“L’altra casa” Simona Vinci Einaudi Stile Libero

 

“Forse, in questa casa non puoi trovare quello che cerchi, ma solo ciò che sta cercando te.”

Difficile definire in poche righe le qualità di “L’altra casa”, pubblicato da Einaudi Editore nella Collana Stile Libero.

Bisogna leggerlo per apprezzarne le infinite tracce letterarie che compongono un’opera variegata dove riescono a convivere generi e stili differenti.

Certamente la matrice gotica domina creando suggestioni e riverberi architettonici che evocano immagini sublimate.

L’impianto storico è molto solido e nasce da uno studio approfondito della figura di Verdi.

Quel tempo appare rivisitato con un alone di indicibile mistero e a contribuire a creare queste atmosfere è la mezzosoprano Giuseppina Pasqua, enigmatica alter ego di tutti coloro che nell’ombra hanno spento la loro vena artistica.

Forte è la rivalutazione del femminile e non solo grazie alla protagonista Maura, soprano famosissima.

Un intervento chirurgico l’ha privata del canto e nella villa del Settecento cerca di ricostruire se stessa.

A farle compagnia Ursula, pianista russa, all’apparenza rigorosa e gelida.

Un’infanzia di dolore le ha insegnato a difendersi dalla brutalità del mondo.

Due donne agli antipodi ma legate da una spasmodica ricerca dei frantumi della personalità.

Quale legame tra il presente e il passato?

Si può immaginare di vivere in due dimensioni temporali differenti?

Qui sta l’arguzia di Simona Vinci che con una trama costruita su più piani riesce a creare ponti invisibili tra le epoche.

“Come ogni casa, aveva le sue insidie.

Nascondeva tranelli, segreti, trabocchetti.”

Segreti e amori inconfessabili, bizzarre apparizioni, sogni come presagi, lettere e costumi di scena, “vecchie fotografie in bianco e nero di famosi cantanti lirici italiani.”

Un villa come palcoscenico e metafora della rappresentazione artistica.

Il romanzo sa virare con decisione verso l’inconscio ma non mancano interrogativi sul ruolo della colpa e dell’espiazione.

Una speranza di redenzione e la ricerca di libertà da legami sterili e pericolosi, il bisogno di arrivare al nucleo scoperto delle emozioni senza filtri e interpreti.

“Si sentì dimezzata, una sensazione assurda che preferì non indagare.”

Una frase che alita nelle tormente del cuore e travolge lo sviluppo degli eventi.

“Siamo un ammasso di oggetti dimenticati, una cantina di ricordi, vecchi ninnoli, cose rotte, ingranaggi inceppati,  pezzi di ricambio sconnessi che non servono più a nessuno.”

C’è una via di uscita?

L’autrice indica più sentieri.

A noi lettori il piacere della scelta.

Se Simona Vinci voleva sbalordirci ci è riuscita, brava, competente, poetica e struggente, misteriosa e introspettiva, creativa e audace.