“Biglietto blu” Sophie Mackintosh Einaudi Editore

 

“Biglietto blu”, pubblicato da Einaudi Editore e tradotto da Norman Gobetti, potrebbe essere considerato un romanzo distopico con sfumature surreali.

Una lotteria stabilisce il destino delle giovani: il bianco è certezza di procreare, il blu è il colore della rinuncia.

L’atmosfera fin dalle prime pagine è misteriosa, promette una trama insolita e introduce luci ambigue che dal centro costruiscono un percorso irregolare.

Calla si muove in questo mondo rarefatto cercando di comprenderne le regole, provando ad interpretare i segni nei volti di coloro che la circondano.

Non si affida alla sorte che le è stata riservata, osserva, studia, introietta.

Gli incontri con il dottor A. creano una sorta di sospensione narrativa, fanno pensare ad un controllo che viene manipolato dall’alto.

“L’infelicità me la sono lasciata da tempo alle spalle.

L’infelicità è una pelle di cui mi sono disfatta.”

Sappiamo poco di questa dolorosa consapevolezza, un accenno ad una madre scomparsa e non credo sia casuale l’assenza di un prima affettivo.

R. è passione e conquista del proprio corpo, ribellione che esplode in una sessualità che non conosce limiti.

Per arrivare all’apice della narrazione bisogna assistere ad un lento processo di riappropriazione del sè.

Cercare la maternità diventa una forma di conoscenza.

Capire cosa si nasconde dietro ad omologazioni stabilite da altri.

“Sono una creatura istintiva, mi dissi.

Sono una creatura che si proietta in avanti.”

Monologhi nella solitudine della fuga, non c’è spazio per chi non obbedisce.

Sophie Mackintosh scrive un testo forte, impietoso.

Mette in discussione i canoni di una cultura soffocante, incapace di vedere nelle donne stelle luminose.

Tratteggia personaggi che appaiono e scompaiono come fantasmi e in questa scenografia spinta si sviluppa la poetica della dissolvenza.

Sviluppa il tema della colpa ed ha il coraggio di trasformarla in esperienza liberatoria.

Si chiede e ci chiede quanto e cosa è possibile perdonare e perdonarsi.

“Il corpo era mio, e apparteneva a me, ed era sempre stato così.

Il figlio o la figlia che mi aspettava con pazienza infinita.

Non conosceva la persona che ero stata.

Solo la persona che sarei potuta diventare.”

Un patto d’amore che si sublima nella gestualità dei primi attimi insieme.

Un fuoco che non potrà spegnersi anche quando si deve accettare la sconfitta.

Una vita risorge ed un’altra prova a sopravvivere.

È questo il legame profondo che solo una mamma conosce.

Da leggere provando a sentire e a vivere un’avventura che si inoltra negli sconfinati territori dell’inconscio.

 

 

 

 

“Anne e i fantasmi” Laura Freudenthaler Voland

 

La scrittura di Laura Freudenthaler avvolge in una spirale misteriosa, un magma che ribolle e lascia intuire le partiture di una musica surreale.

Ci si inoltra nel territorio dell’inconscio e nelle deviazioni della mente si aprono pozze di realtà.

“Anne e i fantasmi”, pubblicato da Voland e tradotto da Paola Del Zoppo, sviluppa due interpretazioni narrative.

Il realismo di ogni gesto della protagonista si scontra con una impercettibile ma costante rappresentazione simbolica.

Anne e Thomas formano una coppia spenta che non sa riempire i silenzi.

Solo frasi abusate necessarie a mantenere una parvenza di normalità.

A tenere in mano la struttura narrativa è la figura femminile che sa incastrare perfettamente i vari sentieri del romanzo.

Sa interrogarsi, cercare prove del tradimento del consorte e contemporaneamente assaporare attimi di libertà.

Basta un bar a permetterle di osservare la vita altrui.

Questo stesso gioco viene ripetuto all’interno della sua relazione.

Immagina il suo uomo in compagnia della “ragazza”, sente le parole, percepisce gli sguardi.

Ci fa credere che le sue visioni siano reali, ci fagocita in descrizioni dettagliate dove tutto è osservato dall’esterno.

La scrittrice è geniale nel proporre una letteratura virtuale, fatta di frammenti e di costrutti mentali.

La leggerezza dei ricordi di un tempo felice regala una insolita poesia, è il risvegliarsi della memoria che pretende la sua parte.

Anne è coprotagonista di un sogno ad occhi aperti, è parte di un triangolo amoroso che vorrebbe escluderla.

Non chiede niente, non pretende risposte, resta in una sospensione che le permette di non lasciarsi schiacciare dalla sofferenza.

C’è e non c’è, si sovrappone all’altra donna, sceglie di ritornare ai margini.

“C’è un che di istintivo nelle persone e nella vita stessa, spesso un accordo non pronunciato, che pone termine a un discorso come per caso, senza il minimo sforzo. Rimane tutto in sospeso in quei film, discorsi iniziati, azioni, bevande ordinate e lasciate lì intonse.”

È quel sospeso a regalarci l’autenticità di una trama originale che parte dal linguaggio come espressione della diversità ed arriva alla musica che è comunione dell’Io.

Gli altri restano fuori come ingombranti presenza fatte di aria.

 

“Futilità” Francesco Fiorentino Marsilio Editore

 

“Una decina d’anni di matrimonio sono bastati a rendere Ugo e sua moglie persone di famiglia.

Si amano come se la natura e non una scelta li avesse assortiti nella stessa casa.

Le loro condivisioni partono da ricordi e gusti e si estendono fino ai cassetti della biancheria.

Soprattutto, sono abituati a dormire nello stesso letto.

Intorno ai cinquant’anni, tuttavia, una tranquilla vita domestica, che per le generazioni precedenti rappresentava un traguardo, non è più in grado di sopprimere altre aspettative.”

La giovane e bella Sofia rappresenta una brezza di primavera che cancella i segni del tempo.

Una relazione libera, appassionata finchè gli intoppi del quotidiano offuscano la novità.

Si evidenziano le differenze generazionali e culturali, si aprono crepe nella esuberanza sessuale.

Francesco Fiorentino in “Futilità”, pubblicato da Marsilio Edizioni, ha il coraggio di mostrare le insicurezze del suo protagonista.

Uomo affermato, impaurito all’idea di dover affrontare il sè stesso che cambia.

L’avventura amorosa diventa banco di prova per dimostrare che esistono ancora strade da percorrere, occasioni da gustare, ultime braci di illusorie promesse.

Sullo sfondo Parigi come approdo in un’isola di eterna giovinezza.

L’autore traccia un’analisi spietata, rigorosa e conflittuale.

Chi è veramente Ugo?

Esiste una dissociazione tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere?

L’amore può salvare dai crucci di un’esistenza poco soddisfacente?

Il romanzo si muove in linea retta con qualche disgressione che fa intravedere l’universo femminile.

Moglie e amante sono meteore che stanno ai bordi della narrazione.

Entrano di soppiato ma i loro desideri sono appena accennati.

Una scelta letteraria intelligente perché l’obiettivo non è la dissacrazione della coppia ma l’incapacità di essere coppia.

“Doveva solo stare tranquillo, cercare di capire per un pò cosa stava succedendo dentro di lui.

Cancellando ciò che era fuori.”

Il dilemma di voler essere sempre al centro del cerchio e in un finale aperto scoprire che ci sono soglie inevitabili da attraversare.

Continuare ad attendere “come il custode di un vuoto che non sa se riuscirà a colmare.”

 

“Un dettaglio minore” Adania Shibli La Nave di Teseo

 

Quella che per gli israeliani è considerata la Guerra di Indipendenza per i palestinesi fu Nakba, una catastrofe.

Ricordarla significa rispettare le tantissime vittime e le 700.000 persone che furono espulse.

La scrittrice palestinese Adania Shibli parte da quello che può sembrare “Un dettaglio minore”

Lo stupro e l’omicidio di una giovane catturata da alcuni soldati nel deserto del Negev diventa prepesto per dimostrare la ripetitività degli eventi tragici.

Il romanzo, pubblicato da La Nave di Teseo e tradotto da Monica Ruocco, si divide in due parti.

Nella prima assistiamo alla cattura della ragazza e all’atmosfera che si vive all’interno dell’accampamento.

“Le tempeste di sabbia non riuscirono a fermare le operazioni di ricognizione, né il silenzio delle aride colline rese meno forte la sua determinazione nel localizzare gli arabi che erano rimasti in quella zona, oppure nel catturare gli infiltrati e chiunque si affrettasse a nascondersi dietro le dune di sabbia all’avvicinarsi del rombo del veicolo.”

Del comandante non conosciamo il nome, una figura ossessionata dalle gestualità quotidiane, irrigidita da un compito che sente come politico.

Dominano le descrizioni, la luce accecante del sole, il riverbero sulla sabbia, “l’oscurità dell’imbrunire”.

Il senso di oppressione viene sottolineato da un’andatura letteraria per immagini che a tratti acquistano la consistenza dei miraggi.

Nella seconda parte del testo a distanza di anni  una donna di Ramallah prova a scoprire cosa si nascondeva dietro quel gesto delittuoso.

La struttura narrativa cambia bruscamente e sentiamo cosa significhi vivere in un territorio occupato.

Presente e passato mostrano lo stesso ghigno tragico, rappresentano  i segni di una persecuzione.

“Qui viviamo sotto un’occupazione.

I rumori degli spari, le sirene delle pattuglie militari e, a volte, gli elicotteri e i caccia da combattimento e i bombardamenti, a cui si aggiungono le sirene delle ambulanze, non solo precedono le notizie dell’ultim’ora, ma adesso fanno a gara anche con i latrati del cane.”

Analizzare con tanta lucidità il conflitto israeliano palestinese non è facile.

Dilatare gli spazi, affidarsi ad una scrittura distaccata, trsformare i protagonisti in ombre significa sfidare la Storia.

Ricordare a tutti noi che le guerre colpiscono con ferocia chi non ha nessuna colpa.

Un finale molto amaro, ultima tappa di un viaggio letterario che non vuole giustificare.

 

 

 

“Liquefatto” Hilary Tiscione Alessandro Polidoro Editore

 

“Saremo aliti fatti di sospiri.

Ogni capo messo guarderà a un contesto nuovo, faremo un bagaglio al giorno. Mangeremo meno.

Correremo lungo canali retti di terra fulva.

Avremo i capelli legati di sbieco, veloce, mossi da sbuffi salati o sventagliate secche di correnti tiepide.

Compreremo oggetti superflui.

Canteremo alto.

Stiamo già cantando e balliamo tutto intorno a una coda di palme uniformi, binari iconici d’origine mediorientale che puntano il cielo con la chioma bionda maltrattata dal sole.”

La scrittura di Hilary Tiscione abbaglia e trascina, ruota su se stessa, danza e si ripiega sulle superfici aguzze dei pensieri.

È libertà espressiva, modulazione di sensazioni che si disperdono sul foglio.

Calore di una sensualità che vorrebbe esplodere ma non trova lo spazio per emergere dal silenzio di un’anima prigioniera.

Maddalena ed una gravidanza che disorienta ed impaurisce.

Amante traditrice che al compagno nega scampoli di piacere rubati in una notte senza stelle.

La partenza insieme all’amica Lia diventa una gigantografia di un mondo sognato.

L’America che nell’ipocrisia dei suoi colori, nelle luci esagerate dei locali annulla ogni certezza.

“L’azzurro polvere del cielo di Santa Monica alla mattina ha l’odore del vento caldo a largo della costa orientale dell’Africa.

Ha l’odore dei quadernoni nuovi.

Di un gesso spaccato a metà.

Dello zucchero bianco che si scioglie sopra il pane bagnato.

Ha l’odore delle suole delle scarpe mai messe.”

“Liquefatto”, pubblicato da Alessandro Polidoro Editore, compone immagini vivide alleggerite da simbologie e metafore.

È un incastro perfetto che esce dalle limitazioni di una trama definita.

C’è la strada e il corpo ed entrambi si incrociano senza mai fermarsi.

Le città e le percezioni intime, il bisogno di afferrare l’insondabile mistero dell’esistere e il tragico senso di impotenza.

La figura di Tito è eterea esistenza di un doppio che non ha risposte.

Nelle contorsioni della lingua, nelle parole che si accavallano, nei verbi che tagliano il testo in metà disuguali si esprime la potenza narrativa della scrittrice.

Leggerla significa accettare un volo verso un altrove scarnificato, essenziale, tagliente e bellissimo.

“Piango.

Non esiste soffocamento più feroce del pianto.

Non c’è freccia più tagliente di una gola che si risveglia.

Noi tutti a braccia conserte.

Strangoliamo.

Piango.

La distesa è asciutta e senza più rintocchi.

La paura del corpo di lassù attende che mi faccia coraggio.

E se la follia, tutta la follia, a un certo punto rabbrividisse e mi lasciasse funzionare bene?”

E il pianto esplode come fuoco d’artificio.

Forse finalmente si troverà il coraggio di tornare.

 

 

“Andarsene” Rodrigo Hasbún SUR

 

Hans e il suo bisogno di esporare nuove terre.

Una smania che lo porta a trasferirsi in Bolivia segnando il destino della moglie e delle tre figlie.

La sensazione di sdradicamento si esprime attraverso comportamenti differenti che si uniscono nella instabiltà affettiva.

“Andarsene”, pubblicato da SUR e tradotto da Giulia Zavagna, è il rifiuto di  sentirsi protagonisti.

Una risposta alla sconfitta della Germania e il bisogno di ricomporre sogni.

L’America Latina è occasione di riscatto, è novità, è il sentiero percorso da antiche civiltà.

Ma è anche oppressione e morte, sangue rappreso dei ribelli, urla soffocate dei prigionieri.

Rodrigo Hasbún riesce a trasmetterci questa dicomia con una scrittura che lancia dei segnali.

Dice e non dice, affida ai suoi personaggi il compito di raccontarsi.

Ed ognuno interpreta la sua parte con una spietata analisi del ruolo all’interno del nucleo familiare e della società.

Se le strade si dividono è difficile dimenticare anche se come un mantra compare spesso la frase: “nessuna emozione, nessun ricordo.”

Difficile fare terra bruciata di un prima che ci ha ferito e coccolato trasformandoci in quelli che siamo.

L’unica a liberarsi completamente dalla sua pelle è Monika.

Si è trasformata “nella ferrea militante che ora viaggiava per l’Europa facendo visita alle comuni e raccogliendo fondi.”

Rivoluzionaria, capace di azioni coraggiose è un raggio di luce nel buio di un secolo complesso.

Donna complessa, percorsa da una insoddisfazione che sfocia nel bisogno di uscire dall’anonimato.

Ci si chiede quanto il politico riesca a penetrare nel privato e ci si accorge che di fronte alle scelte ognuno si lascia influenzare da fattori sociali e personali.

Un romanzo che indaga sulle relazioni affettive lasciando al lettore tanti punti interrogativi.

Non ci sono perdenti e vincenti, solo uomini e donne che provano a non essere estranei a se stessi.

Una storia che si incastra con quella del Che, sembra un incontro fortuito ma è il pozzo prezioso per garantire il cambiamento.

È il sacrificio estremo dal quale sgorga altra linfa vitale che inviterà a lottare per i propri diritti.

Anche da soli, contro tutti bisogna continuare ad andare per le strade della Libertà.

“Caldo” Victor Jestin Edizioni e/o

 

“Oscar è morto perché l’ho guardato morire senza muovere un dito.

È morto strangolato dalle corde di un’altalena, come i bambini nei fatti di cronaca. Oscar non era un bambino.

A diciassette anni non si muore così, senza farlo apposta. Ci si stringe il collo per provare qualcosa.

Forse stava cercando un nuovo modo di godere.

In fondo siamo tutti qui per godere.

Comunque sia non mi sono mosso.

Da lì è derivato tutto il resto.”

Un incipit conturbante, essenziale e tragico.

“Caldo”, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Alberto Bracci Testasecca, ha la cadenza scalpitante dell’adolescenza.

Un campeggio e le musiche assordanti.

L’obbligo di divertirsi e il caldo feroce.

Il mare, insidioso nemico, raccoglie desideri tutti da decifrare.

Oscar sfida la vita per gioco o per paura nel silenzio di una notte acida di umori.

Léonard resta ad osservare, attratto da un gesto che potrebbe essere il suo.

Entra nel cerchio della morte, sceglie di esserne complice, nasconde il corpo del ragazzo.

In quel gesto inspiegabile, rabbioso c’è l’ansia e la disperazione.

La voglia di cancellare le tracce di un disagio generazionale e il terrore di lasciarsi andare agli istinti.

Victor Jestin è un giovanissimo scrittore francese che non ha timori a confrontarsi col suo tempo.

Ha una scrittura lucida, tagliente, attraversata da riverberi stranianti.

Costruisce un romanzo che ha parecchie prospettive.

L’attrazione sessuale, il bisogno di scoprire il corpo dell’altro sono urgenze che esplodono come razzi impazziti.

Emerge il senso di colpa che è sintomo di qualcosa di molto profondo.

Si può attraversare l’infanzia senza perdere parte di sè?

Osservare il mondo e sentirsi estranei, distanti e attratti da una finta messinscena che ci vuole felici a tutti i costi.

Una prova letteraria perfetta, curata nel linguaggio e nella trasposizione scenica delle emozioni.

Un viaggio tragico e al contempo catartico dove il tempo si ferma e dilata gli attimi.

Una scrittura lancinante, partecipata che fa incontrare solitudini e invita a “sbrigarsi ad essere felici.”

 

 

“La lingua dei cani e dei gatti” Susan Minot Playground Edizioni

 

 

“Il suo corpo si era rinchiuso su sé stesso; concedersi delle emozioni avrebbe significato sprofondare.”

“La lingua dei cani e dei gatti”, pubblicato da Playground Edizioni e tradotto da Bernardo Anselmi, raffigura quello schermo necessario e protettivo che ci costruiamo per sopravvivere.

I racconti di estrema bellezza pur nella diversità dei contenuti evidenziano la frattura tra ciò che si prova e ciò che si dimostra.

Si percepisce “una condizione di sospensione” che coglie impreparati i personaggi.

La realtà viene filtrata da una patina di indefinita inquietudine che sublima gli eventi e li rende straordinari.

“Le sue sensazioni avevano preso la forma di una gigantesca palla di adrenalina che le roteava vertiginosamente intorno, mentre il suo sé era misteriosamente immobile e solido al centro.

Le emozioni, in attesa di poterla finalmente toccare, mulinavano al di sopra della sua scorza indurita.”

La paura di non recuperare gli istanti, il terrore di non saper badare a sé stessi e agli altri, lo spaesamento provocato dai luoghi che risultano estranei: estemporanee conflittualità che si smorzano grazie alla scrittura.

È come se Susan Minot volesse filmare la condizione esistenziale dei suoi personaggi.

La narrazione ha bisogno di strumenti nuovi e la trama diventa solo punto di partenza di un’analisi che scava dentro.

“E in fondo che cos’è la vita se non dare un’occhiata in giro?”

C’è curiosità e voglia di sfiorare l’insondabile, di trovare nei volti degli altri la stessa dilatazione delle percezioni.

Le relazioni di coppie vengono descritte come surreali incontri sul bordo di impossibili tragitti comuni ed in questa aura di incertezza si acquista consapevolezza della propria solitudine.

Leggendo si ha la sensazione di essere trasparenti, “come una fiamma alla luce del sole.”

Un’esperienza che sa essere disorientante e al contempo attrattiva.

Un viaggio non solo all’interno dell’animo.

La scrittrice sa narrare con lucidità il nostro presente attraverso ritagli di Storia che si incastrano come pugnali e impediscono di dimenticare.

L’invito a non dare “nulla per scontato” per non perdere i mille sussurri che ci circondano.

“L’attentato” Miljenko Jergović Nutrimenti Editore

 

“La sua coscienza è a posto: non avrebbe sparato all’uomo, ma all’arciduca.

Quello che sta compiendo è l’assassinio di un tiranno.

Negli ultimi anni il tirannicidio è diventato una moda europea.

Le idee di libertà, di giustizia sociale e di anarchia si formulano, si promuovono e si diffondono sparando al sovrano.”

Un giorno fatidico: il 28 giugno 1914.

La Storia segna un arretramento che resterà come pietra miliare nei destini delle Nazioni.

Viene assassinato l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando accendendo un fuoco che infiammerà le coscienze.

Miljenko Jergović in “L’attentato”, pubblicato da Nutrimenti e tradotto da Ljiljana Avirović, ricostruisce l’evento attraverso una prospettiva che parte dall’osservazione dei comportamenti.

Due uomini: la vittima e il carnefice.

Scavare nelle esistenze di entrambi significa mostrare il volto umano di vicende che continuano ad appartenerci.

Cosa spinge Gavrilo Princip a sparare?

Gli ideali rivoluzionali possono giustificare un omicidio?

Il testo pur mantenendo una trama romanzata può essere letto come saggio o come mappa interiore dove ogni personaggio gioca a scacchi con il proprio destino.

Pagine di grande attualità che ci aiutano a capire quanto ad ogni azione si contrappone una reazione.

Gli obiettivi dell’autore sono infiniti.

C’è il dolore per una terra da sempre martoriata, la rabbia per l’indifferenza del mondo, la mestizia di fronte a guerre che in nessun modo possono essere giustificate.

Se in una prima parte il coivolgimento è poco visibile, nel finale si ha la certezza che il testo sia liberatorio.

Ricordare significa imparare e soprattutto scegliere da che parte stare.

Una frase lascia perplessi: “La cosa più sicura è essere invisibili.”

Mi piace pensare che sia una sfida e un invito a recuperare un’idea di mondo che sappia coniugare le diversità.

Composta la scrittura, interessanti i costrutti narrativi che si susseguono senza accavallarsi.

A tratti si notano affinità con i poemi epici rivisti attraverso il filtro della verità storiografica.

 

 

“Appuntamento con la Lady” Mateo García Elizondo Feltrinelli

“So cosa significa vivere nel limbo, con la sensazione di sentirsi cadere dall’altra parte”

Un diario che oscilla tra visioni e sogni, una resa incondizionata alla ricerca di quella pace che le droghe non riescono più a garantire.

Mateo García Elizondo, alla sua prima prova narrativa con “Appuntamento con la Lady”, pubblicato da Feltrinelli, scrive un testo che esce dagli schemi.

Mescola con maestria immagini e percezioni, dilatandone gli effetti.

Costruisce uno scenario che non ha confini razionali.

Esplora “le visioni nascoste nelle profondità della mente, impossibili da afferrare da svegli”

La narrazione non ha linearità, procede seguendo binari creativi che ricordano brani di Pessoa nella capacità di dissociazione del protagonista.

“Vedo panorami che acquisiscono nitidezza prima di tornare a sfumarsi, provo a trovare un filo che mi conduca dentro i loro passaggi e varchi, i loro vicoli bui, in spazi collegati da volte e scale.”

Sembra di essere entrati in un quadro di Escher, dove si percepisce l’incantesimo di spazi che si allungano e si diluiscono dentro un reale tutto da decifrare.

La complessità dello sdoppiamento che mostra contemporaneamente vita e morte, senza delimitarne i confini è un’invenzione letteraria originale.

In mezzo a questi due contesti l’uomo diventa unione di molecole che brancolano nel nulla.

La scelta di ambientare il romanzo ad El Zapotan, sospeso in una spazialità che bisogna sforzarsi di cogliere, è un ulteriore meccanismo complesso, “riflesso della solitudine e della desolazione” che abitano la voce narrante.

La tossicodipendenza è pace e follia, resa e terrore, fuga e silenzio.

“La mia principessa punk, così sofisticata, così raffinata, intraprese quella strada insieme a me”

 

 


Morta per overdose, unica donna capace di regalare l’abbraccio che consola.

Incontri e volti e parole si confondono in una nebbia fitta mentre l’attesa si fa frenetica.

È giunto il momento dell’addio o forse è solo un’illusione?