Recensione di Margherita Ingoglia (@fimminachelegge” “La straniera” Claudia Durastanti La Nave di Teseo

Margherita Ingoglia (@fimminachelegge) recensisce “La straniera” di Claudia Durastanti La Nave di Teseo

Strutturato come le voci di un oroscopo, raccontato con un lessico famigliare rotto dal silenzio di una guerra di voci assenti.

Ricostruito con ritagli di memorie sparse necessarie a riunire la moltitudine di un’esistenza a pezzi da restituire ad un unico corpo; intanto vagare, alla ricerca di un approdo in mezzo una maiolica di radici.

Sentirsi appartenere ad ognuna di queste, tuttavia estranea a tutte.

“La Straniera” di Claudia Durastanti è il libro degli occhi che rivivono gli anni dell’infanzia, il ritorno dall’America, il trasferimento in Basilicata, il riflesso di sé in centinaia di specchi.

Rivedersi estranea a quell’evasione nel Sud del mondo, poi riscoprirsi costola di quella periferia visionaria, anarchica e magica, ma solo dopo averla lasciata.

Ripartire con una valigia carica di determinazione per farcela in un mondo di sofisticate apparenze, nonostante il sospetto d’esser in fondo, solo un animale domestico con addosso ancora l’odore di quella povertà che hanno i diversi e che, nonostante le bugie, i mascheramenti e la teatralità degli atteggiamenti, avere la taciuta consapevolezza che il corpo non sa mentire e presto o tardi potrà tradire, svelando ogni mancanza.

Tornare quindi al principio e a quella lingua rotta. A quei genitori tanto appariscenti da non aver bisogno di parlare, o almeno questo è quello hanno voluto far credere, esibendo una forza che hanno solo potuto dimostrare senza poter urlarla, come fanno i normali.

Suoni di voci rubate a una diversità che dialoga attraverso un alfabeto inventato, una lingua di contrabbando che si è trasformata in quotidiana normalità.

E ancora, tornare diversi, estranei al vento, in pace solo in quel silenzio perfetto tanto diverso, quello d’una camera anecoica che riconduce alla madre.

Quindi viaggiare, come una spora in costante mutazione senza voler scegliere, senza preferire al resto, senza il ‘preferisco e resto’.

Ricostruire l’identità con la nostalgia e la memoria, forse occhi nuovi per cercare la definizione più giusta di sé restando al confine di ogni contesto senza contorni certi.

Vagare quindi, alla ricerca di un approdo senza porto.

Ricomporre i pezzi di una storia d’eccezionale normalità e di una esistenza in perenne sfumatura, e alla fine forse decidere di restare così, unica e ancora per un po’ La Straniera.

“Il Colibrì” Veronesi La Nave di Teseo Recensione di Daria Ubaldeschi

Daria Ubaldeschi
@dariauba

Un romanzo sliding doors
Tutto può accadere nel romanzo di Veronesi, e tutto accade, o sembra accadere, ma poi si scopre che non è così, che ciò che pervade ogni riga senza soluzione di continuità è la sensazione del “cosa sarebbe accaduto se…”.

Un romanzo fatto di possibilità che i protagonisti, uno su tutti Marco Carrera, il protagonista, bene incarnano nelle loro inquietudini interiori.

E’anche il libro dell’inquietudine di quelli che l’autore chiama “gli irregolari”, che siamo tutti noi, perché gli eventi sono a volte così assurdi e sinistri da non poter che essere reali.

Veronesi ha capacità di scrittura non comuni, è diretto e coinvolgente, riesce a scrivere sette pagine senza mettere neppure un punto e la lettura che ne fuoriesce è musicale.

Non è da tutti, la sua è una scrittura onesta e perciò senza giustificazioni.

Terribile per certi versi questa storia che ti mostra quasi senza pietà quanto noi non conosciamo delle persone che più abbiamo vicine.

E nessuno si salva se non “mettendosi la mascherina”, sapendo essere insolente nei confronti del proprio destino, questa sembra essere la chiave di un testo che scorre dalla prima all’ultima pagina, che merita di essere letto per la genuinità della storia e la fragilità degli esseri umani che la costruiscono.

O forse, non proprio fino all’ultima, direi quasi, perché, e ancora non me lo spiego, alla fine Veronesi sembra avere una caduta di stile in un finale un po’ hollywoodiano, di riappacificazione (con sé, con gli altri, con la storia?) attraverso un momento catartico che neppure lo psicoanalista Carradori, pur nella sua estrema fallibilità, avrebbe approvato.

“Quanto blu” Percival Everett La Nave di Teseo

“Tutto quello che vi dirò è vero, ma non ho idea di cosa sia essere vero.”

La scrittura per Percival Everett è pura invenzione, gioco ad incastro di tante storie unite da un senso di irrisolto che affascina il lettore.

Le trame sono sempre imprevedibili, costruite su più piani sia temporali che stilistici.

Entrare in “Quanto blu”, pubblicato da La Nave di Teseo, significa attraversare un dedalo di possibili interpretazioni.

Voce narrante è Kevin Pace, un artista eccentrico e divertente.

Da anni lavora ad un quadro che tiene segreto.

Ed ecco la genialità dello scrittore, tenere avvinti ad un oggetto, metafora di un nulla o di un tutto, specchio ambizioso di un progetto etereo.

“I colori e i loro nomi sono ovunque, su ogni cosa. Tutti i colori hanno un senso, anche se non so dire quale, e se lo sapessi non lo direi”.

La dissociazione tra pensiero e rappresentazione è un costante, curioso interrogativo che non prevede risposte.

L’arte come mutamento, incessante ricerca di una insoddisfazione esistenziale, che si contorce senza approdare alla verità?

Parola che si nasconde tra le pagine in dissonanza con i sentimenti del protagonista.

I luoghi, gli affetti, le amicizie sono ombre che delineano un paesaggio sempre in fermento, senza strade parallele.

Il tempo scolpito nelle istantanee del 1979 raccontano la frattura tra passato e presente, il rimpianto e la certezza che qualcosa è sparita per sempre.

Casa e Parigi: capitoli che si alternano e bisogna trovare il nesso tra affettività e distanza.

Tutto è in sospensione anche l’amore e le scelte si conficcano nel cuore, creano ripensamenti e il desiderio forte di perdono.

Un romanzo che ha “una luce irreale, aspra, ruvida, stridula”, necessario per chi cerca assoluzioni.

 

 

 

Agenda Letteraria 30 gennaio 2020

 

“Tutti i colori hanno un senso, anche se non so dire quale, e se sapessi non lo direi.

I loro nomi sono più descrittivi della loro presenza, perchè la loro presenza non ha bisogno di descrivere, e non descrive, nulla.

Questa è la mia scrittura.”

 

Percival Everett “Quanto blu” La Nave di Teseo

Agenda Letteraria 16 gennaio 2020

 

“Hanno cominciato a andarsene i colori

l’azzurro prima, poi il rosso e il verde.

In un attimo ho perduto l’attesa e il ricordo,

un meriggio eterno s’è alzato fra ieri e domani.

Roberto Pazzi “Un giorno senza sera” Antologia personale di poesia 1966-2019 La Nave di Teseo 2020

Agenda Letteraria 12 gennaio 2020

“Non posso andare avanti:

mi devo fermare:

non posso andare avanti in questo passato:

è difficile crescere dall’erbe appassite del passato:

non crescerò più:

resterò ferma, chiusa in un oggetto muto senza emozioni”

“Il filo di mezzogiorno” Goliarda Sapienza La Nave di Teseo

 

“Ti lascio dormire” Edith Bruck La Nave di Teseo

“Quante cose ci sono rimaste da dire e quante ne resteranno!

Un’enormità, nonostante i sessant’anni vicini che non sono bastati, non a me almeno, per essere liberi di dire.”

“Ti lascio dormire”, pubblicato da “La Nave di Teseo”, non è solo l’addio ad un compagno che è stato

 

“Lingua patria famiglia madre e padre.”

È l’amore costruito giorno dopo giorno, fatto di condivisioni, di letteratura, incontri, viaggi.

È la storia di un tempo culturale vivace.

“La scrittura è ossigeno, purifica. Parlandoti, scrivendoti, mi sembra di emergere dal pozzo buio dove sono caduta.”

Difficile definire le pagine vergate con una passione che trascende l’umano.

È carne che diventa unione e sintonia, non più uno ma due.

Edith Bruck si fa voce narrante e in un monologo che ha i colori intensi del desiderio e quelli rossi, stranianti, della memoria, incide ogni frammento di due esistenze, mai sazie di guardarsi nel profondo.

Recupera e trascrive lettere, versi, evoca istanti e piccole quotidiane chiacchierate.

La sua è anche la confessione di una donna figlia di un’esperienza atroce.

La prigionia nel lager è quel masso che impedisce di dimenticare, è assenza di assoluzione, vertigine di ghiaccio.

Non solo il passato, anche il presente arriva senza filtri, analizzato con la lucidità della ragione.

“Non bastano le firme ma servono gli appelli a toglierci di dosso levigate colpe.”

 

Una sfida ad intellettuali e politici, un atto di accusa ai “tempi apocalittici”, alla “malerba dell’antisemitismo, mai estirpata”.

“Non sono bastati Hiroshima, il gulag e Auschwitz, tanto per citare i luoghi simbolo dove la potenzialità del Male dell’uomo si è realizzata”.

 

Libro liberatorio non solo per la scrittrice ma anche per chi legge.

Nel braccio che stringe in un soffio invisibile l’amante si abbevera il nostro bisogno di capire il prima e il dopo.

Nella certezza di una testimonianza molto intima sappiamo che l’orrore non potrà ripetersi e saremo noi leggendo alcuni brani di questo testo prezioso a continuare a difendere il diritto di vivere.

Agenda Letteraria 7 gennaio 2020

“La polena resta essenzialmente uno sguardo, attonito e dilatato. È per guardare che viene collocata a prua, per guardare qualcosa che ai marinai è vietato.”

 

“Chi naviga non può e non deve vedere veramente il mare, sostenere la sua immensità e il maturare del destino, guardare al di là del velo di acqua e di luce.”

Claudio Magris “Polene Occhi del mare” La Nave di Teseo

Buon 7 gennaio tra miraggi e leggende

Agenda Letteraria 6 gennaio 2020

“Nella notte stellare

È caduto il pudore

e ogni cosa risplende

il nome amore.”

 

 

“Io ascolto

innamorato

quello che non saprò

mai dire.”

 

“Non sei nel bacio

non sei nell’abbraccio

inizi quando

finalmente

taccio.”

Piero Salabè “Il bel niente” La Nave di Teseo