“Nel nome del figlio” Björn Larsson Iperborea

 

“Poi la memoria è di nuovo vuota.

Vuota come un foglio bianco.

Come un racconto non ancora immaginato, che avrà scritto molto tempo dopo.

È davvero possibile dimenticare fino a questo punto?

Così parrebbe.”

Del padre, morto annegato in una notte di tempesta, restano tracce confuse.

Un’assenza cristallizzata nel silenzio, rarefatta in un latente bisogno di capire il senso di legami affettivi mai provati.

“Nel nome del figlio”, pubblicato da Iperborea e tradotto da Alessandra Scali, utilizzando la terza persona crea un necessario distacco tra il narratore e l’evoluzione narrativa.

Il figlio è rappresentazione plastica di un modo di essere.

È il distacco e la sua voragine emotiva attraverso una ricerca filologica, filosofica e introspettiva.

“Il figlio iniziò a scrivere la storia del padre molti anni fa; non ricorda esattamente quanti, ma di certo ne fece passare un bel po’ prima di decidersi a prendere carta e penna.

Internet era ancora agli albori, la musica era su audiocassetta e i telefoni avevano un cavo attaccato al muro.

Non che da allora sia passata un’eternità, ma nel frattempo è riuscito a scrivere quattro romanzi, un libro di racconti e un saggio, segno che la storia del padre non gli era sembrata tanto urgente da finire in cima alla lista.”

Quando il tempo comincia ad accorciarsi l’esigenza di trasformare i pensieri in scrittura scatena la nascita di un testo carico di dubbi esistenziali.

Björn Larsson compie un atto che non rientra nel suo stile.

Mette in gioco se stesso, piega ogni remora culturale ed offre un testo bellissimo dove il lettore può ritrovarsi.

Indipendentemente dal rapporto genitoriale si apre un dibattito mentale sulla libertà di essere sé stessi senza freni inibitori legati all’appartenenza.

Con lo stile di un romanzo l’autore costruisce un’antologia letteraria utilizzando le letture come punto di partenza di riflessioni soggettive.

Un saggio sull’importanza della letteratura che deve avere come finalità quella di “avvicinare le persone e incoraggiarle a immedesimarsi nelle vite altrui.”

Una rivincita sulla transitorietà, la necessità di preservare la coscienza e la morale, l’importanza e il peso di un legame affettivo.

“la letteratura deve porre interrogativi, mettere il lettore davanti a una sfida, nel migliore dei casi diventare una spedizione in terre ancora in gran parte inesplorate, geograficamente, storicamente, emotivamente e linguisticamente.

Finito un libro, sia lo scrittore che il lettore dovrebbero chiedersi se vogliono rimanere quelli che sono.

Vivere le esperienze degli altri, persone o figure fittizie che siano, è un modo di allenarsi a essere diversi da se stessi, e magari di scoprire che si vorrebbe o si potrebbe, almeno in parte, diventare diversi.”

Ancora una volta lo scrittore ha raggiunto l’obiettivo ed ha arricchito chi lo ha seguito in questa avventura intima e coinvolgente.

 

“Lettera tra due mari” Siri Ranva Hjelm Jacobsen Iperborea

“È sempre più difficile, sorella.

Non sono più io.

Mi riempiono ogni giorno di cose estranee e inanimate, me le ficcano dentro.

Sarà una forma di vendetta?

Scrivimi presto e raccontami una storia”.

“Lettera tra due mari”, pubblicato da Iperborea e tradotto da Maria Valeria D’Avino, è il dialogo epistolare tra Atlantica e Mediterranea.

Separate dalla terra che con prepotenza le ha divise cantano la nostalgia e il dolore.

Viaggio all’Origine dove c’è armonia e pace.

Frantumazione dell’Io e perdita dell’identità.

Il romanzo è esplorazione filosofica che coinvolge e non perdona.

Specchio della violenza dell’uomo sulla Natura.

Urlo di allarme che non può restare inascoltato.

Nella nostalgia dei mari c’è parte del nostro dolore per una Terra che sta lentamente morendo.

Siro Ranva Hjelm ha parole poetiche ma forti.

“Che cosa accadde, quando scaturì la terra?

Come cosa ti ricordi?

Come andò.”

Ricerca di verità e necessità di comprendere.

Il riferimento ad Icaro può essere letto come sogno infranto o come “frutto di un totale ripensamento del rapporto tra architettura, corpo e natura.”

Altro segno da interpretare è il labirinto, prigione o luogo della sperimentazione della solitudine.

“Ci sono momenti, di solito al mattino presto, quando riposo nel mio fondale come dentro un indumento amato, in cui mi sento molto felice perchè tutto è così chiaro…poi di colpo torno a smarrirmi.”

I disegni di Dorte Naomi sono intagli che rappresentano gli opposti.

Bianco e nero, simmetria e disordine nell’incontro e scontro tra forme.

Quale suono prevarrà nel silenzio?

Lo scoprirete e il finale vi sorprenderà.

“Il guardiano” Peter Terrin Iperborea

“Camminiamo fianco a fianco.

Descriviamo il perimetro del seminterrato evitando di tagliare gli angoli, le mani dietro la schiena.

Non stiamo passeggiando, la nostra camminata ha un ritmo lento ma costante.

Manteniamo il silenzio, in modo da poter valutare ogni suono, poterne riconoscere l’origine alla svelta.”

Harry e Michel sono custodi di un palazzo di lusso, vivono nel garage sotterraneo, compiono gesti abitudinari, non distinguono il giorno dalla notte.

“Ho il forte sospetto che i cattivi guardiani alla lunga smettano di riflettere sulla loro situazione.

L’assuefazione è un nemico insidioso.”

Sono stati assunti da una misteriosa Organizzazione.

L’atmosfera è indefinita, nebulosa.

“Il guardiano”, pubblicato da Iperborea e tradotto da Claudia Cozzi, ha il ritmo di uno spettacolo teatrale.

La sospensione del tempo e la ripetitività dei gesti fanno pensare a “Finale di partita” di Beckett.

A reggere la struttura narrativa i dialoghi essenziali che mostrano i tic e le nevrosi dei personaggi.

Quando tutti i ricchi condomini abbandonano gli appartamenti si ha una prima svolta.

Iniziano le domande: cosa sta succedendo?

Il fuori diventa l’incognita, il nemico.

“Che stia per scattare l’allarme di un attacco aereo?

È possibile che il silenzio sterminato venga spezzato all’improvviso da un allarme aereo d’altri tempi?”

Cresce la tensione ma predomina il senso del dovere.

Peter Terrin evidenzia il conflitto dell’uomo di fronte alla responsabilità.

Si concentra sulle piccole tracce di incertezza, paura, confusione.

Descrive in maniera brillante lo stato subalterno dell’uomo contemporaneo.

Il suo romanzo anche nei passaggi claustrofobici gioca con le sensazioni che proverà il lettore.

Non si ha mai l’impressione di vivere un incubo, è solo il sogno di una condizione esistenziale.

Il dramma esplode quando arriva un terzo guardiano.

La narrazione si fa tesa, le immagini scorrono veloci.

Il branco ormai collaudato subisce un trauma e nell’evoluzione finale c’è un bisogno di libertà.

“Guardo la grande finestra come se fosse lo schermo di un cinema.

È uno spettacolo che non vedevo da molto tempo e che dopo una notte di tensione mi commuove fino alle lacrime: la prova confortante che almeno queste certezze – La Terra gira sul suo asse, il sole è ancora lì – non sono state intaccate.”

Un breve spiraglio che si apre sul mondo che appare gelido, chiuso in un’indifferenza che tramortisce.

Forse è tempo di scegliere dove e con chi stare.

 

 

“Addio” Cees Nooteboom Iperborea

“Nessuno sarà più lo stesso

Nessuna apparizione

La ritirata dopo la sconfitta

Ma senza una meta.”

Lo spaesamento dopo una pandemia che ha inventato un presente sbilenco.

Le forme degli oggetti pur non essendo modificate mostrano “la grammatica dell’espropriazione.”

Cees Nooteboom racconta “un mondo che non era un mondo”, tra specchi e maschere di una spettrale realtà.

Continenti senza tempo, nuvole che contengono il mistero, promesse vane.

“Sento la musica ma non le parole

Movimento di danza

Senza lì nessuno.”

Un silenzio da spezzare con la forza della poesia.

Magma fantasioso di passato e presente oscillanti sull’asse instabile dell’imprevedibile.

“Addio”, pubblicato da Iperborea, contiene il nostro urlo rappreso, la ricerca di senso.

Siamo aironi solitari in volo verso lidi sconosciuti, viaggiatori senza illusioni.

“Non si può dare un nome a ognuna delle immagini

Ma per quanto ponga domande sulle forme,

All’ombra e su bocche quasi invisibili

Sulla minaccia di nomi e numeri

La risposta resta vuota.”

Ci si chiede insieme al poeta quanto sia utile interrogarsi.

È tempo di ricomporre le tante vite che ci appartengono, sottrarre il superfluo, ritrovare nomi e identità di chi ci circonda.

Non possiamo permettere che la nebbia faccia sparire i segni della nostra resistenza.

Destino e sorte si prendono gioco di noi, offrono visioni che alternano le percezioni.

Dobbiamo vedere, sopportare, arrivare ai confini del delirio, sentire “il malefico abbraccio, il bacio del tradimento calcolato.”

“Cosa volevi conservare?

Il suono di una voce

Il ricordo di una spalla

Di una mano

Il colore dei suoi occhi

L’odore di un corpo

Per sempre svanito?”

Verso dopo verso l’autore si mostra nella nudità emotiva di chi ha percorso troppe strade.

Gli resta il silenzio che è conforto, meditazione, preghiera laica.

E nella trasmutazione del sè in nessuno avviene il miracolo e il canto penetra la roccia erosa delle nostre anime.

Abbiamo una guida che ci farà uscire dal pantano delle nostre ossessioni e forse si potrà cominciare a ricostruire.

“Il libro dell’estate” Tove Jansson Iperborea

 

“Il libro dell’estate”, pubblicato da Iperborea, regala tanta pace.

È la carezza di luoghi che sembrano scenografie di antiche favole.

È il tocco di colori che degradano scandendo lo scorrere del tempo.

È la roccia nuda, la nebbia come un abito invernale, il bosco fantasma, “formato con lenta fatica”.

Il mare che nella tempesta urla il suo potere e nella bonaccia si lascia accarezzare.

“L’odore è una cosa importante, ci ricorda tutto quello che abbiamo vissuto, è come un involucro di ricordi che dà sicurezza.”

Sofia e la sua nonna inventano il gioco della scoperta e ogni oggetto, ogni albero, ogni racconto raccoglie l’armonia dell’Universo.

“Che cosa strana l’amore.

Più si ama l’altro e meno l’altro ti ama.”

Sperimentando i sentimenti la piccola protagonista non è mai sola.

A vegliare sulle paure e le prime scoperte l’amziana donnina che tramette saggezza.

Vorremmo trovarci nell’isola finlandese insieme a Tove Jansson, incantatrice cantastorie.

“Tutto si può trovare se si cerca”.

Il tempo è la libertà di fantasticare grazie al linguaggio immaginifico di una scrittrice che ha saputo mantenere lo sguardo innocente dell’infanzia.

 

“Storie di gente felice” Lars Gustafsson Iperborea

“Storie di gente felice”, pubblicato da Iperborea, sono luminose epifanie, sguardi profondi, confessioni e scorci di esistenze.

Racconti perfetti che aprono finestre sull’essenziale.

“Forse siamo solo noi che siamo stanchi, che ci siamo abituati a rassegnarci e a chiamare verità la rassegnazione e realtà tutto ciò che è di ostacolo, e a definire irreale tutto ciò che speriamo.”

Un invito a smetterla di crogiolarci nel limbo di un sentire comune che sta appiattendo le coscienze.

Lars Gustafsson scrive un testo rivoluzionario partendo da piccole storie.

“Dipende tutto da quale prospettiva lo si guardi e soprattutto dalla prospettiva di chi.”

Mettendo al centro l’Uomo, l’autore dilata la visuale, costruisce percorsi intellettuali, figure metaforiche, intrecci di ombre e luci.

È come se tutto stesse per accadere ma resta come un fiore non colto.

Negli amori che si disperdono, negli incontri casuali, nelle passeggiate notturne è la letteratura la protagonista.

La scrittura come modello in scala ridotta riproduce “la china discendente della storia.”

“Vivevano in un mondo preconfezionato, circondati da cose che fingevano di essere desiderabili senza esserlo veramente.”

L’arte di sopravvivere in un mondo al contrario dove i sogni sono opachi, le città scheletri vuoti di senso.

Anche i sentimenti sono cristallizzati, le lacrime e le risate coperte da maschere di gesso e di egoismo.

“Se il senso non può trovarsi che dentro di noi, in quel buio che è il nostro io stesso, al di là di tutte le trappole morali, allora naturalmente non possiamo che rimanere per sempre sconosciuti a noi stessi.”

Analisi introspettiva e una patina di malinconia per ciò che sfugge alla nostra comprensione.

Trovare l’ambiguità del corpo, esplorare l’incapacità di provare dolore, comprendere “il mistero delle persone per poterle amare”.

Rivelazioni poetiche che ci fanno salire in punta di piedi oltre i nostri limiti, accogliendo la brezza che ci carezza il volto, scegliendo luoghi e compagni di viaggio pronti a cercare tutte le forme del  “possibile.”

 

“533 Il libro dei giorni” Cees Nooteboom Iperborea

“533 Il libro dei giorni”, pubblicato da Iperborea, è viaggio nell’isola dove sai già che troverai tutto quello che cerchi.

Dario, annotazione di pensieri sparsi, riflessione filosofica, interazione con la natura ma anche critica letteraria e analisi politica: ancora una volta Cees Nooteboom si propone con quello spessore culturale che lo contraddistingue. Nella collezione di immagini ricorda “Il giorno dei morti” ma se ne distacca nella forma narrativa.

Abbandonando il genere romanzato, stigmatizza una scrittura più empatica, immediata.

Chi conosce “Lettere a Poseidon” percepirà il ritorno ad un dialogo con l’universo.

Un cactus, una palma non sono oggetti di studio, ma compagni di un poetico incontro.

“Restammo smarriti a guardarci l’uno di fronte all’altro” con quella complicità che è frutto di un amore viscerale e profondo con ogni forma vivente.

È nella ricerca della asimmetria, della imperfezione che “sta l’incanto”.

Lo scrittore riesce a farci sentire unità che si congiunge ad altre monadi.

Ambientato a Minorca, isola del vento, il testo restituisce il fascino di luoghi inesplorati dove è facile perdersi nei giochi surreali del pensiero.

” Dove ci troviamo quando altre persone sognano di noi?”

Dormendo si costruiscono nuovi scenari possibili? C’è una domanda che ci paralizza: è arrivata la fine del romanzo? Leggetelo e lo scoprirete.

@filo_gagliardi recensisce “Il libro dell’estate” Tove Jansson Iperborea

@filo_gagliardi recensisce “Il libro dell’estate” Tove Jansson Iperborea

 

Se vi siete sintonizzati già sull’estate e se comunque la quarantena vi ha fatto recuperare l’attenzione verso il silenzio e la tranquillità, allora certamente fa per voi Il libro dell’estate della scrittrice finlandese Tove Jansson edito nel 1972 in lingua originale, poi nel 1989 per Iperborea, una casa editrice italiana che ultimamente sta riconoscendo, giustamente, una buona visibilità per le sue edizioni particolari e sempre curate. Non è un caso che nel 2018 i classici di questa casa editrice siano stati riproposti in allegato con il Corriere della Sera.
Ebbene Il libro dell’estate, un libretto di nemmeno centocinquanta pagine diviso in ventidue capitoli brevi, asciutti, scritti con stile realistico ma non per questo privo di tocchi di lirismo, racconta le vicissitudini di due donne, una nipotina e una nonna, in un remoto villaggio finlandese durante la breve estate tipica dei paesi nordici. Tra l’esplorazione dei misteri della natura e il costante dialogo fra le due protagoniste che, partendo da situazioni concrete, spazia in vari ambiti della realtà, la vita scorre nella sua quotidianità in un mondo tanto appartato quanto caldo nel suo interno. Sullo sfondo appare una figura maschile, silenziosa ma non per questo meno importante nell’economia di questo piccolo nucleo familiare, ovvero il padre di Sofia. Tutto ciò in un contesto fatto di precarietà, come precaria è la breve estate finlandese: “Ogni anno le notti diventano scure senza che nessuno se ne accorga. Una sera d’agosto si esce di casa per qualche faccenda, e d’improvviso tutto è nero come il carbone, un enorme, caldo e nero silenzio circonda la casa. È ancora estate ma l’estate non c’è più, si è fermata senza avvizzire, e l’autunno non è ancora pronto a venire”.
Del resto anche alle nostre latitudini agosto, pur essendo considerato il mese cardine dell’estate, è quello in cui le giornate diventano vistosamente e inesorabilmente più corte.
Ma intanto godiamoci queste giornate lunghissime di inizio estate, anche con un bel libro come questo.

 

Agenda Letteraria del 26 aprile 2020

“La bottiglia di vodka era ancora lì, ma si era capovolta ed era rotolata accanto alla foto del nonno, un giovanotto serio in uniforme.

Il foglio coi versetti era adagiato contro il fianco della bottiglia.

Le banconote gialle da dieci corone lo riparavano come una tettoietta.

L’ultimo messaggio di suo padre sembrava una nave in bottiglia, anzi, no, non una nave. Una scialuppa di salvataggio.”

 

“Il lungo inverno di Dan Kaspersen” Levi Henriksen  Iperborea

Agenda Letteraria del 18 aprile 2020

 

 

“Non voglio restare ancorato al mio passato.

Ma è praticamente impossibile vivere in una nuova società se prima non metti ordine nel tuo passato.

Per questo mi sono immerso negli appunti di mio padre, perché quello che ha scritto è anche la mia storia.”

 

Kader Abdolah   “Scrittura cuneiforme”  Iperborea