Intervista a Fabiano Massimi autore di “L’angelo di Monaco” Longanesi Editore

@CasaLettori dialoga con Fabiano Massimi, autore di “L’angelo di Monaco” Longanesi Editore

 

Quanto tempo ha impiegato nell’elaborazione di “L’angelo di Monaco”?

“Ho scoperto la storia di Geli Raubal il 18 luglio 2018, leggendo Monaco di Robert Harris, e ho messo l’ultima parola al manoscritto il 18 gennaio 2019, esattamente sei mesi dopo. Un tempo breve per un libro così lungo, lo so, ma la storia mi aveva rapito. Per molto tempo non ho pensato ad altro.”

 

Come mai ha scelto il poliziesco per raccontare un periodo storico complesso?

“Il giallo, in tutte le sue sfumature, è da sempre il mio genere preferito, perché consente profondità e leggerezza insieme, sa ispirare ma anche intrattenere, e arriva a tutti, come la musica pop. Quando mi sono imbattuto nella vicenda di Geli, un mistero che già ai tempi diede luogo a una vera indagine, mi è sembrato naturale raccontarla in forma poliziesca, a maggior ragione perché immersa in un periodo storico di grandi misteri e rivolgimenti. La morte della Repubblica di Weimar, dalle cui ceneri doveva nascere il Terzo Reich, fu un delitto orchestrato a sangue freddo.”

 

La sua scrittura è molto poetica, quando è importante recuperare la musicalità della parola?

“L’italiano, dicono all’estero, è una lingua «cantata»: ad ascoltarla senza conoscerla lascia comunque un senso di grande bellezza. (Il che è poi ciò che Eliot diceva della grande poesia: che dovrebbe arrivare attraverso il suono anche quando non se ne coglie il significato.) Scrivendo in italiano sarebbe un peccato rinunciare a quella musicalità solo perché si racconta una storia all’interno di un genere, solo perché ci si dedica a letteratura «di sostanza». In passato è stato fatto: per essere più cinematografica, la narrativa gialla impoveriva il lessico e asciugava le frasi, con risultati a volte dozzinali (mica tutti sono Simenon). Oggi sappiamo che un bel racconto è solo impreziosito da un bel suono, e che le parole non sono tutte uguali, non si racconta solo denotando, ma anche connotando. Parte del merito – perché è un merito – va senz’altro al successo degli audiolibri, che spingono gli autori a rileggersi ad alta voce già mentre scrivono.”

 

Cosa ha significato ridare dignità a Geli Raubal?

“Restituirle voce è stato il mio primo sprone, il motivo per cui ho iniziato a scrivere l’Angelo, e il motore che mi ha portato a conclusione nonostante le difficoltà. Ma anche a libro pubblicato rimane per me il cuore del romanzo, il motivo per cui valeva la pena aggiungerlo alle migliaia e migliaia di ottimi gialli già pubblicati (un mio assillo ricorrente). Qualcuno ha detto che grazie alla sua struttura sarebbe stato in piedi anche da solo, che avrebbe preso e trascinato comunque i suoi lettori, ma io non ne sono così sicuro: a parte la forza della storia che racconta, credo che l’urgenza con cui L’angelo di Monaco è stato scritto sia rimasta impigliata tra le righe e venga avvertita anche da chi apre il libro sapendo poco e niente dell’argomento. Quella di Geli è una storia necessaria, che andava raccontata per rendere giustizia a una vittima dimenticata.”

 

Il romanzo è un invito a non lasciarsi disorientare dalla menzogna. Quanto costa oggi come ieri scegliere la verità ?

“Bella domanda. La verità è sempre la scelta più facile in teoria e la più difficile nella realtà. Tutti sappiamo qual è la verità, in ogni ambito delle nostre vite, pubbliche o private, ce l’abbiamo costantemente davanti agli occhi. Se decidiamo di non vederla, se fingiamo di non conoscerla, è perché comporta scandali, fastidi, pericoli. Ci vuole un eroe per dire la verità. E anche per questo il giallo, il thriller, la spy-story ci attraggono tanto: hic sunt heroes.”

 

Lo scrittore deve rimanere fuori dalla storia e lasciare libertà ai personaggi?

“Al contrario, lo scrittore deve rimanere sempre dentro la storia ma prestando ascolto ai personaggi. Che questi siano liberi di fare ciò che vogliono è un mito. Magari si muovessero da soli, parlassero di testa loro, risolvessero situazioni! La dura realtà è che è tutto in capo all’autore, nessuno ti regala niente (specie se è un nessuno immaginario). C’è però il caso, più frequente di quanto si creda, in cui l’autore crea senza rendersi ben conto di cosa sta creando. Un personaggio, in altre parole, è schiavo delle sue premesse, ma se il suo creatore non sta attento a quelle premesse può accadere che metta in campo un personaggio «preterintenzionale», in grado di sorprenderlo: giunto a un certo punto della storia, di fronte a un’azione premeditata magari dall’inizio, ecco che si rifiuta di obbedire. In che modo? Semplicemente suonando falso, risultando inverosimile. Se un autore ascolta con attenzione i personaggi che ha creato, gli capiterà di non potergli far fare ciò che voleva fargli fare, pena il tradimento della fiducia del lettore. Ma con questo non si può davvero dire che i personaggi facciano ciò che vogliono: al massimo l’autore dovrà tornare da capo e crearli diversi. Non ci sono alibi: chi scrive il libro ha pieni poteri, per usare una formula di moda, ma anche piene responsabilità.”

 

Ha descritto in maniera impeccabile una figura scomoda, quale prospettiva dialettica ha seguito?

“Grazie per l’«impeccabile», che fornisce già una risposta alla domanda: per mettere in scena un Hitler credibile è bastato raccontare le sue pecche. Le quali, parlando di un personaggio che già da tempo non è più una persona (e forse non lo era neanche in vita), sono il contrario di ciò che comunemente chiamiamo «pecca»: non qualcosa che toglie a un buon carattere, ma qualcosa che aggiunge a un carattere pessimo. Hitler, per tutti, è sinonimo di Male assoluto. Un cattivo di proporzioni titaniche. Un essere demoniaco. Che possa essere stato umano in qualche aspetto della sua vita suona sempre scandaloso. Di solito si dice: gli piacevano gli animali. Era gentile con i bambini. Nel privato sapeva ridere e scherzare. Tutte cose che in una persona normale diamo per scontate, ma che nell’uomo più malvagio di tutti i tempi suonano stridenti. Eppure è proprio questa la realtà: Hitler era una persona normale, con aspetti di umanità. Io credo che per Geli provasse affetto sincero, e che la sua morte lo portò davvero a un passo dal baratro. E non fa più paura così? Non è più spaventoso pensare che una persona normale, un uomo di carne e ossa come noi, abbia compiuto e autorizzato azioni tanto mostruose? È il «principio Dorian Gray»: ci aspettiamo che le brutture dell’anima si mostrino anche in superficie, ma non è così. Non è mai così. Il prossimo Hitler potrebbe essere il nostro vicino di casa, quell’ometto gentile e sorridente che adora i gattini e cura la madre anziana. Non un mostro, ma peggio: un uomo comune che compie azioni mostruose.”

 

Chi sono i burattini del presente?

“Ah, tutti noi siamo burattini. E il bello è che lo sappiamo, ma non vogliamo saperlo. Il bello è che lo siamo anche senza fili, anche senza indicazioni. Anche senza burattinai. Facciamo cose senza un vero motivo, cose sbagliate e a volte immorali, pensando di essere liberi di scegliere. Ma non lo siamo. Come diceva Carmelo Bene, crediamo di agire, ma siamo agiti. Per questo ciò che è successo può succedere ancora: perché mentre viviamo nel nostro confuso presente, persi in un labirinto di questioni private che ci distraggono e allontanano da quelle generali, qualcuno può arrivare e spingerci in una direzione che noi neanche immaginiamo. E quando ce ne accorgeremo sarà troppo tardi.”

Con tre aggettivi come definirebbe il commissario Siegfried Sauer?

“Travagliato. Ostinato. Giusto.”

Il libro si presta benissimo ad un adattamento cinematografico. A chi affiderebbe la regia?

“A chi mi proponesse il progetto più serio! E con «serio» intendo: rispettoso dei temi, dei toni, della centralità di Geli e delle traiettorie dei singoli personaggi, che non sono negoziabili pena la perdita di senso del romanzo. Volendo far nomi, un po’ sognando e un po’ sperando, i primi che mi vengono in mente sono i maestri hollywoodiani: Steven Spielberg, Ridley Scott, Tom Tykwer (che in effetti sta girando una serie ambientata durante Weimar, Babylon Berlin, e avrebbe già scenografie e costumi). Ma dopo aver visto quel capolavoro che è Jojo Rabbit sono tentato di aggiungere alla lista anche Taika Waititi. Chissà cosa ne tirerebbe fuori!”

 

Come è riuscito a ricostruire i luoghi?

“Sopralluoghi e documentazione. Ho visitato tutte le città della vicenda, ho percorso le vie e i parchi, mi sono infilato in palazzi, chiese e cimiteri, ho mangiato e bevuto nelle birrerie e nei mercati, sempre cercando di capire come erano cambiati nei novant’anni che ci separano dal 1931. Per fortuna esistono archivi e fotografie d’epoca, ma anche saggi e romanzi affidabili. Il luogo del delitto, per esempio, oggi è inaccessibile: per impedire pellegrinaggi e sfruttamenti da parte di sciacalli o neonazisti, la Baviera ha trasformato la palazzina in cui visse Hitler in un commissariato di polizia. Oltre all’androne non si va, lo so perché ci ho provato. Ma Robert Harris, essendo Robert Harris, per il suo Monaco ha ottenuto un permesso speciale dal Ministro di Giustizia ed è entrato nella stanza in cui Geli ha perso la vita. La sua descrizione, unita ad alcune mappe, alle mie fotografie degli esterni e a deduzioni legate ai racconti di altri testimoni, ha fornito il materiale per la descrizione che trovate nell’Angelo.”

“Ora nulla è più semplice. Nulla è più innocuo e innocente.”, la frantumazione della coerenza, la perdita di innocenza di un popolo?

“È Sauer a dire questa frase (anzi, a pensarla), e Sauer nel 1931 ha più di quarant’anni, ha vissuto la Grande guerra, è rimasto senza nulla dopo l’armistizio, si è trovato in mezzo allla guerriglia quotidiana tra rossi e neri, ha vissuto l’iperinflazione e il crollo di Wall Street… Per un uomo nato nella Germania di fine Ottocento, al tempo la nazione più prospera e avanzata d’Europa, imbevuta delle certezze storiche hegeliane, si trattò di un risveglio durissimo. Si credevano predestinati a sorti magnifiche e progressive, si ritrovarono spiantati e isolati, i paria del mondo, con la fame nello stomaco e il sangue per le strade. Dice bene: innocenza, coerenza. Due tra le parole chiave con cui il Nazismo portò a sé masse di derelitti, perché i tedeschi non meritavano la sconfitta del ’19, e Hitler sapeva come rimettere tutto a posto.”

 

Noi lettori ci aspettiamo da lei una nuova storia, progetti futuri?

“L’angelo di Monaco è nato al servizio della storia di Geli, che si esaurisce con l’epilogo. Verso la fine della lavorazione, però, ho scoperto un ultimo atto che conclude davvero il caso Raubal, un episodio reale accaduto altrove diversi anni dopo. Credo perciò che ci saranno seguiti – per arrivare a quell’atto conclusivo mi occorrono altre tappe – e questo non può che rincuorarmi: anche se mi sono affezionato a loro, in assenza di un motivo forte non avrei portato avanti i personaggi del romanzo, per non sminuire il ruolo di Geli. Ma quel motivo forte c’è, per cui i personaggi sopravvissuti alla fine dell’Angelo ritorneranno. Prima, però, devo finire di scrivere una storia simile a quella di Geli cui sto lavorando da qualche tempo. Un’altra vicenda ingiustamente dimenticata.”

“L’angelo di Monaco” Fabiano Massimi Longanesi Editore

“Spesso, nella loro eterna ignoranza delle cose, gli uomini chiamano fine ciò che in realtà è solo l’inizio.”

Siegfried Sauer, commissario criminale della polizia, non si arrende all’idea che la giovane Geli Raubal si sia suicidata.

Ambientato nella Germania degli anni 30, “L’angelo di Monaco”, pubblicato da “Longanesi Editore”, ricostruisce con lucidità e competenza un periodo storico complesso.

Già nell’aria si respira l’atmosfera tesa che come il Föhn, “vento caldo” si insinua con prepotenza nelle strade.

Pochi dettagli fermano l’obiettivo sulla scena del crimine nella casa di un noto personaggio, il tutore legale della morta.

È lui, Adolf Hitler e nella mente del lettore passano veloci troppe immagini.

Ma il romanzo nella concatenazione di nuovi eventi impedisce ogni possibile distrazione.

La narrazione è incalzante, come se la ricerca della verità potesse riscrivere la Storia.

“C’è chi è fatto per la realtà,  e chi è fatto per la finzione”.

Tante le frasi chiave sulle quali fermarsi a riflettere.

È evidente la dicotomia tra ciò che è vero e ciò che viene celato.

Ed è il nascondimento un tema dominante, allegoria di tutti i tempi se non si ha il coraggio di scoperchiare i buchi neri, invasi dalle sterpaglie della menzogna.

Fabiano Massimi nel cimentarsi con il poliziesco non solo offre una struttura narrativa impeccabile.

Sceglie le pause, le accelerazioni, introduce nuovi personaggi, moventi e prove.

Ricostruisce con abilità la personalità della vittima e nel farlo abbassa i riflettori, scherma le luci abbaglianti.

“La Repubblica ha davvero i giorni contati.”

Non mancano i passaggi necessari per coniugare poliziesco a testimonianza.

Un incedere sicuro, dove niente è fuori posto.

“I burattini migliori non seguono la volontà di chi li manovra, ma la anticipano.”

Troppi manichini si muovono spavaldi ma “anche gli sconfitti, prima o poi, trovano voce”.

 

 

 

 

 

Incipit di “L’angelo di Monaco” Fabiano Massimi Longanesi

 

“Nella notte era caduta una pioggia leggera portata dalle prime nubi dell’autunno ormai alle porte, ma all’alba nelle piazze e per le strade della vecchia Monaco si era infilato con prepotenza il Föhn, il vento caldo che a intervalli imprevedibili spirava dalle Alpi a sud della città trasformando anche i giorni più rigidi in ritagli di primavera.”

 

“L’angelo di Monaco” Fabiano Massimi Longanesi