“La promessa” Damon Galgut Edizioni e/o

 

Apprendere che “La promessa”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Tiziana Lo Porto, abbia vinto il prestigioso “Booker Prize 2021” è conferma che esiste ancora la buona letteratura, quella che costruisce i pilastri per un realizzare un mondo migliore.

Leggere significa conoscere, imparare, riflettere e Damon Galgut sa rispondere a queste e ad altre esigenze del lettore.

La sua è una scrittura pensata, sofferta, interiore.

È il viaggio dell’Uomo che cerca le sue radici profonde e non ha timore di confrontarsi con i vuoti e i pieni della sua Terra d’origine.

La rappresentazione del Sudafrica ricostruisce una mappa storica, geografica, antropologica.

Voler raccontare l’apartheid significa esplorare quel nodo resistente che divide in categorie, esclude, emargina, crea sacche di potenziale violenza.

Significa dare un nome a quella umanità subalterna e soffocata, far uscire dall’ombra figure che sono state considerate indesiderate dal consesso civile.

Esprimere un giudizio, schierarsi con gli ultimi e mostrare che mentre la Storia ha subito una svolta poco è cambiato nei fatti e non solo in Africa.

Un romanzo politico nel termine più alto?

Decisamente si ma non solo.

Lo scrittore registra fatti, sottolinea gestualità e la scelta di una famiglia bianca che reggerà il tessuto narrativo non è casuale.

La morte di Rachel apre una falla nel nucleo familiare, già fragile e composto da personalità differenti.

Li conosceremo e apprezzeremo la capacità dell’autore di delinearne i tratti.

La esuberanza di Anton, quel suo continuo rovello, la ricerca di un ruolo, le rabbie e le risate, la fuga e il ritorno: la simbologia dell’incertezza.

Il bisogno di trovare un modello e la perdita della propria identità di Astrid, quella costante insoddisfazione: segno di una fragilità emotiva.

Amor bambina e poi donna, pronta a pagare per una colpa che è più una suggestione.

Ci si riiincontra pur nei propri recinti alla morte del padre e questa ripetitività del trapasso contiene elementi fortemente spirituali.

Una spiritualità formale, conflittuale, difficile da coniugare perché deve fare i conti con differenti professioni di fede.

Ed ecco un altro tassello si aggiunge ad una saga che non è solo personale.

È lo studio di una parte del Mondo, la necessità di capire il tormento e la paura.

Esplorare il dubbio, provare ad identificare certezze.

“È l’anima che conta.”

Parole come pietre che rotolano dalla rupe della superficialità e del pregiudizio.

Dalla devastazione nasce sempre un piccolo germoglio di speranza e a questa meravigliosa illuminazione ci affidiamo, certi di aver toccato con mano le alte vette della letteratura mondiale.

Grati a Damon Galgut per averci regalato un’opera monumentale, maestosa, bellissima.