“La città” Mario Levrero La Nuova Frontiera

“La città”, pubblicato da La Nuova Frontiera e tradotto da Cinzia Imperio, ha una struttura architettonica enigmatica.

Si respira la fantasia della migliore letteratura latinoamericana e una profonda innovazione ideativa.

I luoghi riportano in mente paesaggi irreali perché risultano sdoppiati.

È il protagonista a vedere il dettaglio ingigantito, a colmarlo di simbologie.

La casa disabitata è la prima tappa di un viaggio straniante dopo tutto può essere bianco e nero.

Non ci sono collocazioni geografiche ma un indistinto quadro d’insieme che orienta l’attenzione sugli stati d’animo.

“Ero convinto che ero diventato invisibile.”

Una suggestione che percorre come una traccia il romanzo ponendo il nostro personaggio fuori dal contesto in cui si muove.

Strategia vincente che rende brillantemente la condizione di straniamento che vive il lettore.

Ci sono passaggi importanti che delineano meglio la personalità del nostro personaggio.

Lo vediamo incapace di orientarsi appena prova ad affrontare la strada.

È come se cercasse una via d’uscita da una condizione esistenziale.

L’uruguaiano Mario Levrero introduce la figura di una donna misteriosa che avrà un ruolo fondamentale nello sviluppo della trama.

Appare e scompare e di lei resta un impronta, una carnalità e una sensualità arcaica.

Un Borgo semiabbandonato dove la vita scorre al rallentatore.

“Una grande stazione di servizio, molto vistosa e dai colori sgargianti, circondata da alcune case vecchie, raggruppate lì come per caso.”

Il contrasto del paesaggio fa pensare ad una provocazione sociale rappresentata da una stridente progresso che forse è solo immaginato.

La voglia di allontanarsi e non conoscere il percorso da seguire.

Un labirinto della mente, un intreccio di pensieri che portano in superficie un passato contorto.

“Fu in quel momento che scoprii il timore che mi dominava.

Da quanto tempo vivevo preoccupato per l’imprevisto?

Forse da quando ero uscito da casa, in cerca del negozio; forse da molto prima, o da sempre.

Ma solamente lì, e in quel momento, toccai con mano chiaramente, coscientemente, direi quasi oggettivamente, quel timore che abitava dentro di me in modo sotterraneo.”

È necessario entrare all’interno delle proprie fobie per superarle?

È questo l’obiettivo dello scrittore?

Credo che sarebbe riduttivo accettare una sola interpretazione.

Il testo è certamente un esercizio liberatorio, un gioco dove la fantasia si confonde con la quotidianità, dove non sempre ciò che appare è lineare.

Mille sono le sfumature, basta saperle interpretare.