Recensione di @CasaLettori: “Il centro del mondo” Andreas Steinhöfel La Nuova Frontiera Editore

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Titolo: Il centro del mondo

Autore: Andreas Steinhöfel

Casa Editrice: La Nuova Frontiera Editore

Collana: 

Anno di pubblicazione: 2022

Recensione

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La Nuova Frontiera inaugura una nuova Collana, “Oltre”, dedicata ai giovani che vogliono superare barriere e pregiudizi.

Sceglie il romanzo perfetto per iniziare un’avventura coraggiosa e istruttiva.

In un tempo in cui i nostri ragazzi vivono la confusione di un mondo complesso, poco chiaro e soprattutto poco attento alle problematiche giovanili è un atto eroico proporre, in alternativa alle abbuffate sui social, uno sguardo alternativo.

“Il centro del mondo”, tradotto dal tedesco da Angela Ricci, non si presenta cercando di incantare con una trama da videogioco, non usa strategie di intrattenimento fine a se stesso.

Parla al cuore dei lettori di tutte le età con grande onestà.

Attraverso la voce del diciassettenne Phil narra la realtà senza inutili edulcorazioni.

Ambientato in un piccolo paese di fatto rappresenta ogni ipotetico luogo della carta geografica.

Già nel titolo intuiamo che il libro non si fermerà ad una collocazione geografica precisa ma vuole rappresentare i mutevoli stati d’animo dell’adolescenza.

Sarebbe però un errore classificare il testo come un viaggio di formazione e di crescita.

Tanti sono i fattori che si intersecano tra loro offrendo una panoramica che coinvolge anche gli adulti.

Quando la mamma di Phil, Glass, arriva in Europa è incinta ed è decisa a lasciarsi alle spalle il passato.

È partita per ricongiungersi all’amata sorella Stella ma l’aspetta un’amara sorpresa.

Ecco il primo ostacolo da affrontare.

Quello che può sembrare un dettaglio si rivela un elemento fondamentale.

Esiste una scala molto ripida che bisognerà scalare e non sono previste scorciatoie.

Il nostro protagonista ha una sorella gemella, Dianne, con una personalità chiusa e complessa.

La piccola famiglia dovrà affrontare l’ostracismo degli abitanti, poco inclini a perdonare la frenetica vita sentimentale della madre.

Donna libera e con una filosofia ben chiara: non lasciarsi smontare dai pettegolezzi ed educare i figli all’autonomia.

È come se vedessimo ribaltate tutte le sovrastrutture culturali del nucleo familiare, un utile confronto soprattutto per i genitori che dovrebbero assolutamente leggere il libro.

L’omosessualità dichiarata di Phil si scontrerà con il dolore di essere considerato un corpo da usare.

La magrezza di Dianne sarà sintomo di un profondo senso di inadeguatezza.

La figura del padre assente e senza nome è un altro enigma da risolvere, provando ad accettare il vuoto.

La trama si sviluppa come un puzzle e questa tecnica narrativa accresce la curiosità.

Assistiamo ad una collocazione del sè all’interno di una sfera soggettiva e oggettiva.

L’autore riesce a sconfinare nelle terre desolate della solitudine, della frustrazione ma regala al contempo splendidi esempi di amicizia sincera.

Tanti i personaggi che animano le pagine ed ognuno segna un passaggio nella strada della vita.

La scrittura sa essere l’albero al quale aggrapparci, la conoscenza della letteratura il porto sicuro dove approdare.

“Non ho più paura di cadere.

È una bella sensazione.

La sensazione della vita in movimento.”

 

Editore

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Autore

Andreas Steinhöfel è nato a Battenberg, in Germania, nel 1962. È autore di numerosi libri con i quali ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti. È stato più volte nominato all’Astrid Lindgren Memorial Award e all’Hans Christian Andersen Prize. È il primo autore per ragazzi a essere diventato membro dell’Accademia tedesca per la lingua e la poesia.

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Copertina "Questi capelli" di Djaimilia Pereira de Almeida La Nuova Frontiera

Recensione di @CasaLettori: “Questi capelli” Djaimilia Pereira de Almeida La Nuova Frontiera

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Copertina "Questi capelli" di Djaimilia Pereira de Almeida La Nuova FrontieraTitolo: Questi capelli

Autore: Djamilia Pereira de Almeida

Casa Editrice: La Nuova Frontiera

Collana: Liberamente

Anno di pubblicazione: 2022

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“Mi chiedo come scrivere mettendo distanza se metto mano alla memoria, ma la distanza, me ne rendo conto ora, è la condizione stessa della memoria, non un’etica.

Il passato è un satellite necessario.”

 

Djaimilia Pereira de Almeida, angolana cresciuta in Portogallo, riesce a trovare una formula tutta sua per riscrivere il patrimonio genetico che le appartiene.

Parte da una connotazione fisica per intrecciare una narrazione che non è solo privata.

“Questi capelli”, pubblicato da La Nuova Frontiera e tradotto da Giorgio de Marchis e Marta Silvetti, è una provocazione.

Quei ricci ribelli e crespi sono segno di una diversità che viene vissuta con ironia.

Lisciare significava renderla uguale e spezzare quei fili che la legano all’Africa.

Finalmente arriva in Italia un testo che analizza il fenomeno migratorio attraverso le fasi di crescita di una donna.

Il racconto è lucido, spiazzante, molto luminoso.

Due culture che possono e devono incontrarsi: è questo che emerge fin dalle prime pagine.

 

“Non è una favola del meticciato, ma una storia di riparazione.”

 

Il riconoscimento di un’appartenenza che non può essere incasellata in un colore.

È l’emozione nel rivedere i volti dei nonni, circostanziare il loro arrivo in Europa, rendere onore al loro coraggio.

 

“Dire qualcosa significa portare in superficie quello che, per abitudine, non notiamo.”

 

Non la fisicità ma l’interiorità fatta di mille sfumature cromatiche.

La scrittrice seguendo un percorso di redenzione del passato suo e dei suoi avi compie una scelta ideologica.

Non si affida a frasi fatte, non è interessata a sfatare pregiudizi, ma a costruire e donare consapevolezza.

 

“La persona che non sono stata solo per me è una caricatura.

Appartenere a una minoranza non consiste solo nel prendere in prestito l’iconografia della nostra intimità; consiste nel cancellare ogni singolarità che potrebbe esistere, non nella vita che abbiamo vissuto, ma nella vita che non abbiamo vissuto.”

 

Una frase che sostiene il romanzo, ne rafforza il messaggio.

Ecco che il testo diventa un terapeuta.

Imparare ad onorare la persona che non siamo stati.

Quella che abbiamo nascosto o provato a modificare.

Suggestiva è la metafisica del luogo d’origine che non è solo fisico.

È quello spazio mentale dove è racchiuso il nostro prima.

Un invito a trovare un piccolo equilibrio tra ciò che siamo e ciò che avremmo potuto essere.

 

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Foto di Djaimilia-Pereira-de-Almeida

Djaimilia Pereira de Almeida è nata in Angola nel 1982 ed è cresciuta in Portogallo. È una delle voci più interessanti dell’attuale scena letteraria portoghese ed è autrice di romanzi e saggi tradotti in diversi paesi. Ha ricevuto il Premio letterario della Fondazione Inês de Castro, il Premio Oceanos e il Premio della Fondazione Eça de Queiroz. Questi capelli è stato finalista al PEN America Translation Prize.

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Recensione di @CasaLettori: “La terra d’ombra” Ron Rash La Nuova Frontiera

 

“La terra d’ombra” Ron Rash La Nuova Frontiera

 

 

“Il nostro mondo ha abbondanti scorte di realtà.”

Le parole di Ron Rash nella nota di revisione di “La terra d’ombra” ci faranno compagnia durante la lettura.

Sentiamo che l’autore vuole lanciare un messaggio ma non riusciamo a decodificarlo.

Siamo troppo presi dalla trama che non lascia spazio ai nostri pensieri.

Già il titolo ci induce a seguire un percorso accidentato e non sappiamo quanta luce troveremo.

Sbalordiscono i paesaggi, i dirupi, le conche, i contrasti cromatici.

In una terra che si nutre di pregiudizi vive Laurel, una ragazza che ha accettato un destino amaro.

La macchia sulla pelle è motivo di forte discriminazione, causata dell’ignoranza.

Viene considerata una strega e a questo appellativo non reagisce, è come se il destino le impedisca di essere felice.

Solo a scuola, finché ha potuto frequentarla, ha provato gioia.

La morte della madre, la malattia del padre, la partenza per la guerra dell’amato fratello Hank: eventi che l’hanno segnata ma non piegata.

Quando, attratta dal suono del flauto, incontra un uomo lacero e malmesso, non ha un attimo di esitazione.

Lo porta a casa e lo accudisce.

Lo scrittore costruisce una tensione forte sulla figura dello sconosciuto.

Lancia alcuni indizi sulle sue origini senza svelarne i segreti.

Tra Laurel e l’ospite nasce un sentimento tenero che darà una svolta all’esistenza di entrambi.

Siamo ammaliati dalla scrittura molto simbolica, dalla semplicità del quotidiano, dalle immagini di un luogo che sembra uscire da una favola antica.

A turbare l’equilibrio la guerra arriva come un mostro che costringe i giovani ad andare al fronte.

Pur non entrando nelle dinamiche degli scontri lo scrittore ha la capacità di farci riflettere.

Una piccola comunità si trova a fare i conti con i morti, i feriti, i reduci.

Ma, cosa più grave, deve identificare i nemici nelle sembianze dei tedeschi.

Il testo analizza con arguzia questa conflittualità voluta da altri, dimostra quanto sia pericoloso un conflitto.

Mette al centro l’essere umano e non mostra vincitori e vinti.

Solo vittime di un sistema che manipola le scelte annullando il senso della fratellanza.

Il finale è spiazzante e bellissimo.

Il rosso domina mentre si festeggia la pace.

E chi non ci sarà continuerà ad esistere nella mente di coloro che hanno amato.

La preziosa traduzione di Tommaso Pincio regala pagine di una bellezza struggente.

Resta la musica come sottofondo e la certezza che esistono per tutti attimi di estasi.

 

Catalogo LaNuovaFrontiera

Ron Rash, due volte vincitore del O. Henry Prize attualmente insegna alla Western Carolina University e vive a Clemson, nella Carolina del Sud.

“Niketche Una storia di poligamia” Paulina Chiziane La Nuova Frontiera

 

“Dio mio, aiutami.

Consigliami.

Proteggimi.

Dimmi cos’è l’amore secondo la tua dottrina.

Dio mio, l’amore di questo mondo non è matematica.

Non ha formule fisse, né magiche.

L’amore è capriccioso come il tempo.

Un giorno freddo.

Un altro caldo, un altro ancora, pioggia e vento.”

Difficile definire un sentimento tanto complesso con tanta precisione.

Ci riesce brillantemente Paulina Chiziane con una verve narrativa profonda e al contempo molto ironica.

Nel narrare il suo Monzambico non ha timore a rappresentare la condizione femminile.

Il suo pregio maggiore è quello di trasformarsi in una cantastorie che sa ricucire il presente con usi, costumi, tradizioni.

È l’oralità di un popolo ad essere recuperata per non andare dispersa.

Ma c’è di più.

La scrittrice traccia un percorso di consapevolezza valido per tutte e tutti.

Travalica i confini geografici e delinea i tratti di un maschile che vuole dominare.

“Niketche Una storia di poligamia”, pubblicato da La Nuova Frontiera e tradotto dal portoghese da Giorgio de Marchis, potrebbe sembrare una storia che non ci appartiene.

La poligamia è lontana dalla nostra cultura ma l’autrice ha l’intelligenza di mostrare cosa significa vivere all’interno di un patriarcato.

Alla protagonista ci affezioniamo subito per il suo eloquio sincero, per le domande che si pone.

Non accetta passivamente il ruolo di moglie tradita ma cerca di capire cosa è successo all’interno della coppia.

Decide di andare a lezione d’amore e le descrizioni dell’incontro con la “consulente” ci aiutano a capire come si vive la femminilità in terre altre.

I riti di passaggio dell’adolescenza alla giovinezza, la preparazione del corredo a quindici anni, i contratti matrimoniali, gli harem.

“L’amore è una torcia”

Quando si spegne chi è colpevole?

Il romanzo è ricco di riflessioni che vengono esposte con voce poetica.

Possiamo riconoscere i vari passaggi di un’anima in pena, la rabbia, il dubbio, il vuoto e…

“Una donna viene educata a essere sensibile come la bambola di porcellana, che si rompe in mille pezzi appena cade.

Preparata per la finezza e la delicatezza, ma gli uomini ci accarezzano con mani dure come il ferro e gli basta sfiorarci per romperci.

Ci vogliono soffici e suadenti come capelli.

Ma poi ci tagliano con la freddezza delle forbici d’acciaio.”

Il finale? Vi sorprenderà e vi insegnerà che è eterno solo ciò che si edifica insieme.

“Perché tornavi ogni estate” Belén López Peiró La Nuova Frontiera

 

“Perché riesci in tutto, tranne che a guarire.

Perché riesci in tutto, tranne che a dimenticare.

Perché sei l’unica che non si perdona: non ti perdoni di averglielo lasciato fare, non ti perdoni di essere chi sei, non ti perdoni di voler essere un’altra persona.

Puoi pure punirti, infliggerti del dolore, darti fuoco, rimarrai sempre nel tuo corpo.”

Quel corpo che é stato usato come oggetto di piacere quando eri solo una ragazzina.

Per anni ti hanno perseguitato le immagini della violenza mentre il silenzio assumeva lo spessore del metallo rovente.

Raccontare un abuso con tanta delicatezza sembra impossibile.

Ci riesce Belén López Peiró alla sua prima esperienza letteraria.

Riesce a cogliere le ferite che nessuno potrà emarginare, il senso di colpa che devasta ogni vittima.

Colloca l’evento all’interno di un nucleo familiare numeroso e nel narrare le reazioni di chi aveva intuito e taceva definisce una vigliaccheria collettiva.

Passa dalla prima alla terza persona, dà voce ai personaggi riuscendo a mostrarne il vero volto.

Strazianti le parole della giovane alla madre, troppo assente, schiava di un lavoro che le toglie entusiasmo e attenzione.

Terribile la reazione della moglie del colpevole: pur di salvare il matrimonio non vuole sapere e sentire.

Questo atteggiamento nasce da una atavica schiavitù alla figura maschile, dall’incapacità di ammettere di convivere con un mostro.

“Significa accettare e incoraggiare la brutalità di un uomo che crede di poter prendere in prestito l’infanzia di una donna e distruggerla.”

Ognuno recita la sua parte nel teatro tragico di una società maschilista e quando finalmente la ragazza ha il coraggio di denunciare subisce un ulteriore tormento.

Deve dimostrare di essere credibile.

“Perché tornavi ogni estate”, pubblicato da La Nuova Frontiera e tradotto da Amaranta Sbardella, é ambientato a San Pedro, provincia di Buenos Aires, ma potrebbe collocarsi ovunque.

L’attualità della trama è amplificata da una scrittura dura, implacabile, tesa.

Un testo che può considerarsi a pieno titolo un manifesto liberatorio e un’accusa politica.

Leggendo gli interrogatori, ascoltando le testimonianze ci si accorge che questo libro è indispensabile.

Per imparare a guardare in faccia il nemico, per stare dalla parte di chi é stata violata, per gridare insieme a lei la nostra rabbia.

Per pretendere giustizia.

 

“Linea nigra” Jazmina Barrera La Nuova Frontiera Editore

 

“In preda alla sorpresa, all’emozione e alla confusione, ho pensato all’improvviso: non sarò mai più sola.

Mai davvero sola.

Ho provato terrore e gioia.”

Di gravidanza parlano i testi scientifici e qualche manuale indirizzato alle puerpere.

Parole scarne senza pathos che servono solo a far sentire sole.

Finalmente Jazmina Barrera ci regala ciò che mancava.

Il suo è un memoriale, un saggio, un diario intimo.

Esperienza unica che attraverso la scrittura diventa collettiva e coinvolge la coppia.

È la trasformazione del corpo, la metamorfosi senza sublimazioni.

L’identità che si sdoppia per accogliere e contenere.

La consapevolezza che dietro il miracolo della nascita c’è un percorso a ostacoli, una prova con sè stessi.

La reimpostazione della tridimenzionalità che nella mutazione delle forme crea uno spazio altro da riconoscere come proprio.

“Linea nigra”, pubblicato da La Nuova Frontiera Editore e tradotto dallo spagnolo da Federica Niola è un flusso di pensieri ininterrotto.

Il viaggio non di una madre ma di tutte coloro che madri non sono state.

Tutti possono trovarsi a casa perché sono stati figli e nella narrazione possono sentire le vibrazioni di un amore infinito.

E Silvestre che cresce giorno dopo giorno nel ventre é simbolo di una catarsi liberatoria.

Non è l’edulcorazione di un evento mitico, è la realtà.

È sangue e pianto, è gioia e dolore.

È separazione e vuoto.

“Non mi era mai venuto in mente di pensare al parto come al momento di una partenza: quando qualcuno parte, va via da te.

Il momento di una partenza e il momento di una spartizione.

Il momento di spartirsi in due.”

La scrittrice sa cucire insieme le voci di tante intellettuali generando una meravigliosa antologia esperenziale.

Sceglie brani, li inserisce a rafforzare un’idea, delinea un dibattito vivo, autentico.

Virginia Woolf, Tina Modotti, Frida Kahlo, Margaret Atwood, Natalia Ginzgurg, Sylvia Plath: una musicalità dove ogni strumento fa la sua parte.

“La parola materia ha la stessa radice etimologica della parola madre: mater.”

Ed ecco che l’accostamento all’arte non è artificio, è la composizione di un mosaico che restituisce alla figura materna una nuova dignità.

È origine e centro, è continuazione e crescita, è sperimentazione e cultura.

Un ulteriore legame unisce la maternità alla malattia.

Sembra un paradosso ma leggendo ci si accorge che questa suggestione chiude un cerchio o forse semplicemente scandisce il profondo legame con il tuo prima.

Ci si emoziona, si impara, si ha voglia di rileggere le opere citate e soprattutto si comprende che la scelta della maternità deve essere libera e senza imposizioni.

 

“Il corpo in cui sono nata” Guadalupe Nettel La Nuova Frontiera

 

“Il corpo in cui sono nata”, pubblicato da La Nuova Frontiera e tradotto da Federica Niola, ha una sua identità ben definita e si differenzia dalla produzione letteraria di Guadalupe Nettel.

Nelle precedenti opere le suggestioni visionarie, la sperimentazione fantasiosa si riallacciano alla tradizione culturale latinoamericana.

In questo romanzo pur essendoci scorci di un immaginario fertile c’è una nuova vena creativa.

Può essere definito un viaggio di formazione perché racconta la crescita di una ragazzina a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta.

Ad una più accurata lettura ci si accorge che pur essendo l’Io dominante, lo sguardo dell’autrice è decisamente sociologico e politico.

Scritto come un monologo indirizzato ad una ipotetica psicoanalista si interroga sui cambiamenti della società.

Nel descrivere la famiglia permissiva viene rappresentato un modello zoppicante dove le figure genitoriali sono travolte da onde opposte.

Da un lato rompono gli schemi di una educazione millenaria dall’altro non sanno trovare un posto nel mondo.

Credono che la sincerità sia il lasciapassare della conoscenza ma non offrono le basi fondamentali per comprendere.

Scelgono scuole alternative senza accorgersi del distacco tra insegnamento e realtà.

Vogliono la perfezione e non accettano il difetto, vissuto come errore di fabbrica.

Provano ad essere coppia aperta e naufragano nell’oceano del disamore.

Quando la famiglia si disgregherà la protagonista e il fratello verranno affidati ad una nonna bigotta e conservatrice.

La narrazione è ricca di dettagli che aiutano il lettore ad orientarsi.

Case, oggetti, ricordi formano nitide fotografie, alcune in bianco e nero, altre dai colori accesi.

La menomazione della giovane, una macchia sulla cornea dell’occhio destro, è la diversità, quella diversità che può isolare o inventare un nuovo modo di guardare le cose.

È simbolicamente appartenenza ad un genere altro ed in questa rappresentazione sta la forza del testo.

Non c’è pietismo ma consapevolezza, sofferenza che diventa riscatto, anormalità che offre opportunità.

“I comportamenti acquisiti durante l’infanzia ci accompagnano per sempre, e anche se a forza di volontà li teniamo a bada, acquattati in un luogo tenebroso della memoria, quando meno ce lo aspettiamo ci saltano in faccia come gatti inferociti.”

L’esperienza in carcere del padre, i tentativi di adattamento in Francia, le amicizie e soprattutto i libri costituiscono una mappa che circoscrive la personalità.

La scelta di scrivere, il bisogno di trovare un ordine e un ritmo sono segni che il tempo va avanti e non concede alla memoria di prendere il posto del presente.

Cambiamo, è vero, ci modelliamo come creta e non c’è spazio per i rimpianti.

Da leggere per imparare ad accettarsi.

“Ammazzate il leone” Jorge Ibargüengoitia La Nuova Frontiera

 

Jorge Ibargüengoitia è stato un autore polifonico, capace di trasmettere l’animo inquieto dell’America Latina.

Le sue opere si differenziano nelle trame originali, nei finali spiazzanti, nei personaggi che sembrano usciti dal teatro delle contraddizioni.

Paesaggi che nel contrasto dei colori tratteggiato una terra complessa, narrata con una verve sarcastica irresistibile.

C’è sempre uno spiccato accenno al noir, riscritto mantenendo alta la tensione, mascherando gli eventi in fatti di costume.

Marcos il Moro in “Due delitti”, le vicende delle sorelle Baladro in “Le morte” riescono a visualizzare l’assurdità del presente.

Ma è “Ammazzate il leone”, sempre pubblicato da La Nuova Frontiera, il testo di rottura.

Pesante satira alla dittatura messicana nella figura del maresciallo Balaunzaŕan.

Si descrive il volto deformato di un potere che vuole mantenere il dominio sul popolo.

Divertentissimo personaggio, ridicolizzato con intelligenza da un Maestro del cesello.

Pochi tocchi che descrivere l’uomo che sceglie le sorti dei sudditi.

In seguito all’omicidio del concorrente del partito di opposizione bisogna scegliere un nuovo candidato.

Sarà Pepe Cussirat il prescelto.

La trama si arricchisce di dettagli mentre evidente è la disuguaglianza tra ricchi e poveri.

In questo scenario volutamente confusionario decisive sono le donne, impavide, timide, pregiudicate.

“I guarupa ballano al suono di tamburi, sonagli, flauti di giunco e chiatarroni; i neri, al suono di bongos e tam-tam.

Tutti insieme e senza concerto.

Tutti si ubriacano, alcuni litigano, altri cadono sulla sabbia, sfiniti, e si addormentano per smaltire la sbornia.”

Nel caldo soffocante piccoli scorci di convivialità, necessità di mollare gli ormeggi.

È evidente la critica ad una passività che ferma il progresso, spegne le intelligenze, impedisce o rallenta la ribellione.

Un testo politico ben camuffato ed è questa la forza di uno scrittore che ci mancherà.

Con le sue storie fantasiose colpisce il sistema, si schiera con i deboli, denuncia i soprusi.

Un finale spettacolare e inaspettato regalano un sorriso e una speranza.

 

“Le stelle si spengono all’alba” Richard Wagamese La Nuova Frontiera

 

Le parole sono fulmini che incendiano il cuore.

Lasciano una scia di sofferenza e di rimpianto.

Cedono la dolcezza di un messaggio, l’ultimo.

Provano a intrecciare catene di perdono.

Offrono la bellezza di una Natura che si mostra incontaminata, aspra, tragica nella sua purezza.

Compongono una tela di ricordi, belli, brutti, spinosi, taglienti.

Elaborano una sinfonia di sentimenti spontanei non filtrati dalla ragione.

“Le stelle si spengono all’alba”, pubblicato da La Nuova Frontiera, è incontro di due anime.

Un ragazzo, Franklin, “grande per la sua età, ossuto e spigoloso, con un’espressione seria, quasi arcigna”.

Parsimonioso nel parlare, abituato alla solitudine, amante del silenzio nelle notti stellate, educato al lavoro.

Eldon, roso dall’alcool, stremato da un’esistenza inconsistente.

Due estranei anche se sono figlio e padre.

Quando il giovane viene convocato per esaudire l’ultimo desiderio di colui  che è stato il grande assente, accetta forse con la celata necessità di comprendere l’abbandono.

Essere sepolto da guerriero nella terra dei padri: la riconciliazione con sè stesso e con le proprie origini.

Inizia il viaggio e noi lettori siamo rapiti dalla scrittura che sa essere realista ed estremamente poetica.

Il romanzo, pubblicato postumo, tradotto con cura e rispetto da Nazzareno Mataldi, è un capolavoro della letteratura mondiale.

L’armonia linguistica si accompagna al pathos di un testo che esplora con delicatezza la paternità.

Il lavorio mentale dei due personaggi, così diversi, è filo conduttore di una trama che gioca molto sulle immagini.

È come se nel conflitto evidente ci fosse un’unica ancora di salvezza.

I luoghi sono appartenenza, legame di sangue, storia di un popolo al quale è stato strappato il sogno.

Credo che l’autore tra le righe trasmetta la ricerca di uno spazio identitario.

Ci intuisce la fatica del conoscersi, il bisogno di giustificarsi e forse di chiedere perdono.

“Ci sono cose che a volte si rompono.

Quando succede nel mondo, il più delle volte si possono aggiustare.

Ma quando succede dentro una persona, è più difficile ripararle.

Eldon è conciato piuttosto male dentro.”

In quel rudere di uomo ci rivediamo, è specchio delle nostre mancanze, voce di una coscienza che scalpita.

Ci chiediamo chi siamo e quanto siamo riusciti nel nostro cammino ad essere esempio.

Vorremmo che quel giovane, figlio di tutti noi, riuscisse ad accettare le ferite, a guardare al futuro con fiducia, a credere che esiste un nuovo inizio.

Un libro che ci pone di fronte alle nostre responsabilità di educatori, che riempie il cuore di quella tenerezza perduta.

Magistrale esempio di una genitorialità che va edificata giorno dopo giorno.

 

“Un amore” Sara Mesa La Nuova Frontiera

 

L’originalità di “Un amore”, pubblicato da “La Nuova Frontiera” e tradotto da Elisa Tramontin, si ravvisa fin dalle prime pagine, che risucchiano il lettore in una spirale indefinita, pericolosa e tragicamente intrigante.

Non si riesce a smettere di leggere perchè la scrittura è come una calamita.

Continui sobbalzi nello sviluppo di una trama costruita sull’equivoco catalizzano l’attenzione.

Sono proprio le parole e il loro significato ambivalente a rendere il libro un capolavoro nel panorama internazionale.

Nat non è solo protagonista, sa essere elemento di rottura nell’immaginario di un certo tipo di femminile.

Nella decisione di trasferirsi a La Escapa, paese della Spagna Rurale, c’è il bisogno di ricongiungersi a qualcosa che le manca.

La sua è una ricerca ancestrale, la necessità di vivere l’istinto, liberandosi di sovrastrutture intellettuali e personali.

Il passato è come una scheggia che ogni tanto sanguina e non serve provare ad ignorarlo.

È causa di ogni scelta che non la libererà dai troppi sensi di colpa.

Traduce per mestiere e questa continua dicotomia tra il senso e l’improvvisazione è un altro elemento caratteriale.

“I confini di La Escapa sono vaghi, e anche se c’è un nucleo di casette più o meno compatto – proprio dove si trova lei – più in là sono disseminate altre costruzioni, alcune abitate e altre no.”

Le descrizioni precise fanno da contrappeso all’atmosfera sempre sospesa.

Anche gli incontri sono disseminati di inquieti presagi.

I comportamenti degli altri sfuggono alla comprensione, sono primordiali, duri, affilati.

Nat prova ad inventarsi una forma di resistenza, cede al desiderio.

Diventa corpo che si offre anche se sa di essere perdente.

La passione deve essere scandagliata, vissuta, esasperata.

Ma nel mondo degli uomini che la circondano non c’è spazio per la pietas.

Predatori si aggirano sulla carcassa di un’anima in fuga da sè stessa.

La relazione con Andreas è “ardore e desiderio, ansia e vertigine”.

Un sentimento che si sfilaccia perchè sbilanciato, incapace di dare sicurezza.

La tensione cresce, si trasforma in ossessione e il romanzo si tinge dei colori della consapevolezza.

Pochissimi i dialoghi, mentre molto curato è l’apparato scenico, il monologo interiore, le sfumature linguistiche.

Una prova letteraria raffinata che ha il coraggio di non cedere al ricatto del silenzio.

“Il tempo è il castigo” o è espiazione di presunte colpe?

A voi la risposta.

Una cosa è certa.

“Non si arriva al bersaglio puntandolo, ma disordinatamente, tramite avvallamenti e giri a vuoto, quasi per caso.”

Una prova letteraria che con abilità mette a nudo la bestialità dell’essere umano e la purezza del bisogno d’amore.