“La figlia unica” Guadalupe Nettel La Nuova Frontiera

 

 

“Quando si è giovani è facile avere ideali e vivere in accordo con essi.

La parte complicata è mantenere la coerenza nel tempo, nonostante le sfide che la vita ci impone.”

Tre donne, rappresentazioni di esistenze  che finalmente rallentano e provano a comprendere.

Alina con la sua Inés e il terrore di non reggere la disabilità.

Doris stremata dal piccolo Nicolás che ricalca le gestualità violente del padre.

Laura, voce narrante di “La figlia unica”, pubblicato da La Nuova Frontiera, che nella scelta di non procreare mostra lucidità e coraggio.

Guadalupe Nettel travolge con una trama tagliente, dolorosa, limpida.

Rilegge la maternità da più angolazioni, mostra le conflittualità e i timori.

Racconta il legame ancestrale liberandolo dai sentimentalismi.

Mostra fragilità, cedimenti, dubbi.

“La vita quotidiana è disseminata di casi e di accidenti che non nota quasi nessuno.”

L’autrice mostra l’animo dei suoi personaggi, fa emergere la rabbia, il senso di inadeguatezza.

Illumina “l’amore abissale, aggrappato ad una speranza fragile come un filo d’erba”.

Commuove quando racconta la solidarietà tra donne, il bisogno di aggrapparsi l’una all’altra.

Un romanzo sulla resistenza e il coraggio, sui piccoli passi per uscire dalla prigione della mente.

Un inno alla relazione che si costruisce insieme dividendo sulle spalle pesi e responsabilità.

“La vita di ogni essere è effimera come una bolla d’acqua”.

Nella vita che ci è concessa accettiamo la sfida e l’incertezza, proviamo ad essere madri non solo biologiche.

Stringiamo mani, coltiviamo i sentimenti, sorridiamo e corriamo, certi che ogni esperienza ci aiuta a capire chi siamo.

 

 

“Come la vita” Paco Ignacio Taibo II La Nuova Frontiera

“Come la vita”, pubblicato da La Nuova Frontiera, è la dimostrazione che spesso finzione e letteratura possono convergere.

Quello che potrebbe sembrare un poliziesco è una raffinatissima riflessione sulle interazioni tra vero e inventato.

Lo scrittore Josè Daniel accetta di diventare il capo della polizia di Santa Ana e viene catapultato in un groviglio di avventure.

La città dove hanno assassinato in un anno e mezzo due comandanti della polizia municipale è emblema di un Messico confuso, incapace di comprendere il ruolo della legge.

“Una giunta rossa che ha vinto le elezioni con ottantaseimila voti contro dodicimila, un mucchio di polvere e terra che disturbano la purezza dell’arietta di montagna.”

Con un distintivo da sceriffo a forma di Uomo Ragno, una volante ammaccata e una quadra di divertentissimi perdenti il nostro protagonista accetta la sfida con se stesso.

Passare da una vita di parole alla realtà significa credere che ci sono vie di uscita e sogni da realizzare.

Paco Ignacio Taibo II è geniale inventore di albe e tramonti, di esistenze scombinate, di silenzi espliciti.

Tre piani narrativi che si intersecano creando un unico panorama  tra sparatorie,

morti ammazzati, accordi della Quinta di Beethoven.

Una donna assassinata, piccoli indizi e lo stesso ragionamento che si segue pensando ad un romanzo noir.

Si può lottare contro il male ma c’è qualcosa di più profondo, complicato, inenarrabile.

“La paura delle parole che non esistono, delle frasi che dicono il contrario, delle idee inafferrabili, dei paesaggi indescrivibili, dei personaggi erratici.”

Lo scrittore ci regala le sue incertezze, il timore di non riuscire a scrivere non un libro, ma quello che senti dentro.

Nel finale in poche righe riusciamo a comprendere ciò che nessun testo di storia sa raccontarci sull’America Latina.

Una prova narrativa che si apre a ventaglio, dinamica, geniale, ironica.

Da leggere andando oltre la trama in un piacevole gioco di interpretazioni.

 

“Orso” Marian Angel La Nuova Frontiera

 

“Ho la sensazione di essere rinata”.

In “Orso” pubblicato da La Nuova Frontiera, si assiste al lento, graduale cambiamento emotivo e affettivo della protagonista.

Lou ha sacrificato i suoi giorni “sepolta in ufficio a ravanare tra mappe e manoscritti”

Nella precisione quasi ossessiva del lavoro come bibliotecaria ha sopito la febbre di conoscenza, il bisogno di sentirsi desiderata.

Il viaggio inaspettato in un’isola del Canada travolge le sue abitudini.

Il contatto con una natura selvaggia e incontaminata, dove i bisogni primari aprono alla scoperta di un universo dominato dalle pulsioni sensoriali, offrono una nuova prospettiva. È l’incontro e l’amicizia con un docile mammifero che, nonostante la mole, sfata ogni paura.

In questa conoscenza che progressivamente si fa più intensa si gioca la poesia del romanzo.

Marian Angel destruttura la nostra idea di relazione, si spinge nei territori poco conosciuti della “bestialità” che è abbandono all’istinto, libertà di scavalcare i limiti intellettuali e sentirsi finalmente liberi e puri.

Un libro dalle tinte forti che nella figura femminile sa rappresentare  “il timore assoluto di essere dimenticati dalla storia”.

Ridursi ad un nulla che scompare nella folla fagocitante delle grandi città.

Tra stelle che incendiano il corpo e carezze che restituiscono calore si ricompone una personalità lacerata e forse si trova il coraggio di non essere più burattino senza identità.

“Le omissioni” Emiliano Monge La Nuova Frontiera

“Ma perchè mi soffermo tanto sugli altri?

Anche io, o giovani, ho il potere di mutare il mio corpo, sia pure in un numero limitato di forme.”

L’esergo di “Le Omissioni”, pubblicato da La Nuova Frontiera, scegliendo un brano delle Metamorfosi di Ovidio, sottolinea il bisogno di uscire dalla trappola dell’Io.

Costruirsi una nuova pelle, inventare la propria storia.

È quello che succede ai tre protagonisti: nonno, figlio, nipote.

Con modalità differenti l’uscita di scena da un quotidiano insopportabile è l’imprevisto, il segno di una mancanza di adattamento.

“Gli accadimenti non sono la mia storia.

Neanche i fatti sono la mia storia.

La storia è la corrente invisibile che smuove tutto sullo sfondo.”

L’enigmatico gioco di luci e ombre in una saga familiare che scava tra le maglie di un racconto collettivo.

Il Messico con i suoi contrasti compare e scompare come un fantasma che si insinua nelle esistenze.

Crea uno stato di perenne insoddisfazione, un crescente senso di non appartenenza a sè stessi.

Bisogna attraversare la complessa fisica degli elementi per provare a capire.

Identificare figure maschili nella rappresentazione di una cultura machista.

Le donne vittime del perverso gusto della sparizione sono consapevoli vestali di un peso insopportabile.

Nelle loro solitudini è scritto il destino di chi è sovrastato dalle scelte altri.

Emiliano Monge scrive un poema psicologico che ambisce, riuscendoci, a scarnificare le maschere che nascondono la verità.

Un romanzo autobiografico che sa bilanciare i tempi della narrazione, senza cedere alla tentazione di una circonvoluzione su sè stesso.

È un pareggiare i conti con le figure parentali?

Uno scrollarsi di dosso la responsabilità della impermanenza?

“Ci sono cose che non hanno presente.

C’è addirittura gente che non ce l’ha un presente, no.”

Non è importante l’analisi né dell’oggi né del passato, conta cogliere l’attimo sospeso nel quale si sceglie una strada alternativa.

La colpa invade la narrazione, è una rete che ha radici profonde, una macchia difficile da cancellare.

Allontarsi significa prendere le distanze dalle contorsioni  del reale, superare la paura di perdersi nel non essere.

L’inganno potrà essere sventato grazie alla scrittura?

Si potrà sanare l’anelito libertario che anima la narrazione?

Tanti i quesiti in un romanzo che scorre nel fluido distanziarsi dei giorni, nell’intreccio di esperienze.

“Per essere, bisogna prima essere partiti, bisogna essersene andati da sè stessi, bisogna aver lasciato tutto.”

 

“La morte e la primavera” Mercé Rodoreda La Nuova Frontiera

“La morte e la primavera”, pubblicato da La Nuova Frontiera, è lo sfrangiarsi dei contrasti.

Nei colori che possono brillare o spegnere il paesaggio.

Negli alberi che diventano nicchie di tormenti.

Nel fiume che traccia invisibili traiettorie.

Nella violenza degli sguardi di adulti che hanno perso il senso della comunità.

Nelle grotte dove i suoni striduli sono segni di primitive impronte.

Un paese senza nome dove i contorni sono appannati, carichi di pathos.

Risuonano passi, si muovono ombre, si condensano le paure.

Un giovane e una sposa bambina, una madre che insegue la follia, un padre che si dissolve travolto dalla vergogna.

La scrittura di Mercé Rodoreda è metafora di un regime totalitario, impronta di verità che non si possono gridare.

“Lui stesso era la sua prigione.”

Una delle tante frasi che svela l’enigma di un’esistenza intrappolata da regole non scritte.

Domina “la paura del desiderio”, un desiderio che ingigantito diventa il Mostro da sconfiggere.

Nella dicotomia tra questi due estremi si perde l’umanità, si compie una trasformazione.

Maestra nel creare mimetismi, nel comporre scenari carichi di tensione, l’autrice evoca la morte come una redenzione.

È la fine del supplizio, di un incubo che altri hanno scritto.

È la luce mentre “la pioggia al mattino sembrava rugiada caduta dal cielo.”

“Suite per Barbara Loden” Nathalie Léger La Nuova Frontiera

 

“Barbara Loden è nata nel 1932, sei anni dopo Marilyn Monroe, due anni prima di mia madre, lo stesso anno di Elizabeth Taylor, Delphine Seyrig e Sylvia Plath. Ha trentotto anni quando nel 1970 dirige e interpreta Wanda.”

Nathalie Léger in “Suite per Barbara Loden”, pubblicato da “La Nuova Frontiera”, cerca di cogliere similitudini e diversità tra le due donne.

La prima, condannata per aver assaltato una banca, la seconda intellettuale colta.

L’autrice ne spezzetta le esistenze, fa rivedere scene del film, segue tracce, le perde, le ritrova.

Cerca di comprendere perchè una regista affermata abbia voluto trasformarsi un una reietta, una perdente.

Propone immagini a rallentatore cariche di tensione emotiva e nell’assenza di movimento si percepisce il desiderio di andare oltre le parole.

Spingere la narrazione nelle zone buie della mente, interpretare la resa e l’assuefazione, il pericoloso sentiero della inesistenza.

Si sente “un’infelicità scialba” un’abbandono che si rivelerà pericoloso.

Anonime stanze d’albergo e oggetti che raccontano un quotidiano fatto di niente.

Si percepisce “uno smarrimento senza asperità e senza condivisione.”

“Volevo solo raccogliere qualche immagine, volevo trovare i materiali che parlano dell’incertezza, della sottomissione a ciò che crediamo sia il desiderio dell’altro, dell’incapacità di dire di no, di arrabbiarsi, di rifiutare, dell’impossibilità di essere disinvolti, della preoccupazione di fare bene”.

Un libro rivoluzionario che con un incedere poetico strappa i pesanti addobbi che ci relegano a marionette che non sanno dire di no.

Un invito a “non fingere più”, a non nascondere le fragilità e a riappropriarci dei nostri luoghi dei sentimenti.

 

 

 

“Carte false” Valeria Luiselli La Nuova Frontiera

“Non capisco il capriccio che sottende il destino delle parole, la mano invisibile che le forgia.”

Valeria Luiselli è maestra nell’impastare fonemi, giocare con una traccia narrativa, inventare un percorso ideale, dirottare su strade parallele.

La sua scrittura è creatività che non si lascia sottomettere dal rigore di un unico tema.

Esplora, visita, indaga.

Che sia un luogo, un autore, un verso, poco importa.

Il lettore si perde tra le maglie di un pensiero filosofico, storico, introspettivo.

“Carte false”, pubblicato da “La Nuova Frontiera” è la passione di chi ha tanto da narrare.

L’incontro con autori amati, la gioia di trovare connessioni, il piacere di proporre un verso.

Il libro è come un castello infinito, si entra con curiosità, sono così tante le stanze da esplorare.

In ognuna una sorpresa, un viaggio della mente e del cuore.

Venezia, Città del Messico: niente di scontato.

Ogni immagine svela il bianco e il nero, un’ombra che ci era sfuggita, un particolare che si aggancia ad una riflessione.

Commuove l’idea di “un mondo immenso ma raggiungibile, come se fosse una mappa di se stesso, una similitudine più leggera e più facile da imparare.”

La cartografia che si conosce può trarci in inganno, ben altre sono le prospettive e i punti di osservazione.

Lo stesso vale per una frontiera, per un perimetro chiuso e inaccessibile.

È l’uomo che deve farsi universo, che deve scandire un linguaggio comune costruendo una nuova Babele.

L’impegno sociale, il bisogno di dare voce agli ultimi è celato tra le pagine, perché il testo è un gioco fantasioso, una caccia al tesoro.

“Scrivere: trapanare pareti, spaccare finestre, far esplodere edifici.

Scrittore è colui che distribuisce silenzi e vuoti.”

 

Pronti a partire? Basta un bagaglio leggero e la voglia di verificare il falso e il vero.