“La vita che conoscevo” Alessandra Gambetti Atlantide

 

“Se il tempo è un grande fiume che scorra tra le sponde della memoria, mai uguale, è possibile allora ripercorrere affluenti dimenticati, canali che ristagnano quasi secchi tra le pianure.

Tornare indietro, verso la sorgente che sgorgava limpida nel suo primo slancio verso il mare.”

Leggendo “La vita che conoscevo”, pubblicato da Atlantide, si ha la sensazione di vivere un’accelerazione temporale.

Gli eventi si susseguono seguendo un flusso ininterrotto, seguono come ombre i due protagonisti.

Gli anni di piombo, il femminismo, “i rivoluzionari anni Settanta”, “i simmetrici anni Ottanta sono incidentali che sembrano non influire nel ritmo narrativo.

Riescono a fare da cornice storica ad un privato che cerca risposte.

Francesca e Fabio, un intreccio di passione che si scontra con un presente sempre troppo angusto per chi sa sognare.

Entrambi pur con personalità differenti galleggiano in una dimensione conflittuale.

La figlia che dovrebbe unirli è spesso pietra d’inciampo per una libertà agognata.

Uno spazio mentale dove poter trovare energie ed entusiasmi.

Alessandra Gambetti descrive le fragilità della coppia e nella prima parte del testo, usando la terza persona, cerca di essere osservatrice.

“Smettono di uscire insieme, di fare l’amore e di abbracciarsi, di parlare se non delle necessità quotidiane o poco altro.

Emerge un aspetto della personalità di Fabio che fino a quel momento era parso secondario, insidioso ma non pervasivo.”

La scrittura diventa graffiante, penetra nei meandri della psiche, coglie il disagio di vivere.

Si fa complice di una evoluzione psicoanalitica che nella seconda parte della storia esplode con veemenza.

La prima persona singolare circoscrive Francesca in uno spazio che deve isolarla dal prima.

La morte del compagno scompaggina i disegni programmati e si evidenzia il ruolo del destino.

Le pagine assumono la forma del diario e si tingono di cangianti riflessi.

“Le persone che hanno perso qualcuno non solo sembrano, ma sono effettivamente nude.”

Bisogna trovare una nuova pelle, un linguaggio che sappia includere il dolore, una resistenza alle sfide della solitudine.

Un atto di coraggio e una svolta decisiva suonano come messaggio forte ad essere integri per se stessi e per gli altri.

Un invito a cercare immagini di sè differenti, tenendo “la barra del timone orientata verso la speranza, determinata a rimettersi in piedi.”