“Storia della bambina che volle fermare il tempo” Jenny Erpenbeck Sellerio Editore

Chi è la ragazzina trovata per strada con un secchio vuoto in mano?

“Era lì, grande e grossa, ma talmente avvolta nel nulla, quanto alla sua provenienza e alla sua storia, che nella sua vita c’era stato sin dall’inizio qualcosa di imperscrutabile.”

Fin dalle prime pagine siamo attratti dalla “Storia della bambina che volle fermare il tempo”, pubblicato da Sellerio.

È un’apparizione, un essere senza un’origine.

La vediamo muoversi goffamente tra le mure dell’orfanotrofio al quale viene affidata.

Sentiamo la sua distanza da ciò che la circonda, “piange in tono sommesso per non disturbare gli altri, le lacrime gocciolano giù dal mento sulle sue mani grassocce, che lei tiene intrecciate in grembo.”

Tutto resta sospeso come in una bolla e anche il pianto è solo un canto stonato, il sussurro di un’anima che si rifugia nell’anonimato.

I gesti scomposti rappresentano una sofferenza antica, la difficoltà di farsi spazio.

“Sa che il suo corpo è una colpa, é desiderosa di espiare questa colpa e perciò obbedisce puntigliosamente agli ordini dei suoi compagni di scuola.”

Subisce le angherie degli altri bambini senza reagire, marionetta in balia del vento, vittima consapevole.

Come nasce questa remissività accompagnata dalla rassegnazione?

Perchè i pensieri sono prigionieri e non riescono a tradursi in azioni?

Jenny Erpenbeck costruisce una figura avvolta dal mistero e nel farlo lancia piccoli segnali per comprendere la personalità del suo personaggio.

La capacità di dimenticare, l’allenamento costante a restare ai margini, l’isolamento dalla realtà sono presagi di qualcosa che dovrà accadere.

La protagonista è simbolo del desiderio di estranietà che assilla la contemporaneità.

Il romanzo con evidenti rimandi alle atmosfere gotiche gioca sulla capacità di entrare in un mondo parallelo, virtuale, dove tutto è rallentato.

In questo spazio rarefatto ci sentiamo liberi di osservare, registrare, imparare a comprendere.

Un nuovo linguaggio si sostituisce ai rumori di parole insensate.

Restiamo in attesa e nel volerci prendere cura di colei che sta per implodere ritroviamo un briciolo di umanità.

Anche noi ci chiediamo quale sia la cosa giusta da fare e nello smarrire “la percezione del tempo” intuiamo che ci sono infinite forme di resistenza alla materia che vuole imprigionare i nostri sogni.

Il racconto lascia aperte le porte dell’immaginazione, non chiude la narrazione in un finale scontato.

Permette di rielaborare e ricomporre il prezioso e visionario messaggio che l’autrice ci ha ceduto.