“L’erba di ieri” Carolina Schutti L’Orma Editore

“L’erba di ieri”, pubblicato da “L’Orma editore”, è come una matrioska, dai colori accesi. Una dentro l’altra le figure compongono tanti racconti intrisi da una nostalgia che ha il denso aroma del ricordo da recuperare. Non aspettatevi una coerenza narrativa ma una intersezione di immagini che insieme costruiscono il puzzle di un’esistenza.

Maja prova ad “indossare parole sconosciute come un mantello magico che rende invisibili”.

Pochi pezzi di un’infanzia in una terra lontana, un frammento sbiadito e il silenzio degli adulti.

Un amico le restituisce la magia della lingua dimenticata, insieme a “le frasi della buonanotte, le parole di conforto che cullavano come canti”. Una donna che cercando la madre prova a ritrovare se stessa e lo fa affidandosi ad una ricostruzione chirurgica di amicizie, amori, paesaggi.

Carolina Schutti non tenta di chiudere il cerchio del percorso narrativo, gioca con il testo, mescolando il prima e il dopo con l’obiettivo di seminare indizi.

Molti eventi restano sospesi, girovagando in cerca di una collocazione spazio temporale.

Ma non importa: chi di noi non vorrebbe farsi prendere per mano da coloro che hanno fatto parte della nostra vita?

Incedere sapendo che i nostri vissuti sono racchiusi uno dentro l’altro e per rileggerne in filigrana ogni dettaglio bisogna “prendere in prestito” anche le esistenze altrui, reinventarle e reinventarsi.

“Di pipistrelli di scimmie e di uomini” Paule Constant L’orma editore

 

“Un grappolo di capanne costruite a distanza dal fiume, la cui presenza invisibile, tuttavia, era segnalata dalle fitte e compatte curve di vegetazione che ne puntellavano le sponde.

Il paesaggio era piatto, quasi cupo.”

In “Di pipistrelli, di scimmie e di uomini”, pubblicato da L’Orma Editore, l’immagine dell’Africa è un contrasto di colori.

“Il cielo grigio screziato di malva”, le sponde limacciose del fiume, il giallo acceso del sole, il verde di “foreste sterminate”.

Alla teatrale rappresentazione scenica dei luoghi si contrappone il ritmo lento della popolazione.

Gestualità che si ripetono in una sincronia che nasce dall’urgenza di preservare regole ataviche.

La piccola Olympe è l’elemento di rottura, l’anello che frammenta la catena.

“Non aveva né un letto né una coperta, soltanto una vecchia stuoia consunta, e a volte neanche quella.”

Una figura che mette il primo tassello ad una trama che riesce a mostrare le disparità di opportunità.

Paule Constant attraverso i personaggi riesce a delineare il solco profondo che esiste tra le civiltà.

“Chi non viaggia, racconta e inventa per esplorare un universo sconosciuto.”

La scrittrice ci invita ad entrare nel villaggio, a percepire cosa significhi non avere istruzione, farmaci, acqua potabile.

Ci mostrerà il volto del volontariato, i tentativi spesso fallimentari di salvare una vita, la dedizione, la voglia di cambiare il mondo.

Le suore della missione, la dottoressa Agrippine, il giovane ricercatore sono ponti d’amore.

Il romanzo ha la forza della preveggenza nel narrare la nascita di una epidemia e nel leggere ci sentiremo coinvolti.

Avremo il dubbio di essere responsabili del devastante cambiamento del pianeta e sentiremo il peso della colpa.

I volti affilati delle donne africane, il silenzio rassegnato dei bambini, il sangue di piccoli innocenti saranno sudari da stringere, abbracciare.

Il messaggio che ci viene lanciato è inequivocabile e anche se addolcito da visioni oniriche è lo specchio del nostro tempo.

Non possiamo sentirci assolti, non sarà facile dimenticare che un continente è abbandonato a sè stesso.

 

 

 

“Gli adolescenti trogloditi” Emmanuelle Pagano L’Orma Editore

“Il lago ci lambisce con un movimento pesante, poi quasi subito si increspa in onde profonde.

Assorbe tutta la luce, non restituisce niente, né sguardo né volto, né chiarore né nuvola.”

Uno specchio d’acqua che nel suo essere “pausa, mare, tempo” è linea di demarcazione tra il prima e il dopo.

È memoria dell’infanzia straziata dal dolore di non accettare il proprio corpo, è gioco di bambini, esperienza di rinascita.

“Mi scoprivo femmina lentamente, nell’incavo del corpo.

Io ero gli alberi, i castori, la solitudine, la torbiera lambita dal fiume.”

Adèle torna alle sue montagne dopo aver subito l’intervento che le regalerà una nuova identità.

Nessuno la riconosce e quel segreto è il lasciapassare per la normalità.

Guidare il pulmino della scuola, essere per i piccoli passeggeri una certezza anche nei giorni di bufera mentre i ricordi lasciano viva la memoria di una scelta non facile.

“Gli adolescenti trogroditi”, pubblicato da “L’Orma” è spazio del cambiamento.

La descrizione poetica di una natura ribelle può essere letta come simbolo della evoluzione che provoca ogni nuovo assetto interiore e fisico.

È voce che sa essere burbera come i massi che precipitano disordinati, scossa dal singhiozzo della pioggia, alterata dalla nebbia fitta.

Mentre l’arcobaleno notturno con i suoi “splendidi colori vericali” crea una dilatazione degli spazi la narrazione procede come una vorticosa nuova consapevolezza.

“La comparsa dei viola taciturni, dei viola fangosi, di quei rosa malati, al tempo stesso chiari e foschi, ma così opachi che le nostre pupille si dilatano per vederli.”

Emmanuelle Pagano ci regala paesaggi indimenticabili, armonie di sfumature, “frontiere inconcepibili.”

Sa dosare lo spaesamento di un’anima che deve trovare le parole per amare, per stringere, abbracciare, dimenticare.

Nella figura del fratello della protagonista concentra i dubbi e le incertezze di chi non riesce ad accettare una sessualità ridisegnata.

“L’adolescenza ci ha separati.

Io volevo parlare di quanto detestavo il mio corpo, non potevo farlo, quindi tacevo.”

Una frase che contiene il disagio e la sorpresa, la rabbia e il desiderio.

“Contengo il mio paese, lui mi colma, mi basta.”

Tornare ha significato accettarsi e sperare di farsi accettare.

In un finale dove non mancano come nelle fiabe esperienze emozionali forti si è grati alla scrittrice per la delicatezza e la tenerezza che ha saputo trasmettere.

 

 

 

 

 

 

 

“Notturno di Gibilterra” Gennaro Serio L’Orma Editore

 

Vincitore del Premio Calvino nel 2019, “Notturno di Gibilterra”, pubblicato da L’Orma Editore, è esplosivo.

L’omicidio del giornalista Edmundo Murchison Eresgarulla è pretesto per entrare nell’universo poliziesco e sgretolarne con intelligenza l’impianto narrativo classico.

C’è un ipotetico colpevole, lo scrittore Enrique Vila – Matas.

Ad indagare un detective “senza nome” e la sorella Soledad.

Due figure che si contrappongono mostrando atteggiamenti caratteriali che sfiorano il grottesco.

Protagonista assoluta è la letteratura in una rilettura originale.

“Il tempo come finitudine, l’incontro disumano con il concetto di tempo, stagioni dell’apocalisse, stagioni dell’anima”: sono tutte distorte invenzioni ormai superate?

Il giovane Gennaro Serio ci mette di fronte ad una domanda epocale.

Come deve cambiare la scrittura? Quali libertà concedersi?

L’autore sa maneggiare con cura riferimenti letterari, aneddoti, stili.

Nel testo fantasioso, sperimentare, libero dalla prigione del genere si percepisce l’impronta di autori come Bolano e Borges.

È nella libertà del costrutto, nella capacità di unire insieme più storie che rivediamo un nuovo Odisseo.

Un esploratore pronto a solcare nuovi mari, a trasformare l’esperienza culturale in materia viva.

La Catalogna e Gibilterra diventano due poli necessari a far intravedere il viaggio come spazio dilatato.

Un libro bello perché imprevedibile.

Un gioco che sa coniugare divertimento e innovazione.

 

 

 

 

Agenda Letteraria del 9 aprile 2020

 

 

“Non mette conto sapere se sono grasso, alto, oppure basso e smilzo, bruno, rosso, giallo. Non importa sapere se sono vecchio e prossimo alla pensione o giovane e alle prime esperienze con criminali sanguinari, né cosa penso dell’indipendentismo catalano o dove vado in vacanza.

Il mestiere che faccio lo si è già capito e uscire dal vago non serve a niente. Non ho niente a che vedere con i detective dei libri, e non ho niente a che vedere con i libri. Il mio lavoro non mi entusiasma e non mi deprime, non mi scoccia e non mi esalta.

Non sono violento né pacato.

Non vesto con cappelli o impermeabili da pagliaccio, non fumo pipe o sigari o sigarette americane, oppure, se lo faccio, non si nota perché non è un gesto scenico né un gesto letterario.”

Gennaro Serio  “Notturno di Gibilterra”  L’Orma Editore

“Acque strette” Julien Gracq L’Orma Editore

Ci sono luoghi visitati durante l’infanzia che si trasfigurato assumendo le forme di archetipi della memoria.

In “Acque strette”, il fiume Evré viene evocato come “cantuccio privilegiato”, entità animata da visioni che scandiscono un percorso fisico e mentale.

Diventa figura di un paesaggio culturale, quasi a voler segnare le tappe di un viaggio intellettuale.

Origine e fine sono negati, creando quella trama misteriosa che aggiunge fascino ma al contempo costruisce l’allegoria perfetta dell’esistenza.

“Si scivolava a un tratto in una zona di silenzio sottile, quasi in allerta.”

L’acqua e la foschia si stringono in un connubio poetico, un’abbraccio tra sopra e sotto che evidenzia il bisogno di creare l’armonia dell’universo.

In alcune pagine si ha la sensazione di vivere dentro un sogno, “in quello sfilare muto, incomprensibilmente maestoso delle due rive”.

“Il sipario occultante dei pioppi”, l’odore acre delle foglie, l’apparizione di un Maniero propongono “bizzarri stereotipi poetici che si coagulano alla rinfusa nell’immaginazione.

Il tempo si ferma in attimi di stupore e come controcanto le parole di Poe, Nerval, Balzac diventano unica voce smarrita di fronte a tanta bellezza.

Julien Gracq cura il linguaggio con una passione dirompente, costruisce delle suggestioni che lasciano senza fiato.

Fa percepire l’anelito alla libertà, la ricerca della purezza assoluta, lo studio di un ritmo mai uguale.

Con lui ci fermiamo alla “Valle senza Ritorno”, “un burrone, dal tracciato profondo e sinuoso”, e osservando la linea dell’orizzonte intuiamo che questo viaggio è stato unico e irripetibile.

Certamente rileggendo questa prosa che si alza e si protende verso il cielo troveremo e vivremo nuove emozioni, passaggi incantevoli che ci regaleranno pace interiore

“La carta del tempo” Marcel Aymé L’Orma Editore

 

L’immaginazione di Marcel Aymé non ha limiti.

Riesce a creare storie surreali costruite alla perfezione dove ogni tassello aggiunge alla fantasia una credibilità che disorienta il lettore.

La sua è una provocazione letteraria, la prova che nel racconto come nella vita tanti imprevisti possono mutare il destino.

A differenza di Queneau, al quale spesso viene paragonato, ha una visione critica della società.

Coglie gli spigoli polverosi e nascosti dell’animo e lo fa mantenendo un discorrere ironico.

“La carta del tempo”, pubblicato da “L’Orma Editore”, non è un “esercizio di stile”, la parola si muove sciolta e la forma diaristica accentua una struttura narrativa aperta a più interpretazioni.

La voce narrante, Jules Flegmon, scopre che il governo “per far fronte alla carestia e ottimizzare il rendimento degli elementi industriosi della popolazione” toglie ogni mese alle “categorie” considerate inutili giorni di vita.

Il protagonista, essendo uno scrittore, è “destinato ad una vita incompleta”.

La trovata geniale dell’autore è l’invenzione di una morte temporanea e nella scelta delle modalità si percepisce un richiamo alla prosa di Perec.

Perché viene consegnata “la carta del tempo” e quali sentimenti scatena?

“L’egoismo umano non sarà mai abbastanza stigmatizzato.”

Emerge un attacco spietato alla società capitalistica che non ha pietà per i soggetti non produttivi e al contempo si fa strada un vizio purtroppo tragicamente attuale.

Non c’è considerazione e spazio per la Cultura, considerata sorellastra da tenere a distanza, pericolosa perché fa pensare.

“La distinzione tra tempo spaziale e tempo vissuto è soltanto una fantasia filosofica.”

Un romanzo metafisico e sociologico, distopico e capace di deformare il reale, paradossale e autentico.

Un invito a specchiarsi nella palude delle proprie reazioni di fronte all’imprevisto.

Se ne scopriranno delle belle.

 

 

Agenda Letteraria del 30 marzo 2020

 

“5 luglio. Incontrato Elisa. Ahimè! Tutto è perduto e non ho niente da sperare.

Del resto non ha dubitato della veridicità del mio racconto. Può anche darsi che quell’evocazione l’abbia commossa, ma senza risvegliare in lei alcun sentimento di tenerezza o simpatia.

Mi è sembrato di capire che nutra un qualche sentimento per Maleffroi. In ogni caso la mia eloquenza è stata inutile.

La scintilla che è scoccata tra noi due, la sera del 31 giugno, era solo un caso, un ghiribizzo del momento.

Dopo tutto questo, che non mi si venga a parlare di affinità tra anime! Soffro come un dannato.

Spero di ricavare dalla mia sofferenza un libro che si venderà bene.”

 

Marcel Aymé  “La carta del tempo” L’Orma Editore

Agenda Letteraria del 28 marzo 2020

 

“Poteva dormire, lì era al sicuro, non v’era nulla che avrebbe potuto costituire una minaccia, era felice di ritornare alla villa, al giardino, la scuola era lontana.

Già, la scuola, anche quello era un luogo di pericoli.

A stancare Paul non era lo studio, e non temeva neppure gli insegnanti, il problema erano i compagni.

All’inizio lo avevano preso in giro e tormentato, mentre ora non si curavano quasi più di lui. Quando durante la ricreazione se ne andavano tutti in cortile, anche Paul sgattaiolava giù, si metteva di spalle contro un muro e osservava gli altri ragazzi che si azzuffavano.

Allora si ritrovava con le mani fredde, gli occhi gli si facevano grandi e pallidi come l’argento.”

 

Eduard von Keyserling  “Nell’angolo di quiete”  L’Orma Editore

Agenda Letteraria del 27 marzo 2020

 

“L’impedimento che mi frena mentre sono in procinto di reimbarcarmi sullo stretto fiume immobile non ha a che fare con il timore di rompere l’incanto di un ricordo.

Piuttosto proviene dall’impossibilità di ritrovare, da svegli, la luce senza nucleo di un sogno che magari si sarebbe in grado di ravvivare, e il suo ritmo, sempre cangiante pur senza intrattenere alcun rapporto con i concetti di velocità e lentezza.”

Julien Gracq  “Acque strette”  L’Orma Editore