“La svedese” Giancarlo De Cataldo Einaudi Editore Stile Libero

 

“Sulla strada non c’era il ferreo controllo di una volta, quando quelli della Magliana s’erano presi Roma.

Non erano più i tempi di Romanzo Criminale.

Ora tutti facevano un pò come gli pareva, bastava non pestarsi i piedi.”

Giancarlo De Cataldo può permettersi questa affermazione perché i suoi libri nascono da uno studio approfondito della criminalità organizzata.

L’analisi abbraccia più campi da quello sociologico alle nuove alleanze, dal cambiamento degli interessi mafiosi alle connessioni con i territori.

“La svedese”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero, traccia una mappa dettagliata e intrigante che tratteggia i ruoli e le sudditanze, mostrando l’alternanza di capi e il caos di una città come Roma dove troppi aspirano a raggiungere le vette.

Sharon vive alle Torri, ha vent’anni e sogna di evadere da un quartiere che le sta stretto.

È sicura di sè, onesta, intelligente anche se ha frequentato poco le scuole.

Si occupa con pazienza infinita della madre malata, incattivita e poco affettiva.

È il caso o il destino di chi vive nelle periferie degradate a farla entrare nel pericoloso giro dello spaccio.

L’incontro con il Principe, un ricco e geniale aristicratico, le permette di conoscere un altro mondo: quello della Conoscenza.

E lei apprende veloce, si interroga, cerca sul web e contemporaneamente continua a fare la postina della droga.

Perfetta la descrizione della Roma bene dove le luci si spengono e il peccato è solo un passatempo.

La trama, come sempre articolata, gioca su due parallele.

Da un lato gli oscuri traffici di una città peccaminosa e dall’altro l’interessante e inquietante universo mitologico.

Il riferimento a Pigmalione che si innamora della sua statua ha una interpretazione innovativa.

C’è un ribaltamento della visione antropocentrica e nel riscatto del blocco di marmo si concentra un messaggio forte.

Sta al lettore sperimentare cosa si nasconde dietro questa dotta costruzione narrativa.

Altra figura classica è Lamia, “creatura incorporea”, capace di trasformarsi.

In fondo la svedese è incarnazione di questo sdoppiamento ma mutare forma può costare caro.

Altro elemento che colpisce e introduce una riflessione è la definizione di bellezza:

“Esiste un bello oggettivo.

Lo trovi nell’arte, lo trovi nella perfezione delle forme…anche nell’imperfezione, certo, in ciò che ci distorce e ci altera, nei corpi scolpiti dei ragazzi e pure nelle deformità… non è possibile definirla, questa bellezza, si annida dove meno te l’aspetti, a volte ti coglie di sorpresa, ti appare all’improvviso, come usava fare l’antico dio Pan.”

In un tempo frivolo e superficiale questa frase è una lezione di vita.

L’autore ha superato se stesso con una storia che sa intercettare il disagio giovanile, raccontare la pandemia vissuta come limitazione, parlare di droghe con competenza e suggerire che esistono i diamanti grezzi.

Basta cercarli e valorizzarli.