“Il mio primo giorno in Giappone” Lafcadio Hearn Adelphi Editore

 

“Il primo incanto del Giappone è impalpabile e volatile come un profumo.”

Bisogna entrare in punta di piedi nel mondo rarefatto di “Il mio primo giorno in Giappone”, pubblicato da Adelphi Editore nella Collana Microgrammi.

Assaporare la meraviglia che trapela in ogni pagina, osservare con occhi innocenti gli scorci di luce, le simmetrie e le asimmetrie, la geometria delle strade, l’intreccio dei colori.

“Tutto ha un che di elfico; perchè ogni cosa, come ogni persona, è piccola e strana, è misteriosa; le casette sotto i loro tetti azzurri, le facciate delle bottegucce ornate d’azzurro, le figurine sorridenti nei loro abiti azzurri.”

Nella misura ridotta di ogni cosa c’è un ancestrale ricordo d’infanzia, un legame antico che unisce Oriente e Occidente.

Lafcadio Hearn si reca a Yokahoma ad aprile del 1890 e colpito da una cultura sconosciuta traccia un percorso che lascia senza parole.

La prima corsa per le strade giapponesi in Kurumaya, l’incanto della nitidezza dell’aria, la curiosità nell’osservare ogni dettaglio, la solidarietà nei confronti di Cha che lo trasporta da un luogo all’altro.

Quello che potrebbe sembrare un diario di viaggio è molto di più.

È analisi estetica delle strutture architettoniche, valorizzazione degli ideogrammi che creano ricami e raccontano secoli di storia culturale, studio del misticismo orientale.

“Tutto lo spazio di una strada giapponese è pieno di tali caratteri animati – figure che si annunciano a gran voce agli occhi, parole che sorridono o fanno smorfie come tanti visi.”

L’autore coglie il pericolo di una contaminazione occidentale intuendo che verrebbe devastata tanta purezza.

Quello che riusciamo a percepire è “una sensazione di sogno e di dubbio.”

È come vivere dentro una favola e sapere che è una carezza effimera.

Si dimentica il presente e si gode l’attimo che non è più narrazione ma esistenza.

Forti i riferimenti mistici che aggiungono al testo un’aura sacra, indissolubile.

Cosa è l’universo?

Il riflesso della nostra anima?

Forse la visione di uno specchio può dare un senso al nostro cercare che non può arrestarsi mai.

Credo sia questo il messaggio e mentre leggo la splendida postfazione di Ottavio Fatica penso di essere stata fortunata.

Ho sperimentato l’assenza di prospettiva, l’oggettività dello sguardo, la dispercezione dell’essere.