Intervista a Maurizio Torchio autore di “L’invulnerabile altrove” Einaudi Editore

Intervista a Maurizio Torchio autore di “L’invulnerabile altrove” Einaudi Editore

 

In “L’invulnerabile altrove”, pubblicato da Einaudi Editore, si percepisce un cambiamento stilistico e musicale rispetto a “Cattivi”.
Quali gli input per arrivare a questo percorso introspettivo molto interessante?
Cattivi era ambientato in uno spazio molto piccolo e molto vuoto: una cella di isolamento.
Questo rendeva le parole importanti (anche quando non era affatto certo che qualcuno le avrebbe ascoltate, e tanto meno che avrebbe risposto).
L’invulnerabile altrove è ambientato in uno spazio ancora più piccolo e – in teoria – solitario: una testa. però non è un monologo: è un dialogo. sono due teste in contatto (e, attraverso le teste, due mondi che hanno bisogno di essere raccontati, due mondi invisibili l’uno per l’altro).
E’ il massimo dell’intimità compresso insieme al massimo dell’estraneità.
Credo le conseguenze stilistiche vengano da lì, da questa tensione.
Delle due figure femminili, solo una ha un nome proprio.
Dietro questa scelta letteraria riuscita ma temeraria cosa si cela?
Intanto un mio limite: faccio sempre fatica a dare dei nomi ai personaggi.
Comunque all’inizio un nome ce l’aveva anche la voce che è viva, e racconta.
Poi mi sono accorto che c’era molta più concretezza nel mondo dei morti. Capitavano più cose lì. Il mondo di ombre, la condanna a ripetere atti di cui si è dimenticato il senso, era più da questo lato. Così ne ho approfittato per togliere il nome alla voce narrante.
C’è un bilanciamento tra i  due personaggi o una domina sull’altra?
L’opacità del qui contro lo splendore dell’altrove rischia continuamente di mettere in secondo piano la voce narrante.
Io però ho fatto il possibile per evitarlo.
Dopotutto è con lei che possiamo identificarci.
Con i problemi e le paure e le speranze di chi non è ancora morto.
Quanto è presente il tema del doppio nel testo?
Non troppo. Che Anna sia il doppio immaginario e per certi aspetti complementare di chi narra è solo una delle letture possibili.
Serrati i dialoghi in un gioco mentale raffinato che riesce a sintetizzare il Pensiero.
Il bisogno di cercare strade alternative all’Omologazione?
Mettiamola così: la voce che narra si adatta molto rapidamente ad avere una seconda voce in testa perché, in partenza, non era molto soddisfatta della sua, quella che sentiamo tutti, quella che ascoltiamo da quando abbiamo ricordi.
La nostra vocetta interiore spesso è poco più di un rumore, di un antidoto al silenzio.
Ricorre spesso il verbo “guarire”, da cosa e da chi?
Guarire ha innanzitutto un significato sociale, significa: tornare alla normalità, non rischiare di venire espulsi. Questo nel libro vale per i vivi e, ancor più, per i morti.
Le due donne non sanno come sono entrate in contatto, sanno però che questo contatto deve finire, e in fretta.
La pazienza dei rispettivi mondi sta per finire.
Ma se la malattia (questa malattia del libro) è contatto, mescolanza non autorizzata, allora guarire comporta sì maggiore integrità, ma anche maggiore sterilità.
Il corpo è un ostacolo o una nuova opportunità per vivere il connubio tra ragione e istinto?
I morti fanno meraviglie col corpo.
Dedicano un’infinità di tempo a esercitarsi, migliorarsi, sintonizzarsi con gli altri.
Sono ballerini, ginnasti, acrobati, coro.
I vivi… fanno più fatica.
Che ruolo hanno i sogni? Delimitano gli spazi della creatività?
I sogni sono l’unico momento in cui le due donne non sentono i pensieri dell’altra.
Sono un momento di privacy.
E dopo un po’ cosa fanno?
Cominciano a raccontarseli.
Per Anna, in particolare, diventano un modo per raccontare il suo passato.
Un passato che ha molto dell’incubo e, come i sogni, è difficile da ricordare, e nel raccontarlo si distorce.
Quali metafore si nascondono nel Prima e nel Dopo?
Non lo so.
Però una delle cose che distinguono il Dopo dal Prima è che nel Dopo si crede fermamente nel progresso.
Si è certi – pur con ripiegamenti e periodi di stasi – di andare verso il meglio.
Quanto l’ha cambiata questa sfida letteraria?
Ho impiegato troppi anni a scriverlo. Non va bene. Umanamente, personalmente, spero che una fatica così non mi capiti mai più.
Programmi futuri?
Sto scrivendo (lento come sono, guai se non fosse così!)

“L’invulnerabile altrove” Maurizio Torchio Einaudi Editore

 

 

“Perché il mio presente è abitato, prosciugato dall’altrove?

Perchè in una parte della mia testa si è fatto posto per un pezzo della tua?

Una voce accompagna le mie giornate e le distrae, le dirotta.

Le incanta.

Senza una colpa, senza un merito?”

Due figure femminili si incrociano nella terra delle storie impossibili.

Anna viene dal passato e si è insinuata nei pensieri dell’altra donna.

I loro dialoghi sono serrati, intensi, a tratti laceranti.

Ognuna si offre all’altra in completezza, in un perverso gioco di parole segrete.

Non c’è spazio per il riserbo nella labirintica rete dei pensieri.

Difficile trovare formule per definire e delimitare “L’invulnerabile altrove”, pubblicato da Einaudi Editore.

Un romanzo profondo che sa cogliere l’abisso nel quale ci rifugiamo.

Si assiste allo smantellamento del pensiero fugace che si disintegra senza lasciare traccia.

Finalmente ci si riappropria dei giochi mentali, esercizi essenziali per comprendere la nostra complessità.

Si può immaginare una rielaborazione del doppio e in alcuni passaggi questa percezione sembra esatta.

Credo che Maurizio Torchio abbia ben altri obiettivi.

Vuole scardinare la nostra idea del Prima e del Dopo inventando un linguaggio figurato che unisce e non divide.

Nei dialoghi serrati si impara il confronto con la diversità, si cerca il contatto che è impalpabile e trasfigura la materia.

Il corpo è accessorio rispetto alla potenza delle elaborazioni costruite grazie alla fantasia.

La bravura dell’autore sta nel farci visitare il luogo inaccessibile che è contiguo alla fine dell’esistenza.

Nelle descrizioni la presenza della sabbia è metafora di un costante cambiamento di stato.

Il presente è assenza di sguardi, è l’assordante musica di un supermercato, l’amore svogliato di un amante distratto, la palude che intrappola chi non si adegua alla normalità.

Torna spesso il verbo guarire. Da cosa e da chi?

“Per diventare origine del male bisogna restare, o tornare:

Cercare aiuto, lasciarsi curare, far respirare il tuo fiato a chi ne ascolta i lamenti.”

Mi piace pensare ad un finale aperto ad infinite interpretazioni.

Certamente abbiamo visitato il regno di un Altrove che ci era sfuggito.

Dopo “Cattivi” questa nuova prova letteraria scuote le coscienze, invita ad interpretare i sogni e le paure, spinge a sconfiggere le nostre vulnerabilità.