“Ho fatto la spia”Joyce Carol Oates La Nave di Teseo

 

“Avevo dodici anni.

Fu la mattina del mio ultimo giorno d’infanzia.”

Violet ci accompagna in un viaggio che non ci permetterà di tornare indietro.

Ci guida con la dolcezza di bambina, stringendoci la mano, cercando in noi alleati.

Ci sfiora impaurita all’idea di ferirci, abbassa la voce e in un sussurro si racconta.

Il padre amato e temuto, uno sdoppiamento di personalità, bianco e nero che si mescolano e confondono.

La madre vittima di sé stessa, prigioniera e carceriera.

Tempio della menzogna necessaria, vestale di segreti che si ingigantiscono trasformandosi in maschere grottesche.

“La voce mormorante di nostra madre che poteva essere spaventata, implorante.

La voce di nostro padre impastata, abrasiva, rimbombante.”

Modelli che certamente mostrano ambivalenze, influenzano e condizionano.

È come se la colpa prendesse forma spaziando nelle stanze, invadendo angoli, lasciando una scia di veleno.

Impersonale, subdola, presenza che penetra nella carne lasciando segni incandescenti.

“Le emozioni più dolci possono cambiare in un istante.

Tu credi che i tuoi genitori ti amino, ma è te che amano o il figlio che è loro?”

E la verità intravista in una notte di tormento.

I fratelli colpevoli di omicidio mentre ogni certezza si sgretola lentamente.

La famiglia diventa “un destino”, una trappola che sa celare con ipocrisia il marcio.

Si percepisce non l’affetto, ma la coercizione, la necessità di controllo e da questo tranello affettivo la giovane protagonista si libera con un atto che la travolgerà.

Un lento, progressivo bisogno di liberarsi dal peso della finzione.

Allontanata dalla famiglia si trasforma in un oggetto indifeso e le vessazioni, le violenze arriveranno brutali.

Il marchio la contraddistingue, ha tradito, ha spezzato il silenzio.

La narrazione ha variazioni di tono, si alza, si abbassa, si protegge.

La parola è sanguinante ma non porta mai all’assoluzione.

È analisi dei fatti perchè solo ogni episodio può permettere di entrare nella mente di una ragazzina.

Joyce Carol Oates si mostra e ci mostra l’estremo confine della perfidia, dell’odio.

Lo fa senza scalpore o bisogno di scandalizzare.

Rende giustizia a tante minori chiuse in case d’accoglienza, restituisce dignità alle vittime, regala la compassione.

Un romanzo tragico e tenerissimo, addolorato e suadente come un canto liberatorio.

Bisogna uscire dalla narrazione, cercare di ricomporne ogni dettaglio, apprezzare la forma letteraria, trovare il mosaico psicologico che l’autrice ha composto.

Rileggere con calma perché ogni frase è un invito a non giudicare con leggerezza.

È lo sguardo di chi con coraggio sa guardare l’abisso.

E’ la denuncia forte di un sistema giudiziario malato, di una società sessista e razzista.

È la testimonianza delle disfunzioni emozionali, del terribile desiderio di dimenticare.

Ma l’oblio è impossibile.