“La morte e la primavera” Mercé Rodoreda La Nuova Frontiera

“La morte e la primavera”, pubblicato da La Nuova Frontiera, è lo sfrangiarsi dei contrasti.

Nei colori che possono brillare o spegnere il paesaggio.

Negli alberi che diventano nicchie di tormenti.

Nel fiume che traccia invisibili traiettorie.

Nella violenza degli sguardi di adulti che hanno perso il senso della comunità.

Nelle grotte dove i suoni striduli sono segni di primitive impronte.

Un paese senza nome dove i contorni sono appannati, carichi di pathos.

Risuonano passi, si muovono ombre, si condensano le paure.

Un giovane e una sposa bambina, una madre che insegue la follia, un padre che si dissolve travolto dalla vergogna.

La scrittura di Mercé Rodoreda è metafora di un regime totalitario, impronta di verità che non si possono gridare.

“Lui stesso era la sua prigione.”

Una delle tante frasi che svela l’enigma di un’esistenza intrappolata da regole non scritte.

Domina “la paura del desiderio”, un desiderio che ingigantito diventa il Mostro da sconfiggere.

Nella dicotomia tra questi due estremi si perde l’umanità, si compie una trasformazione.

Maestra nel creare mimetismi, nel comporre scenari carichi di tensione, l’autrice evoca la morte come una redenzione.

È la fine del supplizio, di un incubo che altri hanno scritto.

È la luce mentre “la pioggia al mattino sembrava rugiada caduta dal cielo.”