“Lo stadio di Wimbledon” Daniele Del Giudice Einaudi Editore

 

“Forse non c’è un percorso, ma solo un’intermittenza tra la probabilità e l’improbabilità.

È come se ogni spostamento lo decidessi lí per lí, per vedere dove porta, e questa scoperta, poi, non fosse altro che l’inizio che cercavo.

Vorrei mantenere una certa inerzia, con piccole spinte indispensabili e sufficienti.”

Esserci in una dimensione astratta, distante e da questa distanza cogliere l’ineffabile e complesso gioco di specchi tra realtà e suggestione.

Cercare nelle strade di una città che appare e scompare la radice di una letteratura immortale, muoversi da e verso il mare lasciando che una forza soprannaturale indichi la strada.

Rileggere a distanza di anni la nuova edizione di “Lo stadio di Wimbledon”, pubblicato da Einaudi, è emozione difficile da contenere.

La Storia ha fatto il suo corso, ha scavato gallerie di incomunicabilità e di silenzi, ha spezzato la fisicità demolendo con le sue spire la presenza di Daniele Del Giudice.

Non è riuscita a distruggere il patrimonio culturale che l’autore ci ha lasciato.

Un testamento che trasforma la sterile spiritualità in umanità, un dono che nelle parole concentra la poetica dell’essenzialità.

“Bisogna sfrondare gli ausiliari, ridurre ai semplici nomi – o al nome – lasciando che sia l’altro a immaginare la correlazione.

Togliere, finchè le cose stanno in piedi da sole per una loro tensione.”

In questo percorso interiore tante sono le simbologie, dai luoghi che sembrano piccoli itinerari labirintici, ai personaggi incontrati e immaginati.

Chi è lo scrittore che non ha mai pubblicato e quale spinta a ritrovarne le tracce?

Il lettore può avanzare ipotesi ma il nucleo centrale del romanzo è la caducità della materia, la pesante coltre della dimenticanza che distrugge la memoria.

Ricostruire un’esistenza significa trattenerla, non disperderne il ricordo.

Ma è anche il bisogno di salvare la Parola, quella che resta imbrigliata nella mente.

Ci si sente penetrati da una scrittura pura e incontaminata, caleidoscopica ed entropica, rarefatta e mistica.

Ogni pausa, virgola, frase ha un suo senso segreto e per decifrarlo bisogna vivere il testo.

Mi piace pensare che Daniele se ne sia andato cullato dalle braccia di tutti coloro che lo hanno amato e apprezzato.

E quel treno che lo ha accolto per l’ultimo viaggio sia tappezzato dai riconoscimenti arrivati in ritardo.

A lui il mio grazie per avermi fatto intravedere un Altrove dove poter sognare.

All’editore la riconoscenza per avermi permesso di leggere un’opera simile a una nuvola dove quello che conta è “il saper essere”.