Agenda Letteraria del 9 febbraio 2020

 

“Mi sposai che non avevo neanche quattordici anni.

Non è niente di straordinario nel posto da cui vengo.”

 

“Una sera mi ordinò di andare a letto con uno dei suoi amici.

Quando rifiutai, mi spezzò i denti con un pugno.”

 

Witold Szablowski  “L’assassino dalla città delle albicocche” Keller

“Perché il bambino cuoce nella polenta” Aglaja Veteranyi keller Editore

“Conosco il mio paese solo dall’odore.

Profuma come la cucina di mia madre”.

La piccola protagonista di “Perché il bambino cuore nella polenta”, pubblicato da “Keller Editore”, con il linguaggio dell’innocenza, apre al lettore un universo a metà tra favola e realtà.

Figlia di artisti circensi, vive il continuo spostamento con forte carica emotiva e nelle acrobazie della madre coglie la pericolosità di un mestiere appeso al filo della resistenza fisica.

“Apro la porta il meno possibile, perché casa mia non evapori.”

Crea uno spazio ideativo per combattere la paura e in quel territorio si rifugia.

Una difesa che è metafora del bisogno di protezione.

Nelle frasi brevi, nella poesia di certe immagini si sente la potenza narrativa di Aglaja Veteranyi.

Riesce a mostrare le storture della dittatura in Romania con immagini folgoranti, piccoli aneddoti dove traspare l’amore per la terra di origine.

 

“L’estero non ci cambia.

Mangiamo tutti con la bocca.”

 

“In Romania i miei genitori sono stati condannati a morte dopo la nostra fuga.

Non potremo mai tornare indietro, è proibito”.

 

La parola “proibito” traccia un confine preciso, evidenziando una scissione tra essere e “appartenere a”.

Una voce che scandisce bene i diritti dei popoli, liberando il grido di rabbia da un’oppressione a lungo taciuto.

Le allegorie si alternano alla quotidianità, regalando un immaginario affascinante.

La scrittrice sa alleggerire il romanzo e pur narrando un’esistenza difficile restituisce ai personaggi un’anima integra.

Emerge il bisogno di cancellare l’infamia di non essere nessuno, gente che non ha radici.

Il libro è un monito rivolto a tutti noi, un invito a cercare nell’esule le ragioni della fuga.

È la coscienza luminosa di chi attraverso la parola prende le distanze da un mondo privo di attenzione, oscurato da una visione marginale dei problemi migratori.

È la tenerezza di ritornare nell’utero materno, ricomporre unità affettiva e nell’annullamento dell’Io essere popolo.

 

 

Agenda Letteraria 25 gennaio 2020

 

“Io sono più vecchia dei bambini dell’estero.

In Romania i bambini nascono vecchi, perchè sono poveri già nella pancia della mamma e devono ascoltare le preoccupazioni dei genitori.

Qui viviamo come in paradiso.

Ma questo non basta per farmi ringiovanire.”

 

 

Aglaja Veteranyi “Perché il bambino cuoce nella polenta” Keller Editore

"Arrivò il tempo di staccare le teste" Hubert klimko Dubrzaniecki Keller

“Se ci amavamo davvero, allora chi dei due amava di più l’altro? Io o lei?

Cosa succede quando ci si accorge che la passione è sfiorita? Quando lo straniamento prende il posto del sentimento?

Hubert Klimko Dobrzaniecki ci impone di interrogarci perchè la vera letteratura ha il compito di scuoterci.

Nella pacata esistenza del protagonista di “Arrivò il tempo di staccare le teste”, pubblicato da Keller si insinua il dubbio e noi attraversiamo con lui le fasi di una lenta consapevolezza.

Per alleggerire la tensione un’altra storia si incunea nella narrazione.

Pagine di grande impatto poetico, a volte strazianti prendono forma, danno voce ad un figlio e in quel monologo silenzioso c’è un’infinita solitudine.

“Eri troppo orgogliosa per chiedere scusa. Non l’hai mai chiesto a nessuno, per te scusarsi non esisteva.”

“Sai, mamma, nella nostra memoria si fissano sempre le cose peggiori. I ricordi più dolorosi prendono il sopravvento su quelli piacevoli”.

Una scrittura che nella sincerità trova il suo spazio vitale, che affonda coltellate sulla carne viva pur mantenendo una scorrevolezza dialettica.

Ad ingombrare il presente l’alito pesante della guerra che entrerà nel romanzo cambiando le sorti e mutando i destini.

È ricorrente il tema del fallimento, non un’incidentale ma un sospetto che diventa macigno, insopportabile peso che invece di affossare apre nuove prospettive.

“Quanto è ipocrita la nostra cultura, gli animali sono veri e propri angeli in confronto a noi umani.”

La leggerezza di trasformare il testo in una spietata critica sociale è un valore aggiunto, il bisogno di coniugare privato e pubblico, di percorrere insieme al lettore la strada della saggezza.

Saper tessere contemponeamente più trame non é facile, si rischia di confondere il lettore, di disperdere la scrittura in rivoli poco veritieri.

Non succede con il nostro scrittore perchè la sua abilità va oltre il contesto narrativo.

Mostra più aspetti del nostro modo di vivere le relazioni, di essere figli e genitori.

Invita a non smettere mai di analizzare anche i più piccoli segni di inquietudine.

“Le femmine” Wolfgang Hilbig Keller Editore

“Avevo perso anche il mio nome, sí, non sapevo più chi ero, il mio nome era posseduto da un personaggio che mi era estraneo.”

Wolfgang Hilbig con una scrittura visionaria riesce a regalarci la storia di una nazione che ha conosciuto la separazione.

“Le femmine”, pubblicato da Keller, è ambientato nella Germania dell’Est e dell’atmosfera pesante, irrespirabile, opprimente sa cogliere ogni sfumatura.

Una città dove tutto viene stabilito dal potere e i cittadini sono povere marionette in balia di capricci ideologici che disorientano il lettore.

La notte avvolge ogni cosa, la impregna di umori, la stringe in un vortice che può portare alla follia.

Le strade deserte, il silenzio, i bidoni di immondizia, gli scricchiolii sinistri colorano la narrazione e creano un ambiente gotico.

Sembra di essere dentro un immenso circo dove si rappresenta non la realtà ma il suo contrario.

“Miniere a cielo aperto” “piramidi di rifiuti” e la presenza ingombrante dei campi di lavoro assumono simbologie precise, condannano il passato, si spingono a cercare le ragioni di tanta follia.

Le parole si insinuano in un groviglio di elementi, provano a liberarsi, vengono inseguite dalla paura di esprimere pensieri proibiti.

Le donne scompaiono: una suggestione o la necessità di disperdere il desiderio?

“Ero completamente dominato da quell’unica smania di essere amato e allo stesso tempo mi preoccupavo fino allo stremo di non farli accorgere di tale smania.”

Il protagonista è inseguito dalle sue ossessioni e si ha la sensazione che nel dilatarle provi a guarire.

Far tornare visibili gli oggetti, le persone, i sentimenti mentre solo i luoghi scandiscono una infinita solitudine.

Il libro ha tratti postmoderni che si evidenziano in “Scorticatoio”, dove a dominare sono le immagini.

Dettagli che suggeriscono l’attesa di qualcosa che dovrà o potrà accadere.

Non è facile raccontare il senso di estraneità, la difficoltà nel sentirsi comunità e lo scrittore ci riesce usando un linguaggio molto forte, con figure metaforiche di forte impatto.

“Il sapere di nessuno era sepolto come ossa nella terra svuotata”.

Bisogna “fluire lontano, inabissarsi, svanire per dimenticare.