“La nave faro” Mathijs Deen Iperborea

 

“Una nave era fatta per salpare, per navigare e, dopo un lungo viaggio, entrare in un porto carico di promesse.

Un uomo di mare girava il mondo, sostenevano, conosceva tutti i porti, sapeva come andavano le cose oltreoceano e per questo ne taceva.

E aveva una mente aperta.

Ma questo non valeva per una nave faro.”

Bloccati in mezzo al mare, in attesa della fine del turno, in balia dei capricci del vento.

La metafora della condizione umana, prigioniera di se stessa e dei propri fantasmi.

“La nave faro”, pubblicato da Iperborea e tradotto da Elisabetta Svaluto Moreolo, narra l’esperienza dei marinai che si devono confrontare quotidianamente con l’immobilità.

Le giornate scorrono lentamente tra un turno e l’altro.

A spezzare questa apparente normalità l’arrivo di un capretto, destinato ad essere sacrificato come stufato.

Sarà l’animale a far ruotare la narrazione e a mostrare le crepe mentali dei personaggi.

La trama fin dalle prime pagine lascia in sospeso alcuni nodi cruciali che verranno svelati in un finale fulminante.

Ci si chiede quali siano i protagonisti ma bisogna avere pazienza.

Determinante è la figura del cuoco, enigmatico, poco avvezzo alle confidenze.

È lui ad anticipare il tema dominante.

Sappiamo che tiene a freno i ricordi, solo una foto di bambino insieme al padre e alla madre è tassello di un privato doloroso.

La rimozione diventa una difesa ma colpito dalla malaria non può più tenere a freno l’oppressione.

Riemergono frammenti che evocano paure e un infinito vuoto.

Altro personaggio significativo è il marinaio Gerrit Snoek.

“Era un trentenne alto e abbronzato che attraversava la vita a capo un pò chino, come sotto uno stipite troppo basso.

Dove si poteva, camminava mantenendo il contatto con il parapetto con la punta delle dita e lasciava vagare lo sguardo sul mare.”

Si aggrappa alla scrittura, fugaci e poetiche descrizioni dei colori che colorano le sue giornate.

Ancora un’altra simbologia attraversa il testo: è la nebbia che avvolge tutto, confonde i contorni e scatena la follia.

Mathijs Deen ha una prosa visiva, sincronica, musicale.

Riesce a creare una struttura visionaria giocando sul paesaggio, sui suoni, sui cambiamenti climatici.

Trasforma le forze della Natura in materia viva.

Mostra il conflitto dell’essere umano, il suo bisogno di dimenticare.

Intesse un romanzo mozzafiato permettendo al lettore di percepire le ansie, le paure, i vacillamenti di una comunità privata della libertà.

Sceglie con cura le simbologie proponendo una favola surreale e bellissima.

Demitizza i demoni che ci accompagnano, li trasfigura e ci rassicura.

Il cielo tornerà “limpido e senza nubi” e l’attrazione per la distesa azzurra continuerà a vincere ogni timore.

È acqua che purifica e fa rinascere, è balsamo per rielaborare la memoria.