“L’abito bianco” Nathalie Léger La Nuova Frontiera

 

Raccontare la storia di Pippa Bacca significa purificarla da interpretazioni che mortificano gli eventi.

“Mi è stato detto che non era certo fosse un’artista, ma, a detta di alcuni, era piuttosto un’idealista, una mistica dei tempi moderni, una simpatica bislacca, un’animatrice di associazioni, ma anche, a detta di altri, una ragazza della vecchia aristocrazia milanese che cercava di riscattarsi dal retaggio di una lunga genealogia fascista, e a detta di altri ancora, una giovane donna creativa, con una forte personalità, una ragazza tenace, impegnata, generosa.”

Nathalie Léger in “L’abito bianco”, pubblicato da La Nuova Frontiera, restituisce il valore simbolico di questa icona contemporanea.

Una donna che attraversa i Barcani, la Bulgaria, la Turchia, la Siria, la Giordania, il Libano.

Indossa un abito da sposa che si impregnerà della sofferenza del mondo.

Cammina per le strade come una farfalla e nella purezza del bianco si sviluppa la sua performance.

“Perché l’idea era questa: compiere il periplo ancestrale, il famoso viaggio a Gerusalemme, portare l’abito come carta assorbente sulle autostrade, e che la materia si impregni, che soprattutto il tessuto non dimentichi nulla.”

Il tessuto diventa una tela che dovrà conservare la memoria della Storia.

È il conflitto mai risolto tra arte e vita, tra essere e apparire.

Verrà uccisa e la morte è segno di una incapacità di comprendere a fondo l’estetica della bellezza.

In quel sacrificio si condensa il dolore di tutte coloro che hanno saputo reagire e che hanno subito in silenzio.

Sull’altare intriso di sangue si compie l’ultimo atto di una tragedia antica.

Ma è anche momento di espiazione, ricerca di quel sè che è rimasto sepolto.

L’autrice introduce la figura della madre, sottomessa per troppo tempo, silenziosa vestale di un matrimonio infelice.

Il romanzo sa esplorare il coraggio e la viltà, sa interrogarsi sulla variante che può cambiare il destino.

Nel dialogo con la figura materna i toni si fanno struggenti.

Il conflitto dei ruoli si acuisce e ci si chiede quanto le colpe si possano condividere.

Il messaggio è forte ed arriva come una invocazione:

“Le madri dovrebbero insegnare alle figlie ad urlare.

Ma non sappiamo urlare.

Ci lanciamo nel mondo senza saperlo fare.

Non ci riusciamo.”

Impariamo da Pippa, lanciamo le nostre voci senza timore.

Lasciamo orme dei nostri passi, proteggiamo le nostre goffaggini, avvolgiamole di parole.

“Quaderno dei fari” Jazmina Barrera La Nuova Frontiera

 

“Quaderno dei fari”, pubblicato da La Nuova Frontiera e tradotto da Federica Niola, è una mappa del tesoro.

Ogni tappa compone la poetica di un luogo che da sempre ha avuto un ruolo simbolico.

“Vorrei trasformarmi in un faro: freddo, insensibile, solido, indifferente.

Quando vedo i fari, a volte mi pare davvero di potermi pietrificare e godere della pace assoluta delle rocce.”

Jazmina Barrera ci invita ad accompagnarla in un viaggio sentimentale e metaforico.

I suoi ricordi si mescolano alle voci degli autori che hanno sperimentato la sua stessa attrazione.

Da Stevenson a Virginia Woolf le pagine sono ricche di riferimenti letterari ed interpretazioni critiche.

“Vorrei scrivere un frammento al presente, in omaggio ai pochi guardiani dei fari rimasti, ma darebbe subito la sensazione di un presente immaginario.”

È interessante la necessità di cogliere nell’oggetto la relazione con lo spazio e con il tempo.

Già in Omero si parla di “torri accese” per segnalare un confine, scandire la distanza dal mare.

Immobilità e movimento diventano i due estremi da leggere come una diversità.

E da questa diversità si sviluppa un’empatia o forse un passaggio dell’incertezza alla certezza.

“Il mare attrae in lontananza, dietro le dune, con il suo suono.

Il faro chiama con la sua luce in mezzo alla bruma e alle maree.

Il mare è la supremazia della liquidità.

Il faro è incarnazione della solidità.”

Visitare con l’obiettivo di comprendere la propria solitudine, spezzare quel senso di spaesamento di fronte al pericolo di trasformarsi in naufragi.

Perduti senza rotta cerchiamo quella luce che rischiara le nostre tenebre mentali.

“Quale sarà l’ultima nave che giungerà in porto grazie alla luce di un faro?

Chi sarà l’ultimo guardiano del mondo?”

Mi piace immaginare che i fari “si illumineranno come templi o monumenti, in ricordo delle migliaia di persone che giacciono in fondo al mare.”

Una scrittura visiva, ricca di dettagli, un caleidoscopio di colori, sensazioni, emozioni.

 

 

“Un piede in paradiso” Ron Rash La Nuova Frontiera

 

 

Sud Carolina in una estate torrida anticipa il climax di “Un piede in paradiso”, pubblicato da La Nuova Frontiera e tradotto brillantemente da Tommaso Pincio.

La scomparsa di Holland Winchester, reduce di guerra, induce lo sceriffo Will Alexander ad indagare.

I tratti del poliziesco ci sono tutti, emerge una strategia investigativa molto interessante.

“Ho iniziato una conversazione con me stesso, perché a volte, nel passato, mi era stato d’aiuto nella risoluzione di un caso.”

Il sospettato ha un movente molto credibile ma non si trova il cadavere.

Mentre le ricerche continuano Ron Rash allarga la narrazione e riesce a denunciare la dura vita nei campi.

“Il peggio era sapere che per quanto sodo lavorassi, potevi non cavarne niente comunque.

Anche se le intemperie avessero risparmiato il campo, ed era un se grosso come una casa, restavano comunque i nematodi  galligeni e la muffa blu a tenermi in ansia, per non parlare delle sfingi e altri parassiti.”

È commovente sentire quanto sia importante per uomini che non hanno altro la terra degli avi.

L’autore dà voce ai diversi protagonisti e ad ognuno offre uno spazio per raccontare la propria versione dei fatti.

Un romanzo che mette in luce la difficoltà di scegliere e il bisogno di costruire una famiglia.

Pagine delicate incastonate in paesaggi molto suggestivi.

La poetica dell’amore si stempera grazie ad una analisi molto profonda delle passioni che spingono a compiere atti giusti o sbagliati.

Un libro dedicato a tutti gli scomparsi del mondo nella speranza che il seme della Verità attecchisca anche nei terreni più aridi.

Un atto d’accusa alle multinazionali che ieri come oggi vogliono appropriarsi dei luoghi, dei ricordi, delle speranze.

“Le morte” Jorge Ibargüengoitia La Nuova Frontiera

 

“Alcuni fatti qui narrati sono reali.

Tutti i personaggi sono immaginari.”

Un fatto di cronaca viene riscritto invertendo la cronologia a dimostrazione che la finzione spazza via la realtà.

Pubblicato prima da Einaudi, poi da Sellerio, torna in libreria grazie a La Nuova Frontiera “Le Morte”.

Può essere considerato un classico e come tale va letto cercando di coglierne le innovazioni stilistiche, la composizione della struttura narrativa.

“È possibile immaginarli: tutti e quattro portano occhiali scuri, L’Escalera guida curvo sul volante, accanto a lui il Prode Nicolás che legge un giornaletto, sul sedile posteriore, la guarda dal finestrino e il capitano Bedoya dormicchia ciondolando il capo.

L’auto blu cobalto sale stracca su per il dosso del Perro.

È una soleggiata mattina di gennaio.”

Un incipit visivo, accurato nel particolare.

La scrittura del messicano Jorge Ibargüengoitia parte inoffensiva e man mano che scorrono le pagine la trama assume contorni inquietanti.

Chi sono veramente le sorelle Baladro?

Perché si indaga sulle loro vite?

Attraverso testimonianze e inerrogatori di presunti amici e conoscenti emergono i primi segreti.

Serafina e Arćangela gestiscono case di appuntamenti in un contesto in cui l’amore a pagamento non è una colpa.

Si muovono come se il mondo gravitasse intorno a loro ma la resa dei conti è vicina.

L’autore svela la verità mettendo in scena un teatro macabro.

Donne umiliate, perseguitate, ridotte in schiavitù nel silenzio complice di tutti.

Alcuni episodi vengono alleggeriti da una buona dose di sarcasmo.

Parlano i fatti in un intreccio di voci dissonanti, a volte crudeli.

I luoghi contribuiscono a creare tensione, come se non riuscissero più a sostenere il peso della vergogna.

Attraverso la parola scritta viene smantellato un sistema omertoso, una corruzione velenosa.

I tratti grotteschi nel definire i personaggi trasformano la tragedia in farsa.

La traduzione di Angelo Morino rispetta ed arricchisce le infinite tonalità del romanzo.

Da leggere con la consapevolezza che il Male si accresce attratto dal dio denaro.

“L’occasione” Juan Josè Saer La Nuova Frontiera

“Benchè il nome entri in conflitto con le sue origini oscure e con il colore dei suoi capelli, a quarantasei anni ancora folti, ricciuti e rossi, lo chiameremo semplicemente, per brevità, Bianco.”

Il contrasto tra la realtà e finzione è evidente fin nelle prime pagine di “L’occasione”, pubblicato da “La Nuova Frontiera” e tradotto da Gina Maneri.

Il protagonista con i suoi poteri misteriosi sfida ogni logica.

È la provocazione al materialismo occidentale, la pietra d’inciampo della filosofia e della scienza.

Uomo che non accetta la sconfitta e la derisione, cerca una meta che gli permetta di approfondire le sue conoscenze sulla relazione tra materia e spirito.

“Lui è in grado di leggere il pensiero, spostare oggetti con la sola forza della mente, modificare la forma e persino la sostanza intima dei metalli con il semplice tocco delle dita.”

Fugge in Argentina e in quella terra piatta, bruciata dal sole, incontra il dottor Garay López, figlio di di ricca famiglia del luogo.

Nelle lunghe chiacchierate si evidenzia subito una disparità di pensiero e di reazione agli eventi.

Sono due opposti che sanno simulare la diversità e questa strana amicizia ha un’evoluzione paradossale.

Juan Josè Saer ci ha abituati a trame che sanno celare la conflittualità dell’essere umano, si è sempre divertito a mostrare ciò che potrebbe essere e non è.

In questa nuova prova narrativa la trama si arricchisce di equivoci.

L’autore vuole mostrarci la fragilità del pensiero e il rovello che nasce dal dubbio.

A dare una spinta emotiva forte è la giovane moglie del nostro Bianco.

Sensuale ma come assente, priva di malizia e al contempo misteriosa, di una bellezza aggressiva, Gina scompaggina ogni equibrio.

Incarna il demone della passione, è simbolo di piacere carnale.

“Il caldo improvviso, dopo un accenno passeggero d’autunno, ha portato un’indecisione nel clima, e le foglie degli alberi, disseccate dai grandi calori estivi e ingiallite all’arrivo dell’autunno, tradiscono, in masse rade e scolorite,  con le punte rossastre o giallognole, l’incongruenza del sole mattutino bollente e indebolito.”

Scorci di un paesaggio che vive le stagioni con una sottesa ribellione.

Ribellione che lacera e devasta come un fuoco ancora solo preannunciato.

Una scrittura che procede a folle velocità verso un finale che ancora una volta è ombra e luce, traccia di orme tutte da decifrare, spazio inesplorato del sapere.

 

“La città” Mario Levrero La Nuova Frontiera

“La città”, pubblicato da La Nuova Frontiera e tradotto da Cinzia Imperio, ha una struttura architettonica enigmatica.

Si respira la fantasia della migliore letteratura latinoamericana e una profonda innovazione ideativa.

I luoghi riportano in mente paesaggi irreali perché risultano sdoppiati.

È il protagonista a vedere il dettaglio ingigantito, a colmarlo di simbologie.

La casa disabitata è la prima tappa di un viaggio straniante dopo tutto può essere bianco e nero.

Non ci sono collocazioni geografiche ma un indistinto quadro d’insieme che orienta l’attenzione sugli stati d’animo.

“Ero convinto che ero diventato invisibile.”

Una suggestione che percorre come una traccia il romanzo ponendo il nostro personaggio fuori dal contesto in cui si muove.

Strategia vincente che rende brillantemente la condizione di straniamento che vive il lettore.

Ci sono passaggi importanti che delineano meglio la personalità del nostro personaggio.

Lo vediamo incapace di orientarsi appena prova ad affrontare la strada.

È come se cercasse una via d’uscita da una condizione esistenziale.

L’uruguaiano Mario Levrero introduce la figura di una donna misteriosa che avrà un ruolo fondamentale nello sviluppo della trama.

Appare e scompare e di lei resta un impronta, una carnalità e una sensualità arcaica.

Un Borgo semiabbandonato dove la vita scorre al rallentatore.

“Una grande stazione di servizio, molto vistosa e dai colori sgargianti, circondata da alcune case vecchie, raggruppate lì come per caso.”

Il contrasto del paesaggio fa pensare ad una provocazione sociale rappresentata da una stridente progresso che forse è solo immaginato.

La voglia di allontanarsi e non conoscere il percorso da seguire.

Un labirinto della mente, un intreccio di pensieri che portano in superficie un passato contorto.

“Fu in quel momento che scoprii il timore che mi dominava.

Da quanto tempo vivevo preoccupato per l’imprevisto?

Forse da quando ero uscito da casa, in cerca del negozio; forse da molto prima, o da sempre.

Ma solamente lì, e in quel momento, toccai con mano chiaramente, coscientemente, direi quasi oggettivamente, quel timore che abitava dentro di me in modo sotterraneo.”

È necessario entrare all’interno delle proprie fobie per superarle?

È questo l’obiettivo dello scrittore?

Credo che sarebbe riduttivo accettare una sola interpretazione.

Il testo è certamente un esercizio liberatorio, un gioco dove la fantasia si confonde con la quotidianità, dove non sempre ciò che appare è lineare.

Mille sono le sfumature, basta saperle interpretare.

“Una passeggiata d’inverno” Henry David Thoreau La Nuova Frontiera

“Alberi e arbusti tendono al cielo le loro braccia imbiancate; e al posto di muri e steccati, vediamo forme fantastiche distendersi con capriole giocose  in un paesaggio fosco, come se la Natura avesse sparso nottetempo per i campi i suoi disegni affinchè servano da modelli per l’arte di noi umani.”

“Una passeggiata d’inverno”, pubblicato da La Nuova Frontiera, è apice della purezza letteraria, sfolgorio di percezioni, suadente incontro di fonemi.

La traduzione di Tommaso Pincio è equilibrio perfetto di assonanze linguistiche.

Poetica che nell’aggettivo o nel verbo apre spazi infiniti.

Il bianco è dimensione spirituale, raggiungimento di una comunione assoluta con l’universo e con sè stessi.

Le immagini grazie al suono delle parole sono tridimensionali e offrono lo spettacolo grandioso del mistero della Natura.

“E mentre la terra poltriva, l’aria si è ravvivata di fiocchi leggeri piovuti sui campi come una semenza d’argento per ordine di una Cerere calata dal Nord.”

Spettacolo primordiale, immacolato che invita alla purificazione e alla meditazione.

Il sole, “come accompagnato da un vago e vibrante sbattere di cembali”, spande un calore interiore che scioglie ogni pensiero negativo.

Si respira benessere e speranza, si sente la bellezza nella sua forma essenziale.

“Da molto tempo ormai la natura ignora l’opera invasiva e profanatrice dell’uomo.”

La preveggenza di uno scempio futuro riporta alla realtà.

Ad attrarci è il percorso compiuto dallo scrittore e nel secondo racconto intitolato “Camminare” è espressa una filosofia di vita.

Un pellegrinaggio “per comprendere la Storia, studiare l’arte e la letteratura, ripercorrere i passi della specie umana.”

Essere viandanti che nel fascino dei paesaggi riscoprono la propria interiorità.

Essere corso d’acqua, roccia, terra.

Sentire le vibrazioni e i sussurri ed ogni passo è scoperta.

“Risalire all’origine delle parole ogni volta che le si usa, trapiantarle nella pagina insieme alla terra ancora attaccata alle loro radici; disporre di parole così vere, vive e naturali che sembrano espandersi come gemme.”

E questa è Letteratura.

 

“La tarda estate” Luiz Ruffato La Nuova Frontiera

“E mi trovo di nuovo qui, riannodati i fili che legano l’inizio e la fine.”

Il ritorno di un uomo a Catagueses, città dell’infanzia.

Un Ulisse spaesato, disilluso che nella sua Itaca cerca di ricomporre ricordi.

La penna di Luiz Ruffato nel tratteggiare la figura di Oséias riesce a cogliere la sospensione del tempo.

Un tempo che come una pellicola sfocata va riavvolto e compreso.

“La tarda estate”, pubblicato da La Nuova Frontiera, è metafora del nostro incedere stentato nella Città dei ricordi.

È il caldo afoso del Brasile, che si imprime sulla pelle, scortica le resistenze e fa affiorare nomi, luoghi, immagini.

Venti anni di assenza di un esule che non ha trovato la sua libertà.

La fuga a San Paolo, la fine del matrimonio,  l’incapacità di costruire un rapporto con il figlio e strade polverose, hotel bui nell’anonimato.

Esistenza ai margini, bisogno di prendere le distanze anche con il presente.

Che senso ha tornare? Cosa è cambiato nella terra che non ricorda più i suoi passi e il suo volto?

Le sorelle e il fratello sapranno riempire il vuoto d’amore?

Sono ancora famiglia?

Rosana,  Isinha, João Lúcio riaccendono un rimorso che non si è mai spento.

Un segreto che ha il colore del sangue, tarlo costante, colpa che non si può rimuovere.

Nella ripetitività dei gesti del protagonista c’è la malinconica consapevolezza di essere “un fantasma spaventato che urta corpi che si muovono irrequieti per i territori del passato.”

“Sbarcare nello stesso identico posto, ma così diverso che non riesco a ritrovare colui che sono stato.

Attraverso la città come uno spettro.”

Un romanzo scritto con passione, immediato, fulminante.

Mentre “Di me ormai neanche ti ricordi” è un testo politico, un atto di accusa alla dittatura, in questa meravigliosa prova narrativa c’è uno scarto soggettivo.

Una rivisitazione della memoria struggente che nel finale esplode unendo insieme vita e morte, sconfitte ed emozioni.

Una luce si spegne e forse finalmente regnerà la pace.

 

Incipit “La figlia unica” Guadalupe Nettel La Nuova Frontiera

 

“Per tutto il tempo in cui Alina è rimasta all’ospedale, io non sono stata in grado di riprendere il filo della mia tesi.

Leggere poesia era l’unica cosa che riusciva, se non a distrarmi, almeno a placare l’inquietudine che ho provato per tutta la settimana.

Ricordo che andavo avanti e indietro per l’appartamento, poi uscivo e andavo avanti e indietro intorno all’isolato.

Di loro avevo poche notizie. A volte un messaggio che spiegava sommariamente ciò che stava accadendo.

Aurelio mi aveva detto che la bambina sarebbe vissuta.

La cosa avrebbe dovuto rallegrarmi o intristirmi? Qual era, esattamente, lo stato di quella creatura? E Alina, sempre così laconica, così parca quando si trattava di esprimere i suoi sentimenti, stava davvero bene come mi assicurava?

Mi hanno consigliato di non andare all’ospedale perché passavano la maggior parte del tempo nella nursery e lì erano proibite le visite, eccetto ai genitori.

Venerdì sera Alina mi ha scritto: “Siamo a casa. Inés è con noi.”

“La figlia unica” Guadalupe Nettel La Nuova Frontiera

 

 

“Quando si è giovani è facile avere ideali e vivere in accordo con essi.

La parte complicata è mantenere la coerenza nel tempo, nonostante le sfide che la vita ci impone.”

Tre donne, rappresentazioni di esistenze  che finalmente rallentano e provano a comprendere.

Alina con la sua Inés e il terrore di non reggere la disabilità.

Doris stremata dal piccolo Nicolás che ricalca le gestualità violente del padre.

Laura, voce narrante di “La figlia unica”, pubblicato da La Nuova Frontiera, che nella scelta di non procreare mostra lucidità e coraggio.

Guadalupe Nettel travolge con una trama tagliente, dolorosa, limpida.

Rilegge la maternità da più angolazioni, mostra le conflittualità e i timori.

Racconta il legame ancestrale liberandolo dai sentimentalismi.

Mostra fragilità, cedimenti, dubbi.

“La vita quotidiana è disseminata di casi e di accidenti che non nota quasi nessuno.”

L’autrice mostra l’animo dei suoi personaggi, fa emergere la rabbia, il senso di inadeguatezza.

Illumina “l’amore abissale, aggrappato ad una speranza fragile come un filo d’erba”.

Commuove quando racconta la solidarietà tra donne, il bisogno di aggrapparsi l’una all’altra.

Un romanzo sulla resistenza e il coraggio, sui piccoli passi per uscire dalla prigione della mente.

Un inno alla relazione che si costruisce insieme dividendo sulle spalle pesi e responsabilità.

“La vita di ogni essere è effimera come una bolla d’acqua”.

Nella vita che ci è concessa accettiamo la sfida e l’incertezza, proviamo ad essere madri non solo biologiche.

Stringiamo mani, coltiviamo i sentimenti, sorridiamo e corriamo, certi che ogni esperienza ci aiuta a capire chi siamo.