“La fontana rotta” Thomas Belmonte Einaudi Editore

 

“Tutto quanto so a proposito dei ceti bassi di Napoli l’ho acquisito vivendo insieme a loro.

Ho imparato a conoscerli a poco e in modo discontinuo.

A mano a mano che hanno avuto fiducia in me, mi hanno permesso di sapere di più su di loro.

Non cercavo di andare a caccia di informazioni in modo metodologicamente ben strutturato, quanto piuttosto di tenere gli occhi aperti e aspettare che queste informazioni arrivassero a me ..

L’osservazione partecipante è stato un mezzo, ma anche un fine.

Ha significato immersione nell’altro, ascolto prolungato, modificazione dell’io.”

La premessa di “La fontana rotta”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Daniele Petruccioli,  indica la strategia interpretativa utilizzata dall’antropolo statunitense Thomas Belmonte.

Il libro è stato e continuerà ad essere una guida preziosa non solo per gli studiosi ma anche e soprattutto per tutti noi lettori.

È indicata una via che invita a riconsiderare i luoghi, ad osservarli nella dinamicità dei suoi colori e delle sue voci.

Interagendo con occhio critico, cercando di cogliere sfumature prima di costruire un quadro d’insieme.

Educarsi a conoscere l’umanità che negli spazi vive, li trasfigura, li modifica.

Un viaggio a Napoli nel 1974 con l’obiettivo di studiare i quartieri poveri della città diventa sperimentazione di un nuovo approccio all’antrologia.

La scienza, che deriva dal  greco ἄνθρωπος ànthropos «uomo» e λόγος, lògos «discorso, dottrina» quindi letteralmente “studio dell’uomo”, assume altre dimensioni.

Diventa indagine storica e filosofica, confronto con il passato, ricerca del senso atavico di condivisione.

Il libro va letto come il viaggio appassionato di chi non si ferma alle apparenze e nei bassi riesce a cogliere non il frastuono ma la musicalità del gergo dialettale.

“Le facce dei napoletani mi si sono rivelate nella loro durezza e fragilità, giovinezza e vecchiaia, delicatezza e rugosità.”

Viene brillantemente centrata la dualità sempre in conflitto del nostro Sud e tra le case cascanti,  tra le strade affollate rivediamo un modo di essere.

Riuscire a cogliere la bellezza “delle cortine di glicine che scendono di quando in quando a ingentilire una facciata secolare”, essere incantati dalla storia celata in un volto rugoso, accogliere le confidenze di ladri e spacciatori significa esserci non da passante ma da protagonista.

Si rivoluziona il concetto di viaggio al quale ci hanno abituati e mentre conosciamo la rumorosa famiglia di Stefano o ci intratteniamo in un bar ascoltando il vocio della gente, siamo percorsi da un’ondata d’amore.

Comprendiamo il ruolo della tragedia nelle nostre esistenze, la difficoltà ad essere amici, la fragilità del nucleo familiare.

Intuiamo che l’arte della furbizia e dell’inganno sono necessarie sfide di sopravvivenza, verifichiamo che esiste una scala sociale in funzione dell’età e del sesso.

“A Napoli sono ritornato tante volte.

E ogni mio ritorno era pieno di speranza e di paura.

Ognuno è stato un tentativo di espiazione, di ritrovamento e di perdono.”

Parole che dovremmo incidere alle porte di ogni casa del nostro Sud per ricordare a chi passa che l’incontro è condivisione.

Un testo sacro per chi crede a cause ed effetti, a chi cammina insieme agli ultimi, a chi non si arrenderà mai.