“Sangue rubato” Antonio Muñoz Molina Lindau

 

“Come avviene per la maggioranza dei processi mentali, quelli che conducono alla nascita di un’opera letteraria di finzione hanno luogo, in gran parte, fuori dal territorio della coscienza.

Dentro quel territorio un giorno spunta un frammento immaginario, la traccia di un racconto, l’idea per un personaggio, e così fino a una trama che sembra prendere forma da sé: ma quando quell’irruzione si compie, molte cose già sono successe, all’insaputa di chi scrive, nel corso di un tempo compreso tra il preciso istante in cui una certa esperienza si produce e quel secondo momento, che spesso arriva anni o mesi dopo il primo, in cui l’esperienza iniziale si è trasformata nel germe di un’opera letteraria di finzione, in un punto di partenza, in uno dei tanti fili di un canovaccio di differenti origini e di cui sarà intessuta la storia inventata.”

La nota di Antonio Muñoz Molina a “Sangue rubato”, pubblicato da Lindau e tradotto da Monica Rita Bedana, è un’interessante lezione di scrittura.

La relazione tra invenzione e memoria è molto presente nel racconto, creando un continuo stato di attesa.

L’atmosfera si vela da un sottile strato di fantasticheria rendendo l’opera quasi inverosimile.

Ed è questa oscillazione tra immaginazione e realtà ad attrarre il lettore.

Bernando ed Esteban sono figli di cugini, inseparabili, legati da un’amicizia indissolubile.

Bambini sanno che l’uno può fidarsi dell’altro, che la menomazione fisica di uno dei due non è un limite ma una condivisione.

Come tutti i ragazzini credono nelle dicerie e nelle leggende e riescono ad arricchirle di dettagli.

Vivono in un piccolo paese dell’Andalusia e assorbono dalla terra quel substrato mitologico che la contraddistingue.

Devono dare un volto alla paura dell’ignoto e nei tisici identificano le emozioni inconsce.

“C’era una paura a cui prendevi gusto, e poi c’era una paura vera.

Alla paura di un racconto o di un film all’inizio ci prendevi gusto, ma a un certo punto qualcosa di freddo e di nero e di sconosciuto si insinuava, e allora quella paura diventava panico e anormalità e la gola chiusa quasi fino a soffocare, come negli incubi.

Come quando un adulto per gioco metteva paura a un bambino e non si rendeva conto che per il bambino lo scherzo non era più uno scherzo e che l’espressione della sua faccia non era di divertimento ma di puro terrore.”

Ma c’è qualcosa di più profondo che si inserisce nella narrazione.

Viene scovato il Male, quello brutale ed aggressivo, barbaro e micidiale, capace di distruggere l’innocenza.

Lo scrittore riesce a regalarci il mondo dell’infanzia nella sua interezza, ne estrapola quel timore che accompagna il passaggio all’adolescenza.

Sventa il Nemico, mette in guardia da chi vuole abusare del corpo e dell’anima.

Regala una storia dove i sentimenti sono forti e indistruttibili.

Invita a riconsiderare il traumi infantili provando a superarli.

Basta saper distinguere il vero dal falso.

Da leggere e da proporre ai nostri ragazzini.

Li aiuterà a liberarsi di quei fantasmi che possono perseguitarli.

“Fiabe di letto” Mori Yõko Lindau

 

Gli studi presso l’Università di Belle Arti di Tokyo ha segnato la scrittura di Mori Yõko.

Nelle sue parole si scorge una tessitura fine dove non è solo il colore ad essere dominante.

È la modulazione delle frasi, la punteggiatura, la ripetizione di alcuni fonemi, il contrasto tra immagine reale e inventata.

Prima di dedicarsi alla letteratura approfondì la conoscenza della cultura occidentale.

Il viaggio fu il trampolino di lancio di un percorso certamente innovativo per il Giappone.

Esordì tardi creando subito una “tendenza”.

Non mi piace definirla moda perchè significherebbe fare un torto ad un’autrice eclettica e selettiva.

Nei suoi testi accurata è la scelta della voce narrativa, non ci sono sbavature e i dialoghi sono pieni, esperenziali.

La casa editrice Lindau ha pubblicato “Fiabe di letto”, raccolta di racconti tradotti da Greta Annese, Giuliana Carli e Daniela Travaglini.

Un regalo per i lettori italiani che dovranno cercare di interpretare il pensiero dell’autrice.

Se è vero che Mori fu icona di un preciso filone che esplora “le furin”, relazioni fuori dal cerchio, nel libro altre sono le caratteristiche da valutare.

Protagonisti i luoghi che non sono solo cornici ma figure geometriche dove si sviluppa la trama.

Non sempre si tratta di cerchi proprio perché l’ambiente diventa parte della storia e muta la sua forma in funzione della connessione con i personaggi.

Altro tratto essenziale è una voce sempre diversa e l’editore con intelligenza ci permette di conoscere l’evoluzione di stile e lingua.

Chi sono le donne che incontreremo e che ruolo ha la loro “fame d’amore”?

Scardinano ogni regola, inventano un linguaggio del corpo, si muovono all’interno e all’esterno delle dinamiche affettive.

Si appropriano di spazi che finora erano abitati dagli uomini.

Riscrivono un’agenda dell’eros, si fanno artiste del trasformismo.

Qualche pennellata malinconica ricorda che frantumare il matrimonio come istituzione sicura è atto doloroso.

Un invito a non cedere all’abitudine, a sentire istinto e ragione, provando a trovare un equilibrio.

Ci è riuscita la scrittrice giapponese?

Ognuno leggendo troverà la sua personale e intima risposta.

“Una poesia in tasca” Héctor Abad Faciolince Lindau Edizioni

 

“Non avrei voluto che la vita mi regalasse questa storia.

Non avrei voluto che la morte mi regalasse questa storia.

Ma la vita e la morte mi hanno regalato, no, anzi, mi hanno imposto la storia di una poesia trovata in tasca a un uomo assassinato, e non ho potuto fare altro che prenderne atto.

Ora la voglio raccontare.

È una storia vera, ma ha così tante simmetrie che sembra inventata.

Se non fosse la verità, potrebbe sembrare una fiaba.”

Nella tasca del padre assassinato Héctor Abad Faciolince trova un foglietto dove è vergata una poesia.

Dalle iniziali della firma si può supporre che l’autore dei versi sia Borges.

Inizia una fortennata ricerca per appurare la verità.

Tante le voci false, tanti gli incontri decisivi.

Si sviluppa una trama profondamente letteraria che si arricchisce di personaggi intriganti.

Una mappa degli utimi giorni del grande Poeta tracciata con una scrittura giornalistica, come a voler prendere le distanze.

Osservare, mettere insieme dati, studiare le parole, evocare luoghi ed eventi.

“Una poesia in tasca”, pubblicato da Lindau Edizioni e tradotto da Monica Rita Bedana,

è la sconfitta dell’oblio, il bisogno di ricomporre la memoria.

Solo la letteratura può fare il miracolo e in questa strana associazione tra il genitore e il Poeta si raggiunge un patto d’amore.

Si sconfigge il silenzio e il dolore, ci si avvicina alla partita finale con la certezza dell’immortalità della parola.

“Siamo già l’oblio che saremo la polvere elementare

che ci ignora e che fu il rosso Adamo,

che è ora ogni uomo, e che non vedremo.

Siamo già nella tomba i due termini, principio e fine.”

Unione di due estremi attraverso una minuziosa ricostruzione linguistica, tentativo di sopire il dolore della perdita e nel foglietto sbidito cercare l’ultimo abbraccio d’amore.

“Sono smemorato, distratto, a volte indolente.

Ma posso anche dire che, per aver cercato di non dimenticare quest’ombra, mio padre –strappato alla vita a Medellín, in Calle Argentina –, mi è successa una cosa straordinaria: quel pomeriggio lui aveva sul petto un fragile scudo di carta, una poesia, che non lo riparò dalla morte.

C’è bellezza, però, in quelle parole macchiate dagli ultimi fili della sua vita, che hanno salvato dall’oblio – per tutti noi, e senza la pretesa di farlo – un sonetto di Borges sull’oblio.”