“Murene” Manuela Antonucci Italo Svevo

 

“Provava a capire le vite che avevano vissuto, quelle che c’erano state prima, quelle che erano venute dopo.

Le sembrarono tante, e molte importanti a modo loro.

Così, dapprima, le vennero in mente l’incontro a tarda notte e la fuitina; poi la casa costruita poco a poco; la nascita dell’Anna, e quel figlio senza nome, perduto nella pancia; il lavoro, dentro casa e in campagna, il lavoro tutto il giorno; i sogni andati a male; il sangue insieme all’olio; le coppe e il falò, il nipote e l’attesa; il risveglio, e poi la fine.”

Pietra è uno dei personaggi che animano “Murene”, pubblicato da Italo Svevo.

Un romanzo corale dove ognuno rappresenta il suo frammento di vita in un Sud dimenticato dallo Stato.

Una comunità che conosce il lavoro e la fatica, ma non cede all’arroganza dei proprietari terrieri.

È il tempo dell’occupazione dell’Arneo e si percepisce la forza propulsiva che dal basso lotta per i propri diritti.

Su questo sfondo storico Manuela Antonucci costruisce una struttura solida, arricchita da un linguaggio attento al dettaglio.

Un ricamo letterario che ricorda i moduli narrativi dei primi del Novecento.

Le figure descritte hanno una carica vitale e quel genio e quella follia tipica di chi è costretto a sopravvivere.

La scelta dell’esergo risponde a pieno alla dinamica sviluppata nel testo.

“La storia non si fa, si ostina.”

Le parole di Montale tracciano un confine e rispondono alla domanda che pervade le pagine.

Chi può dire di essere protagonista della Storia?

Quanto è importante la coesione sociale?

Non manca la poetica del ricordo nell’immagine bellissima di Tonino che cerca il volto del padre nei riverberi delle onde.

“Si lasciava trasportare dal vento, allontanandosi sempre di più dalla dentiera di scogli, fino a quando poi tutto spariva e restava il buio che univa mare e cielo in un’unica, spaventosa visione.”

Mentre la trama scorre con un flusso armonioso la figura di Anna diventa archetipo del mistero.

Compare e scompare come una folata di vento e la narrazione si colma di attesa.

È come se tutte le vite si aggirassero maldestre cercando di comprendere e di riempire l’assenza.

L’autrice lascia al lettore il compito di riassemblare i pezzi con pazienza e amore.

È l’ultimo atto dovuto a tutte coloro che non hanno avuto giustizia.

“È proprio in quel momento, quando il silenzio arriva e ogni cosa sembra essersi fermata, è proprio in quel momento che tutto sta per cominciare.”

“Come vedi avanzo un pò” Stefano Scanu Italo Svevo

 

Esistono vite marginali?

Ci si può accontentare di essere ombra mentre intorno a noi si muovono folle di protagonisti, pronti a saltare ogni ostacolo pur di avere luce? Stefano Scanu in “Come vedi avanzo un pò”, pubblicato da “ItaloSvevo” ci regala 15 personaggi che non hanno accettato l’irrilevanza di una esistenza senza colore.

Ognuno prova a inventare voli pindarici, a creare una opportunità di gloria.

Gli azzeccatissimi titoli di ogni racconto descrivono non la trama ma l’originalità della scrittura.

L’autore mostra precisione millimetrica nel tagliare, incollare, ricucire frammenti regalando al lettore l’essenziale.

Quel piccolo scarto tra l’inutilità di un lessico esagerato e l’illuminazione di un dettaglio, di una scena. Uomini noti o sconosciuti, poco importa.

Quello che conta è il coraggio di rischiare, la voglia di partecipare.

Tra le tante figure Vera, la donna che da una cornice vuota sa raccontare l’arte è emblema di quella creatività che ci rende immortali anche se nessuno ricorderà il nostro nome.

Essere esistiti con un progetto ambizioso o folle: una bella lezione di vitalità.