“Le omissioni” Emiliano Monge La Nuova Frontiera

“Ma perchè mi soffermo tanto sugli altri?

Anche io, o giovani, ho il potere di mutare il mio corpo, sia pure in un numero limitato di forme.”

L’esergo di “Le Omissioni”, pubblicato da La Nuova Frontiera, scegliendo un brano delle Metamorfosi di Ovidio, sottolinea il bisogno di uscire dalla trappola dell’Io.

Costruirsi una nuova pelle, inventare la propria storia.

È quello che succede ai tre protagonisti: nonno, figlio, nipote.

Con modalità differenti l’uscita di scena da un quotidiano insopportabile è l’imprevisto, il segno di una mancanza di adattamento.

“Gli accadimenti non sono la mia storia.

Neanche i fatti sono la mia storia.

La storia è la corrente invisibile che smuove tutto sullo sfondo.”

L’enigmatico gioco di luci e ombre in una saga familiare che scava tra le maglie di un racconto collettivo.

Il Messico con i suoi contrasti compare e scompare come un fantasma che si insinua nelle esistenze.

Crea uno stato di perenne insoddisfazione, un crescente senso di non appartenenza a sè stessi.

Bisogna attraversare la complessa fisica degli elementi per provare a capire.

Identificare figure maschili nella rappresentazione di una cultura machista.

Le donne vittime del perverso gusto della sparizione sono consapevoli vestali di un peso insopportabile.

Nelle loro solitudini è scritto il destino di chi è sovrastato dalle scelte altri.

Emiliano Monge scrive un poema psicologico che ambisce, riuscendoci, a scarnificare le maschere che nascondono la verità.

Un romanzo autobiografico che sa bilanciare i tempi della narrazione, senza cedere alla tentazione di una circonvoluzione su sè stesso.

È un pareggiare i conti con le figure parentali?

Uno scrollarsi di dosso la responsabilità della impermanenza?

“Ci sono cose che non hanno presente.

C’è addirittura gente che non ce l’ha un presente, no.”

Non è importante l’analisi né dell’oggi né del passato, conta cogliere l’attimo sospeso nel quale si sceglie una strada alternativa.

La colpa invade la narrazione, è una rete che ha radici profonde, una macchia difficile da cancellare.

Allontarsi significa prendere le distanze dalle contorsioni  del reale, superare la paura di perdersi nel non essere.

L’inganno potrà essere sventato grazie alla scrittura?

Si potrà sanare l’anelito libertario che anima la narrazione?

Tanti i quesiti in un romanzo che scorre nel fluido distanziarsi dei giorni, nell’intreccio di esperienze.

“Per essere, bisogna prima essere partiti, bisogna essersene andati da sè stessi, bisogna aver lasciato tutto.”