“Le isole di Norman” Veronica Galletta Italo Svevo

 

“Questa è l’isola

Che sorprende e poi abbandona,

Che provoca e blandisce,

Che conquista e poi scompare.”

È questo il ritmo di “Le isole di Norman”, pubblicato da Italo Svevo e vincitore del Premio Campiello “Opera Prima.”

La narrazione oscilla come il vento siciliano, accoglie i nodi del passato, fluttua in un turbinio di immagini.

Si fa incandescente come la lava del vulcano, fruga tra i ruderi di una terra che non sa trovare risposte.

Voce narrante è Elena e nel suo impaurito incedere ritroviamo ascese e cadute nella ricerca di una perfezione inesistente.

Le mappe tracciate per comprendere l’inquieta esistenza della madre, il desiderio di scoprire i segni di una bruciatura fisica e mentale, il ricordo sfocato dei giorni in ospedale: un castello emozionale che rende la scrittura molto poetica.

“Avvertire l’assenza di qualcuno che è sempre stato assente.

Anni e anni di silenzi, di vite inventate, che ora rischiano di sparire, senza lasciare traccia.”

La figura materna si dissolve in un giorno qualunque, scompare lasciando tracce invisibili e piccoli messaggi.

È ora di capire quale filo rosso ha legato e stritolato la famiglia, cosa è rimasto, quali pensieri salvare.

Sullo sfondo un’epoca che cambia lasciando sulla pelle il sapore della sconfitta mentre il presente è una matassa aggrovigliata.

Veronica Galletta compone un labirinto letterario, unisce i punti che ci porteranno nell’Isola del Tesoro, intreccia mitologia e matematica.

Fa intravedere il confine tra razionale e irrazionale, si confronta con la credenza popolare, uccide i mostri che popolano la nostra fantasia.

Ci restituisce una Sicilia bellissima che nei vicoli, nelle spiagge, nel silenzio della notte racconta la sua storia.

Ci invita a “scegliere fotogrammi, costruirci intorno il resto, anno dopo anno, giorno dopo giorno.”

A seminare per le strade libri e a credere nelle parole.

Intervista a Giovanni Bitetto, autore di “Scavare” ItaloSvevo

@CasaLettori dialoga con Giovanni Bitetto autore di “Scavare” ItaloSvevo

Come nasce “Scavare”?

“Volevo raccontare l’ambivalenza di un’amicizia: da una parte la fratellanza che aiuta a superare i momenti difficili, dall’altra l’ambizione di dirsi migliore, più coerente, dell’altro. Scrivendo ho capito che potevo toccare altri temi: ragionare sul senso del dolore, su cosa significa produrre un pensiero – i due sono uno scrittore e un filosofo -, su quali parametri adotta la società per decretare il successo o il fallimento di qualcuno.”

 

Nella scelta del monologo c’è l’urgenza di rappresentare l’unione di pensiero e scrittura?

“Parlerei di dialogo in assenza. La voce narrante, quella dello scrittore, si rivolge al suo amico morto, ricordando la vita condotta insieme, e le divergenze che li hanno allontanati.

Allo stesso tempo cerca di prevedere le obiezioni, le reazioni che avrebbe avuto il compagno ormai defunto.”

 

La Bologna che descrive quanto è cambiata oggi?

“La Bologna odierna si è incrudelita, è un laboratorio a cielo aperto di politiche volte alla gentrificazione e all’esclusione sociale. Quella che racconto io è una Bologna che presenta tali dinamiche in potenza, prima che esplodano per mano di amministrazioni scellerate.

 

La perdita dell’amico nella rielaborazione della memoria è metafora di altre assenze?

“Ci sono molte assenze in questa storia: assenza della famiglia, di una corretta trasmissione di valori, assenza di un orizzonte simbolico in cui iscriversi, assenza di una strada per esorcizzare il dolore. La perdita di un amico, ma anche di un rivale, è la caduta del primo sassolino, in una frana che sta precipitando da sempre.

 

Il tempo storico nel quale ha ambientato il romanzo quanto ha influito sul presente?

“Ho preferito non chiarire il periodo storico in cui si svolge la storia per due motivi. Il primo è per evidenziare la confusione mentale del narratore, distrutto dal lutto ma anche influenzato dai propri dogmi. Il secondo per dare alla narrazione lo statuto di parabola, volevo che fosse una farsa recitata su un fondale scuro, e che risaltassero le ragioni e le discrasie di ogni personaggio.”

 

Tra i due personaggi chi domina durante la narrazione?

“Sicuramente lo scrittore, ovvero l’io narrante. Ogni azioni e impressione, anche il ritratto dell’amico defunto, è filtrata dal suo sguardo. Per questo l’intera narrazione è soggetta alle idiosincrasie di un narratore inaffidabile. Niente è sicuro nello spazio mentale di un megalomane.”

 

Si ha la sensazione che la scrittura sia un atto liberatorio.

“La scrittura è una catarsi necessaria ma non effettiva. Non penso che si possa trovare un punto fermo nella scrittura, ma solo continuare un discorso millenario, una ricerca che ci porterà più in là di un passo, e che non avrà mai fine.”

La sua parola è molto poetica, i riferimenti letterari?

“Tutto ciò che ho letto dall’alba dei tempi. Nella scrittura si riverbera sempre ogni autore su cui ci si è soffermati a ragionare, da quelli apprezzati a quelli denigrati. È chiaro che io ho le mie preferenze: scrivendo questo testo ho guardato alla letteratura austriaca e a quella nordamericana.”

 

“Annego in te o forse in un abisso più profondo”: un ultimo atto d’amore

“L’amore è un sentimento inflazionato, usurato dalla frequentazione superficiale di questa parola. Bisogna riabilitare l’odio. Non un odio cieco, ma direzionato verso ciò che non ci sta bene del mondo. Direi proprio un odio di classe. Ecco, sì, parafraserei dicendo che l’odio di classe è amore verso la giustizia, i più deboli. Quando scrivo sono animato dalla bile, e voglio che sia così anche in futuro. Voglio scrivere solo invettive, mi interessa ragionare di morale, e con moralismo.”

“Scavare” Giovanni Bitetto ItaloSvevo Editore

“Il travestimento è stato per molto tempo l’orizzonte cognitivo in cui sono riuscito a trovare me stesso”

Per tentare di liberarsi dalle spire della finzione il protagonista di “Scavare”, edito da “ItaloSvevo”, improvvisa un dialogo con un amico scomparso.

È difficile trovare parole per evidenziare la bellezza del testo, dove ogni fonema è una corsa affannosa, un ansimare, un annaspare tra i ricordi.

Frasi che si aprono come corolle ferite dal sole lasciando una scia di rimpianto.

“In te c’era qualcosa di più profondo, un antro in cui addentrarmi, pur tenendo presente che non eravamo uguali”.

Si percepisce “l’ambivalenza” di una generazione, l’incapacità di tradurre in azioni i propri desideri.

Giovanni Bitetto non si ferma all’analisi di un tempo storico, mette a nudo la dissacrazione di modelli familiari.

Ha il coraggio di parlare di colpe attraverso immagini lucidissime di una città che non sa vedere la deriva derivata dall’inesperienza.

 

“Bologna, in te l’opulenza si fa bellezza, il potere trascende in estetica, nelle tue gabbie dorate si agitano aspirazioni.”

“Il mondo esterno sembrava ignorarci”

“Eravamo giovani e ci appigliavamo alle scialuppe che ci sembravano più sicure per affrontare le nostre mareggiate personali.”

 

Due giovani e quella crescente attrazione che si fa respingente.

Il bisogno dell’altro e la rabbia, il conflitto, lo sconfinamento nel territorio spaventoso del silenzio.

Un corpo a corpo mentale che fa accendere la competizione, esercizio necessario per crescere.

Il tumulto interiore accelera, è un vento che distrugge la menzogna, è l’acqua purificatrice del rimpianto.

Non ci sono chimere, solo frammenti di vetri opachi e gli occhi finalmente vigili, pronti a specchiarsi nel torbido mulinello della memoria.

Un romanzo che accede al dramma con la ferocia di una scrittura raffinatissima, smontando senza pudore l’ipocrisia di una letteratura melensa.

Tornerà la quiete? Si potrà riposare sulla sponda di un fiume che non sommerge?

Non ci sono risposte e di questo si è grati all’autore. Fino all’estremo sforzo non ci sono cedimenti sentimentali.

 

 

 

 

“Un’idea di infanzia” Nadia Terranova Italo Svevo

“La letteratura per ragazzi è come il primo amore: dà alla maggior parte dei lettori e degli scrittori l’impronta originale del sentimento, indica la strada.”

Nadia Terranova in “Un’idea di infanzia Libri, Bambini e Altra Letteratura”, pubblicato da “Italo Svevo”, si trasforma in una fata, quella che tutti noi avremmo voluto accanto nell’infanzia.

Ci accompagna in un universo riccco di sorprese, animato da vecchi e nuovi personaggi.

Racconta trame che appassionano, incontra autrici ed autori che hanno saputo trovare una sintonia letteraria con i ragazzini.

Torna adolescente e le sue scoperte sono le nostre, i suoi batticuori, la sua passione per la lettura diventano un fluido incandescente, un fuoco che arde.

Il testo, diviso in tre parti, ha una sua compattezza narrativa, quella stessa affascinante scrittura che Nadia ci ha fatto amare.

Ci sentiamo a casa mentre proviamo le emozioni in compagnia di Pinocchio o di “Il giovane Holden”.

Confrontiamo il nostro diverso sentire nei confronti di una pagina riletta a distanza di tempo.

Ci incuriosiamo seguendola nel nuovo e variopinto mondo della letteratura per l’infanzia.

Ci piace la sua voce suadente che si illumina di mille sfumature.

Le sue non sono solo recensioni proprio perché riesce a varcare i confini di una narrazione, ne cerca i significati, ne individua il nucleo pedagogico.

“In questo momento storico più che in altri i bambini vadano raccontati con parole e con immagini complesse.”

Un’analisi sociologica convincente arricchita da esempi e suggerimenti.

Alla conversazione con Giovanni Nucci vorremmo partecipare per chiarire i numerosi dubbi nell’educazione dei nostri ragazzi.

“Non esiste un’idea di infanzia che non sia mutevole, e perciò universale”

 

Un invito a cogliere proprio quelle diversità che oggi si vogliono annullare.

Un prezioso album interattivo per genitori, insegnanti e soprattutto lettori che hanno ancora voglia di sognare.