“Le stanze del tempo” Piera Ventre Neri Pozza

 

“Cos’è una casa?

Come ci si affeziona?

In quale modo la si riconosce come propria?”

Leggere “Le stanze del tempo”, pubblicato da Neri Pozza, significa entrare nel ripostiglio della memoria, dove sono accatastate in disordine le nostre planimetrie sentimentali.

Un intonaco sbrecciato, le camerette inutili, una lacrima nascosta, una superstizione, “uno sbrendolo di panorama d’adozione”, il trasloco, nuovi volti e finestre spalancate, imperfezioni intraviste: un album di foto che portano indietro gli orologi.

I vapori nella cucina della madre tra pensili che trasudano odori, la condensa sui vetri, la luce storta dell’inverno: entriamo ed osserviamo rapiti gli oggetti di sempre.

“C’è una piccola libreria in ferro battuto piena di volumi affastellati.

Un divano coi cuscini a scacchi bordò e gialli.

Un armadio e, da qualche tempo, un letto.

Il suo.”

In questi spazi senza età ci sentiamo protetti e risentiamo con emozione un profumo a noi caro, giriamo per le stanze e cerchiamo presenze che non ci sono più.

Gli innamoramenti e lo stupore delle estati tra feste di paese e poi come per incanto una ristrutturazione e tutto cambia forma.

Il romanzo segue percorsi differenti, ogni capitolo è una scoperta, un’amicizia, uno strappo, una perdita, lo sguardo su un giardino, una pietra irregolare, un piccolo saltello e si varca il portone.

C’è la città senza nome e la riconosciamo per il suo inconfondibile fascino contradditorio, i paesi e le piazze, i giardini e l’odore della legna arsa.

La magia delle parole che scorrono e rilasciano sensazioni che erano perdute o forse solo dimenticate.

“So che le cose si perdono e che quando avviene bisogna rassegnarsi a un abbandono.

Forse è questo che vuole insegnarci un pò, la casa.

Addirittura nell’asilo nostro, quello più intimo, di luci accese e cantucci nei quali rifugiarci, e cucine piene di calore e letti comodi, può succedere di smarrire, e di smarrirsi.”

Bisogna cedere il rimpianto, abbandonare quel ritaglio emotivo che ci è stato compagno e riprendere la via.

Pietra Ventre ha una scrittura intuitiva, ipersensibile, colorata.

Si racconta con quella che può apparire timidezza.

È invece la concentrazione di chi alla parola scritta affida il compito di plasmare il ricordo, renderlo collettivo.

Un romanzo che sa di riconciliazione e di abbandono al sogno di ciò che potrebbe essere e non è.