“L’infinito di amare” Sergio Claudio Perroni La Nave di Teseo

 

“E restano ancora a guardarsi, sentendo se stessi preceduti e percorsi da fiotti di pensieri imprendibili”

Incontro di due anime che si cercano, si respingono, inscenano una danza d’amore.

Sguardi che raccontano anche i silenzi.

Occhi pronti a cogliere frammenti di luce.

Mani che si sfiorano e nel riconoscersi inventano un linguaggio segreto.

È il corpo nella sua essenza più pura protagonista di “L’infinito di amare”, pubblicato da La Nave di Teseo”.

Testimonianza postuma di Sergio Claudio Perroni è sintesi di quel fermento interiore che è presente in tutte le opere.

È l’apoteosi della forma che trova nell’ espressività poetica la rappresentazione filosofica della relazione.

Il periodare lungo sviluppa un ragionamento articolato che spazia in ambiti intimi, pozzi mai esplorati.

Il piacere è ridondante, ricerca non solo dell’altro.

È il sè che si specchia nel mare aperto delle infinite sfumature della passione.

“Lei tiene gli occhi chiusi, serrati come per non farne schizzare fuori le sensazioni da cui si sente percorsa, scandite come piccoli solidi in movimento.”

Il trionfo delle percezioni, la capacità di comunicarle, di renderle pulsanti.

Ogni frase sviluppa un percorso ideale, figurato, dove niente è scontato.

C’è il pudore del sentirsi vulnerabili, la tenerezza di una carezza, l’esplorazione della sensualità.

Una resa incondizionata che dura pochi istanti e poi le distanze si ristabiliscono, si ritorna ad essere “due”.

Un romanzo intenso, a tratti misterioso.

Si sente che c’è un non detto da interpretare, un mondo pieno di ombre, un messaggio da decifrare.

“Si sente come alla stazione a salutare qualcuno che si ama, quando il treno tarda a partire e si rimane a guardarsi dal finestrino, pieni di cose da dire ma senza più frasi che siano del taglio adeguato al momento – e, benché a malincuore, non si vede l’ora che il treno si muova.”

Si vorrebbe fermare quel treno, rallentare il momento dell’addio, provare a ritrovare l’emozione anche soltanto del ricordo.

Restano parole che inseguono il vento, figure che avanzano ricordandoci che la letteratura sa cancellare il dolore.

 

 

 

 

 

“Ho fatto la spia”Joyce Carol Oates La Nave di Teseo

 

“Avevo dodici anni.

Fu la mattina del mio ultimo giorno d’infanzia.”

Violet ci accompagna in un viaggio che non ci permetterà di tornare indietro.

Ci guida con la dolcezza di bambina, stringendoci la mano, cercando in noi alleati.

Ci sfiora impaurita all’idea di ferirci, abbassa la voce e in un sussurro si racconta.

Il padre amato e temuto, uno sdoppiamento di personalità, bianco e nero che si mescolano e confondono.

La madre vittima di sé stessa, prigioniera e carceriera.

Tempio della menzogna necessaria, vestale di segreti che si ingigantiscono trasformandosi in maschere grottesche.

“La voce mormorante di nostra madre che poteva essere spaventata, implorante.

La voce di nostro padre impastata, abrasiva, rimbombante.”

Modelli che certamente mostrano ambivalenze, influenzano e condizionano.

È come se la colpa prendesse forma spaziando nelle stanze, invadendo angoli, lasciando una scia di veleno.

Impersonale, subdola, presenza che penetra nella carne lasciando segni incandescenti.

“Le emozioni più dolci possono cambiare in un istante.

Tu credi che i tuoi genitori ti amino, ma è te che amano o il figlio che è loro?”

E la verità intravista in una notte di tormento.

I fratelli colpevoli di omicidio mentre ogni certezza si sgretola lentamente.

La famiglia diventa “un destino”, una trappola che sa celare con ipocrisia il marcio.

Si percepisce non l’affetto, ma la coercizione, la necessità di controllo e da questo tranello affettivo la giovane protagonista si libera con un atto che la travolgerà.

Un lento, progressivo bisogno di liberarsi dal peso della finzione.

Allontanata dalla famiglia si trasforma in un oggetto indifeso e le vessazioni, le violenze arriveranno brutali.

Il marchio la contraddistingue, ha tradito, ha spezzato il silenzio.

La narrazione ha variazioni di tono, si alza, si abbassa, si protegge.

La parola è sanguinante ma non porta mai all’assoluzione.

È analisi dei fatti perchè solo ogni episodio può permettere di entrare nella mente di una ragazzina.

Joyce Carol Oates si mostra e ci mostra l’estremo confine della perfidia, dell’odio.

Lo fa senza scalpore o bisogno di scandalizzare.

Rende giustizia a tante minori chiuse in case d’accoglienza, restituisce dignità alle vittime, regala la compassione.

Un romanzo tragico e tenerissimo, addolorato e suadente come un canto liberatorio.

Bisogna uscire dalla narrazione, cercare di ricomporne ogni dettaglio, apprezzare la forma letteraria, trovare il mosaico psicologico che l’autrice ha composto.

Rileggere con calma perché ogni frase è un invito a non giudicare con leggerezza.

È lo sguardo di chi con coraggio sa guardare l’abisso.

E’ la denuncia forte di un sistema giudiziario malato, di una società sessista e razzista.

È la testimonianza delle disfunzioni emozionali, del terribile desiderio di dimenticare.

Ma l’oblio è impossibile.

 

 

 

 

 

 

Agenda Letteraria del 3 maggio 2020

 

“Il racconto di Camilla in merito agli strani eventi di quella notte cruciale fu interrotto, come al solito, dalla secondina che la chiamava dalla soglia.

Camilla si alzò e sorrise. «Non c’ho avuto il tempo di dirtelo», disse, «ma sto scrivendo un pezzo per il mio primo concerto di quando esco da qui, e mi sa che lo finisco per la prossima volta che vieni. Così te lo faccio sentire, eh?»

“Una splendida figliola come me”  Henry Farrell La Nave di Teseo

Agenda Letteraria del 29 aprile 2020

 

 

“La pioggia scroscia su di lui e la bora si avventa con tutta la sua rabbia, ma l’ombrello di papà è forte e non si arrende al mostro inferocito che vorrebbe sopraffarlo e rivoltargli i visceri. E fischia. E guizza lungo il muro del deposito di legname.

Ma Branko lo tiene stretto con entrambe le mani. Lo tiene stretto così convulsamente perché appartiene a suo padre e la bora non deve portarselo via.

Allora la bora si fa ancora più testarda e libera tutte le scorte dai suoi otri per strapparglielo di mano. Sembra quasi che si stia arrabbiando così perché hanno speso in caramelle i venti centesimi che la mamma aveva dato loro per il tram.

E sibila, sibila. Ma lui non molla il manico, tanto che il pallone nero finisce per alzarsi da terra e Branko vi rimane appeso.

E la bora sibila ancora più forte intorno a lui che ora è in alto accanto al muro grigio, e il sibilo gli trapassa i timpani sicché alla fine ha paura, lascia andare il manico e ricade sul marciapiede…

 

“Il rogo nel porto”  Boris Pahor La Nave di Teseo

“Il rogo nel porto” Boris Pahor La Nave di Teseo

 

La Storia con la sua irruenza entra nelle vite dei piccoli Branko e Evka.

Hanno origini slovene e cercano di comprendere le persecuzioni subite dagli adulti.

Anni 20, Trieste con la bora che soffia impetuosa, nel silenzio delle strade subisce l’attacco “degli uomini neri”.

“Il rogo nel porto”, pubblicato da La Nave di Teseo nella Collana “Gli squali” ha il sapore di una favola per lo stile e per la caratterizzazione dei personaggi.

Buoni e cattivi in una parodia che rende il reale sfumato.

Una necessità narrativa, il bisogno di raccontare i fatti attraverso occhi innocenti.

“Sopra le case il cielo era rosso come se fosse intriso di sangue.

Nell’aria odore di fumo. Si era forse incendiato un vaporetto nel porto?

Avevano preso fuoco i capannoni?

Ardevano i vagoni con il legname?

Brucerà tutta Trieste?”

La luce scarlatta penetra e devasta “La Casa della Cultura” e qualcosa si frantuma.

Luogo di incontro e conoscenza che diventa cenere davanti allo sbigottimento e alla rabbia trattenuta.

Tutto si ferma e la scena riempie la narrazione, si fa voce del dolore degli oppressi di tutti i tempi.

Boris Pahor nel realismo del costrutto inserisce personaggi che hanno una valenza allegorica.

Mizzi capace di sfidare la tristezza inventando favole, la maestra Anica con la speranza di una nuova primavera, lo zio, uomo dai troppi enigmi.

Lo scrittore compie un piccolo miracolo e nel finale regala al testo la leggerezza di una speranza.

 

“La zampa di scimmia” Michael Cunningham La Nave di Teseo

 

Le favole sono state pilastri portanti nella nostra formazione.

Ci hanno permesso di confrontarci con la paura, l’abbandono, la morte.

Paurose o divertenti hanno stimolato l’immaginario, creato uno scambio sinaptico, sviluppato la capacità di sognare.

Leggere “La zampa di scimmia”, pubblicato da La Nave di Teseo nella nuova Collana “Gli squali” è un viaggio nel passato.

Ci ritroviamo bambini curiosi, pronti ad avventurarci in un territorio ignoto, forse scomodo ma proprio per questo intrigante.

Due racconti brevi che rielaborano il costrutto e i paradigmi della fiaba.

Non manca l’elemento grottesco che restituisce a noi lettori e ai personaggi un’anima nuova.

Nella coesistenza di motivi astratti che si contrappongono tra loro si evidenziano le ambiguità che bisogna decodificare.

Una famiglia all’apparenza felice ritrova la voce per esprimere anche solo col pensiero quell’insoddisfazione a lungo taciuta.

Un povero storpio che rappresenta la diversità non accettata può finalmente essere protagonista.

Il reale viene solo amplificato attraverso una doppia lente di ingrandimento, necessaria se non si vuole rimanere incastrati dentro stratificazione del subconscio.

Michael Cunningham ha la dote del ribaltamento degli eventi.

È imprevedibile, capace di scovare i nostri punti deboli.

La sua scrittura segue diversi percorsi logici e non importa se non convergono.

In fondo, se ci pensiamo bene, la vita non è altro che una passeggiata ironica, amara, ignota.

Un autore che merita di essere annoverato tra i classici della letteratura proprio per quello sguardo di sbiego, contrario rispetto alla fisicità spaziale, avulso da inciampi temporali.

Nei suoi libri il tempo, lo spazio, l’armonia, la disarmonia assumono sembianze sempre originali e uniche.

 

“Summer” Monica Sabolo La Nave di Teseo

 

 

“E il poeta dice che ai raggi delle stelle

Vieni a cercare, di notte, i fiori che cogliesti;

E di aver visto sull’acqua, distesa fra i lunghi veli,

La bianca Ofelia galleggiare, come un gran giglio.”

Le parole di Rimbaud, scelte per l’esergo di “Summer”, pubblicato da La Nave di Teseo, ci accompagnano e ci sussurrano piccoli indizi.

Un lago che si increspa nascondendo il mistero di una scomparsa.

Una giovane svanita nel nulla, inghiottita da un tempo che si smaglia, si disintegra cercando la verità.

Immagini che entrano ed escono nella mente della voce narrante, creando un’atmosfera sospesa.

Si disegna un mondo parallelo che non contiene la realtà, troppo dolorosa, infida e bugiarda.

Acque scure, “pioggia di cenere in un mondo immenso”, il sorriso sfuggente della madre, una ragnatela invisibile che imprigiona il nucleo familiare.

Salite e discese in un’altalena di sensazioni che avvincono il lettore.

Monica Sabolo ci trascina nelle trame oscure della mente, ci fa toccare la perdizione e lo strazio, il panico e la sofferenza pura.

Ci travolge con una scrittura visiva, così nitida da abbagliare.

Inverte il concetto di temporalità e alterna passato e presente smorzando la pressione ossessiva del ricordo.

Regala frammenti, incastrando più direzioni da seguire.

I segreti tornano a galla con ferocia, lentamente compongono un quadro inimmaginabile.

Inafferrabili presenze, vuoti da colmare come se la mente si rifiutasse di capire.

“Furono anni lividi, sono sepolti sotto la neve, un bianco denso a perdita d’occhio.”

Domina la rimozione con gli abiti sdruciti e le sembianze di ombre.

Saranno proprio le ombre a dipanarsi con un processo psicologico che sa recuperare anche “i sogni invisibili”.

“Abbiamo cercato di abbandonare il passato ma non si è mosso niente, tutto è esattamente dove l’abbiamo lasciato ventiquattro anni fa, nitido e brillante come pezzi di vetro.”

Il finale è liberatorio, una pozza di luce che si dilata e finalmente mostra la coraggiosa risalita, l’appagamento e forse anche la speranza.

Un libro bellissimo dove ogni frase è un canto poetico, una ricerca di perfezione stilistica.

Acquista il libro su:

 

 

Agenda Letteraria del 25 aprile 2020

 

“È da ventiquattro anni e tredici giorni, che è successo.

È da ventiquattro anni e tredici giorni, che non ricordo niente, solo qualche lampo, un’esplosione di bianco e luce, poi più niente.

Pesci, neri, viscidi. Felci, fosforescenti, appiattite.

I capelli delle amiche di mia sorella, che ondeggiano su spalle nude nel muoversi delle teste, mentre cercano Summer, mentre gridano il suo nome.”

“Summer”  Monica Sabolo  La Nave di Teseo

Agenda Letteraria del 22 aprile 2020

 

 

“La mia attenzione era stata distolta dalle ragazze che sfilavano nell’ingresso, una processione di ninfe anoressiche che parlavano in uno slang elitario e ristretto e lanciavano cenni di saluto a destra e a manca”

 

“Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra”  Claudia Durastanti  La Nave di Teseo

Acquista il libro su:

“Il verdetto” Valeria Parrella La Nave di Teseo

 

Si respira poesia in ogni frase di “Il verdetto”, pubblicato da La Nave di Teseo nella Collana “Gli squali”.

Ci si abbandona ad una scrittura che fa vivere i personaggi, li libera da ogni impaccio letterario rigoroso.

È la creatività che penetra nella tragedia greca, la reinterpretazione che si fa presente.

Clitennestra e il suo amore assoluto, senza riserve.

“Ero ancora una ragazzetta borghese, ragionavo con la mente degli altri, della mia famiglia, di mia madre.

Poi piano piano cominciai a capire che tutto ‘sto teatro mi piaceva”.

Donna bambina che si affida e si fida, che impara a non farsi domande, ad accettare i segreti del suo Agamennone.

Boss nella città dai mille volti, dominatore e mai dominato, padrone del quartiere, figlio di una cultura che non fa sconti.

Valeria Parrella sceglie per la sua protagonista il monologo che non cerca assoluzione.

La sua è storia che non vuole consensi e comprensione.

Pretende l’ascolto perchè solo attraverso le parole si può capire la scelta che nasce da una profonda sofferenza.

Da femmina si trasforma in figura mitologica, acquisendo consapevolezza e nell’atto disperato non c’è solo rabbia.

Si raggrumano insieme i silenzi, le attese, il dolore per la perdita di Ifigenia, la sconfitta per non aver saputo ribellarsi.

“L’amore per un uomo è dipendenza, è quello che da sola non sei abbastanza, e chiunque abbia un pò di buon senso, un poco di carattere e un istinto di sopravvivenza, sa che questa cosa si sconfigge solo con la morte.”

L’omicidio si tinge di significati emblematici e nel sangue non si chiude il cerchio.

L’autrice conosce la sua Napoli, i vicoli, le discrepanze, i vizi e quella luce che continua ad illuminarla.

La luce dei tanti che non si arrenderanno mai e lotteranno per una legalità negata.