Agenda Letteraria 6 agosto 2020

 

 

“Si sente come alla stazione a salutare qualcuno che si ama,

quando il treno tarda a partire e si rimane a guardarsi dal finestrino,

pieni di cose da dire ma senza più frasi che siano del taglio adeguato al momento –

e, benché a malincuore, non si vede l’ora che il treno si muova.”

 

“L’infinito di amare”  Sergio Claudio Perroni  La Nave di Teseo

Agenda Letteraria 4 agosto 2020

 

 

 

“Per cominciare a entrare nella mentalità dei greci e nella loro idea dell’amore, bisogna partire da una considerazione: per loro, gli dèi erano diversi dai mortali solo perché, oltre ad avere alcuni poteri in più, vivevano in eterno.

Per il resto, erano identici: avevano gli stessi comportamenti (non sempre encomiabili) e gli stessi difetti di qualunque mortale.

A denunciarlo ai suoi concittadini, all’interno della sua critica al sistema educativo greco, fu Senofane.”

 

“Gli amori degli altri”  Eva Cantarella LaNave di Teseo

“Tra corpo e anima” Ludmila Ulitskaya La Nave di Teseo

 

“C’è solo un principio frontale come in questo verso.

Non c’è nel proscenio un poeta.

E la sala è muta.

Cala il sipario.

Uno studio nero.

C’è forse qualcuno o nessuno davvero?”

Ludmila Ulitskaya predilige il ritmo sincopato a sviluppi tortuosi.

La sua scrittura è l’insieme di ritratti collegati tra loro dall’essenzialità della forma.

Figure femminili riprese nell’atto di vivere, ritagliate e sistemate nell’album dei ricordi.

Ognuna è ricoscibile grazie a un movimento sulla scena.

È lo spostamento che permette il cambiamento.

L’impercettibile balzo della coscienza nell’atto di scegliere.

“Tra corpo e anima”, pubblicato da “La Nave di Teseo”, attraversa lo spazio tra carne e spirito, tra desiderio e azione.

Ogni racconto nella compattezza della trama che incede con passo accelerato verso un nucleo centrale è fotografia ingrandita di una o più esistenze.

“Poi la strada svoltava, sinuosa, e si apriva una nuova veduta: prevista e inattesa.”

In questa miscela di opposti la struttura narrativa riesce a mostrare momenti contrastanti.

Ma la scrittrice non cede alla lusinga del conflitto.

Le sue donne sanno di dover attraversare un confine, ne conoscono i pericoli e le allettanti promesse.

Scelgono con un distacco che nasce dalla certezza che la libertà è l’unica carezza possibile.

“No, non aveva confini quel mondo così luminoso.

Si estendeva, sviluppava, avanzava, curvava.

Come una serpentina.”

Non ci resta che camminare lasciando per strada amori ingombranti, polvere di sogni inavvicinabili.

Un libro che si avvicina all’essenza dello spirito dialogando con quel Sè che ci fa prigionieri.

Forte, duro, intransigente e teneramente generoso nel donare il segreto della tenacia.

“Non le voglio diverse, io amo queste sventate, sapienti, sfacciate, fidate, ammalianti, fasulle, stizzose incantevoli e superstiziose, svampite idiote incallite che insegnerebbero anche agli angeli in cielo… Io vi voglio così – e così io vi sono all’altezza.”

Una danza di voci che nell’alterità sono esempi preziosi.

“Il romanzo dell’anno” Giorgio Biferali La Nave di Teseo

Un incidente stradale e Livia è in coma.

Niccolò si affida alla scrittura per convivere con una mancanza che lo lacera.

“Il romanzo dell’anno”, pubblicato da “La nave di Teseo”, potrebbe essere la solita storia d’amore senza scarti ideativi.

Giorgio Biferali riesce a creare un testo che fa riflettere sul tempo che passa inesorabile come se nulla fosse accaduto.

Estraneo ai nostri personali drammi il calendario scorre e si può solo riempirlo di parole.

Spontanee come quelle di un ragazzino che sperimenta il potere taumaturgico del dialogo con se stesso.

Dolorose come i ricordi di giorni felici, incerte perché il futuro è diventato opaco.

Solitarie mentre si barcolla di fronte al vuoto che avvolge.

Le lunghe liste composte insieme, i film, i libri letti e commentati: un lungo rincorrere pezzi di esistenza insieme.

Si corre verso il finale con frenesia ma una frase, una domanda, l’evocazione di un’immagine rallentano la lettura.

Si scivola dentro una trama che fin dall’inizio lascia tanti sospesi.

Lo scrittore già in “L’amore a vent’anni”, (tunuè) ci ha abituati alle sorprese.

Nel ribaltare i punti di vista offre una panoramica letteraria interessante.

Niente è come appare perché “vivere è passare da uno spazio all’altro cercando di non farsi troppo male.”

“A una certa ora di un dato giorno” Mariantonia Avati La Nave di Teseo

Il padre di Emma è scomparso inghiottito dal nulla lasciando il marchio della colpa.

Passano gli anni ma la mancanza brucia trasformando il presente in un costante bisogno di essere accettata.

Luca è tormentato dalla morte del fratello che non ha saputo abbracciare negli ultimi istanti di vita.

Entrambi sono in fuga da se stessi e quando scelgono di vivere insieme non sanno che precipiteranno in un baratro di infinito dolore.

“A una certa ora di un dato giorno”, pubblicato da La Nave di Teseo, affonda la narrazione in una relazione che ha troppe zone buie.

Ne svela i contorni lentamente mostrando la fragilità che diventa aggressivitá.

Delinea un quotidiano devastato da paure e menzogne.

Mostra, scegliendo come voce narrante la figura femminile, una resistenza che solo le donne sanno conquistare.

Affida alla protagonista il messaggio di chi è intrappolato da un sentimento forte:  il desiderio di essere angelo salvatore.

Descrive stati d’animo con una lucidità capace di far sentire sulla pelle ogni lamento, ogni urlo.

Un linguaggio che usa non l’immagine ma la sensazione, la purezza del pensiero.

Mariantonia Avati conquista il lettore con una scrittura elastica ed ambivalente.

Racconta lo scontro di due anime, vittime e carnefici in un perfetto gioco di rimandi al passato.

Crea effetti a sorpresa che lasciano senza fiato e che smantellano la trama.

Una tela che si scompone nelle ultime scene, sfilacciandosi in stracci che si disperdono in una camera d’albergo.

Quando la verità affiora con violenza non c’è tempo per i ripensamenti.

Bisogna scegliere tra le catene di un vortice senza redenzione e la corsa verso un piccolo raggio di sole.

Un romanzo completo, intenso, emozionante.

Un viaggio psicologico costruito ad arte tra ombre e luci di corpi che si abbandonano su rive limacciose.

Una cosa è certa: “non basta la tenerezza” per accettare l’indicibile.

 

 

“Mia sorella è una serial killer” Oyinkan Braithwaite La Nave di Teseo

Oyinkan Braithwaite in “Mia sorella è una serial killer”, pubblicato da La Nave di Teseo, illumina l’Africa regalandole una visione contemporanea, libera da stereotipi.

Romanzo geniale che  coniuga brillantemente più generi letterari.

Brevi capitoli dove si respira un’aria frizzante, sciolta, immediata.

Voce narrante è Korede, donna determinata, pronta a tutto pur di difendere la sorella Ayoola, innocente fanciulla che ha solo “un piccolo difetto.”

Uccide i suoi amanti con dell’ingenuità che solo una bambina sa provare.

Una commedia divertente con dialoghi veloci e personaggi ben caratterizzati.

Nello svilupparsi della trama sentiamo nel profondo rapporto tra le due donne un filo invisibile e misterioso.

Qualcosa che affonda nel passato e che si prova a celare.

“La nostra rabbia non ha causa, a meno che il sole non sia la causa.

Le nostre frustrazioni non hanno radici, a meno che il sole non sia una radice.”

La scrittrice ha l’abilità di creare una suspance crescente, lo stato di attesa di una rivelazione.

Non è casuale l’ambientazione nell’ ospedale dove Korede è infermiera.

È il luogo in cui tutto può dilatarsi, dove si può provare compassione per uno sconosciuto, dove non ci sono mezze misure.

“Vengono in ospedale per farsi curare, e a volte non sono solo i loro corpi ad avere bisogno di attenzione.”

È vita e morte e in questo gioco sull’orlo di un abisso si costruisce il secondo piano narrativo.

La relazione affettiva può diventare un laccio pericoloso e nel finale il lettore comprenderà quanto buio possa offuscare la realtà.

Il testo ha un taglio psicologico molto profondo ma sa essere anche liberatorio.

È un invito ad imparare a curare le ferite e a dimenticare.

 

 

“Il paese degli altri” Leila Slimani La Nave di Teseo

“Era la vita a essere fasulla, incongrua, era la realtà ad apparirle come una volgare finzione, come una menzogna. Mentre assaporava la felicità di aver vissuto altrove, di aver sfiorato passioni sublimi, in lei bolliva una sorta di rabbia, di amarezza.”

Quali sentimenti si nascondono nell’animo di Mathilde?

Da giovane ha abbandonato l’Alsazia per seguire Amin, uomo dei sogni, romantico miraggio di un Oriente agognato.

“Il paese degli altri”, pubblicato da La Nave di Teseo, è la sconfitta delle illusioni, l’incontro con la miseria di una realtà senza colori.

È il vento africano che penetra dovunque creando un vortice di sensazioni.

È il caldo torrido che spezza con il suo peso.

“Le donne, dall’alba al tramonto, stendevano la pasta di mandorle, inzuppavano dolci fritti nel miele.”

Vivono relegate in una quotidianità che non prevede la partecipazione alla vita sociale.

Leila Slimani racconta un Marocco che vorrebbe liberarsi dal giogo francese, incide ogni pagina con l’odore forte e penetrante di un popolo che sta maturando una ribellione.

Alla protagonista è affidato il compito di coniugare due culture.

Un percorso personale doloroso, rabbioso, incostante perché la strada per la libertà è complessa, affollata da ombre che rallentano il passo.

Un romanzo storico dove gli eventi travolgono la struttura narrativa.

Un ritmo che parte lento per raggiungere nel finale una esplosione di vitalità.

Una lezione per chi vuole accogliere e conoscere la difficoltà di inserimento, il turbamento di chi è straniero.

E forse la sottile insinuazione che siamo tutti ospiti su questo lembo di Terra.

 

 

 

“Il nero abisso esistente tra noi” Luca Ricci La Nave di Teseo

 

 

“Quando le cose che si pensano non hanno spazi ecco che se ne affaccia uno, angusto e immenso come certi lavori spericolati di Escher, salvifico, il regno del paradosso e degli esperimenti, quello della letteratura.”

Luca Ricci sa trovare le parole che abbiamo tenute prigioniere mentre la pandemia si abbatteva impietosa.

Ritrovarle in “Il nero abisso esistente tra noi”, pubblicato da La Nave di Teseo ci fa sentire liberi.

Possiamo insieme all’autore ripetere ad alta voce che “la vita è l’argento vivo che abbiamo in corpo.”

Il confinamento non è solo fisico ma abbraccia la sfera emotiva, disintegra le passioni, provocando una stasi.

Leggendo ci accorgiamo che il virus trasformato in “Divo” non ha il diritto di confinare le nostre emozioni.

Il racconto di un incontro casuale può essere metafora di un nuovo approccio affettivo?

Un uomo che vive nell’infingimento con una lucidità straziante, una donna che è affamata d’amore.

Le due figure  escono dalle pagine, si muovono in una città desolata, raccontano nella gestualità del desiderio una fragilità solitaria.

“Le ore ristagnano nella stanza, si forma un aerosol di tempo, i periodi si distorcono, gli intervalli si protraggono.”

La sopraesposizione delle immagini mostra le qualità letterarie di uno scrittore che sa andare in profondità.

Ha il coraggio di esporsi, di mostrare la follia quotidiana che i mezzi di informazione dilatano ossessivamente.

Mostra il lato oscuro del nostro animo, quella ribellione carica di rabbia e di tensione, invita a ritrovare l’immaginazione.

Un libro straordinario, uno stile asciutto, implacabile e vero.

 

“L’infinito di amare” Sergio Claudio Perroni La Nave di Teseo

 

“E restano ancora a guardarsi, sentendo se stessi preceduti e percorsi da fiotti di pensieri imprendibili”

Incontro di due anime che si cercano, si respingono, inscenano una danza d’amore.

Sguardi che raccontano anche i silenzi.

Occhi pronti a cogliere frammenti di luce.

Mani che si sfiorano e nel riconoscersi inventano un linguaggio segreto.

È il corpo nella sua essenza più pura protagonista di “L’infinito di amare”, pubblicato da La Nave di Teseo”.

Testimonianza postuma di Sergio Claudio Perroni è sintesi di quel fermento interiore che è presente in tutte le opere.

È l’apoteosi della forma che trova nell’ espressività poetica la rappresentazione filosofica della relazione.

Il periodare lungo sviluppa un ragionamento articolato che spazia in ambiti intimi, pozzi mai esplorati.

Il piacere è ridondante, ricerca non solo dell’altro.

È il sè che si specchia nel mare aperto delle infinite sfumature della passione.

“Lei tiene gli occhi chiusi, serrati come per non farne schizzare fuori le sensazioni da cui si sente percorsa, scandite come piccoli solidi in movimento.”

Il trionfo delle percezioni, la capacità di comunicarle, di renderle pulsanti.

Ogni frase sviluppa un percorso ideale, figurato, dove niente è scontato.

C’è il pudore del sentirsi vulnerabili, la tenerezza di una carezza, l’esplorazione della sensualità.

Una resa incondizionata che dura pochi istanti e poi le distanze si ristabiliscono, si ritorna ad essere “due”.

Un romanzo intenso, a tratti misterioso.

Si sente che c’è un non detto da interpretare, un mondo pieno di ombre, un messaggio da decifrare.

“Si sente come alla stazione a salutare qualcuno che si ama, quando il treno tarda a partire e si rimane a guardarsi dal finestrino, pieni di cose da dire ma senza più frasi che siano del taglio adeguato al momento – e, benché a malincuore, non si vede l’ora che il treno si muova.”

Si vorrebbe fermare quel treno, rallentare il momento dell’addio, provare a ritrovare l’emozione anche soltanto del ricordo.

Restano parole che inseguono il vento, figure che avanzano ricordandoci che la letteratura sa cancellare il dolore.

 

 

 

 

 

“Ho fatto la spia”Joyce Carol Oates La Nave di Teseo

 

“Avevo dodici anni.

Fu la mattina del mio ultimo giorno d’infanzia.”

Violet ci accompagna in un viaggio che non ci permetterà di tornare indietro.

Ci guida con la dolcezza di bambina, stringendoci la mano, cercando in noi alleati.

Ci sfiora impaurita all’idea di ferirci, abbassa la voce e in un sussurro si racconta.

Il padre amato e temuto, uno sdoppiamento di personalità, bianco e nero che si mescolano e confondono.

La madre vittima di sé stessa, prigioniera e carceriera.

Tempio della menzogna necessaria, vestale di segreti che si ingigantiscono trasformandosi in maschere grottesche.

“La voce mormorante di nostra madre che poteva essere spaventata, implorante.

La voce di nostro padre impastata, abrasiva, rimbombante.”

Modelli che certamente mostrano ambivalenze, influenzano e condizionano.

È come se la colpa prendesse forma spaziando nelle stanze, invadendo angoli, lasciando una scia di veleno.

Impersonale, subdola, presenza che penetra nella carne lasciando segni incandescenti.

“Le emozioni più dolci possono cambiare in un istante.

Tu credi che i tuoi genitori ti amino, ma è te che amano o il figlio che è loro?”

E la verità intravista in una notte di tormento.

I fratelli colpevoli di omicidio mentre ogni certezza si sgretola lentamente.

La famiglia diventa “un destino”, una trappola che sa celare con ipocrisia il marcio.

Si percepisce non l’affetto, ma la coercizione, la necessità di controllo e da questo tranello affettivo la giovane protagonista si libera con un atto che la travolgerà.

Un lento, progressivo bisogno di liberarsi dal peso della finzione.

Allontanata dalla famiglia si trasforma in un oggetto indifeso e le vessazioni, le violenze arriveranno brutali.

Il marchio la contraddistingue, ha tradito, ha spezzato il silenzio.

La narrazione ha variazioni di tono, si alza, si abbassa, si protegge.

La parola è sanguinante ma non porta mai all’assoluzione.

È analisi dei fatti perchè solo ogni episodio può permettere di entrare nella mente di una ragazzina.

Joyce Carol Oates si mostra e ci mostra l’estremo confine della perfidia, dell’odio.

Lo fa senza scalpore o bisogno di scandalizzare.

Rende giustizia a tante minori chiuse in case d’accoglienza, restituisce dignità alle vittime, regala la compassione.

Un romanzo tragico e tenerissimo, addolorato e suadente come un canto liberatorio.

Bisogna uscire dalla narrazione, cercare di ricomporne ogni dettaglio, apprezzare la forma letteraria, trovare il mosaico psicologico che l’autrice ha composto.

Rileggere con calma perché ogni frase è un invito a non giudicare con leggerezza.

È lo sguardo di chi con coraggio sa guardare l’abisso.

E’ la denuncia forte di un sistema giudiziario malato, di una società sessista e razzista.

È la testimonianza delle disfunzioni emozionali, del terribile desiderio di dimenticare.

Ma l’oblio è impossibile.