“Un dettaglio minore” Adania Shibli La Nave di Teseo

 

Quella che per gli israeliani è considerata la Guerra di Indipendenza per i palestinesi fu Nakba, una catastrofe.

Ricordarla significa rispettare le tantissime vittime e le 700.000 persone che furono espulse.

La scrittrice palestinese Adania Shibli parte da quello che può sembrare “Un dettaglio minore”

Lo stupro e l’omicidio di una giovane catturata da alcuni soldati nel deserto del Negev diventa prepesto per dimostrare la ripetitività degli eventi tragici.

Il romanzo, pubblicato da La Nave di Teseo e tradotto da Monica Ruocco, si divide in due parti.

Nella prima assistiamo alla cattura della ragazza e all’atmosfera che si vive all’interno dell’accampamento.

“Le tempeste di sabbia non riuscirono a fermare le operazioni di ricognizione, né il silenzio delle aride colline rese meno forte la sua determinazione nel localizzare gli arabi che erano rimasti in quella zona, oppure nel catturare gli infiltrati e chiunque si affrettasse a nascondersi dietro le dune di sabbia all’avvicinarsi del rombo del veicolo.”

Del comandante non conosciamo il nome, una figura ossessionata dalle gestualità quotidiane, irrigidita da un compito che sente come politico.

Dominano le descrizioni, la luce accecante del sole, il riverbero sulla sabbia, “l’oscurità dell’imbrunire”.

Il senso di oppressione viene sottolineato da un’andatura letteraria per immagini che a tratti acquistano la consistenza dei miraggi.

Nella seconda parte del testo a distanza di anni  una donna di Ramallah prova a scoprire cosa si nascondeva dietro quel gesto delittuoso.

La struttura narrativa cambia bruscamente e sentiamo cosa significhi vivere in un territorio occupato.

Presente e passato mostrano lo stesso ghigno tragico, rappresentano  i segni di una persecuzione.

“Qui viviamo sotto un’occupazione.

I rumori degli spari, le sirene delle pattuglie militari e, a volte, gli elicotteri e i caccia da combattimento e i bombardamenti, a cui si aggiungono le sirene delle ambulanze, non solo precedono le notizie dell’ultim’ora, ma adesso fanno a gara anche con i latrati del cane.”

Analizzare con tanta lucidità il conflitto israeliano palestinese non è facile.

Dilatare gli spazi, affidarsi ad una scrittura distaccata, trsformare i protagonisti in ombre significa sfidare la Storia.

Ricordare a tutti noi che le guerre colpiscono con ferocia chi non ha nessuna colpa.

Un finale molto amaro, ultima tappa di un viaggio letterario che non vuole giustificare.

 

 

 

“Però l’estate non è tutto” Valerio Valentini La Nave di Teseo

 

Una scrittura levigata e purificata dai detriti della casualità.

Fonemi che si coniugano in una perfetta sincronia.

Raffinati voli della psiche costruiti con la versatilità dello studioso dell’animo.

“Però l’estate non è tutto”, pubblicato da La Nave di Teseo, sorprende per lo stile snello, per la trama fitta che si sviluppa su linee parallele.

L’amore di Vittorio e Silvia, compagni di scuola, è l’apice di una comunione di corpi che ci cercano, si scoprono, inventano linguaggi nuovi.

La purezza di una educazione sentimentale dove ognuno sperimenta il suo limite, prova ad infrangere le barriere del pudore.

Voce narrante maschile con tonalità insolite, che ci offre il paesaggio interiore prima del ragazzino, poi dell’adulto.

“Quello che mi sorprende, quando ripenso a quel periodo, è l’inspiegabile assenza d’inquietudine, dell’attesa del momento esatto in cui le cose avrebbero potuto prendere una piega diversa: un gesto, il sussulto che rendesse ormai insostenibile l’ostinazione nel pensarci amici.

Resisteva una serena noncuranza nel vivere quella complicità indefinita.”

I primi gesti timidi, le carezze, gli odori e le tante sfumature della passione.

“Provai il piacere indefinito di accanirmi contro i residui di un me stesso che ormai odiavo.”

Le lotte studentesche, il bisogno di essere protagonisti, il coraggio e i timori.

Sullo sfondo L’aquila e il tempo infinito prima delle scosse che distrussero la città.

Valerio Valentini ripercorre quei giorni, rivive il terrore, gli attimi in cui tutto si dissolve.

Il ritmo narrativo cambia registro, si fa insistente, invasivo.

È l’urlo di denuncia, la rabbia per l’assenza delle istituzioni.

È la fine di un tempo magico, la necessaria corsa verso la maturità.

Nel finale carico di tensione sembra che il terremoto non sia solo evento da narrare.

È metafora di macerie che restano a ricordare gli errori, le frasi non dette, gli ultimi tragici abbracci.

I tanti disegni simbolici tracciano quelle schegge che vorremmo annullare.

Dolorose, taglienti raccontano chi siamo senza infingimenti.

Una storia potente e bellissima che sa mettere in discussione le nostre ipocrisie, la voglia di oblio.

Da leggere ripensando ad una ricostruzione che tarda ad arrivare, alle vittime e ai tanti che ancora credono nella redenzione.

 

Incipit tratto da “Quello che chiamiamo amore” Loreta Minutilli La Nave di Teseo

 

 

 

 

“All’inizio non sapevo ancora come chiamarlo.

Avevo dieci anni e volevo salvarla.

La vedevo poco, perché non frequentavamo la stessa scuola elementare: mia madre stava ben attenta a tenere me e mia sorella lontani da tutto ciò che avrebbe potuto definirci come membri del nostro quartiere.

Sempre, invece, sentivo la sua vocina stridula di bambina: faceva i capricci perché non voleva mangiare pasta e piselli, rifiutava di mettere a posto le Barbie dopo averci giocato, si chiedeva perché l’arcobaleno avesse proprio sette colori.

Io ascoltavo, perché il mio balcone era quasi di fronte al suo, solo un po’ più in basso. Distinguere la voce di Elisa non era facile, perché per prima arrivava quella di sua madre, un boato spaventoso con un messaggio ancora più inquietante.

La madre di Elisa si chiamava Lucia e ogni giorno affrontava il dramma di avere in casa i propri figli.

La presenza di Elisa e di suo fratello Gabriele la turbava, le impediva di organizzarsi come avrebbe voluto, era un problema che si riproponeva di continuo e restava senza soluzione. L’unico modo che Lucia aveva per affrontarlo era urlare.

Urlava quando bisticciavano, urlava quando facevano domande, urlava quando non si alzavano dal letto, urlava quando non si vestivano abbastanza in fretta, urlava, semplicemente, quando li vedeva di fronte a sé, due piccoli concentrati di vitalità che avevano bisogno delle sue attenzioni.

Mannaggia a voi e al giorno che siete nati.

Vi potessi uccidere lo farei subito.”

“Di tu in noi” Cettina Caliò La Nave di Teseo

 

“Canto la leggerezza della morte che talora vince sulla foga scorticata della vita.

È un dire indicibile, questo canto.”

“Di tu in noi”, pubblicato da La Nave di Teseo, è certezza di un’assenza che si fa presenza.

Ricordo del tempo vissuto insieme.

Parola intinta nelle sfumature del passato.

Presente scandito da “giorni che sono vite intere.”

Bacio, carezza, abbraccio, gestualità da ripercorrere per non dimenticare.

“Ti tengo

Nell’entroterra dell’anima

In un respiro di due sillabe.”

Cettina Caliò si offre con il corpo interpretando il suo dolore.

I versi dedicati al marito, Sergio Claudio Perroni, sono canto sommesso, abbandono alle pulsazioni del cuore.

Non ci sono filtri nè distanze.

È necessario ritrovare la voce dell’altro, resistere alla tempesta che frantuma ogni speranza.

Imparare a riempire lo spazio vuoto, stringere una fotografia, accettare “l’istante deserto.”

“Nella quotidianità scandita

Del respiro

Perdo l’abitudine del volo

Senza le tue mani.”

L’espressività delle frasi, il ritmo ora concitato ora pacato, le assonanze linguistiche, la ripetizione di un fonema scandiscono lo stile della poetessa.

Casa, vuoto, voragine, buio cercando l’incompiuto, il frammento mancante per completare il puzzle.

Nella consapevolezza del “provvisorio” costruire una trama che contenga il noi.

“È uno straripare di mondo

Che uguale si ripete

Ignaro

Di noi a occhi chiusi

In un presente con gli argini

Rotti.”

Nella solitudine comprendere “la contrazione”, “il respiro strappato”, “la fede taciuta.”

Un’elegia di infinito amore che non si spegne ma arde sempre più vivace.

“Nel forse di ogni passo

A ridosso del silenzio

Tu mi parli ovunque.”

 

 

 

 

“Disordini” Michele Ainis La Nave di Teseo

 

“Oscar non ha più un lavoro, né una casa, forse neppure un nome.

Sono rimasti incollati addosso all’altro, lui è un abusivo, un impostore suo malgrado.”

Svegliarsi e scoprire di non avere più lo stesso volto.

Scomparse le sembianze di professore universitario, resta una maschera ignota.

Abbandonare Roma dove nessuno lo riconoscerebbe e rifugiarsi alla pensione Cacioli, a Roseto degli Abruzzi.

Luogo dell’infanzia e del primo amore, ritorno al ventre caldo dell’origine.

“Il suo viaggio a Roseto dopotutto è una ricerca, è un inseguire l’orma del bambino che l’ha preceduto, prima che l’adulto la calpestasse sotto le sue suole.”

“Disordini”, pubblicato da La Nave di Teseo, è materializzazione del doppio, scomparsa di una identità definita.

È il vuoto dell’anima, l’astrazione dalla soggettività.

Quando questa strana metamorfosi dilaga bisogna indagarne le cause, cogliere la difformità di comportamenti.

Trovare nei compagni di avventura un segno comune, forse semplicemente il desiderio di sperimentare un’alternativa.

Sentire che il presente con le sue regole sfugge al controllo, diventa materia in continuo mutamento.

Accompagnati da il “Preludio in Mi minore di Chopin”, entriamo nella suggestione fantasiosa realizzata da Michele Ainis.

Siamo attratti dalla giostra temporale che è ingannevole e ci costringe a cercare punti saldi.

Occhi di Medusa, ipotetici untori, una nuova armatura, grumi di “sensazioni tattili e olfattive”, infingimenti per paura di entrare nel dirupo della invisibilità.

Lo scrittore tocca corde profonde dove la ragione si disperde in piccole bolle di colore.

“Bisogna arrendersi all’idea che non ci sia un originale, che ciascuno vesta molte facce nell’arco della propria esistenza, talvolta della stessa giornata”.

Chi siamo veramente? Il volto è solo specchio perverso di immagini che teniamo segrete?

“Il fuori e dentro non esistono, c’è solo una landa di passaggio.”

Frasi che sgorgano da fonti pure, scelta accurata del linguaggio e la sperimentazione di una realtà virtuale.

 

 

“La felicità degli altri” Carmen Pellegrino La Nave di Teseo

 

“Farsene qualcosa delle ombre, senza più riscacciarle, è quanto ho dovuto imparare.”

“La felicità degli altri”, pubblicato da La Nave di Teseo, è storia di madri che non sanno amare, di figli abbandonati, di miti che diventano reali.

Cloe nel viaggio impietoso nel nucleo profondo del dolore di bambina vuole uscire dalle nebbie di una sofferenza cristallizzata.

“La verità è che ho conosciuto troppa vergogna per poter sostare a lungo nei miei panni e troppe cose sono accadute per riuscire a fermarmi in una città, a stabilirmi in una casa oltre un certo tempo.”

Il Generale, il professor T, Angela: figure nitide pronte a reggere il peso di un vuoto insopportabile.

I luoghi, gli incontri, gli amori sbagliati portano verso una catarsi necessaria.

Si può assolvere la donna che ti ha partorito?

Come accettare la scomparsa del fratello?

Quali steccati abbattere prima di accettare la Verità, diluire la nebbia dei ricordi, imparare a volersi bene?

Carmen Pellegrino scrive un romanzo che rifacendosi alla tragedia greca riscrive le parti assegnate ai figli.

Restituisce alle donne il diritto di perdersi nelle paludi della dispercezione del sè, di stracciarsi le vesti cercando un’espiazione che nessuno potrà concedere.

Alterna introspezione a meditazioni filosofiche.

Riempie gli spazi di fantasmi, li insegue sapendo che sono fatti di nulla.

Scende negli abissi del Caos primordiale, prova a comporre le forme dell’amore.

Racconta la disarmonia del corpo che è abitato dalla paura della solitudine.

“Il varco.

Il nuovo inizio.

Parole delicate, incantatorie, piene di luce.”

Nella lotta dell’anima che non sa più accettarsi c’è la storia di tutti noi, “viandanti nell’oscurità”.

Tornare ad essere bambini, evocare la tenerezza di un corpo indifeso.

Imparare a danzare, ad essere leggeri, a comprendere che “alla famiglia come destino abbiamo preferito la famiglia come scelta.”

Un messaggio forte da accogliere come dono nella certezza che restano a proteggerci coloro abbiamo amato.

Nella poetica della memoria l’autrice mantiene eleganza e stile, nella scelta dei versi citati  regala assonanze con il proprio patrimonio letterario.

Certamente “le parole sono intenzioni.”

Al lettore il piacere di scoprirle.

 

 

 

 

“E tutte vissero felici e contente” Emma Dante La Nave di Teseo

Emma Dante in “E tutte vissero felici e contente”, pubblicato da La Nave di Teseo, smonta con ironia gli archetipi dominanti nelle favole della nostra infanzia.

Divertente e provocatoria mostra un femminile non più passivo.

Lo fa costruendo tracce interpretative dove l’inconscio ha ruolo dominante.

Capovolge i ruoli e frantuma le nostre paure.

La genialità nell’ideare due Cappuccetto Rosso offre una lettura critica dello sdoppiamento dell’io e in questa fantastica modulazione di due identità contrapposte colloca la forza del personaggio.

Propone finalmente delle bambine in carne ed ossa con difetti e creatività, capaci di scegliere autonomamente come articolare la relazione con gli altri.

Intreccia la Storia classica con la fiaba di Hansel e Gretel e con questa combinazione rimuove quel meccanismo che ci ha stregato e impaurito.

Siamo noi a manipolare la narrazione, protagonisti assoluti nel reggere i fili della struttura narrativa.

“Il lupo, terrorizzato, balza indietro tre volte, gridando come un ossesso.

Cappuccetto lo rincorre.

Il lupo scappa.”

Satira pungente alla idea dominante di forza e debolezza.

In Rosaspina forti sono gli accenti dissacratori della figura mitica del principe e nel finale a sorpresa è evidente la Potenza rivoluzionaria dell’autrice.

“Gli alti e bassi di Biancaneve” fa riflettere sulla futilità della bellezza e sui luoghi comuni che relegano la donna a schiava della futilità.

L’utilizzo del dialetto siciliano è la firma di una Maestra che nella sua arte ha celebrato la sua terra.

Ne ha raccontato l’accento fonetico, la forza attrattiva dei luoghi, la fluidità di una creatività che nel quartiere popolare ha trovato una caratterizzazione.

Più classica è la riscrittura di Cenerentola forse perché si vuole creare l’effetto della scenografia teatrale.

Una commedia senza tempo che incarna la terribile capacità dell’essere umano di trovare vittime da sottomettere.

Un testo delizioso arricchito dalle illustrazioni di Maria Cristina Costa.

Una stilizzazione del tratto che rende magistralmente il vissuto dei personaggi.

 

“Spiare la prima persona” Sam Shepard La Nave di Teseo

“Spiare la prima persona”, pubblicato da La Nave di Teseo, è l’ultima prova letteraria del premio Pulitzer Sam Shepard.

In parte registrato o dettato perché  ormai la SLA gli impediva di scrivere è la rivisitazione di un’esistenza attraverso flash di ricordi.

Con un ritmo visionario le immagini appaiono e scompaiono dando il senso dello scorrere del tempo.

Due uomini dominano la scena e pur non incontrandosi intrattengono un dialogo intimo e molto poetico.

Uno riflesso dell’altro o semplicemente un’unica anima che cerca di ricongiungere passato e presente.

“Lo sento avvicinarsi, sempre più vicino.

Lo sento respirare.

Dall’alito non capisco se è maschio.

Non so cosa vuole.

Diventa sempre più curioso dei miei spostamenti.

Di me.

Pare voglia sapere qualcosa delle mie origini.”

Origini disperse come foglie secche mentre ci si chiede quale sia la radice di sé stessi.

La memoria si aggroviglia e macchia le pagine con piccoli segnali di un prima dove bisogna entrare senza chiedere permesso.

Non è facile narrare anche l’indicibile, spogliare quel che resta di un corpo offeso.

La casualità potrebbe essere una chiave di lettura filosofica ma a me piace immaginare un flusso di pensieri liberi.

“Un pianoforte verticale, tanti libri, tanti quadri, tanti animali impagliati, un tavolo di quercia, un divano sfondato, tutta la roba che avevamo accumulato.”

Oggetti e luoghi e colori si intrecciano in una lirica straniante.

Il deserto e la tormenta, il vecchio Messico e l’Arizona: un mappamondo che gira vorticosamente su se stesso e non importa la destinazione.

È il passo che si usato nel calpestare il suolo, la valigia di sogni e delusioni che hanno appesantito il viaggio.

Tutto cambia inesorabilmente, restano solo volti che cercano la luce e negli altri ritrovano il luccichio di una stella cadente e un passato che si presenta frammentato.

“Che cos’è il presente?

L’esperienza del presente è quella dell’anonimato.”

Una frase enigmatica che racchiude una verità e una domanda.

Chi siamo e dove stiamo andando?

Troveremo nostri simili pronti ad ascoltare o la Storia è solo una lanugine che si disperde nel vento?

Forse è tempo di soffermarsi sulle parole, sul momento, su chi dal cielo sa regalarci tante suggestioni.

 

 

 

“Le mani piccole” Andrés Barba La Nave di Teseo

“Suo padre morì sul colpo, sua madre in ospedale”.

Un incipit che segna con il suo reticolo di inaccettabili verità “Le mani piccole”, pubblicato da La Nave di Teseo.

Il dolore per la piccola Marina è una lastra di gelo che contiene lacrime e urla inespresse.

Suoni che si susseguono mentre tutto si infrange.

Non esiste più un prima, solo “un silenzio che non era una carenza né una negazione”.

Le emozioni si solidificano, diventano pezzi di roccia mentre le parole non hanno più una logica.

Inghiottita da un orfanotrofio che offre solo sguardi furtivi e la consapevolezza di una distanza.

Le altre bambine sono repliche di una stessa figura come se qualcuno avesse cancellato lineamenti e forme.

Non c’è spazio per la rappresentazione del sè e l’affetto è un pericoloso nodo scorsoio.

“Solo una bambola non mentiva.

Solo lei restava queta,  come a metà di una lunga vita.”

Oggetto che nell’immobilità e nell’assenza di fisicità è l’unico brandello di speranza.

Andrés Barba narra l’infanzia abbandonata, il peso di una rabbia che cerca vittime, il terrore di non riconoscersi come gruppo.

L’arrivo di Marina è contaminazione, spiraglio di altre possibili esistenze.

È il prima di una casa e di affetti, il ricordo di un viaggio o di un film.

“Era un pò come se fossimo innamorate di lei, del suo corpo, dei suoi ricordi.

Lei non poteva capire il nostro amore.”

La frattura con ciò che non si vivrà mai si esprime con quella ferocia che nasconde un vuoto abissale.

La narrazione ha vortici e spirali, procede con un ritmo che crea dipendenza.

Desiderio di sfiorare una mano, sentire il calore e al contempo la paura di essere respinti.

La terza parte del romanzo è la consacrazione di un patto drammatico, estremo.

L’unione e la fusione in una gestualità scomposta.

Il segno che le fragilità infantili si nascondono in fantasie che spesso sfuggono a noi adulti.

Un testo che travolge e sconvolge, apre varchi interpretativi ma sono solo piccole, illusorie gallerie.

Il labirinto interiore resta invalicabile e questa scelta dello scrittore diventa un interrogativo che continua a trafiggere le nostre menti.

 

 

 

 

“Le amanti” Elfriede Jelinek La Nave di Teseo

“Se qualcuno ha un destino, è un uomo.

Se qualcuno si vede imposto un destino, è una donna.

“Le amanti”, pubblicato da La Nave di Teseo, registra con una scrittura tagliente e sincopata le regole asfissianti della società patriarcale.

Il “Bel paese e la sua fabbrica

“contenta quando gente contenta vi si riversa, perché la gente contenta produce di più di quella scontenta.

Le donne che lavorano qui non appartengono al proprietario della fabbrica.

Le donne che lavorano qui appartengono alle loro famiglie.”

Lavoratrici a cottimo che nella ripetitività di una catena di montaggio non hanno voglia di sognare.

Educate ad essere figlie, mogli, madri non conoscono la disobbedienza.

“Nel corso degli anni si è instaurato un ciclo naturale: nascere, iniziare a lavorare, farsi sposare, smettere di lavorare, avere una figlia, casalinga o commessa, per lo più casalinga.”

Si alternano nella narrazione due figure femminili e saranno loro, con brandelli di speranze a dar corpo ad un testo struggente e drammatico.

Brigitte, “figlia illegittima di una madre che cuce le stesse cose di Brigitte, cioè reggiseni e corpetti”,  ha imparato che solo un marito potrà farla entrare nell’universo della normalità.

Heinz è futuro anche se rattoppato, stentato, violento o peggio indifferente.

Paula ha solo quindici anni e lo stesso destino che imprigiona in un amore inventato.

Crede nel sentimento per Erich e cerca disperatamente di essere oggetto e non soggetto di desiderio.

“Paula crede ancora che la vita è l’amore siano davanti a lei, non sa ancora che, nel migliore dei casi, ha davanti a sé il suo stesso amore.

Bisogna fare tutto da soli.”

Elfriede Jelinek è maestra nel delineare la passività che non ha speranza.

Scandaglia il territorio impervio dei ruoli all’interno della coppia.

Esaspera le diversità tra maschio e femmina, destruttura “la famiglia felice”, mostra le crepe di una società industrializzata ma non acculturata.

Insegna che non bisogna perdere lo sguardo d’insieme del presente e del futuro.

Invita a guardare fuori dal piccolo, ristretto, angusto spazio affettivo.