“Tre stagioni di tempesta” Cécile Coulon Keller

“Le Fontane.

Una roccia frantumata nel bel mezzo di un paese che se ne frega.

Un pezzo di mondo alla deriva, portato dai venti e dai temporali.

Un’isola nel mezzo di una terra scoscesa.

Conosco le storie di quel villaggio, ma una sola, una soltanto le riunisce tutte.

Dev’essere ascoltata.

La storia di Andrè, di suo figlio Benedict, di sua nipote Bèrangère.

Una famiglia di medici.

La storia di Maxime, di suo figlio Valère, e delle sue mucche.

Una famiglia di contadini.

E in mezzo, una casa.

O quello che ne resta.”

“Tre stagioni di tempesta”, pubblicato da Keller e tradotto da Tatiana Moroni, merita il riconoscimento  dei librai francesi come  miglior libro dell’anno.

Fin dalle prime pagine il lettore è ammaliato da una trama che inizia pacata.

Andrè sceglie di praticare la professione di medico a “Le Fontane, villaggio minuscolo.”

Una vita semplice finchè non arriva Benedict, figlio procreato in una notte di desiderio.

Nasce tra i due un legame forte che non ha bisogno di parole.

Tutto scorre senza scosse, si succedono gli eventi come un film in bianco e nero.

Ma la Natura aspra incombe, come un presagio distende le sue ombre.

Cècile Coulon ribalta improvvisamente lo scenario quieto.

Mostra come la passione possa travolgere la tranquillità di un matrimonio.

Intride le pagine di un segreto che viene svelato lentamente.

Scardina l’idea di una condivisione pacifica tra classi sociali.

Il romanzo è molto poetico.

La lettura è accompagnata da una sintassi curata e da una scelta narrativa apparentemente serena.

Molti gli elementi simbolici, fuoco, acqua, roccia.

Scrittura visiva, magnetica.

La tragedia esplode ma non opprime il racconto.

È la vita che imbocca strade impervie impedendo agli uomini di scegliere.

Si riprende a camminare cercando altri lidi e comprendendo che non esistono paradisi ma luoghi affollati da contraddizioni.

Bellissime le figure femminili, capaci di fare un passo indietro per regalare gioia ai propri figli.

 

“Soldato tartaruga” Melinda Nadj Abonji keller

“Io sono il sole del giardino, le chiazze di luce sulle foglie all’alba, la pioggia che gocciola, questo sono, e l’acqua pazza che con un rovescio ravviva la terra arsa..”

Zoltán e la poesia di un universo che si ribella alla guerra.

Ragazzo che dopo l’incidente ha dovuto ricollocare il suo presente tra immaginazione e realtà.

Anima che scopre quotidianamente il dono della vita.

“Soldato tartaruga”, pubblicato da Keller e tradotto da Roberta Gado, è un esercizio linguistico raffinatissimo.

Gioco di parole che acquistano senso se si accetta di poter riscrivere un alfabeto alternativo.

La Storia sta cancellando culture e tradizioni, tocca alla letteratura raccontare per rinascere.

Melinda Nadj Abonji sa interpretare il vissuto della Serbia cercando una traccia narrativa che si intreccia con la struttura teatrale.

Affida ad un giovane puro il testimone.

Il racconto dell’esperienza nell’esercito si dissolve in immagini che sembrano sogni sgranati.

Ordini che non hanno senso, teste rasate, “ammazzare o essere ammazzati”.

“E scribacchio,  scribacchio a matita, appoggio la testa sul tavolo, vado avanti a scribacchiare, mi mordo le labbra in modo che non sfugga niente, ma proprio niente da queste labbra, non un grido, non una canzone, niente, certo che è tutto dentro di me, per sempre.”

Come può l’uomo non cogliere la bellezza di una notte stellata?

Cosa è successo all’umanità che imbracciando le armi si sente potente?

La figura enigmatica di Hanna è luce e amore, rispetto e abbraccio.

In lei ci rivediamo, nel suo incedere decisa, nella consapevolezza che la memoria va salvaguardata.

“A chi apparteniamo noi?

Allo stato?

A Dio?

Ai genitori?

All’aria?

A noi stessi?

Alla morte?”

Una domanda che ci lascia sgomenti e mentre chiudiamo il libro vorremmo regalare un fiore a chi non ha avuto scelta.

 

 

 

 

“Bottigliette” Sophie van Llewyn Keller

Per raccontare la Romania di Ceauşescu Sophie van Llewyn sceglie la giovane Alina, una ragazza normale.

Questa normalità cozza con la follia di un regime che entra con violenza nelle esistenze, distrugge i sogni, rende vittime.

La trama di “Bottigliette”, pubblicato da Keller, sa dosare l’orrore e la bellezza, la prepotenza e la dolcezza.

La purezza dell’amore tra la protagonista e Liviu viene scalfita giorno dopo giorno da un sistema oppressivo dove il sospetto rode e distrugge ogni intimità.

I servizi segreti sono ovunque, presenze inquietanti, macchie acide in un panorama gioioso.

Visitiamo i sotterranei della crudeltà  dove i dissidenti subiscono torture fisiche e psicologiche.

Sentiamo le urla, percepiamo l’ingiustizia.

La rassegnazione e la paura di tanti costruisce una spirale soffocante e la delazione diventa arma di difesa.

“Apre il portone e in quel momento dall’ombra viene fuori un uomo in completo grigio.

Le afferra il braccio.

Lei cerca di liberarsi dalla presa ma lui stringe più forte.

《 Compagna Mangiu, ho qualche domanda da farle》.”

Interrogatori interminabili mentre il cuore e la mente cercano di distaccarsi dal reale.

Ad accompagnarci in questo percorso la madre e la zia.

L’autrice sceglie due figure antitetiche con l’obiettivo di mostrarci il doppio volto delle relazioni.

Non mancano i riferimenti mitologici, le credenze, i riti purificatori e in queste manifestazioni si nasconde una profonda verità.

È necessario costruire barriere difensive e quando non ci sono vie di uscita si ricorre a strategie alternative.

Un ritorno all’ancestrale bisogno dell’uomo di credere in qualcosa, la necessità di aggrapparsi alla magia.

Il desiderio di fuggire è un fuoco che non da pace, è l’unica possibile resistenza.

“C’è qualcosa nel modo in cui la speranza risale strisciando sulle nostre spalle fino a premere i suoi palmi contro i nostri occhi, facendoci sorridere pur se ignari del futuro.

E siamo entrambi riluttanti a pronunciare il suo nome, per paura che possa svanire.

C’è qualcosa nel modo in cui ci abbracciamo di notte, come naufraghi.”

Ma la terra straniera non potrà mai sostituire le radici, l’appartenza.

Bisogna estirpare il ricordo, purificare ogni cellula, dimostrare che si può essere liberi.

Un romanzo poetico, appassionato, la testimonianza di un popolo che non può dimenticare.

Ci si può rialzare ma le ferite restano.

 

“Dio non è timido” Olga Grjasnowa Keller Editore

“La città è a un punto di svolta da cui tutti sanno che indietro non si torna.

Hammoudi si è infiammato.

Scandisce slogan che non sono stati imposti dal regime ed è la prima volta negli ultimi mesi che è padrone del suo destino.

Sente che sta riprendendo il controllo della sua vita e vorrebbe non perderlo mai più.

Forse è questa la libertà, dice tra sé e sè.”

Un giovane medico tornato nel suo paese per rinnovare il passaporto non si aspetta di restare intrappolato in una terra che non gli appartiene più.

In Francia ha conosciuto l’amore, il piacere dello studio, i colori accesi dell’Occidente.

Figura simbolica di un totale sradicamento che Olga Grjasnowa sa circoscrivere.

Amal è una ribelle, fin da piccola non ha accettato l’autorità paterna.

Mostra agli altri una corazza di forza e nasconde le fragilità e le paure.

“Dio non è timido”, pubblicato da Keller Editore, è il racconto della primavera araba, tentativo di riscatto che si scontra con una città in assetto di guerra.

“Nelle ultime settimane Damasco è drammaticamente cambiata: la città è piena di agenti dei servizi segreti, si aggirano per le strade in piccoli gruppi, controllano le piazze e gli incroci più frequentati.”

Mentre la tensione è palpabile sui volti degli abitanti i nostri protagonisti diventano eroi di una resistenza costruita azione dopo azione.

Assistiamo alle aggressioni dei miliziani, alla furia delle guardie scatenate, al crollo delle case.

La scrittura è drammatica ma non si perde in sentimentalismi.

Registra i fatti che in Europa hanno avuto echi lontani.

“L’asfalto bagnato luccica e sui rami e le foglie degli alberi le gocce d’acqua brillano alla luce del sole.

I cespugli di gelsomino emanano un profumo seducente.”

La poesia della natura è contrasto che va letto come un controcanto.

Un invito a sentire e vivere la bellezza del creato e a credere che ancora potranno crescere fiori di giustizia.

Una testimonianza potente che andrebbe letta nelle scuole.

Un esempio di coraggio e determinazione.

Atto estremo che non è fuga ma speranza.

La condivisione della condizione di esiliati e il sacrificio di chi non ha voluto arrendersi.

 

 

 

 

 

 

 

“L’amore al tempo dei cambiamenti climatici” Josef Pánek Keller Editore

“Se vi ritrovate a Bangalore, India, restate terrorizzati dal casino, dalla sporcizia, dai clacson, da un fetore per voi indefinito, dal soprannumero di persone, dal totale senso di sradicamento, siete nel posto più sfasciato e inospitale del mondo e voi non lo conoscete ancora.”

Incipit fulminante che con poche parole rende atmosfere e sentimenti.

“L’amore al tempo dei cambiamenti climatici”, pubblicato da Keller, è una provocazione, uno schiaffo morale a coloro che vivono nella bolla del pregiudizio.

Tomáš è uno scienziato ceco, ha girato il mondo cercando di adattarsi ma in questo territorio di nessuno sente finalmente di essere un estraneo, un alieno, una piccola particella del nulla.

E il nulla è quell’Occidente che in gioventù aveva percepito come salvezza.

Gli tornano in mente ricordi, sfilacci di pensieri, immagini di un benessere solo apparente.

“Riattraversate la baraccopoli per tornare indietro, non vi uccidono, non vi derubano, non vi violentano, non vi assalgono.”

È la consapevolezza che niente è come viene raccontato e come in una novella di Pirandello il protagonista subisce uno sdoppiamento.

Si muove attratto da quel mondo popoloso tra gente pronta a sorridere, è assalito da una frenesia che non comprende.

Una stanza d’albergo senza finestre e una solitudine che era stata messa a tacere.

“Mai ancora in vita vostra vi eravate sentiti così persi e impotenti, e dire che avete girato il mondo in lungo e in largo, da un pezzo vi siete disabituati ad avere una casa, una famiglia e degli amici.”

Appare come in un sogno sbiadito una ragazza che turba il quadro d’insieme.

Figura metaforica di una globalità che forse non salva nessuno.

Cosa rappresenta l’Europa civile? Come potrà soddisfare il bisogno di essere?

Josef Pánek riesce a mettere in crisi il letttore.

Mostra la follia di un benessere agognato, la schiavità ad un potere che ci vuole omologati.

Racconta “la miseria morale e dei costumi causate dalla caduta del comunismo”, la perdita di interesse per la cultura e per la scienza, le inguistizie di un razzismo costruito sulle basi di preconcetti.

La lingua è moderna, priva di punteggiatura, a volte surreale.

Ma è in questa dicotomia stilistica che l’autore si stacca da una visione stereotipata della letteratura di denuncia.

Il suo è un ragionamento frammentato e incalzante e non è casuale l’uso del “noi” e la ripetizione di alcune frasi quasi a comporre una cantilena.

Una notte d’amore con colei che forse è solo l’allucinata occasione di abbracciare l’altro.

È possibile credere ancora nelle relazioni?

Leggete il romanzo e cercate le tante ipotetiche risposte.

“Tutti i giorni” Terézia Mora Keller Editore

 

“Definiamo il tempo adesso, e il luogo qui.”

L’incipit di “Tutti i giorni”, pubblicato da Keller Editore, traccia una collocazione spazio temporale che vuole fermare l’immagine, stabilire un contatto con la realtà.

La descrizione minuziosa della città si contrappone ad un impercettebile senso di spaesamento.

È questa rete magmatica che domina il romanzo trasformandolo in un testo teatrale dove gli attori si muovono in preda ad una frenesia esistenziale.

Sono loro con storie che a volte sembrano inverosimili a dar corpo al protagonista.

“Abel Nema, giovane, promettente, la prima generazione libera! Il mondo ai suoi piedi.

Goditelo per il breve istante in cui dura, perchè può passare in fretta.

Quasi non hai tempo di guardarti attorno che qualcosa scoppia ed esplode.”

Un uomo senza contorni, come un folletto girovago.

Incapace di trovare radici o semplicemente esploratore silenzioso di misteri che solo lui comprende?

Non ci sono domande, nè pause.

Il ritmo narrativo corre sui binari delle percezioni e di piccole rivelazioni.

Il prima è codificato da un rifiuto, il dopo da assenze.

Il rombo di una guerra civile, una patria spazzata via, un’umanità stravagante e sola.

Dove finisce la normalità?

Come si può scegliere di vivere dentro una nuvola affollata di pensieri?

Può il desiderio struggente spegnersi e lasciare solo fogli inceneriti?

Il potente l’esordio narrativo di Terézia Mora sa coniugare sacro e profano.

Il suo è un viaggio senza meta, l’arsura della ricerca, la sperimentazione del silenzio.

È parola di una comunità che si rifiuta di essere standardizzata.

È il sogno di una generazione di poeti, visionari, mistici.

È il tentativo di sfuggire ai lacci del quotidiano.

È la libertà di ideare metamorfosi, di svestire il panico e renderlo non più nemico ma compagno.

È “una strada di speranza” accettando di percorrere i labirinti della mente.

 

Incipit “L’amore al tempo dei cambiamenti climatici” Josef Pànek Keller

 

 

 

“Qua si parla d’amore.

Di cambiamenti climatici a livello globale. Ecc.

L’amore al tempo dei cambiamenti climatici a livello globale, davvero.

Il punto è questo: se vi ritrovate a Bangalore, India, restate terrorizzati dal casino, dalla sporcizia, dai clacson, da un fetore per voi indefinito, dal soprannumero di gente, dal totale senso di sradicamento, siete nel posto più sfasciato e inospitale del mondo e voi non lo conoscete ancora, no, e l’hotel!

Dell’hotel dopo.”

“Sedici parole” Nava Ebrahimi keller

“Non riuscivo a difendermi, le parole tornavano sempre di nuovo ad impormi il loro messaggio: qui c’è ancora un’altra lingua, la tua lingua madre, non credere che quella che parli sia davvero la tua.”

Attraverso la traduzione di “Sedici parole” Nava Ebrahimi prova a riconciliarsi con il paese d’origine.

La rottura di quell’incantesimo che teneva prigionieri fonemi ed emozioni avviene con un percorso a ritroso.

È necessario assorbire insieme al suono della lingua l’appartenenza alla terra degli avi.

L’Iran con le sue conflittualità culturali deve essere rivisitato in maniera analitica, senza lasciarsi ingannare dalla difficoltà di sentirsi parte di una comunità.

La protagonista del romanzo pubblicato da Keller ha costruito una corazza affettiva, ha imparato a imporsi in Germania con la sua personalità.

La morte della nonna la costringe a riannodare fili che credeva perduti.

“Una cosa alla volta, tutto vola fuori di me, divento piacevolmente leggera e vuota.

L’Io si è disperso, ha approfittato dell’occasione e ha tagliato la corda, è in sciopero.”

Un cuore screpolato, affamato di risposte.

Cosa ha portato i genitori alla separazione?

Quanti segreti si celano nella sua infanzia e come l’hanno segnata?

Ricomporre attraverso poche tracce non solo la storia della famiglia ma le dissonanze dell’animo è una solitaria riconquista anche attraverso la scomposizione delle soffocanti imposizioni di un regime.

Ritrovare negli arabeschi di una moschea la simmetria e la perfezione.

Ascoltare la voce di parenti e amici cercando di appropriarsi di storie altrui per rielaborare un affresco credibile.

“La rivoluzione ha portato ciascuno lontano da qualche cosa, e tutti quanti dalla fede; la fede in che cosa, non importa, in qualunque cosa.”

La Storia entra con prepotenza nella narrazione, si insinua nelle maglie allentate di ideali e sogni.

L’autrice ha un tono delicato e pur scavando nelle profonde ragioni del cuore accompagna il lettore.

Vuole capire se è possibile mantenere una doppia identità, se si può imparare a lasciarsi trasportare dalla passione.

Ai suoi personaggi concede il diritto di ribellione, piccola forse ma decisiva per cambiare il destino già scritto.

Le  palme da battero, la fortezza ai margini della città, i colori di Teheran, il silenzio delle notti, il profumo delle spezie restituiscono la magica atmosfera dell’Oriente.

E la scrittura è l’unica sponda, il luogo certo dove è possibile “essere ovunque e in nessun luogo.”

“La pallottola in cerca dell’eroe” Andrei Kurkov Keller Editore

 

Dallo scrittore ucraino Andrei Kurkov non aspettatevi trame scontate.

L’esuberanza narrativa si miscela in maniera intelligente con un pungente sarcasmo.

“La pallottola in cerca dell’eroe”, pubblicato da Keller, è un collage di esistenze dove il fantastico è solo pretesto per raccontare l’uomo.

Se il testo è un interessante studio dell’Unione Sovietica non pochi sono gli agganci con la interazione conflittuale tra potere e popolo.

Obiettivo è dare un volto e un nome all’arroganza, alla prepotenza e certamente alla stupidità.

Lo scrittore è un perfetto sceneggiatore.

I personaggi escono dalla nebbia dell’indefinito.

Esistono mostrando reticenze, silenzi, fantasie.

Si muovono in un panorama cangiante e nel susseguirsi delle stagioni il tempo diventa un misuratore della Storia.

Ai paesaggi lunari si contrappone l’inquieta presenza dell’Angelo.

Figura che appare e scompare accelerando le aspettative del lettore, creando un’atmosfera misteriosa.

Sparpagliate nel testo le allusioni, i doppi sensi costruiscono una trama alternativa.

Le domande esistenziali arrivano dirette e si scontrano con la mancanza di risposte.

Una scelta geniale che permette a chi legge di cercare la propria Verità, di chiedersi dove sono finiti i veri eroi e quale strada percorrere per incontrarli.

“Terra di nessuno” Philip Dröge Keller Editore

 

 

“La calamita della zona di Moresnet entrerà addirittura nei libri di storia quale esempio delle folli conseguenze che può avere l’avidità.

Perchè la pallina cade sul verde.”

Un territorio di 3,4 chilometri quadrati che dopo il Congresso di Vienna resta in un limbo geografico.

“Tutta la nobiltà d’Europa presenzia alla Conferenza.

Le carrozze vanno e vengono.

I servitori si affrettano al mercato per provvedere alla cena; le prostitute fanno gli straordinari per soddisfare duchi, baroni e principi frettolosi.”

“Terra di nessuno”, pubblicato da Keller Editore, ci trasporta in un altro secolo.

Viviamo nei palazzi nobiliari, passeggiamo per le vie, assistiamo ai dibattiti politici e ci divertiamo ad osservare quali pedine muovere per assicurarsi il potere.

Osserviamo con occhio critico “l’intenso lavorio diplomatico” per definire una mappa geopolitica.

“Sulla carta le nuove frontiere sono solo un paio di tratti tracciati con il righello da alcuni signori nelle loro comode sale delle riunioni”.

A pagare come sempre il popolo che spaesato non ha una nazionalità.

Philip Dröge ha una grande abilità nell’osservare la Storia da più angolazioni.

È ironico, amaro, intransigente.

Parte dai fatti e con rigore compone una trama che è viaggio, avventura, romanzo.

Tanti gli aneddoti significativi, tappe obbligate per comprendere cosa significa nazionalismo.

Personaggi significati e figure che in ombra sanno ideare complotti con abilità.

Un testo di grande attualità che mostra quanto siano insignificanti i confini ed invita ad edificare “comunità multiculturali”.