"Appuntamento con la Lady" Mateo García Elizondo Feltrinelli

“So cosa significa vivere nel limbo, con la sensazione di sentirsi cadere dall’altra parte”

Un diario che oscilla tra visioni e sogni, una resa incondizionata alla ricerca di quella pace che le droghe non riescono più a garantire.

Mateo García Elizondo, alla sua prima prova narrativa con “Appuntamento con la Lady”, pubblicato da Feltrinelli, scrive un testo che esce dagli schemi.

Mescola con maestria immagini e percezioni, dilatandone gli effetti.

Costruisce uno scenario che non ha confini razionali.

Esplora “le visioni nascoste nelle profondità della mente, impossibili da afferrare da svegli”

La narrazione non ha linearità, procede seguendo binari creativi che ricordano brani di Pessoa nella capacità di dissociazione del protagonista.

“Vedo panorami che acquisiscono nitidezza prima di tornare a sfumarsi, provo a trovare un filo che mi conduca dentro i loro passaggi e varchi, i loro vicoli bui, in spazi collegati da volte e scale.”

Sembra di essere entrati in un quadro di Escher, dove si percepisce l’incantesimo di spazi che si allungano e si diluiscono dentro un reale tutto da decifrare.

La complessità dello sdoppiamento che mostra contemporaneamente vita e morte, senza delimitarne i confini è un’invenzione letteraria originale.

In mezzo a questi due contesti l’uomo diventa unione di molecole che brancolano nel nulla.

La scelta di ambientare il romanzo ad El Zapotan, sospeso in una spazialità che bisogna sforzarsi di cogliere, è un ulteriore meccanismo complesso, “riflesso della solitudine e della desolazione” che abitano la voce narrante.

La tossicodipendenza è pace e follia, resa e terrore, fuga e silenzio.

“La mia principessa punk, così sofisticata, così raffinata, intraprese quella strada insieme a me”

 

 


Morta per overdose, unica donna capace di regalare l’abbraccio che consola.

Incontri e volti e parole si confondono in una nebbia fitta mentre l’attesa si fa frenetica.

È giunto il momento dell’addio o forse è solo un’illusione?

“Breve storia del mio silenzio” Giuseppe Lupo Marsilio Editore

“Scrivere è come spostarsi sugli atlanti”

Giuseppe Lupo scava nella memoria, penetra nella storia d’Italia trasformandola in un magico intreccio di eventi e di cambiamenti.

“Breve storia del mio silenzio”, pubblcata da Marsilio, ha il sapore di un tempo passato, il colore acceso di una riflessione sulla parola.

Preziosa, necessaria, tempio sacro di un comunicare che è nutrimento, scambio, ricerca.

Narrato in prima persona il romanzo è un album di foto da sfogliare con rispetto perchè protagonista è l’Uomo.

Colui che pensa, impara, supera tempeste, si impaurisce, si interroga.

Lo scrittore da un’esperienza infantile sviluppa una trama che ci coinvolge tutti.

Un trauma che lo porterà al mutismo diventa il pretesto per indagare sul potere del silenzio, sulla difficoltà a superare l’abisso dove “le parole erano appese al filo che ci penzolava sopra.

“Parlare era come salire su una funivia agganciata a questo filo: ci si lascia andare nel vuoto e via con le lettere, una dietro l’altra.”

I genitori, entrambi insegnanti, sono icone di dedizione e passione.

“Fare scuola, per entrambi, era un modo per sostenere le impalcature del mondo”

Rappresentano quella fase storica in cui il libro entrava nelle case, era conoscenza, sapere.

“I libri li accarezzavo, osservavo le copertine, sfioravo i nomi degli autori e immaginavo dove vivessero, cosa facessero in quel momento, mentre io ero lì, ad ammirarli”

Un sentimento che il vero lettore prova, quella misteriosa alchimia che rende l’oggetto soggetto del desiderio.

Il boom economico, il divario tra Nord e Sud, il dibattito culturale, gli oggetti e i simboli degli anni 60 sfilano con quella grazia di chi ha cura del ricordo.

La Lucania, terra dimenticata, devastata dal terremoto, pronta a ricominciare, a mostrare che è tempo di raccontare.

E Milano con la sua bellezza velata di malinconia, luogo di un’infanzia ritrovata, esperienza di libertà.

Gli incontri che segnano il destino: Pavese, Pasolini, Biagi, Faulkner.

Voci e nomi ed emozioni che diventano nostri in un volticoso gioco di inversione di ruoli.

La scrittura ha il tono lieve di un canto arcaico, la carica vitale della speranza.

“I libri hanno bisogno di acqua per navigare”

Insieme all’autore “aspettiamo. E nell’attesa …transita la vita.”

"Il disagio della sera" Marieke Lucas Rijneveld "Nutrimenti"

“L’inquietudine dona ali all’immaginazione”

Maurice Gilliams

Un esergo che anticipa l’atmosfera di “Il disagio della sera”, pubblicato da “Nutrimenti”.

Romanzo potente, senza sbavature, che procede a passi lenti per concedere al lettore tempi di riflessione.

Sulla prima scena si ferma e si costruisce un’impalcatura solida, fatta di episodi narrati con semplicità dalla giovane protagonista.

La morte per annegamento del fratello Matthie travolge in un gorgo la famiglia, tracima ogni certezza, svuota di significato quel nucleo affettivo, mostrandone crepe e cedimenti.

“Non avevo ancora pianto, ci avevo provato, ma non ci ero riuscita.”

Frasi misurate, alleggerite dalle descizioni minuziose di una comunità rurale, avvezza al sacrificio, poco abituata a socializzare.

Stritolata da una fede che si accetta con obbedienza, senza dare spazio a dubbi e interrogativi, esasperata dal bullismo di bambini che nel debole trovano la propria forza, la voce narrante riesce a trovare strategie di sopravvivenza.

È la fantasia ad aprire le sue ali, ad allargare orizzonti, a mostrare il mistero della crescita.

La curiosità di un corpo che sboccia come un piccolo fiore di campo è pretesto per introdurci nel mondo privo di malizia dell’infanzia.

“La mamma sta diventando più magra e i suoi vestiti più larghi, ho paura che morirà presto e che papà se ne andrà con lei. Li seguo per tutto il giorno, così non possono sparire come se niente fosse.”

Marieke Lucas Rijneveld ha la rara capacità di entrare nel personaggio, spogliandosi da sovrastrutture mentali.

Restituisce timori, ansie, problematiche comportamentali.

Coglie l’ironia lieve che solo i bambini sanno alimentare, riscopre il gioco che è misura del sè, valorizza il pensiero, il sogno, la complicità.

“Oltre al cibo e ai vestiti, abbiamo bisogno di attenzione. Sembrano scordarsene sempre di più.”

“Cresciamo con la Parola, ma nella fattoria le parole mancano sempre più spesso.”

Un esordio narrativo che tocca le corde dell’emozione, che si esprime con linguaggio articolato, reggendo brillantemente il ritmo dei dialoghi.

Una storia da leggere per imparare a leggere negli occhi dei nostri giovani il momento estemo in cui perdono l’innocenza.