accompagnano, li trasfigura e ci rassicura.

Il cielo tornerà “limpido e senza nubi” e l’attrazione per la distesa azzurra continuerà a vincere ogni timore.

È acqua che purifica e fa rinascere, è balsamo per rielaborare la memoria.

 

 

“Gli invisibili” Roy Jacobsen Iperborea

 

“Nessuno può lasciare un’isola, un’isola è un cosmo in miniatura, dove le stelle dormono nell’erba sotto la neve.”

Vorremmo abitare a Barrøy, respirarne la maestosa bellezza.

Imparare ad essere fuori dal tempo e dallo spazio.

Sentire il fragore delle onde, il canto del vento.

Dimenticare la civiltà e i suoi rumori.

Diventare parte della famiglia che prende il nome dell’isola.

Sedersi sul bordo di una barca e nel volto dell’anziano Martin leggere le antiche leggi della resistenza.

Raccogliere insieme al capofamiglia Hans gli oggetti che arrivano dal mare, trasportati dalle correnti.

Osservare insieme a Maria l’orizzonte infinito e provare nostalgia per un prima che abbiamo abbandonato.

“Maria… è la filosofa dell’isola, la donna dallo sguardo obliquo, perché viene da un’altra isola e ha qualcosa con cui fare paragoni, la si può chiamare esperienza, perfino saggezza.”

Cercare di comprendere l’universo isolato di Barbro, provare a penetrare in una mente che scalpita e forse sogna la terraferma.

Pochi i personaggi che animano “Gli invisibili”, pubblicato da Iperborea e tradotto da Maria Valeria D’Avino.

Elemento innovativo per la prima parte di una saga che ci permette di godere a pieno della trama.

Pescatori e contadini, abituati al lavoro manuale, in sinergia con la Natura.

Il tempo è scandito dalle stagioni che regalano paesaggi indimenticabili.

A reggere la narrazione una bambina, Ingrid, che vedremo crescere e diventare donna.

Sarà lei frequentando la scuola a vivere il conflitto tra ciò che ha e ciò che potrebbe avere.

La forza del romanzo è racchiusa nella dicotomia tra restare e andarsene e in questa ambivalenza si sviluppa la tematica principale.

Essere isolani significa guardare attraverso un filtro, sentirsi parte inscindibile di quel lembo di terra, essere investiti da qualcosa di mistico.

Andarsene significa sperimentare il proprio Altrove, deludere gli avi, tradire.

Questi sentimenti che dilaniano sono narrati con una scrittura da brivido.

C’è tanta poesia e pace anche quando la morte arriva con il suo passo pesante.

È il gioco dell’esistenza e la perdita deve essere nuovo inizio, chiamata a raccolta chi resta per continuare l’opera e i progetti di chi non c’è più.

Roy Jacobsen ci regala un piccolo paradiso, ci fa sognare e commuovere.

Non sceglie un finale chiuso perchè altre evoluzioni letterarie ci aspettano.

Ci invita a pensare che invisibili siamo tutti, soli anche se immersi nella contemporaneità.

Silenziosi perché troppe sono le parole senza senso che ci circondano.

Desiderosi di entrare in sintonia con il Creato, pronti a scivolare sul ghiaccio e sorridere tornando ragazzini.

Una cosa è certa:

“Basta un’ora o due perché il sole spazzi via la nebbia.”

“Bandito” Selma Lagerlöf Iperborea

 

“Nessuno può sapere davvero quello che avviene nel segreto degli animi.”

Cosa è la colpa e chi ha il diritto di giudicare?

Esiste una coscienza collettiva del Male?

“Bandito”, pubblicato da Iperborea e tradotto da Luca Tapparo, ci pone questi complessi interrogativi.

Si presume che Stev Elversson, durante una spedizione al Polo Nord, si sia cibato insieme ai compagni di carne umana per sopravvivere.

Il cannibalismo provoca disgusto e repulsione, è lo scandalo che non concede perdono.

Tutti, nessuno escluso, sono pronti a crocifiggere il protagonista, ad escluderlo dalla società civile.

Un processo senza appello, rigoroso, spaventoso perché non permette di conoscere i fatti.

Si resta storditi di fronte alle reazioni del giovane.

Mite accetta la condanna e nell’isolamento sente crescere il rimorso.

I suoi gesti sono pacati, la sua voce fievole mentre con le azioni cerca la redenzione.

Nel buio di questa implacabile sentenza una donna avrà un ruolo fondamentale nello sviluppo della trama.

Un’anima tormentata da qualcosa alla quale non sa dare nome, sperduta in una terra dove non si vede l’orizzonte.

E l’orizzonte è il simbolo di una libertà mentale e di giudizio, lo spartiacque tra ciò che si accetta e ciò che si sopporta.

Nel movimento centripeto della trama tante sono le sollecitazioni morali.

Il percorso proposto da Selma Lagerlöf, premio Nobel per la Letteratura, non è volutamente lineare.

Vuole mostrarci il confine tra sacro e profano, tra reale e surreale.

In questo gioco di contrasti il lettore ha il tempo di farsi una sua idea autonoma.

È come se l’autrice ci suggerisse di non cadere nella trappola delle suggestioni, di non farci schiavi dei pregiudizi.

Solo la conoscenza ci condurrà alla verità e quando la raggiungeremo avremo la certezza della pochezza dell’essere umano.

Colpisce la strategia letteraria della scrittrice quando introduce l’orrore della Guerra riportando il testo all’attualità del suo e del nostro tempo.

“La guerra è esecrabile e ripugnante.”

Si prospettano due scenari dove vita e morte si contendono il primato.

Quello che resta è la coerenza dell’esistere, le orme che si lasciano in questo mondo al rovescio.

Un romanzo forte che incanta per la bellezza degli scorci paesaggistici, per la qualità della parola e per i tanti messaggi che restano nel cuore.

Commovente e bellissima la postfazione di Chiara Valerio.

Fatevi un regalo, leggetelo.

 

 

“Il castello di ghiaccio” Tarjei Vesaas Iperborea

 

Siss, undici anni, sta per attraversare l’inatteso.

I suoi passi nel bosco risuonano sul ghiaccio, il silenzio è rotto da un fragore improvviso.

“Come un prolungato frantumarsi, sempre più lontano e lontano, man mano che si affievoliva.”

La frantumazione di qualcosa di solido, resistente è il primo segnale lanciato da Tarjei Vesaas.

Per entrare nel mondo labirintico di “Il castello di ghiaccio”, pubblicato da Iperborea e tradotto da Irene Peroni, bisogna cogliere anche il più piccolo dettaglio.

Le parole sono importanti perchè fanno intravedere segreti ma appena ci si avvicina alla verità una coltre scura avvolge tutto.

Pur avendo molte affinità con il romanzo gotico, il testo è molto simile ad una favola narrata nelle notti di gelo.

I paesaggi norvegesi sono come chimeriche apparizioni, luci e ombre in un universo tutto da decifrare.

Quando la nostra protagonista raggiunge la meta è forte la tensione.

Sa che l’incontro con la compagna di scuola Unn sarà esperienza di scoperta.

Quella ragazzina così isolata da tutto è enigmatica e certamente ha un passato pieno di crepe.

In quelle poche ore si crea uno squilibrio tra colei che non sa e colei che ha qualcosa da rivelare.

Uno specchio riflette i due volti di bambine e in quel momento improvvisamente l’infanzia scompare.

Anticipazione di ciò che accadrà sconvolgendo l’esistenza del paese.

Unn scompare e vane sono le ricerche.

Il lettore sa e non può far altro che attendere ed ecco ritorna prepotente questa immobilità statica.

Ci si perde mentre la tensione emotiva crea un vuoto insopportabile.

Maestoso si profila il castello di ghiaccio, un gioco burlesco, un percorso ad ostacoli.

È la sfida a non temere più nulla, ad appartenere al Creato.

Stanze e giochi di luce, incantamenti e perdizione.

Questa struttura così carica di simbologie si contrappone alla realtà.

Due piani narrativi che si sfiorano senza unirsi.

La notte e il giorno, i mesi e la neve: è come se ci fosse una lunga pausa mentre la perdita scava solchi di dolore.

Si può tornare alla normalità quando si è toccato l’abisso insondabile dell’ignoto?

Lo scrittore riesce a mantenere un’equidistanza dagli eventi narrati, non accelera il ritmo perché sa che ci ha conquistati.

Vorremmo farci trasportare dalla corrente delle sue metafore, farci coccolare da pagine di una bellezza sublime, fermarci in riva al lago e gridare forte le nostre promesse.

Un testo con forti riferimenti ambientalisti e nel finale quei blocchi di ghiaccio che si disperdono ci ricordano che la Natura è presente.

Va amata e rispettata.

Rimane solo l’illusione di aver conosciuto quel limite che non sempre è decifrabile.

Leggetelo, è meraviglioso!!!

“Le piramidi di giorni” Daina Opolskaitė Iperborea

 

“Non si può dimenticare.

Mai.

Nessun’altra pagina del libro della vita – limpida o torbida che sia – potrà mai coprirla.

È come una macchia d’acqua marina su un foglio di carta.

La ritrovi sul primo, sul secondo, sul terzo…

Hai voglia di girare le pagine.

Per quante tu ne giri, la traccia salata è sempre là, nello stesso punto.

E non scomparirà mai.”

Tracce che non si possono cancellare.

Ricordi che pesano e lasciano un segno.

Volti che erano il tutto e sono scomparsi come nuvole in un giorno di primavera.

Bambini che ridono, piangono, osservano e diventano ingombranti responsabilità.

Madri che credono nei sogni o che non riescono a percepire la gioia.

Amanti troppo presi dal presente.

Amici come ancore di salvezza.

Padri incapaci di comprendere.

Sorelle che si trasformano in statue di ghiaccio.

Gesti che rispondono ad impulsi da sempre nascosti nell’inconscio.

“Le piramidi di giorni”, vincitore del Premio Letterario dell’Unione Europea 2019, pubblicato da Iperborea e tradotto da Adriano Cerri, è una raccolta di racconti che seguono un percorso narrativo autonomo.

Ogni storia è già romanzo strutturato e compone un quadro d’insieme che indaga sui sentimenti.

Si ferma su un dettaglio e su questo sviluppa un nucleo centrale dal quale partono diverse parallele.

L’attenzione può fermarsi su un personaggio che non è mai solo.

È specchio di coloro che lo circondano o voce narrante che fa da tramite ad un intreccio affettivo familiare.

“Non era un silenzio ordinario, casuale, disseminato di pause imbarazzate; non uno di quei silenzi che calano all’improvviso quando tutte le parole si irradiano attorno troppo veloci per poi smorzarsi di colpo, senza lasciare traccia.

Quello era un silenzio bello e prezioso, ben più significativo e speciale di molte parole.”

Una scrittura che affascina, trascina verso lidi dove i sensi sono vigili e attenti.

Daina Opolskaitė ha il potere di raccontare il mondo come fosse qualcosa di friabile, indefinito.

I suoi paesaggi sono squarci di un fiore, un colore, un sussurro, il volo di un uccello.

Stordisce la concezione del tempo.

“Il tempo scivolava lentamente come il mercurio nel termometro, ogni istante si faceva più pesante fino a che non divenne insostenibile.”

Questa lentezza ci fa comprendere il valore dell’istante, “insolito e toccante. Autentico, puro.”

Un fulmine che riesce a rimettere in ordine il disordine mentale, gli strappi che la vita ci impone.

Da leggere come una preghiera laica, lasciandosi carezzare dalla perfezione della parola scritta.

 

 

“Il paradiso ritrovato” Halldór Laxness Iperborea

 

Dopo averci ammaliato con “La campagna d’Islanda” torna in libreria il premio Nobel per la letteratura Halldór Laxness.

Immergersi nella lettura di  “Il paradiso ritrovato”, pubblicato da Iperborea e tradotto da Alessandro Storti, significa navigare nelle acque impetuose di una scrittura vivida, suggestiva e geniale.

L’autore riesce a far rivivere la mitologia islandese creando uno scenario così dettagliato da indurci a pensare di essere in una dimensione parallela.

Il culto della tradizione millenaria di un paese che alla favola ha dato valore simbolico e catartico emerge con prepotenza.

La credenza popolare viene affrancata dal ruolo di sorellastra della Cultura e diventa specchio per studiare e comprendere l’animo umano.

Come i bambini che hanno il dono dell’innocenza noi lettori ci ritroviamo nel territorio misterioso della magia.

Magico come un cavallo o come uno scrigno, poco importa.

Quello che incanta è lo stupore che riusciamo a sentire mentre la storia con il suo ritmo ondulatorio penetra nei nostri cuori.

Non c’è un solo protagonista e di questo siamo grati allo scrittore.

La sua produzione artistica non prevede lo schema classico ma sa presentare l’umanità nella sua unicità.

Domina il paesaggio con la sua voce ambigua e nelle descrizioni di una purezza estrema si coglie l’amore per il creato.

Se è vero che le vicende picaresche di Steinar rappresentano un forte polo attrattivo bisogna volgere lo sguardo alle numerose figure che animano il testo.

Nel contadino che decide di mettersi in viaggio si concentra la poetica del viaggio come conoscenza di sè.

Un nuovo Ulisse? Forse semplicemente colui che ha il coraggio di sfidare l’ignoranza, di cercare una verità che non è solo teologica.

È la spinta verso quella diversità, quel progresso che gli è stato negato.

Ed ecco che Halldór Laxness in maniera magistrale trasforma il romanzo in qualcosa di più di una saga.

Nel raccontare la Storia del suo popolo mostra quanto la sudditanza dalla Danimarca sia stato un limite alla libertà di pensiero e di azione.

Può un libro contenere ed armonizzare tante tematiche così differenti?

Fidatevi, queste mie riflessioni vogliono essere solo un accenno all’universo variegato che vi apparirà.

I versi che si celano tra le pagine sono segno che la letteratura è contaminazione di generi e di stili.

Non manca l’ironia come un diversivo ben dosato per esprimere l’insofferenza verso la mancanza di ribellione.

Importante una volta trovata la terra promessa, diventarne messaggeri.

Una lezione di vita, invito a condividere le proprie esperienze.

Come suggerisce Alessandro Storti nella splendida postfazione studiate con attenzione le scelte e le movenze delle donne.

Vi riserveranno non poche sorprese.

“Un uomo felice” Arto Paasilinna Iperborea

 

Se “L’anno della lepre” ha segnato un nuovo genere letterario dove umorismo e rispetto per la natura si fondono, “Un uomo felice”, sempre pubblicato da Iperborea, inizialmente lascia perplessi.

Siamo in un piccolo paese sperduto della Finlandia, famoso per un evento storico, un eccidio che ha deciso le sorti di vinti e vincitori.

A scombinare gli equilibri basati sulla prepotenza dei ricchi arriva l’ingegner Akseli Jaatiner, incaricato di costruire un nuovo ponte.

Sia nell’aspetto che nei modi non rispecchia il modello che dovrebbe rappresentare e fin da subito viene accolto con molta diffidenza.

Diverte il fatto che gli operai scelti per portare a termine la costruzione solidarizzano con il nostro protagonista, lo sentono vicino proprio perché rifugge dalle convenzioni.

Dopo aver subito non poche umiliazioni il professionista riesce ad elaborare la vendetta delle vendette.

Arto Paasilinna con questo romanzo mostra l’uomo comune capace di usare l’arguzia.

Una figura che non conosce la resa ma colpisce i suoi avversari con le armi di un raffinato cinismo.

Se è vero che la cifra ironica è una costante, altrettanto presente è un velo di malinconia.

E il ponte, il fiume con le acque minacciose amplificano la poetica del testo.

Possono essere interpretati come simbologie di un vuoto mentale e culturale.

Ancora una volta lo scrittore con intelligenza e maestria riesce a portare alla luce le ombre della sua Nazione.

Il sindaco, ill parroco, l’impiegato comunale: perfette marionette di un sistema che non accetta il cambiamento e non sopporta intrusi.

Questa mentalità chiusa e bigotta ci porta a pensare ad una globalizzazione della stupidità e dell’ignoranza.

Ci mancherà Arto Paasilinna perché ha il coraggio di non fermarsi all’apparenza.

Anche il titolo può essere letto come una provocazione.

Cosa significa essere felici e soprattutto come raggiungere la felicità?

Un miraggio?

Forse ma io suggerisco di leggere con calma il finale.

Si svelerà un ulteriore dinamismo intellettuale.

“Piovevano uccelli” Jocelyne Saucier Iperborea

 

“La libertà, la dolcezza, la libertà di scegliere la propria vita.

E la propria morte.”

Charlie, Tom e Boychuck non accettano di essere considerati relitti umani e decidono di rifugiarsi nei boschi senza lasciare traccia della loro esistenza.

Anziani coraggiosi e dignitosi, pronti ad accogliere la morte quando arriverà.

“Piovevano uccelli”, pubblicato da Iperborea e tradotto dal francese da Luciana Cisbani, è una storia meravigliosa ed emozionante.

Un inno all’autodeterminazione, al diritto di scegliere.

La rivalutazione della vecchiaia come tempo di rinascita spirituale.

“Si erano lasciati alle spalle una vita su cui avevano chiuso la porta.

Nessuna voglia di tornarci, nessun altro desiderio se non quello di alzarsi al mattino con la sensazione di avere una giornata tutta per sè, e nessuno che ci trovasse niente da ridire.

I tre hanno formato una comunità che aveva una superficie e distanze tali da permettere ad ognuno di loro di credersi solo sul pianeta.”

La poetica del paesaggio, la capacità di adattamento, l’accontentarsi dell’essenziale: una grande lezione di vita.

Tre caratteri diversi che costruiscono una solida amicizia attraverso mimiche corporee.

Vivono in baracche in compagnia dei loro cani, discutono dei massimi sistemi, cercano soltanto pace.

A turbare questa atmosfera rarefatta arriva una fotografa che sta facendo delle ricerche sui sopravvissuti ai Grandi Incendi.

Una figura che entrerà nel cuore dei lettori.

“Le storie mi piacciono, mi piace sentire raccontare gli inizi di una vita, tutte le vicissitudini, tutti gli scossoni dentro alle voragini del tempo che fanno sì che una persona si ritrovi sessanta, ottant’anni dopo con quello sguardo, quelle mani, quel modo di dirti che la vita è stata bella o brutta.”

La trama si articola su più piani e fuori campo una voce narrante fa da controcanto e aggiunge dettagli.

Non mancano i personaggi secondari, tutti con un vissuto carico di mistero.

Steve, “il disincantato”, Bruno che “va e viene, sempre in movimento” e Marie- Desneige, per sessantasei anni rinchiusa in un un ospedale psichiatrico.

Non si riesce a staccare gli occhi dal libro grazie ad un intreccio di esistenze parallele.

Interessante il riferimento al fuoco descritto come un demone potente.

“Il fuoco ha dei ghiribizzi inesplicabili.

Va su fino alle vette più alte, strappa il blu del cielo, si diffonde rosso e gonfio sibilando, Dio onnipotente.”

Una metafora o la necessità di introdurre nel testo un elemento ambientalista?

Jocelyne Saucier ha una scrittura implacabile, vivace, che non tiene conto delle regole narrative classiche.

Tanti i salti temporali ben strutturati, le allitterazioni, i cambiamenti stilistici.

Nel finale una sorpresa che farà battere il cuore ed insegnerà che l’amore è una scintilla senza età.